Archivi categoria: Studi e Ricerche

Michele Zazzi. La classe sociale etrusca dei Lautni.

In alcune iscrizioni etrusche determinati individui, sia di genere maschile che femminile, sono qualificati rispettivamente come lautni/lautuni e lautniθa/lautnita.
Prevalentemente si tratta di epigrafi funerarie ma vi sono anche documenti di tipo diverso come ad es. ex voto o un peso da Marzabotto inscritto con il gentilizio “Lautnie”.
Ad eccezione di un’attestazione di epoca tardo arcaica (iscrizione su altare da Orvieto, Campo della Fiera della fine del VI secolo a.C.), la maggior parte delle testimonianze si riferiscono alla fase finale del periodo ellenistico e provengono prevalentemente dall’Etruria centro – settentrionale (in particolare Perugia e Chiusi) ma anche dall’Etruria meridionale.
Due testi bilingui etrusco – latini mostrano l’equivalenza tra la parola latina libertus (= liberto, schiavo liberato dal padrone) con quella etrusca lautni/lautuni: CIE 1288 = TLE 470 (=CIL XI 2203), da Chiusi “Leucle Phisis lautni” = “L. Phisius l(ibertus) Laucl”; CIE 3962 (=CIL XI 1990), da Perugia, “lar(n)th scarpe lautuni” = “L(ucius) Scarpus Scarpiae l(ibertus) popa”.
La maggior parte degli studiosi (ad es. Massimo Pallottino, Mario Torelli, Giovannangelo Camporeale, Gilda Bartoloni, Giulio M. Facchetti) ritengono che i lautni fossero quindi degli schiavi affrancati dai rispettivi padroni. Altri autori (ad es. Jaques Heurgon) tendono piuttosto ad assimilarli ai clientes della società romana che, per quanto formalmente liberi, erano legati da vincoli morali, economici e giuridici verso il patrono.
A prescindere dalla riconducibilità dei lautni ai liberti o ai clienti risulta alquanto complesso comprendere lo status giuridico degli appartenenti a tale classe sociale.
Da alcune iscrizioni risulta che i lautni dopo la liberazione non prendevano il nome di famiglia dell’ex padrone ma mantenevano il proprio nome da schiavo. In certi casi lo schiavo liberato trasformava il proprio nome in un nuovo gentilizio, che veniva poi trasmesso ai figli. Da ciò si è desunto che i lautni, almeno formalmente, non facessero più parte della famiglia dell’ex padrone. Tale ipotesi sembrerebbe trovare conferma nella circostanza che raramente i lautni venivano deposti nella tombe della famiglia dell’ex padrone (in questo senso Vincenzo Bellelli, Enrico Benelli, Giulio M. Facchetti).
Verso la fine del I secolo a.C. per influenza del diritto romano anche in Etruria i liberti assumeranno il nome gentilizio dell’ex padrone.

Sui lautni cfr., tra gli altri:
– Vincenzo Bellelli, Enrico Benelli, Gli Etruschi La scrittura, la lingua, la società, Carocci Editori, 2018, pagg. 140 e ss.;
– Giulio M. Facchetti, L’enigma svelato della Lingua Etrusca La chiave per penetrare nei segreti di una civiltà avvolta per secoli nel mistero, Newton & Compton Editori, 2000, pagg. 83 e ss.

Immagini di urnette inscritte di individui appartenenti alla classe dei lautni:
– urna chiusina di arntile afunas lautni esposta al Metropolitan Museum of Art,
– urna di tlapu: lautni: capznas: tarchisla: dalla necropoli del Palazzone di Ponte San Giovanni (PG).

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Michele Zazzi. Hinthial, l’Ombra di San Gimignano e la serie dei c.d. bronzetti allungati.

