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Mario Zaniboni. Blu Maya. Un colore indelebile.

Quando si va a frugare per curiosità o interesse nel passato, può succedere di imbattersi in qualcosa che piacevolmente colpisce e che invoglia a saperne di più.
Nel 1931, fu organizzata una spedizione nel sito archeologico di Chichèn Itzà nella penisola dello Yucatàn del Golfo del Messico. In quell’occasione, insieme a tante novità incontrate, ciò che impressionò i cercatori fu la presenza ben distribuita di un colore che, sino ad allora, non era mai stato riconosciuto ed identificato. Si tratta di un pigmento, molto raro, che rassomiglia all’indaco noto a tutti, però con una differenza sostanziale: infatti, mentre quest’ultimo risente del passare del tempo, dell’azione degli agenti atmosferici e del contatto con l’umidità, per cui tende tristemente a sbiadire, quel colore turchese brillante o blu azzurro (chiamato “Azul Maya”, il Blu Maya degli stessi scopritori) ha il pregio non solo di non cedere alle condizioni climatiche, ma addirittura di resistere all’aggressività di acidi, come quello nitrico, alcali, solventi e altre sostanze chimiche.
Il blu Maya fu visto per la prima volta agli inizi del XIX secolo e si trovò che già secoli prima veniva utilizzato, particolarmente in Messico, in tanti conventi: invero, lo si trova nei dipinti del pittore indigeno Nahua Juan Gerson a Tecamachalco, nei quali si riconosce l’abbinamento fra tecniche locali ed europee, che è andato sotto il nome di Arte Indocristiana.
Diversi scienziati si sono adoperati per giungere alla conoscenza del blu Maya. Nel 1993, fu resa pubblica una relazione dello storico e chimico messicano, Costantino Reyes-Valerio, nella quale era espresso il suo parere riguardo a quel blu: secondo lui, si trattava di una miscela costituita dalle argille paligorskite e montmorillonite e indaco, e ciò era accompagnato dalla descrizione del processo produttivo. E’ probabile che questo sia derivato dalla combinazione di testi di altri autori con l’aggiunta dell’esame microscopico dei dipinti murali e della spettrografia infrarossa e trasformata di Fourier.
Naturalmente, i ricercatori tentarono di risalire ai metodi produttivi dei Maya, ma si dovette aspettare il 2008 per avere qualche chiarimento in merito alla sua preparazione. Infatti, una teoria a questo proposito è stata formulata dal gruppo di studio coordinato dal conservatore aggiunto di Antropologia del Field Museum of Natural History di Chicago, Dean E. Arnold. Le analisi, cui sono stati sottoposti in residui del pigmento raschiato da alcuni frammenti di reperti ceramici, hanno appurato che i tecnici Maya facevano una miscela a caldo di indaco di origine organica, di un minerale argilloso o filosilicato di alluminio e magnesio denominato poligorskite (così chiamato perché tipico di Palygorskaya, una località dei Monti Urali, in Russia) e di copale, una resina aromatica utilizzata in occasione di riti o cerimonie.
Con tali indicazioni, Arnold fece la relativa composizione, ma i risultati furono deludenti, giacchè quel pigmento aveva breve vita.
Allora, egli decise di provare a eliminare il copale e, nel corso della annuale riunione del 25 aprile ultimo scorso della Società Americana di Archeologia a Denver, presentò una serie di 12 ciotole reperite a Chichèn Itzà. Egli dichiarò che esse erano state riscaldate e sul fondo erano i residui bruciati di piante mescolati con resti bianchi che erano sicuramente di paligorskite. Secondo il suo parere, i ceramisti Maya macinavano il minerale umido, lo mescolavano con l’indaco e poi riscaldavano il tutto in ciotole sul fuoco; pertanto un passaggio sconosciuto ai ricercatori.
