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Mario Zaniboni. Efebo di Crizio.

L’Efebo di Crizio è una statua di marmo alta 167 centimetri realizzata verso la fine del V secolo a.C. e sistemata in bella vista nell’Acropoli di Atene. Malgrado gli approfonditi studi, non si è riusciti a stabilire se essa sia stata scolpita prima oppure dopo la disastrosa aggressione perpetrata dai Persiani fra il 480 e il 479 a.C.
Dal punto di vista stilistico, prendendo in considerazione alcuni particolari, si è pervenuti a ritenere che la statua sia stata scolpita nella bottega di Crizio, scultore di Atene in piena attività nel periodo compreso fra il 490 e il 465 a.C., che firmava tutte le opere oggi note con il collaboratore, o forse fratello, Nesiote; essi, secondo iscrizione dell’epoca, furono allievi dello scultore Antenore. In ogni modo, c’è da ritenere che la statua sia stata influenzata da quella bottega.
Da notare che lo stile seguito in questa opera è una novità nei confronti di quello precedente e che raggiunse il suo massimo con Policleto, scultore attivo fra il 460 e il 420 a.C. soprattutto ad Argo e nel Peloponneso. Nel suo stile si è dato il maggior risalto all’equilibrio, alle forme armoniche ed al rapporto dimensionale fra le varie parti del corpo come è evidenziato nelle sue sculture, delle quali si può ricordare, come esempio, il Doriforo.
Il torso e la testa sono stati rinvenuti in siti diversi oltreché in tempi diversi, ma nessuna delle due parti fu trovata in mezzo ai detriti risultati dall’aggressione persiana. Forse – è questa l’ipotesi più plausibile – i due tronconi sono stati sepolti nel sito, dopo la ricostruzione della cittadella da parte di Pericle, verso la fine del V secolo a.C. Probabilmente, i reperti provengono da un’area posta sul lato sudorientale dell’Acropoli, dove c’è stato un accumulo di materiale proveniente dall’antichità più lontana per giungere fino al periodo proto classico e classico.
Nella seconda metà del XIX secolo, furono affrontati i lavori di escavazione necessari per la costruzione del museo che avrebbe raccolto e conservato tutto quanto ivi rinvenuto. Quegli scavi iniziarono nel 1863 e, dopo essere stati interrotti, ripresero nel 1865 per finire l’anno successivo. In quella circostanza, furono scoperte le fondamenta di una struttura, denominata Edificio IV, all’interno delle quali furono rinvenute alcune statue utilizzate come materiale da riempimento; fra queste era il torso dell’Efebo di Crizio, come è stato descritto nel Bollettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica. La testa è stata recuperata contemporaneamente al torso.
Le due parti furono messe a confronto e si giunse alla conclusione che erano fra di loro compatibili, anche se non mancarono dubbi in merito, tanto che si pervenne al loro congiungimento effettuato da Adolf Furtwängler, archeologo e storico dell’arte tedesco, tra il 1878 e il 1880. Il primo a scorgere qualcosa in merito alla possibilità che le due parti combaciassero fu l’archeologo britannico Humphry Payne, che notò come alcune scheggiature sulle superfici che corrispondessero, per cui il torso e il capo erano nati insieme. E così, il restauro fu eseguito verso la metà del XX secolo, usando stucco che servisse da collegamento fra le due parti; ciò comportò un allungamento del collo di un centimetro.
Ma nel 1888, mentre l’archeologo greco Kavvadias e l’architetto e archeologo tedesco Kawerau stavano effettuando lavori di scavo fra il museo e le mura della parte meridionale dell’Acropoli, fu rinvenuta una testa che si rivelò essere quella giusta per il torso di cui si è detto, per cui, senza perdere ulteriore tempo, si procedette alla corretta sostituzione alla precedente.
Alla fine, messi insieme le due parti del corpo, si ebbe come risultato la figura di un giovane offerente, adolescente, tra i 12 e i 17 anni di età, con un’espressione seria e triste, che però non era per niente completa: infatti, era senza gli occhi, gli avambracci, la gamba destra e il piede sinistro fino alla caviglia; e, per di più, il naso, le guance, il mento, il collo e il dorso presentavano vaste abrasioni. Si presume che entrambi i piedi avessero le piante appoggiate sul suolo, contrariamente a quanto faceva parte delle innovazioni che si riscontrano nelle statue appartenenti alla successiva era policletea, nel periodo 450-440 a.C., vale a dire il tallone rialzato. Altro elemento, che sta a significare una nuova era, è dovuto ai capelli, tagliati corti e tenuti uniti da un anello, non trovato, forse di metallo, sistemato all’altezza delle tempie, che non si riscontra prima del 480 a.C., e che si riferisce ad un atleta, secondo l’interpretazione da parte di Dickins, o a un eroe, quale potrebbe essere Teseo secondo il parere di Hurwitt, o a un dio.
