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GERMANIA. Gli scheletri di Waldassen.

Nella Germania centrale, in Baviera, c’è una deliziosa e incantevole cittadina, Waldsassen, che ha un fascino particolare per tutto quanto attiene all’arte gotica. Per questo, tutti gli anni è meta di frotte di fedeli e di appassionati di archeologia, in particolar modo per il suo lato oscuro e misterioso. Invero, i visitatori si soffermano ad ammirare i cosiddetti “Scheletri di Waldsassen”, appunto, denominati anche i “Corpi Santi” e le “Sante Reliquie Ingioiellate”, che sono conservati nella locale Abbazia, che è un monastero femminile della congregazione cistercense, fondato nel 1133.
Si tratta dei resti di dieci martiri cristiani, rivestiti in oro, gioielli e monili, esumati dalle catacombe romane nel periodo che va dal 1688 al 1765. Interessante è la posizione assunta dalla Chiesa a proposito di questi martiri, che non venivano riconosciuti come santi, però erano ritenuti alla loro pari, per cui, per distinguerli, furono chiamati “Santi delle Catacombe” (Katakombenheiligen).
Fino a quando, nel 313 d.C., Costantino legalizzò il cristianesimo, i fedeli della nuova religione, che non potevano praticarla a Roma ed erano perseguitati dalla legge, si nascondevano nella profondità del suolo, in quella quarantina di cavità, le catacombe, da loro escavate al di fuori delle mura, per pregare, per onorare i loro defunti e per dare loro una dimora. Ciò accadeva fra il I e il IV secolo d.C.
Fino alla prima parte del XVI secolo, martiri della fede non erano troppo venerati, anche e soprattutto a seguito del parere della Riforma Protestante, per la quale tale forma di culto rasentava l’idolatria ed il paganesimo. Poi, più avanti nel XVI e quindi nel XVII secolo, le catacombe cominciarono ad essere aperte per recuperare i resti di coloro che, ritenuti martiri, vi erano sepolti, e per portarli nelle regioni della Germania meridionale, in Svizzera ed in Austria.
Nel XVII secolo, si verificò un fatto un po’ strano, cioè si sviluppò un fervore religioso avvalorato dalla passione per l’arte barocca, che spinse quelli dotati di un senso artistico a produrre opere, senza dubbio veri capolavori, pronte per essere esposte all’ammirazione del pubblico di fedeli e di appassionati a ciò che proviene dal passato. Così, si avviò la sistemazione artistica degli scheletri a disposizione con la loro vestizione con indumenti contemporanei, ricchi, per non dire ricchissimi, adornati di preziosi gioielli, oro e monili; talora si nascondevano le orbite dei crani con occhi di vetro; e i teschi venivano ricoperti di cera o di cartapesta, poi modellata a offrire l’aspetto di volti. Come scelta degli indumenti maschili, si puntava su quelli di generali romani, muniti di corazza ed aggiungendo spade e corone d’alloro o anche palme a significarne vittoria.
Poi, piano piano, il culto per le reliquie dei martiri cominciò a raffreddarsi, tanto che oggi, per quel che si sa, praticamente Waldsassen rimase l’unico o forse uno dei pochi monasteri dove le salme delle catacombe romane continuano ad essere venerate.
La Basilica di Waldsassen, una delle tante chiese costruite secondo i dettami del barocco, ben decorata di affreschi e stucchi, non è diversa dalle tante simili esistenti, ma quando il visitatore alza lo sguardo sulle pareti, si rende conto che quella abbazia ha, come si suol dire, una marcia in più. Questa constatazione perchè incassate nel muro sono dieci teche, contenenti altrettanti scheletri, portati in quella chiesa nel periodo ricordato, sistemati in diverse posizioni, cioè in piedi o adagiati, con drappeggi dorati ed armature tempestate di pietre preziose. Tutto questo fu opera del monaco cistercense Adalbart Eder che, dotato com’era della capacità artistica dell’orafo, si adoperò per rivestire ed ornare gli scheletri come se appartenessero a nobili del suo tempo.
In genere, si tratta di martiri di cui non si conoscono i nomi (a parte quelli di Santa Mundizia, di San Valentino, di San Graziano e di qualche altro), però, qualora si conoscesse, di solito si preferiva dargliene un altro, spesso immaginario, se non si era sicuri al cento per cento della loro identità. In effetti, pare di poter affermare con sicurezza, o quasi, che uno sia stato identificato per San Valentino, che in vita era vescovo, e pertanto sia stato reso riconoscibile per la tonaca talare e per il tricorno, che denotano la sua posizione ecclesiastica. Inoltre, si è evidenziato lo scheletro di San Graziano che, secondo la leggenda, era un militare romano, per cui gli si fece indossare una corazza.