Nel 2010 in località Torraccia di Chiusi a San Gimignano è stato riportato alla luce un bronzetto di forma allungata.
La statuetta risultava sepolta vicino ad un altare in pietra e faceva parte di un’area sacra, nei pressi di una sorgente, in uso senza soluzione di continuità dal III secolo a.C. fino al II d.C. Sul posto sono state ritrovate anche varie offerte frammenti ceramici, bronzi e monete.
Il bronzetto (alt. cm. 64,6; peso gr. 2200) riproduce un offerente stante che indossa una toga che lascia scoperta la spalla e il braccio destro e arriva fino ai polpacci; ai piedi indossa calzari con allacciatura alta; con la mano destra tiene una patera ombelicata, la sinistra, aderente al corpo, ha il palmo rivolto verso l’esterno; le gambe sono leggermente divaricate; ha grandi occhi, il naso prominente e la bocca carnosa; la capigliatura è a ciocche.
Il bronzetto allungato fa parte di un gruppo di ex voto (una ventina) del periodo ellenistico, rinvenuti nell’Etruria centro – settentrionale, nel Lazio e nelle Marche, ritenuti di produzione etrusca. Le statuette della serie sono accomunate da una struttura corporea longilinea e sproporzionata, talvolta schematica e dalla testa lavorata a tutto tondo. Si tratta di oggetti piuttosto eterogenei: l’altezza è compresa tra i 20 e gli 80 cm e le figure rappresentano variamente divinità, offerenti, portatori d’acqua, aruspici ed infanti (come la celebre Ombra della sera di Volterra).
Secondo un’interpretazione l’allungamento rispondeva al desiderio del donante di evidenziare la propria offerta al cospetto della divinità e degli altri frequentatori del santuario. E’ stato anche proposto che l’altezza ed il peso di tali ex voto fossero parametrati rispettivamente a precisi canoni estetici ed alla monetazione del tempo.

Info:
Per approfondimenti sull’Ombra di San Gimignano (esposta al Museo Archeologico di San Gimignano) e sulla scoperta dell’area sacra cfr. il catalogo della mostra organizzata al Museo Archeologico di San Gimignano dal 30 novembre 2019 al 31 maggio 2020 “Hinthial L’Ombra di San Gimignano l’Offerente e i reperti rituali etruschi e romani”, sillabe, a cura di Enrico Maria Giuffrè Jacopo Tabolli.

Autore:
Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Giuseppe Pipino. Argilla e caolino nella protostoria e nella storia dell’isola d’Ischia.

Dopo aver scoperto i primi resti di antiche fornaci sotto la chiesa di Santa Restituta, a Lacco Ameno, nel 1968 il parroco don Pietro Monti scriveva: “Appare evidente che i Pitecusani si arricchirono non per le inesistenti miniere d’oro di cui parla Strabone, ma per la presenza di depositi di argilla adatta all’industria della ceramica”.
Quella che prima era una lontana ipotesi prendeva così corpo, e iniziarono tentativi di distinguere i prodotti ceramici di importazione, dalla Grecia soprattutto, dalle possibili imitazioni, a Ischia, con l’argilla locale. A tutt’oggi, però, i tentativi, da parte degli archeologi di riconoscere la provenienza in base alla materia prima utilizzata non hanno dato risultati certi, e la distinzione continua a basarsi, soggettivamente, su caratteristiche tipologiche e decorative. D’altra parte, nell’isola sono presenti differenti tipi di argilla, non tutti idonei alle manifatture ceramiche, che pure per lungo tempo sono state confuse tra di loro e che continuano ad esserlo, da parte di “esperti” archeologi.
La distinzione tra i diversi prodotti può desumersi da una attenta analisi delle fonti, troppo spesso riportate de “relato” senza controllarle e ricopiandone eventuali errori, quando non distorcendole volontariamente per sostenere tesi preconcette, ed è stata materialmente possibile grazie a recenti approfondimenti geologici e giacimentologici, trascurati nel recente passato, mentre specifiche analisi chimiche e mineralogiche eseguite in tempi recentissimi consentono già una suffiente caratterizzazione del prodotto specifico che sarebbe stato utilizzato nell’antichità.

Leggi tutto nell’allegato: Ischia argilla e caolinom

Autore:
Giuseppe Pipino – Museo Storico dell’Oro Italiano – info@oromuseo.com

Alessandro Daudeferd Bonfanti, Siculi, chi sono costoro? Origine, arrivo in Lazio e in Sicilia, rapporti con altri Italici.

Da poco più di una decina di anni mi occupo del problema ”Siculi” all’interno del quadro etnografico e culturale della compagine preistorica e proto-storica della Sicilia e dell’Italia…

Leggi tutto nell’allegato (in italiano): Siculi

Leggi tutto nell’allegato (in inglese): Siculi, english

Autore: Alessandro Daudeferd Bonfanti – daudeferd@email.it