Tornando al viso triste, si possono ricordare i letterati latini Cicerone, Quntiliano e Plinio, i quali, facendo riferimento quelle opere del V secolo a.C., definirono la loro realizzazione rigida, dura ed austera, ed il tutto fu compendiato nell’italiano “Stile Severo”.
Ora, l’Efebo di Crizio è esposto alla visione ed all’ammirazione degli appassionati di ciò che proviene dall’antichità nel Museo dell’Acropoli di Atene.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

CAMPI FLEGREI (Na). Una rubrica alla scoperta dei siti del Parco Archeologico.

“Attraversando il Parco archeologico dei Campi Flegrei”, è la nuova rubrica bisettimanale che porta alla scoperta di tutti i siti che il Parco gestisce e si prende cura.
Da Pozzuoli a Bacoli, da Quarto fino a Giugliano, si è portati a conoscere non solo i siti aperti al pubblico, ma anche quelli meno conosciuti e oggetto di lavori di restauro e conservazione.
Ecco -sotto i classici riflettori- la Tomba di Agrippina, un monumento che in realtà è un falso mito. Non si tratta infatti del sepolcro della madre di Nerone, uccisa su ordine del proprio figlio nel 59 d.C., ma di un teatro-ninfeo. L’errata interpretazione risale al Settecento, quando i viaggiatori del Grand Tour erano alla ricerca della tomba che, secondo Tacito, era un semplice tumulo sulla via di Miseno, non lontano dalla villa di Cesare. L’impianto originario di questa struttura, parte di una grandiosa villa marittima che si estendeva fino alla sommità della collina, era un odeion, un piccolo teatro di età augustea o giulio-claudia, di cui si conservano solo i segni delle gradinate. A cavallo tra il I e il II sec. d.C., fu trasformato in un ninfeo esedra. Del sito oggi sono visibili tre corridoi semicircolari, mentre di fronte all’attuale ingresso vi è una rampa di scale che conduce all’emiciclo mediano, con un prospetto esterno scandito da tre aperture intervallate da finestre e coperto da una volta rampante sulla quale si trovano i resti di una gradinata in opera reticolata. In alcune zone si conserva la parete interna decorata da semicolonne in laterizio, con fusto rivestito in stucco terminanti con capitelli in ordine corinzio, anch’essi rivestiti in stucco. Il monumento -spiega ancora il PaFleg- fu scavato e studiato nel 1941 dall’archeologo Amedeo Maiuri che liberò i ruderi in parte coperti dal terreno e dall’insabbiamento determinato dal bradisismo, individuando la vera origine strutturale del complesso. Da poco, sono terminati importanti lavori di recupero e, tra poco, sarà possibile finalmente garantirne una piena fruizione.
Altra meraviglia storica è la Necropoli di Via Celle, situata lungo l’omonima via a Pozzuoli. In antichità, poiché non si seppelliva in città, fu scelto questo tratto che corrispondeva all’incrocio extraurbano della Via consularis Puteolis-Capuam con la Via Puteolis-Neapolis. Sorse intorno al I sec. a.C. e le strutture erano ancora visibili nel ‘700, tanto da essere utilizzate per il ricovero del bestiame, le “celle” da cui origina il nome moderno della strada. Gli scavi archeologici partirono negli anni Trenta del secolo scorso e solo negli anni Sessanta si riuscì a mettere in luce l’intero complesso, di cui oggi sono visibili un gruppo di quattordici edifici funerari. All’interno troviamo, oltre ad aree destinate all’esecuzione dei riti connessi al culto dei morti, principalmente dei colombai, ovvero degli ambienti voltati a botte che ospitavano diverse nicchie, nelle quali venivano poste le olle con le ceneri dei defunti. Queste strutture erano sviluppate su più livelli per poter accogliere, nel tempo, più defunti appartenenti alla stessa famiglia o corporazione. Dal II sec. d.C. subentra il rito dell’inumazione e pertanto, all’intorno, vengono poste tombe formate da casse di pietra coperte da tegoloni a doppio spiovente (cappuccine). All’interno degli edifici, sono stati rivenuti parti del rivestimento pittorico parietale, con semplici elementi vegetali o geometrici a scandire lo spazio tra le nicchie. Dei vari edifici solo uno non è funzionale alla sepoltura: si tratta di un collegium funeraticium, un’associazione che aggregava membri di modesta condizione, al fine di garantirsi una sepoltura decorosa.
