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Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro. Sulle tracce del vino in Basilicata.

Il volume, di Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro, con “Sorsi di… viti-vini-cultura” di Stefano Del Lungo, propone un originale percorso di scoperta del patrimonio storico, archeologico ed enologico della Basilicata.
L’opera si sviluppa attraverso quattro itinerari dedicati alle denominazioni di origine controllata della regione (Aglianico del Vulture, Terre dell’Alta Val d’Agri, Grottino di Roccanova e Matera), accompagnando il lettore alla scoperta di borghi, vigneti, cantine ipogee, luoghi di culto, musei e siti archeologici, nei quali il vino costituisce il filo conduttore per la lettura del territorio e delle sue stratificazioni storiche.
Pensato come un taccuino di viaggio, il volume si rivolge a un pubblico eterogeneo, dagli appassionati di enoturismo alle famiglie, fino a educatori e operatori del patrimonio culturale.
La proposta editoriale favorisce forme di apprendimento informale e partecipato: gli adulti svolgono una funzione di mediazione culturale, facilitando l’accesso ai contenuti storici e archeologici da parte dei più giovani; questi ultimi sono coinvolti attraverso attività didattiche e sezioni dedicate all’osservazione guidata e alla rielaborazione grafica.
Il testo è inoltre arricchito da una mappa enoturistica e da adesivi delle DOC da applicare al termine di ogni itinerario.
Le autrici, Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro (archeologhe, CNR-ISPC), valorizzano il patrimonio culturale della Basilicata attraverso la relazione tra archeologia, storia, paesaggio e cultura del vino.
Il contributo “Sorsi di… viti-vini-cultura”, a cura di Stefano Del Lungo (archeologo CNRISPC), offre un inquadramento delle radici storiche della vitivinicoltura lucana, delineando il contesto culturale entro cui si inseriscono gli itinerari proposti.
L’opera rappresenta, dunque, uno strumento innovativo di conoscenza e promozione del territorio, contribuendo alla diffusione di una forma di enoturismo consapevole e sostenibile fondata sul dialogo tra patrimonio culturale e tradizioni enologiche.

Info:
Dibuono Edizioni
Taccuino e mappa enoturistici per itinerari tra borghi, vigneti, siti e musei archeologici (Dibuono Edizioni, 2026, 128 pp.)

Il volume è consultabile e scaricabile al seguente link:
https://www.terredellaltavaldagri.it/sulle-tracce-del-vino-in-basilicata/

Michele Santulli. I Campi Elisi e l’abbiezione di oggi.

A Parigi l’arteria più maestosa e più prestigiosa conosciuta e celebrata in tutto il mondo, porta il nome di ‘Viale dei Campi Elisi’ e la sede del Capo dello Stato si chiama perfino ’Eliseo’. Che cosa dunque sono i ‘Campi Elisi’ di cui Parigi conserva gelosamente la memoria gloriosa?

Come ben si sa, la morte è da sempre connessa al grande mistero: che cosa c’è dopo? E l’uomo nel corso della sua storia si è arrovellato il cervello per conoscere e sapere: e le risposte e le ipotesi formulate sull’Aldilà sono multiformi e variegate a seconda dei luoghi e delle civiltà.
Qui vogliamo richiamare alla memoria come avevano risolto tale mistero gli antichi Romani ed esattamente nel momento storico della massima gloria e grandezza, vale a dire tra l’ultimo secolo della Repubblica ed il primo dell’Impero.

