EGITTO. Il papiro.

Fin dalla più lontana antichità, il Nilo, l’unico fiume africano che si sia opposto alla desertificazione dovuta al Sahara frenandone l’avanzata che sembrava inarrestabile, ha trasformato il territorio da lui attraversato in una regione ricca di verde, di prosperità e di ricchezza per i popoli che vi si erano insediati. A partire dall’età faraonica, iniziata nel IV millennio a.C., l’Egitto era ricco di grandi campi di grano, di vigneti che fornivano uve pregiate, di alberi carichi di frutti, di ortaggi che crescevano rigogliosamente ed erano abbondanti le colture di lino che producevano quanto serviva per tessuti e vestiti. Infatti, il suolo benedetto dal Nilo produceva quanto era utile alla popolazione, mentre per quanto mancava si provvedeva con gli scambi commerciali con paesi limitrofi e molto lontani.
E, dove c’è abbondanza di acqua, tutta la vegetazione prospera, comprese le piante infestanti, fra cui anche quelle palustri. In Egitto, una pianta, che abbondantemente cresceva inizialmente libera, dopo che ne furono scoperte le qualità, divenne una delle colture più apprezzate e curate; si potrebbe quasi dire coccolate.
Questa pianta è il papiro (Cyperus papyrus), un specie di canna erbacea perenne che vive e vegeta nelle paludi, la cui altezza è tra i 3 e i 4 metri, ma che può raggiungere anche i 5 metri. Il nome non si sa esattamente da che cosa derivi, ma c’è un’ipotesi che potrebbe avere una sua validità: infatti, è parere di diversi linguisti che provenga dal termine pan-en-per-aa, perché ha il significato di “faraonico”, vale a dire che la pianta faceva parte delle proprietà del sovrano; qualora questa riflessione fosse esatta, vorrebbe dire che il papiro consentiva al governo di fare buoni profitti.
Il papiro è caratterizzato da un grosso rizoma legnoso e da un fusto di sezione triangolare del diametro dai 2 ai 3 centimetri, liscio e privo di foglie, avente all’apice un’infiorescenza a forma di ombrello, munita di raggi lunghi dai 10 ai 30 centimetri, con spighe giallastre colme di frutti. Da luglio a settembre è il periodo della fioritura.
Oggi, il papiro viene coltivato quale pianta ornamentale, ma ai tempi dei faraoni lo era intensamente perché, come si dice oggi in merito al maiale del quale non si butta nulla, anche di lui si recupera tutto: infatti, il fusto e le radici erano consumati crudi o cotti come cibo oppure servivano per lavori tessili, per fare calzature, pentole, cordame, utensili, medicinali, mobili, mentre il rizoma era usato come combustibile; ma non mancò il ricorso al papiro per costruire imbarcazioni da usare per la navigazione sul Nilo: tale uso fu dimostrato dal navigatore Thor Heyerdahl, quando, fra il 1969 e il 1970, navigò con gli scafi Ra e Ra II. E l’Egitto, allora, era l’unico produttore ed esportatore.
Il papiro era una pianta molto amata ed apprezzata, e pure gli artisti la ricordavano nelle loro creazioni, come, per esempio, nella decorazione dei capitelli delle colonne che sostenevano i tetti dei santuari; inoltre, per la sua abbondante crescita e per colore e freschezza, era come un simbolo di fecondità e di fertilità e richiamava il benessere raggiungibile nell’aldilà dal defunto. In antichi documenti si trova come il morto si proteggesse con uno scettro di papiro.
L’Egitto era avvantaggiato nei confronti di altri paesi per l’esistenza di vaste aree paludose deltizie, luoghi ideali per la coltivazione delle piante, che producevano la qualità migliore di fibra; verrebbe quasi la tentazione di affermare che si aveva una produzione industriale. E sicuramente uno degli usi più importanti fu quello di utilizzarne il midollo per farne un supporto per la scrittura.
Sul procedimento che portava dalla pianta ancora interrata al prodotto finale non si sa molto, per cui si può procedere solo in base al buon senso.
Il papiro, una volta sradicato forse in estate, era legato in grossi fasci, come si riscontra in alcuni bassorilievi in tombe di dignitari, che erano trasportati nei laboratori, sicuramente situati nelle vicinanze del luogo di coltura, perché la lavorazione doveva essere fatta quando il fusto era ancora fresco.
