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Leonella CARDARELLI: Il mondo dei Celti.

Non è semplice parlare dei Celti, in quanto si tratta di un popolo ancora oggi avvolto dal mistero. Storicamente collochiamo i Celti nel I millennio a.C. ma le origini di questo popolo sono sicuramente molto più antiche. Geograficamente essi occupavano le zone a nord delle Alpi, l’Inghilterra, l’Irlanda, la Francia (soprattutto quella settentrionale) ed ebbero contatti con i  Greci e  i Romani.
La loro cultura era, per alcuni versi, la medesima di quella delle altre popolazioni nordiche (Germani, Vichinghi, Norvegesi), da cui ereditarono, ad esempio, l’uso delle rune.
Dei Celti abbiamo poche testimonianze, alcune sono presenti nel De Bello Gallico di Giulio Cesare e in altre fonti classiche. I Celti non erano barbari, tutt’altro, erano un popolo civilissimo.
I Celti erano un popolo molto pacifico ed erano molto legati alla natura; questo loro aspetto viene sovente associato a quello dei nativi americani. Le donne erano molto libere e coraggiose, ci si  curava con le piante, la musica, la danza, con la cromoterapia e si credeva nel potere terapeutico di determinate acque. I Celti non edificavano templi poiché per loro la natura stessa era un tempio. Boschi, alture, laghi, stagni, sorgenti erano tutti luoghi in cui ci si poteva mettere in contatto con il divino. Il luogo sacro per eccellenza era il bosco, coniugato ad un profondo rispetto per l’acqua. Essi avevano moltissime piante ritenute sacre, le cui principali sono la quercia e il vischio. I Celti associavano la quercia al principio maschile ed il vischio a quello femminile. Il vischio era sacro in quanto mettendo le foglie nuove in inverno simboleggia la rigenerazione della vita. Questa pianta simbolica è arrivata sino a noi: a Natale si usa baciarsi sotto il vischio ma noi non sappiamo il perché: il vischio era sacro presso i Celti e questa sacralità è rimasta.
I Celti consideravano la natura la madre sacra di tutti i viventi. Per loro tutte le forze della natura, anche le più sconvolgenti, erano una manifestazione di quella energia che tutto crea e tutto distrugge. Il mondo dei Celti non aveva dualità, non faceva distinzione tra sacro e profano, materia e spirito, corpo e mente: tutto veniva ricondotto ad un unico principio. Inoltre nella cultura celtica non esistono miti di creazione poiché  loro vedevano il divino in termini ciclici, cioè il tutto è in continua evoluzione.
Il principio unico ed increato veniva designato con il termine OIW e simboleggiato con il Sole.
La mitologia celtica ci è stata tramandata da fonti classiche e da monaci irlandesi che hanno messo per iscritto i dati tramandati oralmente: ciò vuol dire che queste informazioni possono essere state travisate. Le divinità celtiche sono molto simili a quelle greche, cambia solo il nome. Ad esempio Giulio Cesare associava il dio celtico Lugh a Hermes (che corrisponde al dio romano Mercurio). Altri personaggi numinosi furono invece assimilati dal Cristianesimo, come la dea Brigit, da cui nacqua Santa Brigida. Anche l’albero che noi addobbiamo a Natale è un ricordo delle popolazioni nordiche: il paganesimo germanico e scandinavo, infatti, comprendeva l’usanza di adornare un abete rosso con ghirlande, luci e dolciumi. La Chiesa ha cercato di contrastare questa usanza, ma invano. Ci sono comunque altre analogie con il Cristianesimo, questo perché vi fu, alla fine dell’impero romano, una sintesi tra cultura nordica e cultura cristiana. Le popolazioni nordiche infatti festeggiavano l’equinozio di primavera (che corrisponde alla nostra Pasqua). Il mondo presenta la forma di un uovo e presso queste popolazioni esso è associato alla frantumazione e a qualcosa di nuovo (il che simboleggia quindi la rinascita, la resurrezione). Questa rigenerazione è rappresentata dalla dea Ostsara (in tedesco Ostern, in inglese Easter, cioè colei che viene dall’est). Così come noi festeggiamo il Natale, i Celti festeggiavano il solstizio d’inverno. E’ ormai piuttosto noto, infatti, ch

Leonella CARDARELLI. I Maya tra misteri e profezie.

