Archivi categoria: Archeologia

Marco Morucci. Dall’Illusione del Sacro alla Realtà dell’Emporio: una rilettura strutturale, produttiva e logistica del sito di Petroio (Campo della Fiera, Orvieto).

Una proposta interpretativa sul rapporto tra spazio cultuale, produzione e viabilità nella valle del Paglia.
Il sito archeologico di Campo della Fiera, presso Orvieto, è stato identificato in una parte rilevante della letteratura recente con il Fanum Voltumnae, il santuario federale della lega etrusca. Questo contributo non si propone di negare l’esistenza di una componente cultuale nell’area, né di sostituire meccanicamente l’ipotesi santuariale con una lettura alternativa. Sostiene però, sulla base delle evidenze strutturali, toponomastiche, numismatiche e logistiche disponibili, che il modello esclusivamente santuariale non basta a rendere conto dell’insieme dei dati, e che il peso specifico della componente produttiva e logistica è stato finora sottovalutato.
L’analisi dell’orientamento degli accessi, della planimetria dei cosiddetti Templi B e C, del thesaurus del Tempio A e del distretto estrattivo collegato al probabile scalo fluviale di Ciconia converge nel delineare un sito multifunzionale, nel quale attività cultuali, produttive, residenziali e di transito si sono sovrapposte e trasformate nel tempo — con una fase, tra III secolo a.C. e II secolo d.C., in cui la vocazione manifatturiera e commerciale dell’area appare particolarmente pronunciata. Dove i dati lo consentono, l’ipotesi viene formulata in termini forti; dove i dati sono ancora indiziari, viene segnalato esplicitamente cosa resta da dimostrare….

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Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

Ermanno De Paoli Vitali. Simbolismo costruttivo, al “femminile”, dei templi dell’arcipelago maltese e degli altari di ritualità vedica nella valle dell’Indo.

Fin dall’età neolitica, l’arcipelago maltese aveva conosciuto un fenomeno peculiare, ovvero la diffusione di megalitiche strutture realizzate con grandi blocchi cavati nelle locali bancate di pietra calcarea, e posati a secco. Se queste costruzioni megalitiche, come ritenuto, erano templi (strutture religiose, le più antiche del mondo dopo quelle anatoliche di Goblekli Tepe) vuol dire che la religione aveva preso un tale impulso da popolare le isole con molteplici luoghi di culto….

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Autore: Ermanno De Paoli Vitali – ermannodepaolivitali@libero.it

Mario Zaniboni. Mummificazione.