Per preparare il supporto per la scrittura, si iniziava con l’asportazione della corteccia, quindi si tagliava il midollo in strisce larghe da uno a tre centimetri e le si sistemavano le une vicine alle altre a formare uno strato rettangolare; poi, perpendicolarmente a queste, si stendeva un secondo strato di strisce, ottenendo un doppio strato con strisce che formavano una croce. Fatto questo, lo si poneva sotto pesi per compattarlo e per renderlo un pezzo unico, approfittando dei succhi naturali della pianta, che fungevano da collante. Solitamente, il papiro era di due strati, ma non sono mancati ritrovamenti di papiri a tre strati in cui il terzo aveva le strisce parallele a quelle del primo.
L’ultima operazione consisteva nel tagliarli a misura. Le dimensioni non furono sempre le stesse: inizialmente, i fogli erano larghi dai 38 ai 42 centimetri e alti dai 42 ai 48, ma più tardi le dimensioni furono diminuite passando dai 16 ai 20 centimetri di larghezza e dai 30 ai 33 di larghezza. Si trattava di un materiale delicato, che facilmente si sarebbe potuto sfilacciare ai bordi, e perciò invalse l’abitudine di unirli fra di loro per qualche centimetro mediante colla ottenuta da acqua e farina, avendo l’avvertenza che le strisce avessero lo stesso orientamento orizzontale, in modo da realizzare dei rotoli aventi un’altezza fra i 10 e i 20 centimetri, affinché si potessero maneggiare meglio.
I vantaggi di tale sistemazione consistevano nel tenere compressi i fogli, proteggendoli dal contatto con l’esterno, e nel facilitare la punta dello strumento usato per la scrittura, che poteva scorrere senza difficoltà parallelamente alle fibre. Un’ultima avvertenza consisteva nella scelta del papiro da usare secondo la scrittura andasse da sinistra a destra o da destra a sinistra: infatti, si trattava di scegliere il papiro che avesse le strisce sovrapposte in modo da favorire lo scorrimento della punta senza intralci.
Si è detto che quel supporto per la scrittura era molto dispendioso: pertanto, per contenere i costi, spesso si scriveva pure sulla faccia opposta.
Il papiro pronto per ricevere lo scritto veniva arrotolato e, se serviva in tutta la sua lunghezza per contenere un’intera opera, diventava un volumen (arrotolamento, in latino). E, per proteggerlo, sulla parte esterna del rotolo si aggiungeva un foglio (protocollon, sempre in greco), con le fibre ortogonali rispetto al resto, che diventava il primo. Qualora l’opera fosse di un certo tono, per meglio proteggerla, si usava sostituire il primo foglio con pergamena.
Su un estremo del rotolo (o su entrambe le estremità) di solito si fissava una bastoncino (umbelicus) attorno al quale lo si avvolgeva. Per abbellire le estremità si fissavano due pomoli dipinti oppure due testine. Il rotolo veniva poi identificato da con uno scritto (index). Alla fine, i rotoli erano inseriti in contenitori per tenerli raccolti e protetti.
Il papiro fu una manna per gli scribi, perché era un supporto che riceveva bene la scrittura, era pieghevole, leggero e di un piacevole colore chiaro; insomma, raccoglieva in sé tutto quanto essi potessero desiderare per portare a termine un ottimo lavoro.
Per scrivere gli Egizi usavano due tipi di inchiostro: uno era rosso, ottenuto con ossidi di ferro, che si usava per le iniziali o per dare risalto a parole o intere frasi, mentre l’altro era nero, derivato da polvere di carbone, acqua e altro per il testo. Le miniature erano colorate, per cui, ai colori accennati, si aggiungevano bianchi, blu, gialli, verdi, tutti ottenuti da sostanze minerali; gli ossidi di rame, per esempio, servivano per i verdi.
Fu un’invenzione di grande rilievo, tanto da essere apprezzata in diversi territori del mondo antico. Plinio stesso decantò il peso che il papiro ebbe nella crescita della civiltà dell’uomo.
