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Mario Zaniboni. La pietra di scone.

La Pietra di Scone, come vuole la leggenda, fu il cuscino sul quale Giacobbe, nella città di Betel, sita a nord di Gerusalemme, ebbe la visione di una processione di angeli che salivano su una scala che giungeva al cielo e ne discendevano; inoltre, sempre in tal senso, è stato confermato che l’incrinatura che la pietra mostra sia il risultato di un colpo infertole da Mosè affinché essa portasse acqua.
Non si sa come, ma la pietra giunse in Scozia dove fu usata dai re di Dalriada per le loro incoronazioni; successivamente fu usata, allo stesso scopo, da quelli inglesi.
Altra versione è che la pietra sia stata portata in Scozia dalla fondatrice della stirpe scozzese, la principessa egiziana Scota.

Si tratta di un blocco anonimo di arenaria rossa a forma di parallelepipedo, totalmente liscia, sulla cui superficie è incisa una croce latina, e il cui valore, dal punto di vista del materiale che la costituisce, è praticamente minimo, ma è preziosa per ciò che riguarda la sua storia, in quanto è portatrice di una significativa ricchezza di leggende e tradizioni popolari; del resto, oltre ad essere semplicemente denominata “Stone of Scone”, è detta pure Stone of Destiny o Coronation Stone (Pietra del Destino o Pietra dell’Incoronazione). Le sue dimensioni sono di cm 66 centimetri di lunghezza, 42 di larghezza e 26,7 di spessore; considerando il peso specifico dell’arenaria, il suo peso è attorno ai 170 chilogrammi.

Essa fu trovata a Scone, un villaggio situato nella parte nordorientale della città di Perh in Scozia, in un campo. Nel 1296, fu trasferita a Londra da Eduardo I e posta sotto il trono delle incoronazioni nell’Abbazia di Westminster. Solamente nel 1996 fu trasportata a Edimburgo, per essere laggiù custodita, ma con l’accordo di poterla usare a Londra in occasione dei riti connessi con le incoronazioni dei re inglesi. Il 2 giugno 1953 fu utilizzata per l’incoronazione della regina Elisabetta II, mentre l’ultima volta il suo uso servì all’incoronazione del re Carlo III, il 6 maggio 2023. E dai primi mesi del 2024 è ritornata a Edimburgo, dove resterà fino alla prossima incoronazione.

La pietra, attorno al 700 a.C., fu trasportata dal Medio Oriente all’Egitto, da qui giunse in Sicilia, poi in Spagna, per concludere il suo viaggio, alla fine, in Irlanda, dove fu sistemata sulla Collina di Tara, il sito neolitico situato nella Contea di Meath dove, secondo la tradizione, venivano proclamati gli antichi re d’Irlanda. Qui ci riporta la tradizione secondo la quale i re d’Irlanda vi si sedevano sopra in occasione della loro incoronazione. Qualcuno ha tramandato che il governatore irlandese Fergus Mor la portò in Scozia verso il 500 a.C. Qualcun altro è di diverso avviso: secondo il suo parere, la pietra fu trasferita dall’Irlanda del Nord alla Scozia, grazie all’interessamento della principessa Scora, figlia di un faraone egiziano. Però, non si sa se quella pietra sia, oppure no, la stessa, perché – a onor del vero – ci sono scritti di alcuni cronisti medievali che ritengono che facesse parte di un trono in pietra scolpito: a quel punto, la pietra potrebbe esserne solamente una parte.

Per questioni di campanilismo, il giorno di Natale del 1950, quattro studenti scozzesi, Ian Hamilton, Kay Matheson, Alan Stuart e Gavin Vernon, la tolsero dalla Abbazia di Westminster con lo scopo di riportarla in Scozia, ma maldestramente cadde loro, spezzandosi in due tronconi di diversa misura e, così com’era, la nascosero in un campo; successivamente fu trasportata ad Edimburgo, dove si sa che, stando al racconto di un diplomatico americano, la parte di dimensioni maggiori fu nascosta, all’insaputa di tutti, in un baule nel seminterrato del consolato, per essere trasportato, poi, nelle Highlands del Nord.
Il governo inglese la cercò dappertutto senza fortuna, finché “voilà”, comparve sull’altare dell’Abbazia di Arbroath, l’11 aprile 1951. Questo atto ebbe un significato simbolico, perchè quella località ricordava la data nella quale, nel 1320, i baroni scozzesi avevano firmata la “dichiarazione di Arbroath”, per rivendicare l’indipendenza della Scozia stessa.
A quel punto, la pietra fu riportata a Westminster, dove nel 1953 fu utilizzata per l’incoronazione della regina Elisabetta II e poi nel 2023 Carlo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Cammeo di Hallstatt.