Nell’antico Egitto, quando una persona moriva, il suo corpo era opportunamente trattato per fargli subire quella preparazione che le serviva per affrontare il viaggio nell’aldilà per raggiungere il Regno dei Morti.
Fra la morte e la sepoltura, il corpo veniva affidato al compito degli imbalsamatori che durava normalmente una settantina di giorni. In qualche caso eccezionale, tale periodo poteva essere più lungo; un periodo esageratamente lungo si ebbe in merito alla tomba di Meresankh a Giza, che fu di ben 274 giorni (sic). D’altra parte, si deve tenere presente che il clima dell’Egitto è abbastanza caldo, per cui la putrefazione della sostanza organica è abbastanza rapida, ed i tempi devono essere al massimo limitati.
In questa fase di lutto, i familiari erano contattati da sacerdoti che presentavano loro diverse mummie realizzate in legno fra le quali scegliere quella per il proprio caro. Dopodiché, si trasportava la salma nel laboratorio definito dagli Egiziani “Bottega delle Purificazioni”, dove avveniva realizzata la mummificazione, completata nel giro di circa 70-80 giorni.
Qui, il corpo del defunto veniva soggetto ad un complesso di operazioni che in quel periodo lo trasformavamo in una mummia pronta per la sua sepoltura nella tomba predestinata. Chiaramente, per impedire che il cadavere si decomponesse, veniva soggetto a trattamenti che ne avrebbero salvata l’integrità, mettendolo nelle condizioni di andare in perfetto ordine nel mondo dei morti, pronto per affrontare la vita eterna.
In quel laboratorio, dichiarato “puro”, il corpo veniva steso supino su un tavolo e, leggendo quanto riportato da Erodoto, come primo atto del processo, si estraeva dal cranio, usando particolari uncini, quel cervello che, ritenuto inutile, non era conservabile e, per questo, veniva eliminato; quindi, si riempiva la cavità con un liquido resinoso che, con il suo raffreddamento, diveniva solido. Si passava poi all’eviscerazione, dopo aver fatta un’incisione solitamente nel fianco sinistro. Il cuore, ritenuto la sede della saggezza, veniva lasciato al suo posto. Infine, si lavavano accuratamente il vuoto con acqua e vino di palma e successivamente era riempito di stoffa, paglia, sabbia, cioè con materiali che ne impedissero la deformazione.
Una delle fasi più importanti dell’intero processo era quella relativa all’essiccazione del corpo. Per ottenere tale risultato, e nello stesso tempo per mantenerlo flessibile, si ricorreva al natron allo stato solido. Il natron è una miscela di sostanze naturali a base di sodio, formata da bicarbonato di sodio (NaHCO3), cloruro di sodio (NaCl), il classico sale da cucina, e solfato di sodio (Na2SO4), che si trova come deposito evaporitico in laghi essiccati e che si comporta da perfetto essiccatore. Questo composto chimico si trova in diverse parti del mondo, però gli Egiziani estraevano quello che esisteva nel proprio Paese, nel Wadi el Natrun.
La salma veniva completamente ricoperta e riempita con la polvere bianca di natron, che assorbiva l’acqua, che, nello stesso tempo, inibiva la crescita dei batteri, prevenendo la decomposizione, lasciandolo agire per circa 40 giorni. Lo stesso trattamento di essiccazione con natron era riservato agli organi interni del cadavere: stomaco, intestino, polmoni e fegato. Questi, alla fine, erano bendati come se fossero mummie in miniatura e conservati nei vasi canopi.
Secondo gli egittologi Bob Brier e Ronald Wade, il quantitativo di natron da usare era veramente tanto e, per dimostrarlo, nel 1994 fecero una prova: ebbene, essi hanno riscontrato che, per ottenere un risultato finale senza sbagliare, erano necessari almeno 264 chilogrammi di natron.
A disidratazione completata, si faceva recuperare al cadavere la sua elasticità usando olio o resina liquida che, fra l’altro, aveva pure la funzione di far stare alla larga gli insetti e di mascherare i fetidi odori dovuti allo stato di avanzamento della putrefazione.
Stando a quanto raccontato da Diodoro Siculo, la salma del defunto era trattata con olio di cedro e con altri prodotti, per passare poi a mirra, cannella e similari, che avevano lo scopo di prolungare la conservazione e nel contempo per mascherare i cattivi effluvi e garantire un buon profumo.
Ora, la mummia era pronta per essere bendata, con materiali la cui natura e qualità era sempre legata alla disponibilità economica dei familiari: in effetti era grande la distinzione fra un sudario di lino ordinario e tessuti di lino altamente qualificati. Il bendaggio richiedeva l’intervento degli imbalsamatori che lavoravano per un paio di settimane, durante le quali si seguiva un copione quasi da sempre sperimentato, accompagnato dalle rituali formule magiche.
Si iniziava avvolgendo separatamente le varie parti del corpo con strisce scelte dai familiari in base ai costi e si completava con la sua copertura totale ed uniforme. Per la protezione della mummia, fra le strisce erano inseriti amuleti vari e papiri con scritte ben auguranti e con formule magiche.
E così era giunta l’ora del funerale. Se la mummia apparteneva ad un personaggio importante, le si copriva il volto con una maschera; poi il tutto veniva inserito in un bara che, a sua volta era posta all’interno di un sarcofago. Dopodiché, familiari, parenti, amici e servi accompagnavano il feretro alla “casa dell’eternità dove al defunto sarebbe stata concessa la vita eterna”.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. I libri fatales e la durata della vita degli uomini, delle città e della nazione etrusca.

Secondo le fonti romane l’Etrusca Disciplina (complesso di norme etrusche che regolavano la religione) si articolava in libri Haruspicini, Fulgurales e Rituales.
Quest’ultimi comprendevano anche i Libri Fatales che riguardavano, tra l’altro, il destino (fatum) degli uomini, degli stati e della nazione etrusca.
La principale fonte in materia è costituita da Censorino, che nel suo trattato De Die Natali (del 238 d.C.) si richiama a Varrone (116 – 27 a.C.), che a sua volta aveva attinto da fonti etrusche e ne aveva probabilmente riportato il contenuto nel libro De saeculis, che faceva parte dei suoi Libri antiquitatum humanorum.
L’età dell’uomo era predefinita (dal fato) nell’ambito di una durata complessiva di 12 ebdomadi (periodi di sette anni) e quindi un uomo poteva raggiungere al massimo l’età di 84 anni. Fino a settanta anni era possibile protrarre la vita con l’aiuto divino; dal settantesimo anno però non si poteva chiedere più nulla agli dei. In questi termini, in caso di segnali ammonitori di imminenti disgrazie (specialmente nella fase finale del settennato) si poteva, tramite rituali (sacrifici e preghiere), chiedere l’intervento delle divinità per rinviare o mitigare il destino (Censorino, De Die Natali, XIV, 6).
Secondo quanto previsto dai Libri Acherontici — che facevano anch’essi parte dell’Etrusca Disciplina — lo spostamento dei termini posti dai fata per la vita umana era consentito solo per dieci anni, e tale possibilità dipendeva dal sangue di particolari vittime (Servio, Aen. VIII, 398).