Gli scheletri, circa 2.000, furono distribuiti in monasteri e chiese della Germania meridionale, della Svizzera e dell’Austria, con l’ulteriore nome di “Sante Reliquie Ingioiellate”.
A proposito di questo fenomeno, è molto interessante il libro con tante belle illustrazioni dal titolo “Hevenly Bodies: Cult Tresaurus & Spectacular Saints from the Catacombes“, edito dalla casa editrice Thomas & Hudson nel 2013. Questo fu il frutto del lavoro dello storico e fotografo Paul Koudounaris, il quale, trovandosi nel 2008 in un villaggio tedesco presso il confine con la Repubblica Ceca, visitò una piccola chiesa nella quale ebbe la sorpresa di trovarvi due scheletri ingioiellati. Colpito da quella visione, si dedicò, negli anni successivi, alla visita di chiese dove ne erano ospitati altri ed il tutto fu riportato in quel libro di cui si è detto.
Secondo il suo parere, il fatto che gli scheletri indossassero abiti di lusso e fossero ingioiellati era per mostrare come doveva essere la Gerusalemme celeste, di cui si parla nel ventunesimo capitolo del libro dell’Apocalisse, dove si trova scritto che il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima; e, secondo lui, il risultato fu che si ebbero “gli oggetti artistici più belli mai creati con ossa umane”.
Quei dieci scheletri, ogni anno sono celebrati con una messa solenne in loro onore dei loro proprietari.
Oggi, pare che ci siano solamente quelli di Waldsssen che sono esposti in teche di vetro, che tempo addietro potevano essere oscurate con pannelli di legno perché solo in particolari momenti della Chiesa era consentita la visione dei “Corpi Santi” (Heilige Leiber).
Tanti fedeli religiosi europei di quell’epoca si erano recati a Roma, dove spesero ingenti somme di denaro per rilevarli e trasportarli nei luoghi di culto delle loro città d’origine.
Fra questi, il primo scheletro completo, chiamato Deodatis, prelevato dalla catacomba di Calixtus, un’importante area funeraria di Roma, pervenne a Waldsessen nel 1688, a seguito dell’intervento di un canonico di Regensburg.
Nel secolo XVIII – come ricordato più sopra – gli scheletri dei martiri provenienti dalle catacombe romane erano esumati e trasportati nelle regioni meridionali della Germania, Svizzera ed Austria. Una volta arrivati a destinazione, vigeva l’abitudine di vestirli con ricchissimi indumenti attuali di allora e ricoprirli abbondantemente di gioielli.
Era una forma di riconoscimento per tutto quanto era legato al loro sacrificio. Quei martiri vissero attorno al IV secolo d.C. I loro scheletri venivano sistemati in atteggiamenti e pose che possono prendere le persone vive, quali quelle di vincitori di battaglie, per esempio, o quelle sedute durante una discussione o altro ancora: sempre e comunque pose di persone “vive”: quello era lo scopo.
Ma, in definitiva, quanti furono gli scheletri di martiri esumati e agghindati? La Chiesa ritiene che gli scheletri completi finiti in Germania, Svizzera edd Austria siano stati non meno di 2.000. E, sempre secondo la Chiesa, la chiesa di Valdsassen è da considerare la “Cappella Cristiana della Morte”, essendo ben dieci le salme recuperate.
Le Sante Reliquie sono entrate presto a far parte della cultura popolare, diventando un punto di riferimento quando si necessita di aiuto e in molte famiglie e ai neonati si danno il nome del martire locale proveniente dalle Catacombe Romane.
Però, come capita sempre, anche in questo caso si giunse alla fine. Nel XVIII secolo, infatti, l’imperatore d’Austria Giuseppe II, cattolico che seguiva i principi dell’Illuminismo, volle chiarire molte cose su quelle ossa e giunse alla chiusura di 700 monasteri che, secondo il suo parere, non svolgevano al meglio i loro compiti a proposito dei servizi educativi o di assistenza; inoltre, ordinò la distruzione degli scheletri che non si riusciva a dimostrare che erano veramente di martiri. Solo qualcuna di quelle reliquie venne risparmiata, ma solamente perché era stata donata alle chiese dall’imperatrice Maria Teresa, madre di Giuseppe; comunque vennero “declassati”.
A completare l’opera ci pensarono i ladri che, nel XX secolo, si introducevano nelle chiese e spogliavano le reliquie di ciò che di prezioso indossavano.