Intanto a Pozzuoli e nei Campi Flegrei in senso lato, la storia -aggiungiamo noi- grida come suol dirsi aiuto. Sono tanti, infatti, i tesori del passato, a cominciare dalla stessa Necropoli di Via Celle, abbandonati da anni a se stessi, tra erbacce, rifiuti, atti vandalici e predatori, tra l’indifferenza di (quasi) tutti. E, per giunta, occorre fare i dovuti conti con i danni strutturali causati, inevitabilmente, dal costante scuotimento sismico specie di questi ultimi anni, che ha visto collassare ambienti, resti di colonne e muri cosiddetti di protezione. Altro che luoghi che dovrebbero essere, invece, custoditi gelosamente come reliquie. Lo scrittore britannico Norman Lewis ha definito Pozzuoli (l’allora Puteoli), come il luogo in cui “nell’antichità tutti i Romani più ricchi, dissoluti e sanguinari costruirono le loro ville al mare, e l’ameno, incantevole paesaggio è intriso di oscure leggende”. Ed è proprio così.
Camminare a Pozzuoli è come catapultarsi sul set de “Il Gladiatore”: ogni angolo, ogni vicolo, è testimonianza di ciò che era in passato, simbolo della storia antica di quella città tanto amata dai Romani, anche se molti ignorano la grande quantità di questi siti più o meno nascosti e che, proprio per questo, vengono totalmente dimenticati.
Insomma, da parte del Ministero alla Cultura, delle Soprintendenze preposte, Regione e Comune, vanno stanziati (e spesi bene!) fondi opportuni e mirati, perché scavi, recupero, manutenzione, cura e tutela, valorizzazione, non si rivelino solo un tuffo nel passato, ma l’input decisivo e incisivo per una Cultura ed il suo patrimonio, aperti al territorio ed alla qualità sociale. Attrattori anche di un turismo non da toccata e fuga, ma volano di sviluppo sostenibile e inclusivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Mario Zaniboni. Blu Maya. Un colore indelebile.

Quando si va a frugare per curiosità o interesse nel passato, può succedere di imbattersi in qualcosa che piacevolmente colpisce e che invoglia a saperne di più.
Nel 1931, fu organizzata una spedizione nel sito archeologico di Chichèn Itzà nella penisola dello Yucatàn del Golfo del Messico. In quell’occasione, insieme a tante novità incontrate, ciò che impressionò i cercatori fu la presenza ben distribuita di un colore che, sino ad allora, non era mai stato riconosciuto ed identificato. Si tratta di un pigmento, molto raro, che rassomiglia all’indaco noto a tutti, però con una differenza sostanziale: infatti, mentre quest’ultimo risente del passare del tempo, dell’azione degli agenti atmosferici e del contatto con l’umidità, per cui tende tristemente a sbiadire, quel colore turchese brillante o blu azzurro (chiamato “Azul Maya”, il Blu Maya degli stessi scopritori) ha il pregio non solo di non cedere alle condizioni climatiche, ma addirittura di resistere all’aggressività di acidi, come quello nitrico, alcali, solventi e altre sostanze chimiche.
Il blu Maya fu visto per la prima volta agli inizi del XIX secolo e si trovò che già secoli prima veniva utilizzato, particolarmente in Messico, in tanti conventi: invero, lo si trova nei dipinti del pittore indigeno Nahua Juan Gerson a Tecamachalco, nei quali si riconosce l’abbinamento fra tecniche locali ed europee, che è andato sotto il nome di Arte Indocristiana.
Diversi scienziati si sono adoperati per giungere alla conoscenza del blu Maya. Nel 1993, fu resa pubblica una relazione dello storico e chimico messicano, Costantino Reyes-Valerio, nella quale era espresso il suo parere riguardo a quel blu: secondo lui, si trattava di una miscela costituita dalle argille paligorskite e montmorillonite e indaco, e ciò era accompagnato dalla descrizione del processo produttivo. E’ probabile che questo sia derivato dalla combinazione di testi di altri autori con l’aggiunta dell’esame microscopico dei dipinti murali e della spettrografia infrarossa e trasformata di Fourier.