Tutti al momento fatale erano destinati ad un luogo chiamato Inferi oppure Averno oppure Ade e qui, a seconda della condotta in vita, i poeti e gli artisti avevano inventato differenti modi di espiazione a seconda delle rispettive condotte in vita.
Mentre, esclusivamente per gli eroi e per le persone buone, cioè gli eletti ed i prediletti degli dei, i Romani si inventarono un luogo speciale ed esclusivo di delizie e di bellezza e di godimento, in mezzo ai fiori, agli animali, agli alberi di frutta, al suono dei ruscelli limpidi che scorrevano ed al canto degli uccelli, dove non si conosceva né freddo né calura né ghiaccio, ma solo il lieve soffio degli zefiri cioè delle brezze delicate e dolci del mare contiguo: un luogo dunque di piacere e di riposo e di contemplazione delle anime, un luogo che nelle Scritture Orientali si chiamava Eden, cioè Paradiso Terrestre: esente da cure, bisogni ed affanni. I Romani come si sa erano non solo uomini di guerra, di legge e di cultura, ma anche di piaceri e di godimenti ed in particolare di quelli che chiamavano ‘otia’: coloro che lo potevano, si costruivano, per esempio, magioni e ville nei luoghi più ricercati ed ammirati: Capri, Sperlonga, Tivoli, Ischia, Napoli… Ma quella certamente più amata e più baciata dalla natura e dalla bellezza era la regione nota come Campi Flegrei dove erano, e sono, piccoli laghi somiglianti a smeraldi, golfi ed insenature e promontori che proteggevano dalle calamità e dalle intemperie, città e luoghi che erano il segno addirittura della predilezione degli dei e cioè Cuma, Bacoli,  Baia, Capo Miseno… e a vista d’occhio Ischia e Procida e un pò più distante la presenza miracolosa di Pompei ed Ercolano! Tutto intorno aranceti, piante di frutta, vitigni pregiatissimi, pini marittimi, verzura, ruscelli, animali, profumi ed odori e suoni unici al mondo, mentre al di sopra, più a settentrione, quasi a proteggere questo lembo di delizia e di magia, fumi e vapori ed acqua bollente e gas puteolenti che sprizzavano e schizzavano  fragorosamente dal suolo con rutti orribili tenendo lontani i mal intenzionati…

E in questa regione veramente felice unica dell’Impero, ineguagliabile, i Romani collocarono sia il loro Paradiso Terrestre e sia il loro Inferno! In quello puzzolente ed infuocato collocarono il regno dei morti che, come detto, chiamarono Inferi o Averno, dove era destinata la gente comune e cattiva; mentre tutto il territorio che si specchiava nel mare azzurro protetto dalla volta del cielo con lo sguardo verso Procida e Ischia….erano …i Campi Elisi, l’aldilà degli eroi e delle anime buone!
I campi Elisi erano cioè a Cuma, a Baia, intorno al lago di Fusaro, al lago di Lucrino, a Capo Miseno….
Che cosa era e che cosa è stato: leggere quello che hanno detto i Romani di questi luoghi incantati, a cominciare da Orazio, Plinio il Vecchio, il naturalista, colui che per primo ha visto e descritto la eruzione de Vesuvio, è qui che aveva scelto la sua dimora definitiva, ma soprattutto quello che ci hanno trasmesso i poeti e gli artisti principalmente europei che li hanno visitati regolarmente nel corso dei secoli fino al fatidico 1860: Goethe così sbalordito ed affascinato al cospetto di tanta storia e di tanta bellezza intatta e intonsa confessò, lui sommo poeta, di non trovare le parole idonee a descrivere lo spettacolo prodigioso davanti ai suoi occhi; veramente si cade preda e vittima della sindrome descritta e vissuta da qualche grande artista: si cade in deliquio ed in tramortimento: quanta bellezza, quanto godimento, quanta pace!
Inaudito. Il Re di Napoli  verso la fine del 1700, talmente anche lui innamorato dei luoghi, ordinò al suo architetto di creare un ricovero in mezzo ad uno di questi laghi, anzi di questi occhi della Natura, dove rifugiarsi e stare solo e godere i luoghi magici  e quell’aria unica al mondo; ed in effetti ancora oggi, miracolosamente preservato, ammiriamo nel lago di Fusaro questo casino reale borbonico, simile ad una vera pietra preziosa incastonata in un’altra pietra preziosa quale è lo specchio di acqua luccicante del lago…

Ma si vada oggi in questi luoghi: una volta patria del mito e della bellezza: la nemesi perversa ha voluto che l’incanto e la bellezza della natura conservatisi indenni ed intatti per secoli e secoli, cedessero il posto al loro esatto contrario, cioè allo schifo ed al ribrezzo ed alla perversione. E’ indescrivibile quanta bruttezza e naturalmente quanta immondizia sono state riversate e spalmate a guisa di lebbra in queste ultime decadi sui Campi Elisi: una cementificazione spietata e selvaggia  iniziata a Pozzuoli che tutto ha distrutto ed ingoiato, dei seni e dei golfi e delle baie e dei luoghi unici al mondo, per di più una cementificazione miserabile e volgare che appiccicata una all’altra  ancora di più accresce la disperazione e la impotenza di fronte alla immane distruzione, impunita e consentita, del paradiso terrestre e dei campi elisi.