Ora le salme visibili sono molto diminuite, però – sempre per quanto riportato da Koudounaris – il visitatore ed il fedele hanno la possibilità di godere degli esempi che sono il frutto dell'”Arte delle Ossa”.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Lorenzo Morone. Il Matese ed il sistema difensivo dei Sanniti Pentri.

C’era una volta, e purtroppo dal 12 marzo non c’è più, un uomo di straordinaria e suggestiva cultura storica, FLAVIO RUSSO. Oltre che un apprezzato ingegnere, è stato uno dei maggiori esperti in Italia di storia militare, ricoprendo per anni il ruolo di consulente dello Stato Maggiore dell’esercito italiano.
Autore di innumerevoli pubblicazioni storico-scientifiche, nell’affrontare lo studio delle operazioni militari lo storico ha saputo fondere tra loro varie sfaccettature delle vicende belliche, mettendo a confronto fonti letterarie, archeologiche, numismatiche ed artistiche, con una straordinaria capacità di sintesi.
“Oggetto dello studio che segue, scrive il Russo nella premessa con le quali apre il suo volume “Dai Sanniti all’esercito italiano, è appunto una ricostruzione, nella particolare area montana del massiccio del Matese, di una serie di tali ricorrenze (belliche), a partire dalla strenua resistenza dei Sanniti Pentri…

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Autore: Lorenzo Morone – morone.morone@libero.it

Mario Zaniboni. La teriaca. Un amico fedele per la salute umana.

Da quando l’uomo, e naturalmente non solo per lui, vive sulla terra, le malattie sono state una cattiva compagnia, sempre pronte a rendergli difficile il tirare avanti e a indurlo a tentare di curarle e superarle, per non finire miseramente alla sua resa e alla morte. E, pertanto, fra le tantissime attività, ci fu chi scelse di studiarle e possibilmente di combatterle, estirpandole.
I rimedi erano spesso soggettivi, applicati a seguito di esperienze vissute, personali o di altri, per questioni religiose e così via, rivangando su cause naturali (talora curabili) e spirituali (con pochi o nulli risultati). E fin dai tempi più lontani ci sono stati tentativi di produrre sostanze medicinali che aggredissero le malattie, debellandole, quando andava bene, altrimenti…
Un medicinale, la cui nascita si perde nella notte dei tempi, è la teriàca, nome derivato dal termine greco thēriaké che significa “antidoto” e che, stando ai “si dice”, aveva un potere miracoloso o addirittura portentoso, che dava risultati positivi contro ogni malattia. Questo prodotto ha attraversato tutti i secoli, sempre utilizzato in ogni caso e situazione, e solamente al principio del XX secolo è stato messo in pensione. E’ nato come medicinale contro diversi disturbi fisici, con efficacia polivalente, andando dalla cura dei morsi di animali velenosi alla lotta contro le sostanze che infettano l’organismo umano; e non solo, perché serve pure per combattere i bruciori di stomaco, i dolori di testa, gli abbassamenti della vista e dell’udito; e non finisce qui, giacché va pure bene per favorire il sonno, per irrobustire e rinvigorire il corpo, per allungare la vita e… chi più ne ha, più ne metta: più polivalente di così, che si può pretendere?
Storicamente, si ritiene che la nascita della teriàca sia avvenuta attorno al 50 a.C., a seguito dell’interessamento per le malattie e per la sua passione per i medicinali del re del Ponto, Mitridate Eufator Dioniso VI, noto come Mitridate il Grande. Egli temeva sempre che qualcuno lo facesse fuori avvelenandolo, e perciò, per precauzione, si rivolse al suo medico personale Crateva, ordinandogli di studiare e preparare una sostanza che lo proteggesse da qualsiasi tipo di avvelenamento, qualora qualcuno, come temeva, tentasse di eliminarlo. E il suo metodo, come fu testimoniato da medici romani, era basato sull’assunzione giornaliera di questa miscela; ma l’uso prolungato di una sostanza può sancire l’assuefazione ad alcuni componenti, rendendolo inefficace: questa pratica passò alla storia con il nome di Mitridatismo.
Quando fu sconfitto dai Romani, per non farsi catturare con le figlie, Mitridate decise per il suicidio, e perciò, dopo averle fatte avvelenare e aver seguito il corso del loro decesso, tenuto conto del fatto che per lui il veleno sarebbe stato inefficace per l’immunità acquisita, stando alle leggende, si fece trafiggere con la spada da un soldato.
