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Michele Zazzi. La battaglia navale di Cuma (474 a.C.): fine della talassocrazia etrusca.

Nel 474 a.C. la flotta etrusca delle città dell’Etruria meridionale, per cercare di limitare l’espansionismo dei Greci nel Mediterraneo e riprendere il controllo dei collegamenti con l’Etruria campana, salpò verso Cuma con intento di conquista.
I cumani, preoccupati della potenza etrusca, chiesero aiuto a Ierone I (o Gerone), tiranno di Siracusa, che intervenne prontamente in ausilio della città campana. Lo scontro avvenne vicino a Capo Miseno e grazie al determinante supporto siracusano si risolse in una disfatta etrusca.
Le fonti greche raccontano con toni trionfali della vittoria ellenica (Pindaro, Prima Ode Pitica, all’antistrofe IV, versi 71-80; Diodoro Siculo, in Bibliotheca historica (Βιβλιοθήκη ίστορική), XI, 51). Diodoro Siculo, in particolare, riferisce che Ierone “ …. inviò in aiuto numerose triremi. I comandanti di queste navi ….. combatterono con le forze locali contro i Tirreni e, distruggendo molte loro navi, ottennero una grande vittoria. Umiliarono i Tirreni, liberarono i Cumani dal terrore e tornarono gloriosamente a Siracusa».
L’evento bellico risulta attestato anche dal ritrovamento ad Olimpia (nel contesto di un grande santuario) di tre elmi (uno di tipologia greca, due di tipologia etrusca) inscritti in lingua greca con dedica da parte di Gerone a Zeus. Sugli elmi defunzionalizzati si legge (tra i tre caschi vi sono piccole differenze) “Ierone, figlio di Deinomene, e i Siracusani a Zeus. Preda tirrenia da Cuma”. Due degli elmi sono attualmente conservati nel Museo Archeologico di Olimpia, il terzo è esposto al British Museum.
La sconfitta navale di Cuma segnò inesorabilmente la fine della talassocrazia etrusca sul Mar Tirreno – ormai sotto il controllo dei Siracusani – e la perdita di importanza dei grandi porti dell’Etruria meridionale.

Sulla battaglia di Cuma cfr., tra gli altri, Giovanni Schioppo, La battaglia navale di Cuma (474 a.C.).

Immagini dell’elmo esposto al British Museum, degli elmi conservati nel Museo Archeologico di Olimpia e del dipinto “Gerone I raffigurato nel carro dopo aver vinto la corsa nei giochi olimpici” realizzato da James Barry.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi- La battaglia di Alalia o del Mare Sardo.

I Greci della Focea dopo aver fondato la colonia di Massalia (Marsiglia) intorno al 600 a.C. si stabilirono verso il 565 – 560 a.C. ad Alalia in Corsica.
Nel 545 a.C. i profughi di Focea, a seguito della conquista da parte dei Persiani, si rifugiarono ad Alalia. I Focei forti del loro numero si resero protagonisti di episodi di pirateria.
Gli Etruschi ed i Cartaginesi (allocati sulla costa orientale della Sardegna) si sentirono minacciati dai Focei ed unirono le loro forze per contrastare gli ultimi arrivati onde riacquisire il controllo del Mar Tirreno.
Lo scontro – secondo la testimonianza di Erodoto (Storie, I 164 e ss.) – avvenne introno al 540 a.C. nel Mare Sardo (probabilmente tra le Bocche di Bonifacio e Alalia) e coinvolse 60 navi greche e 120 navi degli alleati (60 etrusche e 60 fenicie).
Lo storico greco parla di vittoria dei Focei (con spirito ellenico!) ma definisce la vittoria “cadmea”, cioè con gravissime perdite per i vincitori che, infatti, persa la flotta (40 navi furono affondate e 20 risultarono inutilizzabili) fecero ritorno ad Alalia e successivamente (nel 535 a.C circa) la abbandonarono diretti verso Reggio e poi a sud di Paestum dove fondarono Ielea/Velia.
Alla battaglia sul Mare Sardo potrebbero forse aver partecipato varie città etrusche della costa, ma sicuramente un ruolo principale (se non esclusivo) lo ebbe Caere, come si desume anche da quanto riportato da Erodoto che riferisce che i prigionieri furono portati a Caere ed ivi lapidati.
La battaglia di Alalia ebbe un grande impatto politico e commerciale in quanto impedì ancora per poco meno di 70 anni (fino alla sconfitta di Cuma del 474 a.C. ad opera dei Siracusani) l’espansione greca nel Mar Tirreno, consentendo agli Etruschi di mantenerne il controllo seppur in condivisione con i Cartaginesi.

Per la complessiva analisi della battaglia di Alalia cfr, tra l’altro, La battaglia che ha cambiato la storia ALALIA. Greci, etruschi e cartaginesi nel Mar Mediterraneo del VI secolo a.C., Ara edizioni, 2019, a cura di Simona Rafanelli.

Immagini di navi da guerra etrusche tratte da ceramica a figure nere ritrovata in Etruria (cratere di Aristonothos e hydria del Pittore di Micali).

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. La pena del sacco era di origine etrusca?

Uno dei supplizi più atroci previsti dal diritto romano era la pena del sacco (poena cullei).
La pena, che nel tempo subì vari cambiamenti, veniva comminata ai parricidi. Al parricida venivano fatti indossare degli zoccoli di legno (probabilmente per impedirgli di contaminare il terreno) ed un cappuccio di pelle di lupo (che voleva sottolineare l’uscita del condannato dalla società umana e civile) e condotto nelle carceri.
Dopo la fustigazione, il colpevole veniva chiuso dentro un sacco di cuoio (culleus) con un cane, un gallo, una vipera e una scimmia (ma gli animali potevano variare). Il sacco veniva poi caricato in un carro trainato da un bue nero e portato sulle rive di un fiume o del mare, dove veniva gettato.
Il rito oltre che particolarmente violento aveva forte valenza simbolica. In sostanza il parricida non solo non veniva sepolto ma prima di morire veniva privato del contatto con gli elementi: l’aria, la terra e l’acqua.
Secondo la tradizione la pena sarebbe stata introdotta a Roma da Tarquinio il Superbo per punire il decemviro M. Atinio che aveva divulgato i segreti dei sacri riti civili e, successivamente, il supplizio fu esteso ai parricidi, in quanto la profanazione dei genitori e degli dei doveva essere espiata allo stesso modo (Valerio Massimo I, I, 13; cfr. Dionigi di Alicarnasso. 4,62; Zonara, Ann. 7,11).
Per l’analisi della Pena del Sacco cfr. Eva Cantarella I Supplizi Capitali Origine e funzioni delle pene di morte in Grecia e a Roma, BUR, 2005, pagg. 215 e ss.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Santulli. 450 anni, la notte di San Bartolomeo.

Era la notte tra il 23 al 24 agosto del 1572 a Parigi in occasione del matrimonio di Enrico di Navarra futuro re Enrico IV, con la figlia di Caterina dei Medici, madre del re di Francia: verso le 3 di notte, chiuse le porte della città, un manipolo di cattolici assali e ammazzò nel sonno una quantità di protestanti venuti per essere presenti alle nozze del loro capo Enrico…

Leggi tutto nell’allegato: 450 ANNI, LA NOTTE DI SAN BARTOLOMEO

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu