Archivi categoria: Studi e Ricerche

Giuseppe Budetta. La nave della morte.

Il bambino nel grembo materno sogna dal terzo mese di gravidanza, quando il cervello è in formazione.
Da dove arrivano le immagini bidimensionali che producono i sogni fetali? Cosa si sogna quando si è un feto al terzo mese di gestazione?
Secondo studi recenti (J.A. Hobson, 2011 e 2019), il sonno intrauterino diventa regolare dalla 36ma settimana di gravidanza. Prove sperimentali (D. Chamberlain, 1998 e 2004) dimostrano che un feto attraversa una fase di sonno REM (la fase in cui gli adulti sognano), durante la quale gli arti si muovono, suggerendo che stia sognando. Altre prove (S. Ozturk, H. Karagoz, F. Zor, 2006) fanno supporre che i feti sognino prima d’iniziare i movimenti tipici della fase di sonno REM. Uno studio recente ha dimostrato che nei feti di pecora l’attività elettrica del cervello è associata al sogno, iniziando molto prima della manifestazione del sonno REM.
Cosa sognano i feti? Gli scienziati Voss U. e Klimke A. (2018) ritengono che i feti in utero possano sognare le sensazioni provate durante il giorno, sensazioni intrauterine, naturalmente. Altri suggeriscono che il cervello elabori immagini del mondo esterno, attingendole da ciò che s’intende per coscienza collettiva.
Le immagini oniriche sembrano essere un correlato inscindibile della materia cerebrale, sia umana che animale. In feti di vitello all’8° mese di gestazione, Ruckebusch Y. e coll. (1997 e 2004), osservarono stati di veglia e di sonno, simili a quelli rilevati in ruminanti adulti. Idem, in feti di agnello, in cui compaiono fasi di sonno con onde lente al 4° mese di gestazione (periodo gestazionale di 5 mesi), alternate a periodi di veglia. In questi animali, i movimenti fetali sarebbero presenti, sia in veglia, sia nel sonno tipo-REM occupante fino all’80% del tempo di registrazione. Hillman J. (2003), afferma: il sogno non è nel paziente, non è qualcosa che egli fa. Invece, è il paziente a essere nel sogno, ad essere costruito nella sua finzione. Hillman dice che le persone che si vedono nei sogni sono personae, maschere, nella cui cavità è presente un numen (un dio). Non si tratta di rappresentazioni (simulacra) del loro sé vivente, non fanno parte della persona che sogna. In molti sogni omerici, il dio o eidolon (immagine) appare al sognatore nelle vesti di un amico vivente.
Le immagini bidimensionali includono la Mente, non la Mente le immagini, così come è il sogno a includere il sognatore (l’io onirico), non l’inverso. L’esistenza del sogno sarebbe la dimostrazione di come la Mente si disinteressi della sua esperienza mortale per nutrirsi delle immagini che vanno formandola. Hillman lo chiama il vascello immaginale, ovvero la Nave della Morte.

Autore: Giuseppe Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

Alessandro Daudeferd Bonfanti, Le fonti delle migrazioni nell’Italia centrale: i Siculi e il magma dei popoli.

Per quanto riguarda le antiche attestazioni dell’ethnos dei Siculi all’infuori della Sicilia/Sikelia e dunque in ambito peninsulare, voglio prima ricordare, come ha già fatto Jean Bérard nel suo monumentale libro La Magna Grecia , che prima Pausania e poi Dione Crisostomo hanno parlato della collina alle porte di Atene che prese il nome Sikelia . Ma non lasciamoci prendere dal desiderio di fare strane congetture per trarne false conclusioni, poiché il nome deve avere delle origini pressoché recenti. E su questo, lo scrivente e Bérard mostrano pensiero unanime. …

Leggi tutto nell’allegato: Alessandro Daudeferd Bonfanti, le fonti delle migrazioni

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Autore: Alessandro Daudeferd Bonfanti – daudeferd@email.it

Michele Zazzi. La classe sociale etrusca dei Lautni.

In alcune iscrizioni etrusche determinati individui, sia di genere maschile che femminile, sono qualificati rispettivamente come lautni/lautuni e lautniθa/lautnita.
Prevalentemente si tratta di epigrafi funerarie ma vi sono anche documenti di tipo diverso come ad es. ex voto o un peso da Marzabotto inscritto con il gentilizio “Lautnie”.
Ad eccezione di un’attestazione di epoca tardo arcaica (iscrizione su altare da Orvieto, Campo della Fiera della fine del VI secolo a.C.), la maggior parte delle testimonianze si riferiscono alla fase finale del periodo ellenistico e provengono prevalentemente dall’Etruria centro – settentrionale (in particolare Perugia e Chiusi) ma anche dall’Etruria meridionale.
Due testi bilingui etrusco – latini mostrano l’equivalenza tra la parola latina libertus (= liberto, schiavo liberato dal padrone) con quella etrusca lautni/lautuni: CIE 1288 = TLE 470 (=CIL XI 2203), da Chiusi “Leucle Phisis lautni” = “L. Phisius l(ibertus) Laucl”; CIE 3962 (=CIL XI 1990), da Perugia, “lar(n)th scarpe lautuni” = “L(ucius) Scarpus Scarpiae l(ibertus) popa”.
La maggior parte degli studiosi (ad es. Massimo Pallottino, Mario Torelli, Giovannangelo Camporeale, Gilda Bartoloni, Giulio M. Facchetti) ritengono che i lautni fossero quindi degli schiavi affrancati dai rispettivi padroni. Altri autori (ad es. Jaques Heurgon) tendono piuttosto ad assimilarli ai clientes della società romana che, per quanto formalmente liberi, erano legati da vincoli morali, economici e giuridici verso il patrono.
A prescindere dalla riconducibilità dei lautni ai liberti o ai clienti risulta alquanto complesso comprendere lo status giuridico degli appartenenti a tale classe sociale.
Da alcune iscrizioni risulta che i lautni dopo la liberazione non prendevano il nome di famiglia dell’ex padrone ma mantenevano il proprio nome da schiavo. In certi casi lo schiavo liberato trasformava il proprio nome in un nuovo gentilizio, che veniva poi trasmesso ai figli. Da ciò si è desunto che i lautni, almeno formalmente, non facessero più parte della famiglia dell’ex padrone. Tale ipotesi sembrerebbe trovare conferma nella circostanza che raramente i lautni venivano deposti nella tombe della famiglia dell’ex padrone (in questo senso Vincenzo Bellelli, Enrico Benelli, Giulio M. Facchetti).
Verso la fine del I secolo a.C. per influenza del diritto romano anche in Etruria i liberti assumeranno il nome gentilizio dell’ex padrone.

Sui lautni cfr., tra gli altri:
– Vincenzo Bellelli, Enrico Benelli, Gli Etruschi La scrittura, la lingua, la società, Carocci Editori, 2018, pagg. 140 e ss.;
– Giulio M. Facchetti, L’enigma svelato della Lingua Etrusca La chiave per penetrare nei segreti di una civiltà avvolta per secoli nel mistero, Newton & Compton Editori, 2000, pagg. 83 e ss.

Immagini di urnette inscritte di individui appartenenti alla classe dei lautni:
– urna chiusina di arntile afunas lautni esposta al Metropolitan Museum of Art,
– urna di tlapu: lautni: capznas: tarchisla: dalla necropoli del Palazzone di Ponte San Giovanni (PG).

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. Hinthial, l’Ombra di San Gimignano e la serie dei c.d. bronzetti allungati.

Nel 2010 in località Torraccia di Chiusi a San Gimignano è stato riportato alla luce un bronzetto di forma allungata.
La statuetta risultava sepolta vicino ad un altare in pietra e faceva parte di un’area sacra, nei pressi di una sorgente, in uso senza soluzione di continuità dal III secolo a.C. fino al II d.C. Sul posto sono state ritrovate anche varie offerte frammenti ceramici, bronzi e monete.
Il bronzetto (alt. cm. 64,6; peso gr. 2200) riproduce un offerente stante che indossa una toga che lascia scoperta la spalla e il braccio destro e arriva fino ai polpacci; ai piedi indossa calzari con allacciatura alta; con la mano destra tiene una patera ombelicata, la sinistra, aderente al corpo, ha il palmo rivolto verso l’esterno; le gambe sono leggermente divaricate; ha grandi occhi, il naso prominente e la bocca carnosa; la capigliatura è a ciocche.
Il bronzetto allungato fa parte di un gruppo di ex voto (una ventina) del periodo ellenistico, rinvenuti nell’Etruria centro – settentrionale, nel Lazio e nelle Marche, ritenuti di produzione etrusca. Le statuette della serie sono accomunate da una struttura corporea longilinea e sproporzionata, talvolta schematica e dalla testa lavorata a tutto tondo. Si tratta di oggetti piuttosto eterogenei: l’altezza è compresa tra i 20 e gli 80 cm e le figure rappresentano variamente divinità, offerenti, portatori d’acqua, aruspici ed infanti (come la celebre Ombra della sera di Volterra).
Secondo un’interpretazione l’allungamento rispondeva al desiderio del donante di evidenziare la propria offerta al cospetto della divinità e degli altri frequentatori del santuario. E’ stato anche proposto che l’altezza ed il peso di tali ex voto fossero parametrati rispettivamente a precisi canoni estetici ed alla monetazione del tempo.

Info:
Per approfondimenti sull’Ombra di San Gimignano (esposta al Museo Archeologico di San Gimignano) e sulla scoperta dell’area sacra cfr. il catalogo della mostra organizzata al Museo Archeologico di San Gimignano dal 30 novembre 2019 al 31 maggio 2020 “Hinthial L’Ombra di San Gimignano l’Offerente e i reperti rituali etruschi e romani”, sillabe, a cura di Enrico Maria Giuffrè Jacopo Tabolli.

Autore:
Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it