Tutto questo fa arguire che i Maya, secondo i materiali a disposizione, seguivano due metodi per preparare il loro blu, dimostrando di avere una certa dimestichezza nell’uso di sostanze chimiche.
Alla fine, Arnold concluse che l’esame delle ciotole provava che gli antichi Maya usavano questa seconda metodologia per produrre il loro Blu Maya.
Tutto quanto si è ricordato è stato pubblicato da Arnold nel libro dal titolo “Blu Maya” che è stato attentamente esaminato da esperti e da loro ritenuto lo studio più completo pubblicato sino a oggi. In base alle sue ricerche, che hanno abbracciato i diversi settori dell’archeologia, della chimica, dell’etnografia e delle scienze dei materiali, Arnold è giunto alla convinzione che il blu Maya derivi da questa seconda metodologia e che, come tale, abbia avuta la sua grande diffusione nell’America Centrale. Secondo il New York Times, tutto ciò ebbe un grande successo fra i Maya e gli Aztechi.
Quello stupendo colore fu ampiamente utilizzato a partire dal VII secolo fino al 1860, spalmato in tantissime occasioni, a decorare edifici architettonici, ciotole ceramiche (purtroppo trovate in frammenti), sculture, pareti murarie, forse tessuti pecolombiani e per ravvivare illustrazioni di codici, come quelle del Codice fiorentino di Bernardino de Sahagùn. Un uso poco simpatico praticato dai Maya fu quello scoperto nel 2008 dai ricercatori del Wheaton College dell’Illinois, cioè quello facente parte dei riti che erano tenuti a Chichèn Itzà. Qui, presso una dolina, cioè una cavità naturale, si combinavano e si bruciavamo insieme incenso di copale, palygorskite e foglie della pianta di indaco, facendone un colorante; e con questo, stando a testimonianze del XVI secolo, erano dipinti i prigionieri e vittime umane che venivano sacrificati in onore del Dio della Pioggia Chaak, sperando che ne favorisse la caduta, essendo necessaria per la produzione del mais. Dopo il sacrificio, le salme erano gettate nel Cenote insieme con offerte di caucciù e legno, che facevano parte del rito. Questo fatto ha chiarita la natura del deposito che si trovò sul suo fondo quando, nei primi anni del XX secolo, lo si dragò: si trattava di uno schifoso miscuglio dei resti delle sostanze immesse e dei corpi delle vittime, colorati con il blu Maya.
Ma il blu Maya non venne dimenticato, tanto che oggi, sia nel Messico sia nel Guatemale sono in attività artisti e artigiani che si adoperano nella produzione di ceramiche decorate con quel colore e nel restauro di oggetti antichi e figure murarie, mantenendo viva una tradizione importante e significativamente rappresentante di un mondo proveniente da un prestigioso passato.
Comunque, la composizione era dovuta all’insieme dell’indaco ottenuto dalle foglie di Indigofera suffruticosa (ch’oj), raccolte nel momento in cui il colore è al suo massimo, e polverizzate dopo il loro appassimento, con l’argilla paligorskite (sak lu’um), escavata nelle cave di Sacalum e Ticul nello Yukatàn, polvere bianca ridotta finissima con la macinazione. Queste sostanze, attentamente mescolate fra di loro sino a ottenere un impasto omogeneo e denso, venivano messe a bollire in recipienti in terracotta, dove era tenuto a temperatura moderata per più ore; qui, l’argilla assorbiva il colore vegetale, diventando il pigmento stabile che è sotto l’ammirazione di tutti, cercatori, studiosi, archeologi, amatori ed esteti.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Le pietre di Jelling.