La cultura maya era considerata la più importante cultura amerindiana. I suoi aspetti distintivi erano le conoscenze  astronomiche, matematiche (soprattutto per l’uso dello zero) e l’urbanistica, coniugate all’uso di un precisissimo calendario e a un sistema di scrittura dapprima ideografico (glifi) tradotto solo parzialmente e poi a un sistema punto e linea.
Geograficamente il popolo maya occupava la zone del Messico orientale, la penisola dello Yucatan, il Belize, alcune zone del Guatemala, dell’Honduras e del Salvador. Quest’area è molto particolare dal punto di vista climatico e topografico in quanto va da fitte foreste pluviali ad aree di pianura eppure questo popolo riuscì a creare un grande impero con enormi città-stato. L’area dei Maya comprende numerosi siti nei quali possiamo ammirare a tutt’oggi i resti ineffabili di questa popolazione che come le altre popolazioni precolombiane aveva un’arte nel costruire che lascia perplessi per la straordinaria precisione.


Gli storici tendono a dividere la storia dei Maya in tre periodi:


periodo preclassico: dal 2000 a.C. al 250 d.C.
periodo classico: dal 250 d.C. al 900 d.C.
periodo postclassico: dal 900 d.C. al 1519, data che segna l’arrivo degli europei e il successivo sterminio della civiltà maya.


Dei Maya si parla tanto: bravi astronomi, bravi costruttori e ci sono teorie diverse anche sulla loro scomparsa.


Tra le città maya più importanti ricordiamo nella penisola dello Yucatan Chichén Itzà che era molto probabilmente un tempio (con una fonte) dedicato a Kukulcan (o Kukumatz), ovvero IL SERPENTE PIUMATO, colui che gli  Aztechi chiamavano Quetzalcoatl. Il Serpente piumato non è proprio un dio, come si sostiene. Egli era, secondo le popolazioni precolombiane, il portatore della civiltà, un uomo saggio con una lunga barba bianca che da Aztlan (che letteralmente significa la terra degli aironi), isola da cui secondo una leggenda provenivano gli Aztechi, portò la cultura e la civiltà in America Centrale.
In Messico ricordiamo Palenque, nota per la sua arte e le sue sculture che hanno affinità con quelle egizie. Si sostiene infatti che possa esserci stata una relazione tra la civiltà americana e quella egizia o addirittura, come sostiene Peter Tompkins, che le piramidi di queste due culture  siano state costruite dalla medesima civiltà.
Uno degli elementi culturali maggiormente rappresentativi della civiltà maya è il calendario. Invero esistono teorie divergenti a riguardo: alcune fonti  parlano di due calendari: lo tzolkin, vale a dire il calendario sacro, e lo haab, cioè il calendario civile;  altre fonti, di contro, menzionano anche un terzo calendario, il Tun, volto ai  calcoli lunghi. Il Tun sembra che venga inserito nel calendario civile, cioè sembra che sia un sinonimo per definire il calendario civile: l’uso di calcoli lunghi, infatti, si può fare solo con un calendario lungo che è appunto quello civile.
Lo tzolkin sembra invece un calendario di carattere divinatorio e rituale, diviso in 13 mesi di 20 giorni l’uno per un totale di 260 giorni. In questo calendario c’è il concetto di giorno (kin) ed esistono due tipi di grandezze superiori al giorno ma non paragonabili né alla nostra settimana né al nostro mese. Esiste comunque un nome per definire il mese nel calendario tzolkin: uinik.
I Maya avevano un certo atteggiamento nei confronti dei giorni e delle cifre: li vedevano sotto un aspetto divino. C’erano giorni considerati fausti ed altri considerati infausti.
Di riflesso alcune decisioni pregnanti venivano prese esclusivamente in determinati giorni. Il secondo calendario, lo haab, era invece di 360 giorni più 5.
Lo haab corrispondeva all’anno solare. I Maya erano a conoscenza del fatto che l’anno solare fosse di 365, 242 giorni e decisero di correggere questo errore, così crearono questo calendario dividendolo in 18 periodi (pop) ognuno di 20 giorni che andavano da 0 a 19. 