Casupole sicuramente cresciute una appresso all’altra come bubboni pestilenziali, uno spettacolo osceno e frastornante aumentato ed accresciuto dal traffico,  dai tabelloni e scritte pubblicitarie in quantità inimmaginabile, dai fili elettrici e telefonici che si intersecano in alto ancor più sottolineando lo spettacolo della precarietà e del degrado e della improvvisazione.

I Campi Elisi divenuti cemento e asfalto, nella indifferenza generale, nella inerzia criminale dei controllori: una miniera d’oro zecchino trasformata in discarica!
I Campi Elisi sono divenuti la Geenna di Gesù Cristo, il Tartaro e l’Orco della Mitologia, l’Inferno di Dante.
E’ impossibile descrivere tanta sciagura e così grosso tracollo e fallimento della civiltà e della cultura.  Oggi, in questo luogo d’incanto!!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

I musei archeologici dei piccoli paesi sono un patrimonio straordinario (da salvare).

Se ci si trova a passeggiare per un piccolo paese italiano, non è raro imbattersi in curiosi musei dedicati ai temi e soggetti più disparati: il bottone, il rubinetto, la bilancia, le bambole, il cavatappi. Luoghi al limite del bizzarro, spesso nati per goliardia con l’intento di valorizzare tradizioni e peculiarità locali, e che proprio per la loro originalità attirano l’attenzione del pubblico diventando meta per molti turisti.
Assai più facile, invece, è passare davanti a un piccolo museo archeologico senza nemmeno accorgersene. Eppure, dietro l’aspetto dimesso di edifici che sfiorano l’abbandono, con facciate scolorite e portoni che reclamano una mano di vernice, si custodiscono alcune delle testimonianze più preziose della storia del nostro Paese.
In un museo archeologico di provincia può capitare di trovarsi davanti a oggetti che hanno attraversato migliaia di anni: coppe etrusche ed elmi piceni, iscrizioni d’epoca romana, spille, anelli e corredi funerari. Non sono reperti scelti per rappresentare la “grande storia” nazionale, ma frammenti di storie “minori”, locali, che, messe insieme, compongono il mosaico della nostra identità.

I piccoli musei archeologici delle aree interne
Molti di questi oggetti provengono da necropoli, campagne, insediamenti e santuari situati a pochi chilometri dal museo che li ospita. È proprio il forte legame con il territorio a rendere queste piccole istituzioni così significative: in modo poco eclatante e spettacolare, i musei archeologici sparsi nelle aree interne del Paese raccontano i luoghi in cui si trovano, e il modo in cui quei luoghi sono cambiati nel corso dei secoli. Eppure, vista la lontananza dai grandi circuiti turistici, questi preziosi baluardi di storia vivono una condizione di costante fragilità, tra risorse limitate e scarsa visibilità.
“L’archeologia è la più politica delle discipline legate al patrimonio culturale”, dice Anna Rizzo, antropologa, studiosa e attenta osservatrice dei fenomeni relativi alle aree interne. “I piccoli musei di provincia raccontano la storia profonda di un territorio. Sono poco conosciuti e in molti casi devono la loro costituzione alla comunità dei residenti, appassionati di storia e di archeologia che hanno conservato in maniera informale piccole collezioni di reperti: rinvenimenti fortuiti avvenuti durante le lavorazioni agricole, pastorali o la movimentazione della terra. Ceramiche, monete, epigrafi, oggetti di uso quotidiano che permettono di ricostruire la vita delle antiche popolazioni e di valorizzare il contesto. Il coinvolgimento della comunità dei residenti è fondamentale per la conservazione della memoria, perché custodiscono reperti provenienti dagli scavi locali”.

Un patrimonio che parla alle comunità
I piccoli musei archeologici (in Italia se ne contano circa quattrocento sparsi da Nord a Sud) svolgono una funzione che va ben oltre la semplice conservazione dei reperti. Sono luoghi in cui una comunità può riconoscere le proprie radici, comprendere come il paesaggio che la circonda si sia formato, e riscoprire il legame con le popolazioni che lo hanno abitato prima.
Questa dimensione narrativa rende i musei archeologici strumenti preziosi anche sul piano educativo. Ogni anno accolgono scolaresche, organizzano laboratori, visite guidate e attività pensate per avvicinare le nuove generazioni alla storia del proprio territorio. Per molti bambini e ragazzi rappresentano il primo incontro con l’archeologia e con l’idea che il passato non sia qualcosa di distante, ma una presenza concreta sotto i propri piedi.
“In primo luogo i musei archeologici devono essere attrattivi per i giovani, cercando di coniugare il rigore scientifico con un approccio multimediale e immersivo”, spiega Stefano Papetti, curatore scientifico delle Collezioni Comunali di Ascoli Piceno. “Il Museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno ha infatti rinunciato alla consueta pannellistica, privilegiando la realtà aumentata, il ricorso al video, a pannelli retroilluminati che presentano i longobardi, i loro costumi, le consuetudini di vita. Per questo tipo di allestimento coinvolgente abbiamo ricevuto nel 2020 il ‘Premio Francovich’ da parte dei medievisti italiani. Attraverso questo percorso interattivo il Dipartimento Educativo contribuisce con le proprie attività didattiche a sottolineare la continuità storica delle tradizioni, del linguaggio che deriva dalla presenza dei longobardi nel territorio Piceno; questo ovviamente è molto attraente per i giovani e contribuisce a una migliore consapevolezza della loro identità”.