Naturalmente, i ricercatori tentarono di risalire ai metodi produttivi dei Maya, ma si dovette aspettare il 2008 per avere qualche chiarimento in merito alla sua preparazione. Infatti, una teoria a questo proposito è stata formulata dal gruppo di studio coordinato dal conservatore aggiunto di Antropologia del Field Museum of Natural History di Chicago, Dean E. Arnold. Le analisi, cui sono stati sottoposti in residui del pigmento raschiato da alcuni frammenti di reperti ceramici, hanno appurato che i tecnici Maya facevano una miscela a caldo di indaco di origine organica, di un minerale argilloso o filosilicato di alluminio e magnesio denominato poligorskite (così chiamato perché tipico di Palygorskaya, una località dei Monti Urali, in Russia) e di copale, una resina aromatica utilizzata in occasione di riti o cerimonie.
Con tali indicazioni, Arnold fece la relativa composizione, ma i risultati furono deludenti, giacchè quel pigmento aveva breve vita.
Allora, egli decise di provare a eliminare il copale e, nel corso della annuale riunione del 25 aprile ultimo scorso della Società Americana di Archeologia a Denver, presentò una serie di 12 ciotole reperite a Chichèn Itzà. Egli dichiarò che esse erano state riscaldate e sul fondo erano i residui bruciati di piante mescolati con resti bianchi che erano sicuramente di paligorskite. Secondo il suo parere, i ceramisti Maya macinavano il minerale umido, lo mescolavano con l’indaco e poi riscaldavano il tutto in ciotole sul fuoco; pertanto un passaggio sconosciuto ai ricercatori.
Tutto questo fa arguire che i Maya, secondo i materiali a disposizione, seguivano due metodi per preparare il loro blu, dimostrando di avere una certa dimestichezza nell’uso di sostanze chimiche.
Alla fine, Arnold concluse che l’esame delle ciotole provava che gli antichi Maya usavano questa seconda metodologia per produrre il loro Blu Maya.
Tutto quanto si è ricordato è stato pubblicato da Arnold nel libro dal titolo “Blu Maya” che è stato attentamente esaminato da esperti e da loro ritenuto lo studio più completo pubblicato sino a oggi. In base alle sue ricerche, che hanno abbracciato i diversi settori dell’archeologia, della chimica, dell’etnografia e delle scienze dei materiali, Arnold è giunto alla convinzione che il blu Maya derivi da questa seconda metodologia e che, come tale, abbia avuta la sua grande diffusione nell’America Centrale. Secondo il New York Times, tutto ciò ebbe un grande successo fra i Maya e gli Aztechi.
Quello stupendo colore fu ampiamente utilizzato a partire dal VII secolo fino al 1860, spalmato in tantissime occasioni, a decorare edifici architettonici, ciotole ceramiche (purtroppo trovate in frammenti), sculture, pareti murarie, forse tessuti pecolombiani e per ravvivare illustrazioni di codici, come quelle del Codice fiorentino di Bernardino de Sahagùn. Un uso poco simpatico praticato dai Maya fu quello scoperto nel 2008 dai ricercatori del Wheaton College dell’Illinois, cioè quello facente parte dei riti che erano tenuti a Chichèn Itzà. Qui, presso una dolina, cioè una cavità naturale, si combinavano e si bruciavamo insieme incenso di copale, palygorskite e foglie della pianta di indaco, facendone un colorante; e con questo, stando a testimonianze del XVI secolo, erano dipinti i prigionieri e vittime umane che venivano sacrificati in onore del Dio della Pioggia Chaak, sperando che ne favorisse la caduta, essendo necessaria per la produzione del mais. Dopo il sacrificio, le salme erano gettate nel Cenote insieme con offerte di caucciù e legno, che facevano parte del rito. Questo fatto ha chiarita la natura del deposito che si trovò sul suo fondo quando, nei primi anni del XX secolo, lo si dragò: si trattava di uno schifoso miscuglio dei resti delle sostanze immesse e dei corpi delle vittime, colorati con il blu Maya.
Ma il blu Maya non venne dimenticato, tanto che oggi, sia nel Messico sia nel Guatemale sono in attività artisti e artigiani che si adoperano nella produzione di ceramiche decorate con quel colore e nel restauro di oggetti antichi e figure murarie, mantenendo viva una tradizione importante e significativamente rappresentante di un mondo proveniente da un prestigioso passato.