Le pietre di Jelling (in danese Jellingstenene o anche in inglese Jelling Mounds, cioè Cumuli gelatinosi, chissà il perché) sono due ammassi rocciosi vichinghi in gneiss o granito (basterebbe un’analisi petrografica per stabilirlo, qualora fosse consentito effettuarla, se si ottenesse il permesso per farla, data la gelosia con la quale esse sono protette dalle autorità danesi), che sono stati inseriti, insieme con la chiesa ed i tumuli sepolcrali dei dintorni, nella lista del Patrimonio dell’Umanità (UNESCO) nel 1994. E, per proteggerle dal degrado che continuava ad agire dopo un migliaio di anni soggette all’usura ed agli agenti atmosferici, nel 2011 sono state ricoperte da vetro e lamine in bronzo.
Sono state rinvenute nei dintorni della piccola città danese di Jelling, facente parte del comune di Vejle, sito nella regione dello Jutland; tale sito si trova al numero 1 della Thyrasvej, la strada che porta al villaggio di Jelling. Si tratta di pietre risalenti al X secolo.

La prima, che è la più piccola, è alta 1,85 metri, larga 1,07 e spessa 50 centimetri, fu realizzata per ordine del re Gorm il Vecchio, detto pure il Sonnolento, che nacque verso la fine del X secolo e regnò sulla Danimarca per una quarantina di anni, dopo la morte del padre Hartacnut. La dedicò alla consorte Thyra, forse figlia del re d’Inghilterra Aethelred. Non è dato sapere da dove la pietra provenisse; essa fu notata di fianco alla porta della chiesa, dove veniva usata come panca. La traduzione in italiano dello scritto in danese antico, che fino ad oggi è il primo rinvenuto che sia stato redatto da un re danese, recita quanto segue: “Re Gorm fece questo monumento in onore della sua moglie Thyra, orgoglio di Danimarca”. E, invero, egli la ritenne “orgoglio della Danimarca”, perché, come è ricordato nello scritto, lei si premurò di tutelare i Danesi portando al suo completamento il muro che proteggeva il regno dai tentativi di espansione dei Sassoni meridionali. Inoltre, fu fatta realizzare una palizzata di protezione circolare di 1,4 chilometri di circonferenza a protezione del sito. Lo studio di ciò che resta della stessa fa concludere che ci fosse una sola entrata, abbastanza stretta, situata verso il settentrione; però, pur non essendo stata individuata nessuna traccia, c’è da presumere che ce ne fosse almeno un’altra, più grande, aperta sul lato opposto. Su questa è inciso il testo più antico di un re danese nel quale, per la prima volta, compare il nome Danimarca; è un documento ufficiale scritto fra il 960 e il 985 d.C. Pertanto, questa pietra è un importante simbolo. Alla morte di Thyra, la sua salma fu sepolta in uno dei due grandi tumuli funerari.
Dello scritto, in danese antico, si parlò per la prima volta nel 1584, richiamato in un disegno di Rantzau, inserito in un testo di Caspar Markdanner, uno scudiero danese che fece sistemare la pietra; poi, ne parlò Ole Worm nel 1586.