I piccoli musei italiani, tra sfide e possibilità
Nonostante il loro valore, molti musei archeologici locali devono però confrontarsi quotidianamente con difficoltà strutturali e di gestione. Le risorse economiche sono spesso limitate e dipendono in larga parte dai bilanci dei piccoli Comuni, che devono conciliare la tutela del patrimonio con molte altre esigenze, spesso più urgenti. Ne derivano allestimenti che faticano ad aggiornarsi, interventi di manutenzione rinviati per anni, attività didattiche ridotte e una comunicazione spesso insufficiente (per la stesura di questo articolo abbiamo provato a contattare diversi musei, con risultati a volte sconfortanti: numeri di telefono non più attivi, siti internet a dir poco antiquati, giri dell’oca infiniti per parlare con i responsabili).
Anche il personale rappresenta una delle principali criticità con cui questi luoghi sono costretti a confrontarsi. Non è raro trovare musei aperti solo in alcuni giorni della settimana o affidati a collaboratori e volontari che, pur con grande passione, non possono garantire una presenza continuativa – né tantomeno competenze adeguate al ruolo. La mancanza di archeologi, curatori ed educatori museali limita, inoltre, la possibilità di trasformare i reperti in un racconto accessibile e coinvolgente, creando una frattura tra il pubblico presente e il contenuto. In altre parole, la fragilità di queste istituzioni non dipende dalla qualità del patrimonio custodito, spesso di valore eccezionale, bensì dalla difficoltà di trasformarlo in una risorsa condivisa e accessibile.

Salvare i piccoli musei per salvare la memoria dei territori
La sfida, oggi, non consiste soltanto nel conservare gli oggetti, ma nel renderli comprensibili e vivi. Servono allestimenti che sappiano valorizzare e mettere in relazione reperti, paesaggio e storia locale, ma anche reti di collaborazione tra musei, siti archeologici, amministrazioni e associazioni culturali di territori diversi, chiamati a fare squadra per sopperire all’assenza di un adeguato sostegno pubblico, creando partenariati e collaborazioni stabili. Un buon esempio in merito è il Parco Archeologico di Altino, che dal 2024 è parte dei Musei Archeologici di Venezia e della Laguna; un cambio di gestione e di prospettiva che ha garantito alla struttura maggiore consistenza e capacità di azione sul territorio.
Così Marianna Bressan, direttrice dei Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna: “Il Parco Archeologico di Altino si trova a Quarto d’Altino, in provincia di Venezia, e dal 2024 fa parte dei Musei Archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, istituto autonomo del Ministero della Cultura che comprende anche il Museo Archeologico nazionale di Venezia, Palazzo Grimani e il futuro Museo Archeologico nazionale della Laguna al Lazzaretto Vecchio. L’ingresso in questo sistema consente di raccontare l’archeologia del territorio in modo più ampio e completo: i quattro Musei sono capitoli di un’unica storia che include l’antica città di Altino, l’antropizzazione della Laguna e delle isole fino ad arrivare al collezionismo dei reperti archeologici.
Con il passaggio all’istituto autonomo ripensiamo al ruolo del Parco come parte integrante di un sistema che a Venezia e nella Laguna parla di archeologia. La sfida è consolidare e aumentare il rapporto con le scuole e con il pubblico locale, che rappresentano da sempre interlocutori fondamentali, e allo stesso tempo, grazie alla rete con i musei di Venezia, aprire sempre di più Altino ai visitatori italiani e internazionali”.

