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Michele Zazzi. Porsenna re degli etruschi.

La storiografia nel tempo si è posta il dubbio della storicità della figura di Porsenna. Secondo alcuni Porsenna sarebbe un personaggio leggendario; si ritiene che il nome non sia altro che una personificazione della magistratura etrusca Purth, Purthsna. Per altri Porsenna e Macstarna (Servio Tullio) sarebbero la stessa persona. La prevalenza degli studiosi oggi però tende a ritenere che il personaggio sia realmente esistito.

Muzio Scevola davanti a Lars Porsenna di Peter Paul Rubens e Anthony van Dyck (1620 circa)

La tradizione romana (Tito Livio, I, 9 – 15) riferisce che Tarquinio il Superbo cacciato dal trono di Roma (509 a.C.) avrebbe chiesto aiuto a Laris Porsenna, re di Chiusi. Il condottiero etrusco avrebbe stretto d’assedio la città laziale, ma poi, colpito ed ammirato da alcuni atti di eroismo (Orazio Coclite, Muzio Scevola, Clelia), avrebbe abbandonato il progetto di rimettere sul trono Tarquinio concedendo la pace ai Romani. Porsenna avrebbe anche cercato di espandersi nel Lazio per ripristinare i contatti con le città etrusche della Campania, ma l’esercito comandato dal figlio Arrunte sarebbe stato sconfitto dai Latini e dai Cumani ad Ariccia (505 a.C.). A seguito della sconfitta il sovrano etrusco avrebbe fatto ritorno a Chiusi.
Secondo altre fonti (Tacito, Hist., III, 72) – forse più credibili – invece nel 507 – 506 a.C. vi sarebbe stato un vero e proprio dominio di Porsenna sulla città ed il Senato per ottenere la pace avrebbe dovuto riconoscere la potestà del vincitore ed accettare il divieto di usare il ferro salvo che per l’agricoltura (Plinio il Vecchio Nat. Hist. XXXIV, 14, 46 e 139),

Ritratto di Porsenna in Promptuarii iconum insigniorum…

Le fonti latine e greche definiscono variamente Porsenna, re di Chiusi, di Chiusi e di Orvieto o più genericamente re dell’Etruria o degli Etruschi. Ci si è quindi chiesti se il sovrano fosse a capo della sola lucumonia di Chiusi o se avesse ricoperto cariche a livello confederale.
Plinio il Vecchio (Nat. Hist. 2, 54, 140), in particolare, racconta che Porsenna – definito re di Volsinii – avrebbe annientato il mostro Olta che minacciava la città di Orvieto evocando un fulmine.
Recentemente l’archeologa Simonetta Stopponi (Un santuario ed un tiranno, in Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina, Edizioni Quasar, 2020, pagg. 693 e ss.) ha proposto di connettere l’episodio riportato da Plinio ad un rinvenimento nel santuario della necropoli di Cannicella ad Orvieto. All’interno di un pozzo (di fronte ad un piccolo tempio), tra gli altri reperti, è stata ritrovata la punta di una freccia della facies del Rinaldone. La cuspide di selce, che è stata oggetto di un seppellimento rituale, viene interpretata come rappresentazione simbolica dei fulmini (in tal senso Scoliasta di Persio Sab. II, 26). L’autorevole archeologa ritiene anche che la trasformazione dell’area sacra del Campo della Fiera, ritenuta la sede del Fanum Voltumnae, in grande luogo di culto extraurbano possa essere stata determinata da un capo, che può identificarsi in Porsenna.
Il nome purzena o pursena sino ad oggi non risulta epigraficamente attestato. A Volsinii, ma non a Chiusi, in età arcaica si ritrova Pulse (al quale potrebbe essere stato aggiunto il suffisso aggettivale -na). Si ritiene che il nome abbia però un’origine umbra e quindi l’homo novus Porsenna potrebbe essere stato accolto nell’ambito della società volsiniese (in questo senso Giovanni Colonna).
Porsenna quindi potrebbe essere stato una sorta di tiranno, sostenuto da gruppi arricchitisi con il commercio e dalla classe oplitica ed appoggiato dal demos, con una signoria estesa quanto meno su Chiusi e Volsinii.

Sulla figura di Porsenna cfr.,tra gli altri, M. Di Fazio, Porsenna e la società di Chiusi, 2000, Studi di letteratura e storia dell’antichità, Università di Pavia; Diego Balestri, Porsenna, Cas Editrice Kimerik, 2019.
Le immagini riguardano: testa di Porsenna realizzata da Andrea Sansovino (1514 -1520), Muzio Scevola davanti a Lars Porsenna di Peter Paul Rubens e Anthony van Dyck (1620 circa) ed il ritratto di Porsenna in Promptuarii iconum insigniorum à seculo hominum, subiectis eorum vitis, per compendium ex probatissimis autoribus desumptis, 1553, di Guillaume Rouillé.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Mario Zaniboni. Pietre di Carnac: una meraviglia opera dell’uomo.

