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Michele Zazzi. Uso degli strigili in Etruria.

Lo strigile era uno strumento di metallo (di solito in bronzo o ferro) usato nell’antichità (Grecia, Magna Grecia, Etruria, Roma…) per la pulizia del corpo, per detergere la pelle dall’olio, dal sudore e dalla polvere. In particolare veniva utilizzato nelle palestre e nelle gare dagli atleti, ma veniva usato anche alle terme e dopo il bagno.
L’oggetto era composto da una sorta di stretto cucchiaio allungato e curvo verso il lato concavo e da un manico.
In Etruria lo strigile si ritrova dal V secolo a.C. e si diffonde in età ellenistica, come attestato da numerosi esemplari metallici e da rappresentazioni su ceramiche provenienti prevalentemente da contesti funerari.
L’oggetto, che era utilizzato da uomini e donne, era una sorta di status symbol delle classi sociali più elevate.
Emblematico dell’uso femminile è lo strigile trovato nella tomba cd. della Truccatrice del III – II secolo a.C. a Vulci (scavata nel dicembre 2016), che fa parte del corredo della defunta unitamente al altri oggetti da toeletta quali, uno specchio, una piccola cista, spatole e forbici.
Ci sono pervenuti anche alcuni strigili con iscrizioni etrusche, impresse all’interno di cartigli sulla faccia anteriore dei manici, interpretabili come marchi di fabbrica (cfr. Gianluca Tagliamonte, Iscrizioni etrusche su strigili, Atti della tavola rotonda di Roma, 3-4 maggio 1991). In diversi esemplari (due da Viterbo, uno da Pienza, uno forse da Tarquinia) risulta iscritto il marchio “serturies/serturiesi”. In uno strigile conservato alla Biblioteque Nationale di Parigi si legge la formula onomastica “cae cultces”. Uno strumento della specie conservato al Britisch Museum di Londra risulta inscritto “ae vipie cultces”. Su uno strigile rinvenuto nei pressi di Perugia, conservato al Museo Civico di Bologna, c’è scritto “cafre atnas”.
Le immagini riguardano strigili etruschi (da Tuscania, Volterra e Monteriggioni), uno strigile conformato a ragazza da Palestrina, un terminale di candelabro a forma di atleta con strigile da Spina, ed una hydria attica a figure rosse da Vulci con atleta munito di strigile.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. Possibile origine etrusca dei ludi gladiatori.

I giochi gladiatori, che ebbero grande rilevanza a Roma e nell’impero divenendo uno degli spettacoli pubblici più seguiti (i primi giochi sarebbero stati organizzati nel 264 a.C. dai figli del defunto senatore Giunio Bruto Pera nel contesto della relativa cerimonia funebre), potrebbero essere nati in Etruria o comunque i Romani potrebbero averli mutuati dagli Etruschi.

                             Ludi gladiatori da Leptis Magna

Nicola di Damasco (in Ateneo, I Deipnosofisti, IV, 153 fr.), storico greco vissuto durante l’età di Augusto, ci riferisce che i giochi gladiatori sono stati importati a Roma dall’Etruria. Il nome “lanista” con il quale i Romani chiamavano l’imprenditore che faceva commercio di gladiatori deriverebbe dall’etrusco (in questo senso Isidoro di Siviglia, Origini X, 247). Da Tertulliano (Apologeticum 15, 5), vissuto nel II secolo d.C., apprendiamo che i gladiatori uccisi nei combattimenti nell’arena venivano trascinati via da incaricati mascherati da Caronte, armati di martello, attributo del demone etrusco Charun. Secondo Svetonio e Tito Livio (I, 35, 8-9) i primi ludi romani furono istituiti a Roma dal re Tarquinio Prisco.

Gioco del Phersu della tomba degli Auguri del VI secolo a.C, di Tarquinia

Nella Tomba degli Auguri e nella Tomba delle Olimpiadi di Tarquinia (databili alla seconda metà del VI secolo a.C.), è raffigurato un gruppo composto da un personaggio mascherato, denominato “Phersu”, che tiene al laccio un feroce cane che assale un uomo con la testa coperta da un sacco che cerca di difendersi con una clava. In questa cruenta scena di combattimento si è ritenuto di vedere un’anticipazione dei giochi gladiatori romani che deriverebbero appunto dai giochi funebri dell’Etruria.