Alcuni esempi virtuosi dal nord al sud
Ma gli esempi degni di nota su scala nazionale potrebbero essere tanti; strutture che, grazie a una gestione lungimirante e al sostegno di contesti sociali e politici favorevoli, hanno saputo crescere nel tempo, garantendo alle collezioni custodite al loro interno un’esposizione adeguata e una fruizione di qualità. Rientrano in questa categoria il Museo Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale, nel Comune di Padula (provincia di Salerno), il Museo Civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (provincia di Grosseto) e il Museo Archeologico di Verucchio (provincia di Rimini): istituzioni che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a raccontare storie straordinarie e a valorizzare un patrimonio di grande rilievo, lontano dai grandi centri del Paese.
Cristina Giovagnetti, direttrice del Museo Archeologico di Verucchio e Silvia Cesari, operatrice museale, raccontano così la loro realtà, attiva in un Comune di 10mila abitanti: “Tra le colline della Valmarecchia, Verucchio è il cuore di scoperte archeologiche uniche in Italia. Il suo Museo Archeologico custodisce uno dei più importanti patrimoni della cultura villanoviana: raccoglie reperti eccezionali datati tra il IX e il VII secolo a.C., testimonianze di una società aristocratica raccontata attraverso raffinati corredi funerari, armi, tessuti, gioielli e oggetti di straordinario valore. Un patrimonio che da sempre rappresenta un motivo di orgoglio per la comunità locale e richiama l’interesse di studiosi e appassionati anche dall’estero. Eppure, nonostante il suo prestigio scientifico, il museo resta una realtà poco conosciuta. La distanza dai principali flussi turistici e la cronica scarsità di risorse rendono difficile valorizzare un’eccellenza che meriterebbe ben altra visibilità. Chi entra al museo ne esce sempre sorpreso, ma far conoscere questa realtà resta una sfida quotidiana. Nonostante i mezzi limitati, il lavoro di valorizzazione non si ferma: attività e iniziative scientifiche continuano a raccontare un patrimonio unico, con l’obiettivo di far crescere un luogo che merita di essere scoperto”.

Piccoli musei archeologici: un patrimonio da sostenere
Investire in queste realtà vuol dire promuovere una cultura diffusa, sostenere un turismo più lento e consapevole, e offrire alle nuove generazioni strumenti per comprendere il passato del proprio territorio. Significa, anche, riconoscere che il patrimonio italiano non è fatto soltanto di grandi monumenti e musei celebri, ma di centinaia di piccole istituzioni che, silenziosamente e con supporti statali sempre più limitati, continuano a custodire le radici del Paese.

Autore: Alex Urso

Fonte: www.artribune.com 29 lug 2026

ROCCA SAN FELICE (Av). Un borgo speciale tra storia, archeologia, natura e leggende da…mistero.