Appena fuori dal paese di Carnac, un comune francese con meno di 5.000 anime, sito nel dipartimento di Morbihan nella regione francese Bretagna, direttamente sull’Oceano Atlantico, sulla strada per Trinité-sur-Mer, si trova davanti agli occhi uno spettacolo che, per quanto sia stato descritto e raccontato con tantissime nitide fotografie in pubblicazioni di varie estrazioni, lascia sempre il visitatore a bocca aperta. Ciò che stupisce sono le dimensioni dell’insieme e della quantità di pietre che, opportunamente sistemate, fanno bella mostra di sé davanti al perplesso visitatore.
Questo paese è strettamente legato a ciò che conserva da migliaia di anni, tanto che il suo nome Carnac, appunto, è una variante del termine “cairn”, cioè del nome del rivestimento litico dei dolmen. Già, perché di “dolmen” e “menhir” si tratta. Infatti, le pietre di Carnac formano uno dei complessi megalitici (opere preistoriche formate da blocchi di pietra di grandi dimensioni, pressoché grezzi e grossolanamente tagliati), che si distinguono in menhir e dolmen.
I menhir, monumenti preistorici, sono costituiti da pietre singole, molto grandi e allungate e di solito di forma irregolare, piantate profondamente e verticalmente nel suolo, ma facenti parti di un complesso ordinato di allineamenti, mentre i dolmen, tombe preistoriche per una o più persone, sono alla stessa maniera infisse nel suolo e servono da sostegno a una roccia lastriforme posta orizzontalmente. Del resto, il termine dolmen significa “tavola di pietra”.
Il complesso di Carnac è una parte di un insieme particolarmente grande da farlo definire come uno dei più imponenti del mondo. Infatti, ne fanno parte le successioni di oltre 1.050 menhir allineati in undici file, che si concludono con altri 70 che formano un cerchio. Sulla stessa strada si incontra l’altro allineamento, quello di Kermario, dove 1099 menhir sono allineati a formare dieci file, cui segue quello di Kerlescan, dove le pietre sono 555, che termina con un semicerchio di 39 menhir.
L’epoca della realizzazione del complesso resta del tutto nebulosa, anche se si ritiene che appartenga al periodo neolitico, che si estende dal 4500 a.C. al 2000 a.C., perché gli archeologi non sono riusciti a trovare al di sotto delle pietre materiale utile sufficiente per sottoporlo alla prova del radiocarbonio.
Inoltre, non può sfuggire all’attenzione stupita del visitatore il Tumulo di Kercado, datato con sicurezza attorno al 6500 a.C., che è da ritenere la prima costruzione europea nata quando le piramidi egiziane non erano ancora state erette.
Ma il mistero più intrigante riguarda la ragione per la quale un complesso tanto imponente e importante sia stato realizzato, anche pensando ai mezzi di cui i costruttori avevano a disposizione.
Le ipotesi sono state tante, si potrebbe dire infinite e si può ricordarne qualcuna.
Qualcuno ha ritenuto che fosse un complesso destinato al rilevamento dei terremoti, qualcun altro ha pensato che si trattasse di un modo per onorare gli antenati. Un’interpretazione puntava sulla funzione astronomica delle pietre, ritenendo, per esempio, che fossero dei calendari, sicché i contadini potessero muoversi con sicurezza al momento di gettare le sementi nei solchi e di raccoglierne i frutti. Però, non sono mancati coloro che, sempre restando nel campo dell’astronomia, ritennero che fossero in grado di predire la comparsa delle eclissi solari o lunari.
Lo studioso Alexander Thom, che ha a lungo studiato molti megaliti sia in Gran Bretagna sia in Francia, ha concluso che, secondo lui, il complesso di Carnac era un enorme osservatorio lunare.
Comunque, sono ipotesi tutte con una loro validità, ma nessuna certezza in merito al loro contenuto.
Chissà se, come può capitare quando si sono perse tutte le speranze, non ci sia uno di quei ricercatori che non mollano mai e che abbia la fortuna di trovare quello che manca per dare la certezza a un’ipotesi. Spes ultima dea, era un detto dei nostri antichi antenati.
In ogni modo, gli studiosi non hanno abbandonato tutte le speranze, anche se, a onor del vero, sono rimaste molto poche, perché fra l’altro nel tempo i tre siti sono stati danneggiati dagli elementi atmosferici e dalla depredazione da parte di ladri.
Un tempo, tuttavia, non si dava il giusto peso a ciò che era, per dimensioni e interesse, un unicum, al mondo, tanto che i contadini spostavano le pietre per poter coltivare i campi.
Ora, il tutto è stato ripristinato, rifacendo i giusti allineamenti, e gli si è dato il suo giusto valore.
Il sito si può visitare, ma con l’accompagnamento di una guida, seguendo percorsi stabiliti, per evitare che ci possa essere un danneggiamento di quell’erba che circonda le pietre e che aiuta a preservarle dall’erosione che a lungo le potrebbe fare ribaltare.
Insomma, si tratta di un qualcosa di eccezionale, che può sorprendere anche il turista più navigato, anche quello che, secondo lui, ha già visto tutto al mondo.