La pietra più grande è alta 2,43 metri ed è, grosso modo, un prisma con la sezione a forma di un triangolo scaleno irregolare: una delle facce, larga 2,90 metri, porta solo incisioni runiche; su un’altra, di metri 1,62, è l’immagine di un leone avvolto dalle spire di un serpente; infine, sulla terza, larga metri 1,68, è rappresentato Cristo in croce, una delle prime immagini di quel genere comparse in Scandinavia. La pietra fu commissionata dal re Harald Bluetooth, figlio di Gorm e Thyra, per commemorare i suoi genitori, l’unione della Danimarca e della Norvegia in uno stato unico e la conversione sua e del suo popolo dal paganesimo norreno al cristianesimo. E pure di questa pietra si venne a conoscenza nel 1586.
Le pietre fanno da cornice alla chiesa bianca di Jelling ed ai due cumuli sepolcrali che le sono accanto, ammassati un migliaio di anni fa dai re vichinghi Gorn e Harald, alti una decina di metri o poco più e con un diametro di circa 70 metri. Essi sono pressoché identici per dimensioni, forma e modalità costruttive: sono formati da strati di zolle d’erba, sovrapposte con la faccia erbosa rivolta verso il basso. E fra i due cumuli furono messe le due pietre, mentre l’antica chiesa in legno fu sostituita da una in muratura.
E’ stata formulata l’ipotesi che i tumuli fossero il cimitero per i Vichinghi, ma forse non è così, perché, malgrado le serie di scavi effettuati, non è stata individuata nemmeno una tomba; anzi no, una tomba, una sola, è stata trovata e conteneva preziosi reperti fra i quali faceva bella mostra di sé la preziosa “coppetta di Jelling”, che si è dimostrata molto importante ed è conservata presso l’annesso museo denominato “Casa dei Vichinghi”, esposto all’ammirazione dei visitatori.
I tumuli sono praticamente il simbolo della nascita del regno di Danimarca e dell’avvento della cristianizzazione del suo popolo. A parte il loro inserimento nell’UNESCO nel 1994, essi sono ritenuti tanto importanti da riportare la raffigurazione sui passaporti danesi delle pietre, dei tumuli e del sito archeologico. Del resto, esse spesso sono ritenute il Danmarks dåbsattest (Certificato di battesimo della Danimarca), come fu definito dallo storico d’arte Rudolph Braby-Johansen negli anni ’30 del XX secolo, giacché esse rappresentano l’unificazione del regno sotto un solo sovrano e la conversione dei Danesi dal paganesimo norreno al cristianesimo.
Dopo un migliaio di anni di esposizione agli agenti atmosferici, nelle pietre sono state evidenziate crepe, per cui, dopo un attento esame effettuato da esperti dell’UNESCO il 15 novembre 2008, si decise di portarle al coperto per proteggerle da ulteriori danneggiamenti e dove sarebbero potute essere ammirate dai visitatori. Nel mese di febbraio 2011, si è scoperto che le pietre erano state imbrattate con la scritta GELVANE su entrambi i lati in vernice verde insieme con graffiti dello stesso colore; per di più, lo stesso trattamento toccò ad una lapide e alla porta della chiesa. Dopo infruttuose ricerche, alla fine si individuò il colpevole del malfatto, un quindicenne affetto dalla sindrome di Asperger (un disturbo dello spettro autistico), e si comprese che la parola non aveva nessun significato. Comunque, e meno male, la vernice non si era ancora indurita, per cui fu possibile eliminarla del tutto.
Ma poi fu stabilito dall’Agenzia del Patrimonio Danese di lasciare le pietre dove si trovavano, sotto la protezione del Museum Act, con la ferma intenzione di vietare qualsiasi attività che possa danneggiare o creare problemi agli importanti monumenti; e ciò fissando un’area del diametro di un centinaio di metri da tenere libera attorno a loro. E, nello stesso tempo, fu emanato un concorso in merito alle modalità da seguire per proteggere sia le pietre sia i tumuli. I progetti presentati furono addirittura 157 e chi vinse fu la Nobel Architets, che propose una struttura in vetro e bronzo atta a proteggerle dalle intemperie, dall’umidità, dalle elevate temperature e dall’usura, lavoro che fu portato a termine nello stesso 2011.
Le pietre sono situate vicino alla chiesa di Jelling e sono accessibili al pubblico. Il sito è un’importante attrazione turistica ed un luogo di interesse storico per chi desidera conoscere la storia vichinga e l’evoluzione della Danimarca.
In sintesi, le pietre di Jelling non solo rappresentano un’importante testimonianza storica, ma sono anche un simbolo della cultura danese e della sua evoluzione nel corso dei secoli.
In definitiva, ribadendo quanto di estrema importanza è stato anticipato più sopra, queste pietre che, in quanto a forma non sono un granché, rappresentano l’evoluzione della storia vichinga in seno alla Danimarca e alla Norvegia, facendole diventare un sito di interesse storico e di attrazione culturale per il turismo, il tutto basato sulla nascita di quello Stato, diventato unico, e sulla conversione del popolo danese dal paganesimo norreno al cristianesimo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. La fiasca del pellegrino in Etruria.