Alla scoperta dei tesori storici d’Appennino: Rocca San Felice, il borgo medievale dell’Alta Irpinia tra archeologia, natura incontaminata e mistero.
Accanto ai borghi più noti, il pubblico cerca l’insolito, tra cui le leggende legate a piccoli centri medievali arroccati, perfetti da esplorare prima che il caldo dell’estate si faccia sentire e come. Rocca San Felice è esattamente questo: un incantevole borgo medievale incastonato nell’Alta Irpinia, a 750 metri sul livello del mare, che aspetta solo di essere scoperto da viaggiatori curiosi di autenticità. Questo piccolo gioiello di appena 843 abitanti, situato a soli 52 km da Avellino, racchiude in sé tutto il fascino dell’Irpinia più vera: un castello longobardo che domina la Valle d’Ansanto, una delle più suggestive peculiarità geologiche d’Europa, ed una tradizione gastronomica che celebra prodotti unici al mondo.
Se cerchi una destinazione fuori dai percorsi battuti, dove storia, natura e sapori si fondono in un’esperienza indimenticabile, Rocca San Felice è l’attrattore -s’intende uno dei tanti- che stai cercando. Il caratteristico sito affonda le sue radici nell’epoca preromana. Già nel VII secolo a.C., il territorio era sede del culto della dea Mefite, divinità legata alle esalazioni sulfuree della Valle d’Ansanto che Virgilio descrisse nell’Eneide come una delle “porte dell’inferno”.
Il borgo medievale vero e proprio nacque nel 848 d.C., come fortezza longobarda per delimitare i confini tra i Principati di Salerno e Benevento. La torre di pietra, mutilata dal tempo ma ancora imponente, veglia sull’abitato che si sviluppa lungo i fianchi dell’altura, garantendo un controllo strategico sul fiume Fredane. Ma ciò che rende Rocca San Felice davvero speciale, è come il trascorrere dei secoli non l’abbia stravolta. Il borgo è formato da case basse interamente costruite con pietra locale, disposte lungo vicoli stretti punteggiati da archi e scorci pittoreschi. Questo insieme architettonico si distingue come uno dei luoghi più suggestivi della Campania, con la sua Rocca del Castello che domina il paesaggio fino alla Valle d’Ansanto.
Gli abitanti, chiamati rocchesi, portano avanti con orgoglio la loro identità e le loro tradizioni, rendendo il borgo un concentrato di fascino autentico, con la comunità locale che vive con passione e dedizione il proprio territorio, il cui simbolo è appunto il Castello Longobardo.
Oggi di tale scrigno rimane il torrione principale (il Donjon), le torrette di avvistamento, una cisterna ed una delle porte di accesso. Citato per la prima volta nel 1150 come possedimento di Ruggiero di Castelvetere, nel 1236 vi fu imprigionato il figlio dell’imperatore Federico II.
Dal 1440 ne furono signori le famiglie Saraceno, Caracciolo e Reale. Il castello offre una vista panoramica spettacolare sulla Valle d’Ansanto e rappresenta un testimone di un passato turbolento e glorioso.
Secondo la leggenda popolare, nelle notti di luna piena il fantasma di Margherita d’Austria, giovane sposa di Enrico VII di Svevia, si aggira ancora tra i ruderi della fortezza in cerca del suo Enrico. Poco distante dal borgo, nella suggestiva Valle su menzionata, si trova uno dei luoghi più misteriosi ed unici d’Europa: la Mefite, sito naturalistico che presenta un laghetto di origine solfurea con emissioni continue di anidride carbonica mista ad acido solfidrico, che creano un paesaggio “lunare”, dove la vegetazione scompare. Le esalazioni gassose producono il ribollire permanente delle acque in una zona non vulcanica, fenomeno senza eguali al mondo. La Mefite espelle 900 tonnellate al giorno di gas, rendendola il luogo non vulcanico con le più alte emissioni al mondo. Virgilio lo descrisse come uno degli accessi agli Inferi, simile al Lago d’Averno dei Campi Flegrei. Esso è stato inserito nella lista dei Luoghi del Cuore del FAI (Fondo Ambiente Italiano).
Edificata nell’XI secolo, la chiesa madre di Santa Maria Maggiore domina il borgo con il suo imponente campanile. Rasa al suolo dal terremoto del 1980, completamente ricostruita e riaperta nel 1991, custodisce un pregevole Crocifisso ligneo del Settecento e statue lignee di San Felice patrono, della Madonna di Costantinopoli, di San Giuseppe, San Vito, San Vincenzo e San Francesco di Paola. Per raggiungerla si percorrono le rippe, una serie di scalinate delimitate da muri di pietra che salgono verso la sommità della collina.
Ancor più antico della chiesa madre, il Santuario di Santa Felicita fu costruito nel IV secolo da San Felice di Nola, nel luogo dove si praticava il culto pagano di Mefite. Distrutto dai terremoti del 1688 e 1694, l’edificio sacro venne ricostruito alla fine del Seicento e nuovamente nel 1928, dopo i danni della Prima Guerra Mondiale.
Nelle vicinanze della chiesa madre, si trova il Museo civico dedicato a don Nicola Gambino, con reperti archeologici di recente ritrovamento, inclusi anfore, terrecotte e l’altare della dea Mefite, che ha suscitato paura e reverenza fin dall’antichità. La dea Mefite, etimologicamente “colei che sta in mezzo”, era inizialmente una divinità pacifica che presiedeva ai passaggi geografici e simbolici. Col tempo si trasformò in uno spirito malefico, alimentando leggende che per secoli nutrirono la fantasia popolare e divenendo, nell’immaginario collettivo, il passaggio dalla terra agli Inferi. Gli antichi, infatti, collocavano qui uno degli accessi agli inferi, ed il santuario era noto ancora al tempo dei romani. Con l’avvento del Cristianesimo, questo culto fu soppiantato da quello di Santa Felicità.
Tanti, dunque, i tesori del passato che si distinguono in simbiosi con le meraviglie di una natura sana, genuina, che consente anzitutto di respirare aria pulita. E di sentirti parte di una comunità che vive con orgoglio le proprie radici, lasciando che l’Alta Irpinia ti racconti la sua storia. Un viaggio da sogni da scoprire, che inizia proprio qui.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it