Comunque, la composizione era dovuta all’insieme dell’indaco ottenuto dalle foglie di Indigofera suffruticosa (ch’oj), raccolte nel momento in cui il colore è al suo massimo, e polverizzate dopo il loro appassimento, con l’argilla paligorskite (sak lu’um), escavata nelle cave di Sacalum e Ticul nello Yukatàn, polvere bianca ridotta finissima con la macinazione. Queste sostanze, attentamente mescolate fra di loro sino a ottenere un impasto omogeneo e denso, venivano messe a bollire in recipienti in terracotta, dove era tenuto a temperatura moderata per più ore; qui, l’argilla assorbiva il colore vegetale, diventando il pigmento stabile che è sotto l’ammirazione di tutti, cercatori, studiosi, archeologi, amatori ed esteti.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Le pietre di Jelling.

Le pietre di Jelling (in danese Jellingstenene o anche in inglese Jelling Mounds, cioè Cumuli gelatinosi, chissà il perché) sono due ammassi rocciosi vichinghi in gneiss o granito (basterebbe un’analisi petrografica per stabilirlo, qualora fosse consentito effettuarla, se si ottenesse il permesso per farla, data la gelosia con la quale esse sono protette dalle autorità danesi), che sono stati inseriti, insieme con la chiesa ed i tumuli sepolcrali dei dintorni, nella lista del Patrimonio dell’Umanità (UNESCO) nel 1994. E, per proteggerle dal degrado che continuava ad agire dopo un migliaio di anni soggette all’usura ed agli agenti atmosferici, nel 2011 sono state ricoperte da vetro e lamine in bronzo.
Sono state rinvenute nei dintorni della piccola città danese di Jelling, facente parte del comune di Vejle, sito nella regione dello Jutland; tale sito si trova al numero 1 della Thyrasvej, la strada che porta al villaggio di Jelling. Si tratta di pietre risalenti al X secolo.

La prima, che è la più piccola, è alta 1,85 metri, larga 1,07 e spessa 50 centimetri, fu realizzata per ordine del re Gorm il Vecchio, detto pure il Sonnolento, che nacque verso la fine del X secolo e regnò sulla Danimarca per una quarantina di anni, dopo la morte del padre Hartacnut. La dedicò alla consorte Thyra, forse figlia del re d’Inghilterra Aethelred. Non è dato sapere da dove la pietra provenisse; essa fu notata di fianco alla porta della chiesa, dove veniva usata come panca. La traduzione in italiano dello scritto in danese antico, che fino ad oggi è il primo rinvenuto che sia stato redatto da un re danese, recita quanto segue: “Re Gorm fece questo monumento in onore della sua moglie Thyra, orgoglio di Danimarca”. E, invero, egli la ritenne “orgoglio della Danimarca”, perché, come è ricordato nello scritto, lei si premurò di tutelare i Danesi portando al suo completamento il muro che proteggeva il regno dai tentativi di espansione dei Sassoni meridionali. Inoltre, fu fatta realizzare una palizzata di protezione circolare di 1,4 chilometri di circonferenza a protezione del sito. Lo studio di ciò che resta della stessa fa concludere che ci fosse una sola entrata, abbastanza stretta, situata verso il settentrione; però, pur non essendo stata individuata nessuna traccia, c’è da presumere che ce ne fosse almeno un’altra, più grande, aperta sul lato opposto. Su questa è inciso il testo più antico di un re danese nel quale, per la prima volta, compare il nome Danimarca; è un documento ufficiale scritto fra il 960 e il 985 d.C. Pertanto, questa pietra è un importante simbolo. Alla morte di Thyra, la sua salma fu sepolta in uno dei due grandi tumuli funerari.
Dello scritto, in danese antico, si parlò per la prima volta nel 1584, richiamato in un disegno di Rantzau, inserito in un testo di Caspar Markdanner, uno scudiero danese che fece sistemare la pietra; poi, ne parlò Ole Worm nel 1586.

La pietra più grande è alta 2,43 metri ed è, grosso modo, un prisma con la sezione a forma di un triangolo scaleno irregolare: una delle facce, larga 2,90 metri, porta solo incisioni runiche; su un’altra, di metri 1,62, è l’immagine di un leone avvolto dalle spire di un serpente; infine, sulla terza, larga metri 1,68, è rappresentato Cristo in croce, una delle prime immagini di quel genere comparse in Scandinavia. La pietra fu commissionata dal re Harald Bluetooth, figlio di Gorm e Thyra, per commemorare i suoi genitori, l’unione della Danimarca e della Norvegia in uno stato unico e la conversione sua e del suo popolo dal paganesimo norreno al cristianesimo. E pure di questa pietra si venne a conoscenza nel 1586.