Per fiasca del pellegrino (o borraccia del viandante) s’intende far rifermento ad un recipiente da viaggio, di forma tendenzialmente tondeggiante schiacciata, per il trasporto di liquidi.
La tipologia in esame ebbe origine in oriente (già in Mesopotamia) e si diffuse nel Mediterraneo occidentale. La comparsa in Etruria viene perlopiù ricondotta a modelli ciprioti e fenici. Gli esemplari etruschi sono in bronzo, in impasto, in bucchero, argilla figulina, ceramica etrusco-corinzia e presentano varie morfologie.
Le fiasche in lamina bronzea si diffusero prevalentemente nell’VIII ed i primi dell’VII secolo a.C.

Una fiaschetta bronzea è stata rinvenuta nelle necropoli di Bucacce a Bisenzio in una tomba a fossa di inumato con cassone di tufo e coperchio a botte (della seconda metà dell’VIII secolo a.C.). Il corredo era composto anche da elmo di bronzo, lancia e due pugnali in ferro. Il contenitore ha bocchello cilindroide alto e stretto, corpo discoidale biconvesso ed ansa mobile quadrangolare con estremità ripiegate e conformate a testa di cigno. La fiaschetta era dotata di tracolla. L’oggetto è decorato con fasce concentriche di borchiette, metopali campite da punzonature a cerchi concentrici e zig-zag sulla fascia laterale.

Al Museo Etrusco Guarnacci di Volterra è esposta una fiasca di bronzo proveniente dalla Tomba del Guerriero di Poggio alle Croci (ultimi decenni dell’VIII secolo a.C.). Il corredo della tomba oltre alla fiaschetta ha restituito elmo crestato con calotta apicata, spada, lancia, giavellotto, morsi di cavallo. L’esemplare si caratterizza per una particolarità che lo rende unico tra i reperti in argomento: è composto da due parti separate che formano un unico contenitore a doppio scomparto per la conservazione di due diversi tipi di liquido (un reperto simile, di provenienza sconosciuta, è conservato in collezione privata). Sulla parte superiore del contenitore accanto a due alti colli cilindrici vi sono due occhielli ed un terzo occhiello è collocato sul fondo della fiasca. Il contenitore era munito anche di una catenella. La fiasca è decorata da fasce circolari concentriche, piccole cuppelle a punzone e cavallini stilizzati.

Un esemplare di bronzo da Ansedonia (forse vulcente), databile all’VIII secolo a.C. ed oggi ai Musei Vaticani, è decorato a sbalzo con borchiette, borchie costolate, cavalli isolati e doppio zig-zag. L’ansa è a testa d’uccello. Nel contenitore sono state riscontate tracce di una resina di origine vegetale della famiglia delle pinacee, forse da connettere alla conservazione del vino (Sannibale).
Le fiaschette ceramiche risultano prodotte di massima dalla seconda metà dell’VIII ed in particolare nel VII secolo.

Fiasca lenticolare etrusco-corinzia da Cerveteri esposta al Berlino Staatliche Museen (600 a.C. circa). Sul contorno del lato principale più convesso vi sono pantere, cavalli alati, cervi, volatili, animali fantastici. Nel tondo centrale sono dipinte due figure di guerrieri con corazza che sembrano danzare ai lati di un cratere a valute appoggiato su un sostegno. Sul lato secondario, più piatto, motivo a spirale al centro contornato da volatili con le ali aperte.
Fiaschetta geometrica (della prima metà del VII secolo a.C.), forse da Caere, della Collezione Castellani di Villa Giulia, con quattro anse forate, due in alto e due in basso. Presenta una serie di triangoli pieni bruni, separati dalla decorazione centrale per mezzo di una linea paonazza. Internamente, un motivo a stella a dieci elementi, che circonda un cerchio pieno a vernice bruna al centro.
Borraccia del viandante in bucchero del VII-VI secolo a.C. conservata preso il Museo di Monte Romano, proveniente dalla necropoli Vallicelle. L’oggetto ha corpo schiacciato, forma lenticolare, collo cilindrico con labbro svasato ed è privo di manici. Le facce sono ornate da cerchi incisi.