Che l’uso del papiro sia stato di grande importanza per le civiltà europee è dimostrato ancora oggi dalla sua presenza in alcune lingue: infatti, si trovano il tedesco “papier”, l’inglese “paper” e lo spagnolo “papel”; solamente l’Italia non lo adottò, preferendo “carta” dal latino “charta”, per intendere un foglio, mentre la parola “papiro” viene utilizzata per indicare un documento.
La produzione di papiro ebbe un gran peso nell’economia dell’Egitto che, a partire del III millennio a.C., poté effettuare scambi proficui con paesi del Medio Oriente, soprattutto con la Fenicia, che raggiunsero il massimo nel X secolo a.C. Il centro commerciale di maggior rilievo fu quello della città di Biblo in Siria. Intanto, anche nel Mediterraneo il papiro fu introdotto a seguito del fatto che la scrittura si stava diffondendo, tanto che nel VII secolo a.C. iniziarono a produrlo gli Arabi e nel VI secolo a.C. i Greci. Ai tempi dell’impero romano, i documenti erano redatti su papiri e molte case di ricchi contenevano biblioteche formate dai rotoli.
Il papiro, però, non è eterno: infatti, essendo una sostanza organica, è soggetto alle condizioni ambientali ed al decadimento causato particolarmente dall’umidità. Infatti, i papiri più antichi sono quelli rinvenuti nell’area del Mar Morto in Palestina (famosi i Manoscritti del Mar Morto di età compresa fra il 150 a.C. e il 70 d.C.), di Dura-Europo in Siria e della Nubia fra l’Egitto e il Sudan, perché sono stati protetti dal clima arido di quei luoghi.
Il clima europeo è tutt’un’altra cosa, come lo dimostra il possesso solamente di papiri che non hanno più di 300 anni; qualche papiro bruciacchiato lo si è trovato fra le rovine di Ercolano, ma perché fu protetto dalla cenere per duemila anni.
Un primo freno alla diffusione del papiro fu dovuto all’espansione dell’Africa del Nord degli Arabi, con l’occupazione dell’Egitto avvenuta nel biennio 640-41, che la misero in notevole difficoltà, anche perché essi commerciavano solamente con popoli della stessa religione. Così, l’Europa si trovò senza approvvigionamento di papiro e ne continuò l’uso solo finché ci furono scorte; lo stato che resistette più a lungo fu il Vaticano, di cui si sa che l’ultimo documento stilato su papiro è datato 1057. Come se non bastasse, a concludere la storia del papiro egiziano, con la quasi totale scomparsa della pianta, contribuì la grande siccità che colpì il fiume Nilo dal 1052 al 1055.
Però, essendo la produzione limitata alla zona di Alessandria, l’approvvigionamento era difficoltoso, il costo non poteva che essere veramente elevato; per di più, l’espansione dell’Islam fu l’occasione per tentare di rivolgersi a qualche altra soluzione del problema, che fu risolta con l’introduzione dell’uso della pergamena (membrana ricavata da pelle ovina o bovina) e più tardi della carta, ottenuta con l’uso di fibre vegetali dall’estro creativo della civiltà cinese, che fu di un’importanza mondiale ed inconfutabile.
Praticamente, il papiro uscì dall’uso comune, scomparendo del tutto o quasi. Solamente nel 1780 ci fu chi fece riprendere la sua produzione. Questi fu l’archeologo Saverio Landolina Nava di Catania che la riavviò a Siracusa, usando le piante dei fiumi Anapo e Ciane e ricorrendo agli insegnamenti di Plinio il Vecchio riportati sulla sua Naturalis Historia. Fu l’unica riesumazione significativa di questa tecnica di un certo peso, anche se la produzione rimase abbastanza contenuta; comunque la tecnica si era fermata ai tempi dell’Impero di Bisanzio.
A Siracusa, attorno agli anni sessanta del XX secolo, le sorelle Naro avviarono una lavorazione della carta di papiro, di qualità non superiore, ma sufficiente a far mantenere vivo il ricordo di quel prodotto, tanto che dieci anni dopo la produzione di carta da papiro continuava sia a Siracusa sia in Egitto; in Egitto, la lavorazione del papiro riprese dopo otto secoli da quando era cessata.
Interessante a simbologia che gli antichi egizi davano a questa pianta: secondo alcuni era l’emblema di gravidanza, giovinezza, benessere, per altri, sviluppo e conoscenza, al momento della lettura di un papiro, e, per altri ancora, declino e segreto.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Mummificazione.