Giovanni PANELLA: Cariddi, la nave che visse solo due volte.

La vicenda della Cariddi, nave traghetto dello Stretto di Messina, è stata lunga e tormentata. Costruita nel 1932, nella sua prima vita ha fatto la spola tra Messina e Villa San Giovanni, trasportando treni e passeggeri. Affondata durante la guerra, sembrò che fosse perduta per sempre. Fu invece riportata a galla, ricostruita e riprese una lunga vita di servizio, che si concluse nel 1991.


La terza vita della nave avrebbe dovuto iniziare quattordici anni fa, nel 1992, con la trasformazione in museo galleggiante del mare. La Cariddi è rimasta invece ancorata nel porto di Messina, confinata in una specie di limbo, rimanendo sospesa tra la vita e la morte finché non è affondata, questa volta definitivamente. Insomma, quella della Cariddi è una brutta storia, che lascia in bocca il sapore amaro delle occasioni perdute. Se il gusto è davvero cattivo, forse da questa vicenda si  può trarre qualche insegnamento perché, a volte, per riuscire a raggiungere un risultato bisogna prima aver toccato il fondo.


Per quanto riguarda il patrimonio marittimo, un esempio del genere si è avuto in Gran Bretagna, un paese che oggi in Europa viene considerato all’avanguardia delle politiche di salvaguardia del “maritime heritage”. Ma non è sempre stato così, visto che cinquanta anni fa gli inglesi non si facevano problemi a distruggere sistematicamente tutte le loro “vecchie navi”, convinti che il loro patrimonio sarebbe stato inesauribile. La vicenda culminò nel 1948 , quando per mancanza di fondi ma soprattutto di interesse, fu proprio la “Royal Navy” a rimorchiare in mezzo alla Manica la fregata Implacable, unica superstite della battaglia di Trafalgar (insieme alla Victory) e la fece saltare in aria. Da allora in Gran Bretagna il movimento per la salvaguardia del patrimonio marittimo si è raccolto sotto lo slogan: “Never again” e cioè “Mai più un caso del genere”. Proprio “Never again” è diventato il motto ufficiale del “ World Ship Trust”, una associazione che negli ultimi quaranta anni ha vinto molte battaglie e ha salvato tante navi di interesse storico.


Ebbene, sembra proprio che il nostro paese voglia emulare la Gran Bretagna, distruggendo una delle nostre navi storiche più significative.


La Cariddi entrò in servizio nel 1932 come traghetto ferroviario e la sua attività continuò anche durante la guerra, quando l’unità, insieme agli altri mezzi operativi nello Stretto, riuscì nel difficile compito di trasportare in Calabria le forze italo- tedesche in ritirata dalla Sicilia. Tale sgombero venne effettuato in condizioni critiche: in acque ristrette e sotto il totale dominio aereo-navale degli Alleati. Le navi che operavano nello Stretto erano considerate obiettivi prioritari dai bombardieri anglo-americani e la Cariddi fu oggetto di numerosi attacchi, che però non la danneggiarono mai seriamente. Compiuta questa impresa, il 16 agosto 1943 il traghetto, ancora carico di mezzi militari, fu portato al largo per affondarlo. La nave sembrava però dotata di una volontà propria, perché l’apertura delle valvole non portò a nessun risultato e fu necessario far brillare delle cariche esplosive. Solo allora la Cariddi affondò, capovolgendosi su un fondale di venti metri.


Recuperato nel 1949 superando notevoli difficoltà tecniche, con lo scafo che era ridotto ormai a poco più dell’opera viva, fu rimorchiato nel cantiere di Riva Trigoso, dove venne completamente trasformato. Venne tagliato in due e allungato di 11 metri, con l’aggiunta di un quarto binario e di un secondo finto fumaiolo. Inoltre fu installato un  portellone prodiero:  il dislocamento a pieno carico passò quindi a circa 5.000 tonnellate e la velocità massima a 16,7 nodi. Il nuovo varo, con conseguente inizio della seconda vita, avvenne il 20 ottobre 1953.


Da allora la Cariddi fu un