Fiaschetta in bucchero del VI secolo a.C. conservata al Museo di Pienza della collezione Landi Newton. Il contenitore è munito di quattro piccole anse, che servivano come passanti per la cordicella utilizzata per legarlo al fianco del viandante.
Una fiaschetta del pellegrino miniaturistica è stata ritrovata presso il deposito votivo di Campetti a Veio.

In una sepoltura a cista litica (tomba 16 della necropoli di Olmo Bello, databile tra il 750 ed il 725 a.C.) rinvenuta presso il lago di Bolsena, accanto ad armi (scudo circolare in bronzo e lancia) ed al corredo di un guerriero (cremato) è stata ritrovata una zucca essiccata, interpretata come fiaschetta del guerriero. Le analisi sui resti del liquido contenuto hanno evidenziato indicatori di un succo di frutta fermentato (di uva, mele o pere), l’assenza di acido tartarico – marker tipico del vino – la presenza di resine vegetali e tracce di resina di pino sottoposta a riscaldamento. Si è pensato ad una bevanda medicinale con funzione profilattica e terapeutica, particolarmente adatta per individui esposti a viaggi con cambiamenti climatici ed alimentazione variabile.
Le cosiddette fiaschette del viandante erano contenitori leggeri e resistenti adatti al trasporto di liquidi durante viaggi e spostamenti e venivano legate o appese ai fianchi. In Etruria provengono quasi esclusivamente da contesti tombali. Di solito fanno parte di corredi di guerrieri. Le fiaschette sono state trovate anche in tombe femminili. Un esemplare è stato rinvenuto in un deposito votivo. Le borracce erano utilizzate da militari ma anche da pellegrini e mercanti, diretti rispettivamente verso santuari e mercati commerciali. Le fiaschette dell’epoca contenevano perlopiù acqua o vino. In qualche caso potevano contenere anche bevande medicinali. Talvolta erano a doppio scomparto per il trasporto di liquidi diversi.

Sulle fiaschette/borracce del pellegrino cfr., tra gli altri:
Volterra la Tomba del Guerriero di Poggio alle Croci a cura di G. Cateni, Edizioni IFI Firenze, 1998, pagg. 24 e ss.;
Vetulonia, Orvieto e Grotte di Castro Circoli di pietra in Etruria a cura di Simona Rafanelli, ARA edizioni, 2014, pagg. 155-157;
– Paolo Enrico Arias, Una nuova fiasca da pellegrino in Studi Etruschi Vol. XXXVII;
– Sulla tomba 16 di Olmo bello e sulla fiaschetta di zucca v. l’articolo “Sciolto il mistero del proto-etrusco morto 2750 anni fa presso il lago di Bolsena. Argento spagnolo, armi e una fiaschetta di zucca contenente una bevanda strana. Chi era? Veniva da lontano o era del luogo? I nuovi studi” pubblicato il 15 aprile 2026 sul sito internet STILEarte;
– Sulle fiaschette in bucchero riportate nel testo Sergio Murli, Archeologia. La preziosa borraccia del viaggiatore, conosciuta anche come “Fiasca del pellegrino”, 26 agosto 2016 nel sito internet del Quotidiano Honebu di Storia ed Archeologia diretto da Pierluigi Montalbano.

Di seguito immagini delle fiaschette da Bisenzio, della tomba del Guerriero di Poggio alle Croci, del Museo di Villa Giulia e del Museo di Monte Romano.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Mario Zaniboni. L’adorante di Larsa.