Nel distretto di Gmunden, nell’Alta Austria, è il comune di Hallstatt, rinomato come mercato (Marktgemeinde).
Qui, nel 2005, un gruppo di operai stava facendo lavori preparatori per il montaggio di una funicolare, dove archeologi della società ARDIS Archäologie GmbH e dell’ente Upper Austrian State Culture Company, facevano indagini per conto della società Salzwelten (Miniere di Sale) GmbH.
E, durante gli scavi, è stato ritrovato un oggetto veramente raro, cioè un cammeo dell’epoca romana, raffigurante Medusa, una delle tre Gorgoni figlie di Forco e Ceto, due divinità marine. Queste dee, di cui solamente Medusa era mortale, come lo dimostrò la sua decapitazione da parte di Perseo, avevano il potere di pietrificare chi le avesse guardate; e, proprio per non essere pietrificato, Perseo usò lo stratagemma di non guardare direttamente nei suoi occhi, bensì nel riflesso offertogli da uno scudo. Essa aveva serpenti vivi al posto dei capelli (Gorgoneion) e da giovane era bellissima.
Si tratta di un piccolissimo oggetto, di appena un centimetro e mezzo di altezza che, se non ci fosse stata la presenza di archeologi, probabilmente non sarebbe nemmeno stata notata.
E’ in onice e agata bianca con fasce nere, artisticamente e squisitamente scolpita; fu usato o come pendente o come facente parte di una collana, ma sicuramente è appartenuto ad una matrona di alto lignaggio. E il suo reperimento, lassù, significa che quell’area, pur essendo lontana da Roma, era inserita nella cultura e nell’economia dell’impero romano.
Il parere degli esperti, che hanno avuto il piacere si trovarselo fra le mani e di studiarlo profondamente, è che il cammeo sia stato realizzato ad Aquilea attorno al II secolo d.C. Comunque, si tratta di un oggetto che si trova in uno stato di conservazione del tutto eccezionale.
In quella zona sono stati trovati solamente tre cammei di origine romana: infatti, con quello di cui si sta dicendo, sono venuti alla luce un anello con un leone ed un altro, in oro, con la figura di Cupido. Il primo è conservato nel Museo Civico di Wels e l’altro nel Museo Lauriacum. Entrambi i cammei sono più piccoli.
Comunque, il primo cammeo è di fattura superiore agli altri due e, inoltre, mostra una lavorazione artistica di un livello che non si incontra nei cammei rinvenuti in altri siti archeologici austriaci, quali quelli di Wels e Enns.
Magari ci si può chiedere perché si sia riprodotta l’immagine di una dea altamente pericolosa: forse perché era molto popolare o, forse meglio, perché era ritenuta una protezione contro le disgrazie o la malasorte.
Che Hallstatt fosse una zona di grande interesse archeologico era stato riscontrato già nell’Ottocento, quando l’austriaco Johann Georg Ramsauer, che gestì le miniere e diresse l’esecuzione di escavazioni nei dintorni del cimitero di Hallstatt, dal 1846 al 1863, si imbatté in una necropoli a Echerntalweg (Sentiero di Echerntal). Questo fu lo spunto che lo spinse a continuare ricerche in merito alla conoscenza di quel territorio.
Da quel lavoro si ebbero buoni risultati, che furono al massimo quando, nel XIX secolo, il naturalista, botanico e speleologo austriaco Friedrich Morton rinvenne una buona quantità reperti, databili fra il 600 e il 400 a.C., che si riferivano ad abitazioni e a corredi funerari.
E’ stato stabilito che il reperto sarà conservato in quello che è ritenuto uno dei principali, se non il più importante, dei musei di quell’area, vale a dire quello del Castello di Linz. La sua presenza fra i tantissimi reperti provenienti da quel territorio sicuramente sarà un punto di richiamo per visitatori e, soprattutto, di studiosi interessati a conoscere fino in fondo il valore archeologico di Hallstatt.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Pier Luigi Guiducci. Archeologia cristiana. Esempi di ricerche storiche e alcuni nuovi ritrovamenti.