Affresco tombale del IV secolo a.C. della necropoli di Arcioni a Paestum

Su di un’anfora a figure nere da Vulci del V secolo a.C. ritrovata a Chiusi – esposta nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze – sono rappresentati su un lato due guerrieri con panoplia che si affrontano con la lancia; che possa trattarsi di un ludo gladiatorio sembrerebbe confermato dalla scena di due pugili in lotta riportata sull’altro lato (in questo senso Maurizio Martinelli). Un’altra anfora, sempre a figure nere del V secolo a.C. – conservata nel museo di Karslube – presenta su di un lato due guerrieri che combattono tra loro con scudo, mentre dall’altro lato vi è un Phersu che danza al suono del doppio flauto munito di scudo

Anfora etrusca a figure nere del V secolo a.C da Vulci

Su urne e sarcofagi etruschi del III secolo a.C. si ritrovano frequentemente rappresentazioni di combattimenti anche se l’interpretazione di tali scene non sempre porta a ritenere che si tratti effettivamente di gladiatori piuttosto che di scene mitologiche o di combattimenti tra guerrieri.
Per completezza si precisa che secondo un’altra tesi i duelli tra gladiatori potrebbero invece avere origine osco – sannita ed essersi diffusi a Roma attraverso la Campania, come sarebbe dimostrato in particolare da vasi e pitture tombali di Paestum del IV – III secolo a.C.
Di seguito le immagini di gladiatori romani da Pompei e da Leptis Magna; del gioco del Phersu della tomba degli Auguri del VI secolo a.C, di Tarquinia; di un’anfora etrusca a figure nere del V secolo a.C da Vulci e di un affresco tombale del IV secolo a.C. della necropoli di Arcioni a Paestum.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. La tomba della Scimmia: la deposizione di una signora dell’elite chiusina.

La tomba della Scimmia (il nome deriva dalla rappresentazione di una piccola scimmia legata ad un albero) fu scoperta da Alessandro Francois nella necropoli di Poggio Renzo a Chiusi nel 1846.
L’ipogeo ha pianta cruciforme e si compone di un vestibolo e tre camere con letti funebri.
Gli affreschi sono stati realizzati nel vestibolo e sulla parete della camera di fondo. Nel vestibolo in particolare si svolgono giochi atletici e ludi ginnici quali: corsa di bighe, esercizi equestri di giovani a cavallo (desultores), lottatori, un lanciatore di giavellotto, pugili, un pirrichista, giocolieri ed equilibristi, arbitri, suonatori, schiavi e personaggi con rami di palma in mano.
A destra della porta di ingresso vi è una scena poco conservata (e per la cui “lettura” sono fondamentali la descrizione di Ranuccio Bianchi Bandinelli e le riproduzioni di disegnatori e pittori del passato) che viene considerata il nucleo centrale delle raffigurazioni della tomba: la protagonista è una donna, con capo velato, seduta su di un alto sgabello e con i piedi appoggiati su un suppedaneo. La matrona è al riparo di un largo ombrello aperto ed assiste ad un gioco di abilità cui partecipa una ragazza con un candelabro in equilibrio sulla testa. Gli attributi della figura femminile ne attestano l’appartenenza alla classe aristocratica e la maggior parte degli studiosi ritengono che si tratti della defunta (divinizzata?) in onore della quale si svolgono i ludi funebri.
La tomba è databile al 480 a. C. circa.
Per maggiori dettagli sulla tomba della Scimmia cfr. La Tomba del Colle nella Passeggiata Archeologica a Chiusi, Edizioni Quasar, 2015, AA. VV.
Le immagini della scena della donna seduta sullo sgabello si riferiscono ad acquarelli dipinti rispettivamente da Elio D’Alessandris e Guido Gatti nel 1911 – 1912.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it