L’“Adorante di Larsa” è una statuetta mesopotamica modellata nel periodo che va dal 2004 al 1595 a.C., acquistata nel 1931 dal Museo del Louvre di Parigi, dove oggi è conservata nel Dipartimento Antichità Orientali.
Questa mostra una figura umana con un cappello sul capo, con il ginocchio destro appoggiato al suolo e con una mano alla bocca nell’atto di pregare.
Non si sa nulla sul suo ritrovamento, ma quasi sicuramente è proveniente da Larsa. Questa, che oggi si chiama Tell as-Senkerch, è un’antica città babilonese situata nella zona desertica fra i fiumi Eufrate e Shatt el-Qār, situata non lontano dai resti di Uruk e ricordata nella Bibbia con il nome di Erech. Fu la capitale di un piccolo stato dal 2187 al 1901 a.C. governata dalla dinastia di Larsa, appunto, cioè fino a quando fu inglobata nell’impero babilonese.
Larsa è un sito archeologico terreno di conquista, se è consentito questo termine, grazie all’abbondanza ed alla ricchezza che di ciò che si riesce a trovare; una meta ambita e frequentata da studiosi e archeologi alla ricerca di reperti antichi di grande valore storico-culturale di cui essa è ricca, essendo uno dei più ampi ed importanti siti dell’intero Iraq e del Medio Oriente, con i suoi 200 ettari di espansione. Infatti, sono presenti diverse missioni occidentali, andando dagli statunitensi ai francesi, dagli inglesi ai tedeschi e, dal 2011, a nostri connazionali; questi sono attivi presso le sponde dell’Eufrate dal 2011.
Purtroppo c’è stato un periodo di stasi causato dai malumori fra l’Iraq e vari paesi della zona, ma sembra che la calma sia definitivamente tornata, consentendo agli archeologi di procedere con i programmi di ricerca ed i lavori relativi.
Si ricorda che la missione di Vallet trovò diversi reperti fra i quali emersero 60 tavolette con scritti cuneiformi, grazie alla decodificazione dei quali si è scoperta la reggia e l’identità di un sovrano; queste ora sono custodite nel Museo di Baghdad.
Tornando alla statuetta, che è realizzata in rame e placcata in oro, di cui è andata perduta la traccia su tutta la figura con l’esclusione del viso e delle mani, misura 14,8 centimetri di lunghezza, 7 di larghezza e 19,6 di altezza. La forma, come si è detto più sopra, ricorda quella di un uomo nell’atteggiamento caratteristico di chi sta pregando. Su un lato della base è una iscrizione in sumero da cui si evince che un certo Lu-Nanna, figlio di Sin-le’i, costruì una statuetta di rame placcata in oro nell’atto di una persona che sta pregando il dio Amurru, protettore degli Amorrei, per la vita di Hamurrabi e per la propria, dedicandogliela nella sua qualità di servo.
In un primo tempo, si è pensato che rappresentasse Hammurabi, sovrano babilonese vissuto fra il XVIII e il XVII secolo a.C., ma, approfondendone lo studio, si è pervenuti ad una modifica, in base alla quale si è ritenuto che si trattasse di un certo Lu-Nanna.
Fra le varie missioni in attività, fa spicco Régis Vallet, un ricercatore del Centre National de la Recerche Scientifique (CNRS), che lavorava in Mesopotamia, territorio composto da Iraq, Siria sudorientale e Iran sudoccidentale. Laggiù era direttore della Missiome Archeologica Franco-Siriana di Tell Feres e oggi sta raccogliendo ed ordinando tutto il materiale recuperato nel sito che quanto prima arriverà alla stampa. Egli ha avuto parole entusiasmanti in merito al sito in cui stava lavorando, al punto di definirlo un “parco giochi archeologico”, aggiungendo che era un “paradiso” per appassionati di antichità, studiosi e archeologi.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it