Nell’antico Egitto, quando una persona moriva, il suo corpo era opportunamente trattato per fargli subire quella preparazione che le serviva per affrontare il viaggio nell’aldilà per raggiungere il Regno dei Morti.
Fra la morte e la sepoltura, il corpo veniva affidato al compito degli imbalsamatori che durava normalmente una settantina di giorni. In qualche caso eccezionale, tale periodo poteva essere più lungo; un periodo esageratamente lungo si ebbe in merito alla tomba di Meresankh a Giza, che fu di ben 274 giorni (sic). D’altra parte, si deve tenere presente che il clima dell’Egitto è abbastanza caldo, per cui la putrefazione della sostanza organica è abbastanza rapida, ed i tempi devono essere al massimo limitati.
In questa fase di lutto, i familiari erano contattati da sacerdoti che presentavano loro diverse mummie realizzate in legno fra le quali scegliere quella per il proprio caro. Dopodiché, si trasportava la salma nel laboratorio definito dagli Egiziani “Bottega delle Purificazioni”, dove avveniva realizzata la mummificazione, completata nel giro di circa 70-80 giorni.
Qui, il corpo del defunto veniva soggetto ad un complesso di operazioni che in quel periodo lo trasformavamo in una mummia pronta per la sua sepoltura nella tomba predestinata. Chiaramente, per impedire che il cadavere si decomponesse, veniva soggetto a trattamenti che ne avrebbero salvata l’integrità, mettendolo nelle condizioni di andare in perfetto ordine nel mondo dei morti, pronto per affrontare la vita eterna.
In quel laboratorio, dichiarato “puro”, il corpo veniva steso supino su un tavolo e, leggendo quanto riportato da Erodoto, come primo atto del processo, si estraeva dal cranio, usando particolari uncini, quel cervello che, ritenuto inutile, non era conservabile e, per questo, veniva eliminato; quindi, si riempiva la cavità con un liquido resinoso che, con il suo raffreddamento, diveniva solido. Si passava poi all’eviscerazione, dopo aver fatta un’incisione solitamente nel fianco sinistro. Il cuore, ritenuto la sede della saggezza, veniva lasciato al suo posto. Infine, si lavavano accuratamente il vuoto con acqua e vino di palma e successivamente era riempito di stoffa, paglia, sabbia, cioè con materiali che ne impedissero la deformazione.
Una delle fasi più importanti dell’intero processo era quella relativa all’essiccazione del corpo. Per ottenere tale risultato, e nello stesso tempo per mantenerlo flessibile, si ricorreva al natron allo stato solido. Il natron è una miscela di sostanze naturali a base di sodio, formata da bicarbonato di sodio (NaHCO3), cloruro di sodio (NaCl), il classico sale da cucina, e solfato di sodio (Na2SO4), che si trova come deposito evaporitico in laghi essiccati e che si comporta da perfetto essiccatore. Questo composto chimico si trova in diverse parti del mondo, però gli Egiziani estraevano quello che esisteva nel proprio Paese, nel Wadi el Natrun.
La salma veniva completamente ricoperta e riempita con la polvere bianca di natron, che assorbiva l’acqua, che, nello stesso tempo, inibiva la crescita dei batteri, prevenendo la decomposizione, lasciandolo agire per circa 40 giorni. Lo stesso trattamento di essiccazione con natron era riservato agli organi interni del cadavere: stomaco, intestino, polmoni e fegato. Questi, alla fine, erano bendati come se fossero mummie in miniatura e conservati nei vasi canopi.
Secondo gli egittologi Bob Brier e Ronald Wade, il quantitativo di natron da usare era veramente tanto e, per dimostrarlo, nel 1994 fecero una prova: ebbene, essi hanno riscontrato che, per ottenere un risultato finale senza sbagliare, erano necessari almeno 264 chilogrammi di natron.
A disidratazione completata, si faceva recuperare al cadavere la sua elasticità usando olio o resina liquida che, fra l’altro, aveva pure la funzione di far stare alla larga gli insetti e di mascherare i fetidi odori dovuti allo stato di avanzamento della putrefazione.
Stando a quanto raccontato da Diodoro Siculo, la salma del defunto era trattata con olio di cedro e con altri prodotti, per passare poi a mirra, cannella e similari, che avevano lo scopo di prolungare la conservazione e nel contempo per mascherare i cattivi effluvi e garantire un buon profumo.
Ora, la mummia era pronta per essere bendata, con materiali la cui natura e qualità era sempre legata alla disponibilità economica dei familiari: in effetti era grande la distinzione fra un sudario di lino ordinario e tessuti di lino altamente qualificati. Il bendaggio richiedeva l’intervento degli imbalsamatori che lavoravano per un paio di settimane, durante le quali si seguiva un copione quasi da sempre sperimentato, accompagnato dalle rituali formule magiche.
Si iniziava avvolgendo separatamente le varie parti del corpo con strisce scelte dai familiari in base ai costi e si completava con la sua copertura totale ed uniforme. Per la protezione della mummia, fra le strisce erano inseriti amuleti vari e papiri con scritte ben auguranti e con formule magiche.
E così era giunta l’ora del funerale. Se la mummia apparteneva ad un personaggio importante, le si copriva il volto con una maschera; poi il tutto veniva inserito in un bara che, a sua volta era posta all’interno di un sarcofago. Dopodiché, familiari, parenti, amici e servi accompagnavano il feretro alla “casa dell’eternità dove al defunto sarebbe stata concessa la vita eterna”.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Marco Morucci. L’Enigma di Volsinii: un sistema bipolare tra Orvieto e Bolsena.