Le pietre fanno da cornice alla chiesa bianca di Jelling ed ai due cumuli sepolcrali che le sono accanto, ammassati un migliaio di anni fa dai re vichinghi Gorn e Harald, alti una decina di metri o poco più e con un diametro di circa 70 metri. Essi sono pressoché identici per dimensioni, forma e modalità costruttive: sono formati da strati di zolle d’erba, sovrapposte con la faccia erbosa rivolta verso il basso. E fra i due cumuli furono messe le due pietre, mentre l’antica chiesa in legno fu sostituita da una in muratura.
E’ stata formulata l’ipotesi che i tumuli fossero il cimitero per i Vichinghi, ma forse non è così, perché, malgrado le serie di scavi effettuati, non è stata individuata nemmeno una tomba; anzi no, una tomba, una sola, è stata trovata e conteneva preziosi reperti fra i quali faceva bella mostra di sé la preziosa “coppetta di Jelling”, che si è dimostrata molto importante ed è conservata presso l’annesso museo denominato “Casa dei Vichinghi”, esposto all’ammirazione dei visitatori.
I tumuli sono praticamente il simbolo della nascita del regno di Danimarca e dell’avvento della cristianizzazione del suo popolo. A parte il loro inserimento nell’UNESCO nel 1994, essi sono ritenuti tanto importanti da riportare la raffigurazione sui passaporti danesi delle pietre, dei tumuli e del sito archeologico. Del resto, esse spesso sono ritenute il Danmarks dåbsattest (Certificato di battesimo della Danimarca), come fu definito dallo storico d’arte Rudolph Braby-Johansen negli anni ’30 del XX secolo, giacché esse rappresentano l’unificazione del regno sotto un solo sovrano e la conversione dei Danesi dal paganesimo norreno al cristianesimo.
Dopo un migliaio di anni di esposizione agli agenti atmosferici, nelle pietre sono state evidenziate crepe, per cui, dopo un attento esame effettuato da esperti dell’UNESCO il 15 novembre 2008, si decise di portarle al coperto per proteggerle da ulteriori danneggiamenti e dove sarebbero potute essere ammirate dai visitatori. Nel mese di febbraio 2011, si è scoperto che le pietre erano state imbrattate con la scritta GELVANE su entrambi i lati in vernice verde insieme con graffiti dello stesso colore; per di più, lo stesso trattamento toccò ad una lapide e alla porta della chiesa. Dopo infruttuose ricerche, alla fine si individuò il colpevole del malfatto, un quindicenne affetto dalla sindrome di Asperger (un disturbo dello spettro autistico), e si comprese che la parola non aveva nessun significato. Comunque, e meno male, la vernice non si era ancora indurita, per cui fu possibile eliminarla del tutto.
Ma poi fu stabilito dall’Agenzia del Patrimonio Danese di lasciare le pietre dove si trovavano, sotto la protezione del Museum Act, con la ferma intenzione di vietare qualsiasi attività che possa danneggiare o creare problemi agli importanti monumenti; e ciò fissando un’area del diametro di un centinaio di metri da tenere libera attorno a loro. E, nello stesso tempo, fu emanato un concorso in merito alle modalità da seguire per proteggere sia le pietre sia i tumuli. I progetti presentati furono addirittura 157 e chi vinse fu la Nobel Architets, che propose una struttura in vetro e bronzo atta a proteggerle dalle intemperie, dall’umidità, dalle elevate temperature e dall’usura, lavoro che fu portato a termine nello stesso 2011.
Le pietre sono situate vicino alla chiesa di Jelling e sono accessibili al pubblico. Il sito è un’importante attrazione turistica ed un luogo di interesse storico per chi desidera conoscere la storia vichinga e l’evoluzione della Danimarca.
In sintesi, le pietre di Jelling non solo rappresentano un’importante testimonianza storica, ma sono anche un simbolo della cultura danese e della sua evoluzione nel corso dei secoli.
In definitiva, ribadendo quanto di estrema importanza è stato anticipato più sopra, queste pietre che, in quanto a forma non sono un granché, rappresentano l’evoluzione della storia vichinga in seno alla Danimarca e alla Norvegia, facendole diventare un sito di interesse storico e di attrazione culturale per il turismo, il tutto basato sulla nascita di quello Stato, diventato unico, e sulla conversione del popolo danese dal paganesimo norreno al cristianesimo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it