Pompeo, da conquistatore, si appropriò di tutti i possedimenti del re del Ponto e di tutte le conoscenze del suo popolo, fra le quali non mancarono quelle mediche e farmaceutiche, in cui trovò pure la formula del Mitridatum, o mitridate che dir si voglia, composto da più di 60 ingredienti. Riconosciuta la sua importanza, la fece tradurre in latino dal liberto Pompeo Leneo e diffondere a Roma e nei suoi territori.
Nel 30 d.C., Aulo Cornelio Celso descrisse e rese pubblico l’antidoto nel suo trattato De Medicina, dove incluse l’elenco degli ingredienti e della dose di ciascuno; questi, dopo essere accuratamente battuti, per non risultare sgraditi al palato, venivano cosparsi di miele.
Comunque, l’importanza della teriàca fu riconosciuta un centinaio di anni più tardi, quando il medico dl corte di Nerone, Andromaco il Vecchio, la apprezzò e la decantò in un suo poema elegiaco di 174 versi, fornendone la composizione e i vantaggi che ne possono derivare. Ma volle aggiungervi un componente in più: infatti nella miscela aggiunse della carne di vipera, forse seguendo il principio del simila similis, vale a dire che, se l’animale possiede il veleno, nello stesso tempo deve possedere pure il suo antidoto. In definitiva, lo studioso decantò l’importanza della teriàca nella lotta di tutti i mali che affliggono l’umanità, ma soprattutto insistette sulla sua validità contro l’avvelenamento per i morsi di serpente. L’uso della carne di vipera per la preparazione della teriàca fece sorgere molte perplessità, giacché si temeva che il veleno contenuto nelle ghiandole velenifere potesse entrare a farne parte ed essere, pertanto, un pericolo per chi ne faceva uso; ma poiché queste erano eliminate insieme con la testa, il pericolo era da ritenere inesistente.
Anche Plinio il Vecchio volle dire la sua sul mitridate e sulle panacee in genere, costituite da un’infinità di ingredienti: infatti, nella sua Storia Naturale compare la sua ferma critica nella quale insinua che, secondo il suo parere, nessun cervello umano sarebbe abbastanza acuto da poter fissare le dosi per il consumo umano.
Uno dei massimi medici dei tempi antichi, Claudio Galeno, si interessò alla teriàca nelle versioni di Elio (usata da Giulio Cesare), Andromaco (da Nerone), Antipatro, Nicostrato e Damocrate.
L’antidoto ebbe una enorme fortuna e fu utilizzato da tanta gente, ma soprattutto divenne di sommo pregio quando Galeno, appunto, consigliò l’imperatore Marco Aurelio ad assumerlo ogni giorno, per evitare qualsiasi tipo di avvelenamento.
Nel Medio Evo, la teriàca, dopo la traduzione delle sue caratteristiche dal greco al siriaco, ebbe una grande diffusione nel Medio Oriente con particolare predilezione da parte dei medici arabi, fra i quali si possono ricordare Mesuè il Vecchio e Avicenna e, attraverso i rapporti commerciali, si diffuse pure in India ed in Cina. E che fosse apprezzata in Italia lo sta a dimostrare la grande produzione effettuata in modo particolare a Genova e Venezia, tanto che divenne una sostanza ricercata e commercializzata in tutta l’Europa, e soprattutto in Francia e Germania.
La teriàca si diffuse a macchia d’olio, diventando famosa e in tal modo la sua abbondante produzione favorì la prosperità di chi la creava nel XVI e nel XVII secolo. Anzi, è interessante ricordare che allora era invalsa l’abitudine di preparare quella “panacea” (cioè quel toccasana che risolve tutti i problemi, guarendo ogni male) coram populo, per mostrare quali fossero gli ingredienti utilizzati e le modalità della sua preparazione. Tutto ciò si dimostrò essere un affare gigantesco, che arricchì i produttori e anche gli Stati della nostra Penisola. Questo rimedio entrò a far parte di quei medicinali che non potevano mancare ovunque, sia nelle case dei ricchi sia in quelle dei meno abbienti, fino al XIX secolo.