Relativamente alla durata della vita delle città e dei popoli la Disciplina prevedeva che il primo secolo coincideva con la morte dell’ultimo di coloro che erano nati nel giorno della sua fondazione (dies natalis) ed il secondo secolo quando decedeva l’ultimo di quelli che erano vivi nel giorno in cui si era compiuto il primo secolo e così di seguito. Anche il destino delle città era prorogabile a certe condizioni, ma per un massimo di trenta anni (Servio, Aen. VIII, 398).
Per evitare l’indeterminatezza di tale metodo di computo naturale (legato alla vita umana) caratterizzato dall’imprevedibilità e dall’incapacità degli uomini di rendersene conto, venivano in soccorso degli uomini le divinità con i prodigi (che dovevano essere interpretati dagli aruspici) con cui si cercava di mitigare tale incertezza.
Gli aruspici avevano comunque stabilito che la civiltà etrusca sarebbe durata dieci saecula, di durata non fissa e quindi non necessariamente pari a cento anni ciascuno.
Nelle Historiae Tuscae, redatte durante l’ottavo secolo della loro nazione, fu scritto quanti secoli erano passati e quali prodigi ne avevano determinato la fine.
I primi quattro secoli furono ognuno di 100 anni, il quinto di 123, il sesto ed il settimo di 118 (o 119), anni, l’ottavo era in corso proprio a quel tempo. Passati poi il nono ed il decimo sarebbe avvenuta la fine del nomen etrusco (Censorino, De Die Natali, XVII, 5, 6).
L’ottavo secolo sarebbe stato segnalato da un acuto squillo di tromba nell’88 a.C. (Plutarco, Sylla, 456). Anche il testo della profezia attribuita alla Ninfa Vegoia si riferisce all’ottavo secolo etrusco, seppur con un senso non del tutto chiaro.
Il nono secolo, secondo l’interpretazione dell’aruspice Vulcazio (Vulcanius o Vulcacius) sarebbe coinciso con l’apparizione di una cometa nel 44 a.C. (alla morte di Cesare), probabilmente quella di Halley (Servio, ad Eclog. IX, 47).
In riferimento al decimo secolo, sappiamo che, secondo Ottaviano Augusto, gli aruspici ritenevano che, durante il suo impero, sarebbe iniziato l’ultimo secolo del nome etrusco (Servio, Ecl. IX, 46).
Dallo scritto di Censorino sembra comunque emergere che non vi fosse un’unica dottrina secolare etrusca, ma l’esistenza di diverse serie di saecula etruschi (dubbi in merito emergono anche dal testo della profezia di Vegoia, dallo scritto di Plutarco su Silla nonché dal testo di Servio sopra citato).
Forse ogni città aveva il suo sistema e quello indicato nelle Historiae Tuscae potrebbe essere stato un tentativo di arrivare ad un sistema riguardante l’intero Nomen Etruscum (in questo senso Dominique Briquel).
Per completezza, si può osservare che il periodo complessivo di dieci saecula previsto dalla Disciplina etrusca sembra sostanzialmente coincidere con la realtà storico archeologica degli Etruschi, che si estende approssimativamente dal IX secolo a.C. fino al I secolo d.C.

Sulla durata della vita degli uomini e dei popoli cfr., tra gli altri:
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, Effigi, 2022, pagg. 48 e ss.;
– Maurizio Martinelli, Gli Etruschi Magia e Religione, Convivio, 1992, pagg. 84 e ss.;
– Fabrizio Volpi, Il tempo degli etruschi, Effigi, 2021, pagg. 25 e ss.;
– Mario Torelli, Rasenna Storia e Civiltà degli Etruschi, Libri Scheiwiller, 1986, pagg. 215-216;
– Adriano Maggiani, Gli Etruschi Una nuova immagine a cura di Mauro Cristofani, Giunti, 1984, pagg. 155-156;
– Pietro Romanelli, Enciclopedia italiana voce Secolo, sito internet treccani.it;
– Dominique Briquel, Millenarismo e secoli etruschi in Minerva Revista de Filologia Clasica, 15/2001, pagg. 263-278.

Di seguito immagini di sacerdoti etruschi

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com