Da quasi due secoli l’etruscologia discute l’ubicazione di Volsinii, la Velzna etrusca: da una parte l’ipotesi di Karl Otfried Müller (1828), che identifica Orvieto come la città distrutta da Roma nel 264 a. C. e Bolsena come colonia fondata ex novo dopo la conquista; dall’altra la tradizione ottocentesca (Bunsen, Canina, de Vergers) che colloca l’intera Volsinii sul lago. Anche Raymond Bloch, che diresse gli scavi di Bolsena dal 1946 al 1962 cercando proprio le tracce della città etrusca, finì per orientarsi nel 1972 verso l’ipotesi orvietana.
Propongo qui una terza lettura, che non contrappone i due siti ma li ricompone: un sistema bipolare, in cui Orvieto e Bolsena costituivano i due poli funzionalmente distinti della stessa lucumonia volsiniense….

Leggi tutto nell’allegato: L’Enigma di Volsinii

Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

Sandrino Luigi Marra. Evidenze di architetture tradizionali e tecniche costruttive, dalla pirotecnologia delle calcare, all’uso del Tufo grigio/nero  nel territorio di Gioia Sannitica (CE).

Accenni di uso dal IV secolo a.C. al XX secolo d.C.

Nel corso di una recente attività di ricognizione di superficie intenta al controllo di una struttura a circa 700 metri dal castello, sull’antica via che scende a Gioia è stato individuato un complesso pirotecnologico rurale non censito dalla letteratura archeologica locale anche se conosciuta dalla popolazione ma confusa quale torre medievale.
Il sito visitato è composto da una struttura cilindrica a pianta circolare alta 2 metri larga circa 150 cm in parte addossata ad una parete rocciosa per un quarto, per altri 2/4 di fatto ipogea, il restante libero al fronte con un basso accesso ad arco che mette in evidenza lo spessore della struttura stessa di circa 1 metro il tutto costruito in pietra calcare locale ammaltata. La struttura è di fatto addossata al pendio naturale posta a circa 4 metri dalla sottostante strada, con l’arco di ingresso che guarda verso questa, mentre la sommità è aperta….

Leggi tutto nell’allegato: Evidenze di pirotecnologia medievale nel territorio di Gioia Sannitica

Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it

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