Autore: Mario Zaniboni – m.zaniboni@virgilio.it

Michele Zazzi. La battaglia navale di Cuma (474 a.C.): fine della talassocrazia etrusca.

Nel 474 a.C. la flotta etrusca delle città dell’Etruria meridionale, per cercare di limitare l’espansionismo dei Greci nel Mediterraneo e riprendere il controllo dei collegamenti con l’Etruria campana, salpò verso Cuma con intento di conquista.
I cumani, preoccupati della potenza etrusca, chiesero aiuto a Ierone I (o Gerone), tiranno di Siracusa, che intervenne prontamente in ausilio della città campana. Lo scontro avvenne vicino a Capo Miseno e grazie al determinante supporto siracusano si risolse in una disfatta etrusca.
Le fonti greche raccontano con toni trionfali della vittoria ellenica (Pindaro, Prima Ode Pitica, all’antistrofe IV, versi 71-80; Diodoro Siculo, in Bibliotheca historica (Βιβλιοθήκη ίστορική), XI, 51). Diodoro Siculo, in particolare, riferisce che Ierone “ …. inviò in aiuto numerose triremi. I comandanti di queste navi ….. combatterono con le forze locali contro i Tirreni e, distruggendo molte loro navi, ottennero una grande vittoria. Umiliarono i Tirreni, liberarono i Cumani dal terrore e tornarono gloriosamente a Siracusa».
L’evento bellico risulta attestato anche dal ritrovamento ad Olimpia (nel contesto di un grande santuario) di tre elmi (uno di tipologia greca, due di tipologia etrusca) inscritti in lingua greca con dedica da parte di Gerone a Zeus. Sugli elmi defunzionalizzati si legge (tra i tre caschi vi sono piccole differenze) “Ierone, figlio di Deinomene, e i Siracusani a Zeus. Preda tirrenia da Cuma”. Due degli elmi sono attualmente conservati nel Museo Archeologico di Olimpia, il terzo è esposto al British Museum.
La sconfitta navale di Cuma segnò inesorabilmente la fine della talassocrazia etrusca sul Mar Tirreno – ormai sotto il controllo dei Siracusani – e la perdita di importanza dei grandi porti dell’Etruria meridionale.

Sulla battaglia di Cuma cfr., tra gli altri, Giovanni Schioppo, La battaglia navale di Cuma (474 a.C.).

Immagini dell’elmo esposto al British Museum, degli elmi conservati nel Museo Archeologico di Olimpia e del dipinto “Gerone I raffigurato nel carro dopo aver vinto la corsa nei giochi olimpici” realizzato da James Barry.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi- La battaglia di Alalia o del Mare Sardo.

I Greci della Focea dopo aver fondato la colonia di Massalia (Marsiglia) intorno al 600 a.C. si stabilirono verso il 565 – 560 a.C. ad Alalia in Corsica.
Nel 545 a.C. i profughi di Focea, a seguito della conquista da parte dei Persiani, si rifugiarono ad Alalia. I Focei forti del loro numero si resero protagonisti di episodi di pirateria.
Gli Etruschi ed i Cartaginesi (allocati sulla costa orientale della Sardegna) si sentirono minacciati dai Focei ed unirono le loro forze per contrastare gli ultimi arrivati onde riacquisire il controllo del Mar Tirreno.
Lo scontro – secondo la testimonianza di Erodoto (Storie, I 164 e ss.) – avvenne introno al 540 a.C. nel Mare Sardo (probabilmente tra le Bocche di Bonifacio e Alalia) e coinvolse 60 navi greche e 120 navi degli alleati (60 etrusche e 60 fenicie).
Lo storico greco parla di vittoria dei Focei (con spirito ellenico!) ma definisce la vittoria “cadmea”, cioè con gravissime perdite per i vincitori che, infatti, persa la flotta (40 navi furono affondate e 20 risultarono inutilizzabili) fecero ritorno ad Alalia e successivamente (nel 535 a.C circa) la abbandonarono diretti verso Reggio e poi a sud di Paestum dove fondarono Ielea/Velia.
Alla battaglia sul Mare Sardo potrebbero forse aver partecipato varie città etrusche della costa, ma sicuramente un ruolo principale (se non esclusivo) lo ebbe Caere, come si desume anche da quanto riportato da Erodoto che riferisce che i prigionieri furono portati a Caere ed ivi lapidati.
La battaglia di Alalia ebbe un grande impatto politico e commerciale in quanto impedì ancora per poco meno di 70 anni (fino alla sconfitta di Cuma del 474 a.C. ad opera dei Siracusani) l’espansione greca nel Mar Tirreno, consentendo agli Etruschi di mantenerne il controllo seppur in condivisione con i Cartaginesi.

Per la complessiva analisi della battaglia di Alalia cfr, tra l’altro, La battaglia che ha cambiato la storia ALALIA. Greci, etruschi e cartaginesi nel Mar Mediterraneo del VI secolo a.C., Ara edizioni, 2019, a cura di Simona Rafanelli.

Immagini di navi da guerra etrusche tratte da ceramica a figure nere ritrovata in Etruria (cratere di Aristonothos e hydria del Pittore di Micali).

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it