Località. Evidenze. Le conferme di una Chiesa in missione.
Tra le diverse discipline scientifiche, l’archeologia cristiana conserva un proprio ruolo. Come ogni espressione dell’archeologia in generale, sviluppa indagini e studi che intendono ampliare una conoscenza. Utilizza, inoltre, tecniche sempre più sofisticate: telerilevamento, IA, imaging multispettrale, robotica, archeometria, scavo stratigrafico, et al.. Si amplia in tal modo un globale processo di acquisizione di dati. Unitamente a ciò, la valorizzazione dei reperti collegati a siti cristiani intende favorire una migliore comprensione del cammino della Chiesa in epoca antica. Non si tratta di un patrimonio solo da custodire nel tempo, di una memoria da tutelare, ma di un insegnamento che sviluppa significativi riflessi anche sulla vita delle attuali Chiese locali.
Si pensi a quanto fa riferimento al kerygma (dal greco “proclamazione”). È nota agli studiosi, ad esempio, l’immagine del pesce. La si trova diffusa nei graffiti fin dal II sec. d.C..Tale simbolo deriva dal termine ΙΧΘΥΣ (ichthys) = pesce, originato dalle iniziali della frase greca che in italiano significa: “Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio”.
In tale contesto, l’archeologia cristiana, nei suoi diversi aspetti, rimanda in tal modo al nucleo della Buona Novella (incisioni, affreschi, battisteri…), alle testimonianze di fede rese fino allo spargimento del sangue (martyria, sepolcri), alla decifrazione di antichi testi cristiani (es. il Papiro 29 è uno dei più antichi manoscritti esistenti del Nuovo Testamento, datato paleograficamente agli inizi del III sec. d.C.; scritto in greco), al culto mariano (es. il Papyrus Rylands 470 con la preghiera del Sub tuum praesidium, III sec. d.C.; l’antica iscrizione greca “Xe mapia” che significa “Ave, o Maria”).
Infine, occorre ricordare, che i vari reperti trovati attestano anche la devozione dei fedeli verso i santi (invocazioni incise nelle catacombe, epigrafi in marmo), e le prime sedi delle nascenti comunità cristiane (implantatio Ecclesiae)….

Leggi tutto nell’allegato: Archeologia cristiana

Autore: Pier Luigi Guiducci – plguiducci@yahoo.it

Mario Zaniboni. Rune sul coltellino di ferro.

Quando si va cercare e scavare nei siti che appartengono al passato, può capitare di trovare cose molto interessanti sia per la loro essenza, sia perché offrono la possibilità di aprire uno squarcio in ciò che nasconde quanto esse abbiano rappresentato per i popoli che le possedevano.
È ciò che è successo, fra i tantissimi casi, presso Odense in Danimarca, in un sito dove, sotto una tomba a urna, è stato rinvenuto un coltellino di ferro di 2.000 anni fa, lungo 8 centimetri, sul quale con la pulitura si sono scoperti cinque caratteri (rune), alti mezzo centimetro e riportanti tre scanalature.
Secondo il parere degli studiosi, quell’iscrizione significa “hirila”, cioè “piccola spada” nell’antico alfabeto delle popolazioni germaniche. Questa è la più antica iscrizione runica reperita in Danimarca, insieme con quella iscritta su un pettine d’osso venuto alla luce nel 1865.
Si trattò del ritrovamento di un oggetto costruito addirittura 800 anni prima delle pietre di Jelling Stones dello Jutland, storicamente famose, tanto da essere ricordate, talora, con la definizione di “certificato di nascita della Danimarca”, giacché fanno riferimento a quanto di buono ha fatto il re Harald Bluetooth ed alla presenza di Cristo in quel Paese. Su ciò è stato fatto il punto dal The Heritage Daily.
Le rune erano segni grafici utilizzati dai popoli germanici e scandinavi, prima che giungesse da loro l’alfabeto latino, e sono un aiuto nella comprensione della prima lingua scritta, che veniva parlata nella Danimarca nell’età del ferro, vale a dire a partire dal XIII secolo a.C. per quanto attiene all’area del Mare Mediterraneo e nell’intervallo fra il IX e l’VIII secolo a.C. per l’Europa del Nord.
Un interessante giudizio è stato espresso da Lisbeth M. Imer, un’archeologa danese, curatrice e runologa presso il Museo Nazionale di Danimarca, il cui compito è quello di occuparsi degli scritti di natura culturale (in particolar modo delle rune, delle pietre con scritti runici, delle iscrizioni runiche vichinghe e groenlandesi). Testualmente ha detto: “È incredibilmente raro trovare rune così antiche come su questa lama, ed è un’opportunità unica per saperne di più sulla prima lingua scritta della Danimarca che era effettivamente parlata nell’età del ferro”.
A proposito di queste rune, c’è da dire che all’epoca della loro nascita l’istruzione era poco diffusa, per cui c’è da ritenere che allora esistesse un primo e raro gruppo di persone che fungevano da scribi le cui tracce, secondo Archeonews, sono state individuate nell’isola di Fionia. Questo tipo di documento proveniente dal passato lo si trova anche e solamente in un piccolo pettine d’osso, la cui nascita è stata stimata nel 150 d.C. circa, reperito nella parte occidentale di Odense a Vimosen: su questo è l’iscrizione “harja”.
Naturalmente quel coltello, unitamente a tanti altri manufatti, è esposto nel Museo Møntergarden di Osense, messo a disposizione dell’attenzione di visitatori e di ricercatori, offrendo loro la possibilità di conoscere sempre di più il passato della Danimarca, attraverso la sua voluminosa e interessante ricchezza archeologica.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it