Inizialmente, questo prodotto non fu accettato pedissequamente da tutti: durante i secoli in cui la sua presenza era costante e accetta, non mancarono studiosi di varie branchie della scienza, dai farmacisti ai chimici, ai medici e ad altri ancora che si interessavano di malattie e di benessere, non solo clinicamente ma anche giuridicamente, che si trovarono a discutere, anche pesantemente, sia sulla preparazione del farmaco sia sugli ingredienti utilizzati; e ciò un po’ ovunque, anche in Italia. Per esempio, a Bologna, nel XVI secolo, nacque un diverbio fra il naturalista e docente di filosofia all’Università locale, Ulisse Aldovrandi ed i farmacisti, che ricorsero pure a raccogliere il parere delle autorità cittadine; questo dissidio si accese perché lui partiva dal presupposto che la teriàca, e non solo, non era prodotta come avrebbe dovuto essere. Questa polemica controversia indusse le due parti a coinvolgere il Collegio dei Medici, il Protomedicato e il Governo Cittadino, che fra l’altro erano accusati dall’Aldovrandi di non proteggere sufficientemente la popolazione dal punto di vista sanitario: chiedeva maggiore attenzione e l’apertura di un orto botanico per la produzione delle erbe necessarie per la cura delle malattie. Dopo un lungo tira e molla, si giunse ad un accordo: due protomedici, scelti dal Collegio, ogni tre mesi avrebbero steso un nuovo ricettario, con la collaborazione di Aldovrandi e Febrizio Garzoni, scelti dal Senato.
Nel 1574, Aldrovandi nel convento di San Salvatore mise a punto la teriàca, inserendovi due nuovi ingredienti e scatenando le ire dei farmacisti; ma il Collegio, a seguito dei chiarimenti da lui forniti e della comunicazione che questi erano stati inclusi nella teriàca fatta a Venezia, Verona, Padova, Napoli e Ferrara, seguendo il suo consiglio, li calmò ed ammise che il prodotto era “buonissimo e perfettissimo”, autorizzandone la vendita.
Questo favoloso successo favorì la formazione di specialisti del settore; di questi, il primo fu il medico e farmacista francese Nicolas Lémery, che diede alla stampa l’opera “Farmacopea Universale”, diffusa a Parigi nel 1697. Questa opera fu la molla che fece scattare il passaggio fra la vecchia alchimia e la nuova chimica, con la conseguenza, fra le altre, della perdita di credito della teriàca, riconosciuta come un farmaco di non sicura prestazione. In effetti, questa panacea fu studiata profondamente ed il risultato che ne derivò fu che quella di Andromaco andò in pensione per fare posto a quella nuova, definita “riformata”, vale a dire rivista e formulata secondo le conoscenze di quell’epoca. Dunque, a questo punto, la teriàca, fino ad allora ritenuta un valido farmaco, fu bocciata dai nuovi farmacisti, ma il popolo, ignaro di questo cambiamento di rotta, continuò scrupolosamente e rigorosamente a servirsene come nel passato.
E, in effetti, sintomatico fu l’intervento di Ferdinando IV Borbone (detto Re Nasone), re di Napoli dal 1759 al 1816, che fiutò l’affare e, facendo intervenire la Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Arti, monopolizzò la produzione della teriàca, mentre la propagandava per attirare l’attenzione della popolazione, e la immise sul mercato. E, per arrotondare le sue entrate, impose ai farmacisti di acquistarne una certa quantità per ogni anno che passava. Questo nuovo prodotto continuò ad essere utilizzato non solo dal popolo, ma anche dai medici, finché nel 1906 fu definitivamente messo a riposo in soffitta.
Questo prodotto calamitò pure l’attenzione di letterati, come lo dimostra A. E. Housman nella sua raccolta di poesie “A Shropshire Lad”, pubblicata nel 1896, che si conclude con l’affermazione “Mitridate morì vecchio!”, a dimostrazione dell’efficacia del farmaco.
Comunque, come ricordato, alla fine questo farmaco fu definitivamente messo a riposo, sostituito da prodotti più moderni e consoni alle conoscenze che man mano si sono acquisite in campo medico scientifico, ma ha lasciato un ricordo di sé nel quale si riscontra un corale grazie per ciò che ha fatto, o che si ritiene che abbia fatto, per la salute umana per tantissimi anni.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Andrea N. Ruffolo, La bocca della verità era l’impluvio del Pantheon di Agrippa a Roma.

Considerazioni sul pavimento marmoreo del Pantheon.
Condenso qui, le considerazioni già ampiamente sviluppate in un mio saggio autopubblicato nel 2025 (ilmiolibro.kataweb.it › la-bocca-della-verita-e-il-pantheon) come esito di studi affrontati fin dall’inizio del 2000 e pubblicati a più riprese da diverse riviste e quotidiani….

Leggi tutto nell’allegato: LA BOCCA DELLA VERITA’ ERA L’IMPLUVIO DEL PANTHEON DI AGRIPPA A ROMA

Autore: Architetto Andrea N. Ruffolo – andrearuffolo@libero.it