Mario Zaniboni. Cammeo di Hallstatt.

Nel distretto di Gmunden, nell’Alta Austria, è il comune di Hallstatt, rinomato come mercato (Marktgemeinde).
Qui, nel 2005, un gruppo di operai stava facendo lavori preparatori per il montaggio di una funicolare, dove archeologi della società ARDIS Archäologie GmbH e dell’ente Upper Austrian State Culture Company, facevano indagini per conto della società Salzwelten (Miniere di Sale) GmbH.
E, durante gli scavi, è stato ritrovato un oggetto veramente raro, cioè un cammeo dell’epoca romana, raffigurante Medusa, una delle tre Gorgoni figlie di Forco e Ceto, due divinità marine. Queste dee, di cui solamente Medusa era mortale, come lo dimostrò la sua decapitazione da parte di Perseo, avevano il potere di pietrificare chi le avesse guardate; e, proprio per non essere pietrificato, Perseo usò lo stratagemma di non guardare direttamente nei suoi occhi, bensì nel riflesso offertogli da uno scudo. Essa aveva serpenti vivi al posto dei capelli (Gorgoneion) e da giovane era bellissima.
Si tratta di un piccolissimo oggetto, di appena un centimetro e mezzo di altezza che, se non ci fosse stata la presenza di archeologi, probabilmente non sarebbe nemmeno stata notata.
E’ in onice e agata bianca con fasce nere, artisticamente e squisitamente scolpita; fu usato o come pendente o come facente parte di una collana, ma sicuramente è appartenuto ad una matrona di alto lignaggio. E il suo reperimento, lassù, significa che quell’area, pur essendo lontana da Roma, era inserita nella cultura e nell’economia dell’impero romano.
Il parere degli esperti, che hanno avuto il piacere si trovarselo fra le mani e di studiarlo profondamente, è che il cammeo sia stato realizzato ad Aquilea attorno al II secolo d.C. Comunque, si tratta di un oggetto che si trova in uno stato di conservazione del tutto eccezionale.
In quella zona sono stati trovati solamente tre cammei di origine romana: infatti, con quello di cui si sta dicendo, sono venuti alla luce un anello con un leone ed un altro, in oro, con la figura di Cupido. Il primo è conservato nel Museo Civico di Wels e l’altro nel Museo Lauriacum. Entrambi i cammei sono più piccoli.
Comunque, il primo cammeo è di fattura superiore agli altri due e, inoltre, mostra una lavorazione artistica di un livello che non si incontra nei cammei rinvenuti in altri siti archeologici austriaci, quali quelli di Wels e Enns.
Magari ci si può chiedere perché si sia riprodotta l’immagine di una dea altamente pericolosa: forse perché era molto popolare o, forse meglio, perché era ritenuta una protezione contro le disgrazie o la malasorte.
Che Hallstatt fosse una zona di grande interesse archeologico era stato riscontrato già nell’Ottocento, quando l’austriaco Johann Georg Ramsauer, che gestì le miniere e diresse l’esecuzione di escavazioni nei dintorni del cimitero di Hallstatt, dal 1846 al 1863, si imbatté in una necropoli a Echerntalweg (Sentiero di Echerntal). Questo fu lo spunto che lo spinse a continuare ricerche in merito alla conoscenza di quel territorio.
Da quel lavoro si ebbero buoni risultati, che furono al massimo quando, nel XIX secolo, il naturalista, botanico e speleologo austriaco Friedrich Morton rinvenne una buona quantità reperti, databili fra il 600 e il 400 a.C., che si riferivano ad abitazioni e a corredi funerari.
E’ stato stabilito che il reperto sarà conservato in quello che è ritenuto uno dei principali, se non il più importante, dei musei di quell’area, vale a dire quello del Castello di Linz. La sua presenza fra i tantissimi reperti provenienti da quel territorio sicuramente sarà un punto di richiamo per visitatori e, soprattutto, di studiosi interessati a conoscere fino in fondo il valore archeologico di Hallstatt.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Pier Luigi Guiducci. Archeologia cristiana. Esempi di ricerche storiche e alcuni nuovi ritrovamenti.

Località. Evidenze. Le conferme di una Chiesa in missione.
Tra le diverse discipline scientifiche, l’archeologia cristiana conserva un proprio ruolo. Come ogni espressione dell’archeologia in generale, sviluppa indagini e studi che intendono ampliare una conoscenza. Utilizza, inoltre, tecniche sempre più sofisticate: telerilevamento, IA, imaging multispettrale, robotica, archeometria, scavo stratigrafico, et al.. Si amplia in tal modo un globale processo di acquisizione di dati. Unitamente a ciò, la valorizzazione dei reperti collegati a siti cristiani intende favorire una migliore comprensione del cammino della Chiesa in epoca antica. Non si tratta di un patrimonio solo da custodire nel tempo, di una memoria da tutelare, ma di un insegnamento che sviluppa significativi riflessi anche sulla vita delle attuali Chiese locali.
Si pensi a quanto fa riferimento al kerygma (dal greco “proclamazione”). È nota agli studiosi, ad esempio, l’immagine del pesce. La si trova diffusa nei graffiti fin dal II sec. d.C..Tale simbolo deriva dal termine ΙΧΘΥΣ (ichthys) = pesce, originato dalle iniziali della frase greca che in italiano significa: “Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio”.
In tale contesto, l’archeologia cristiana, nei suoi diversi aspetti, rimanda in tal modo al nucleo della Buona Novella (incisioni, affreschi, battisteri…), alle testimonianze di fede rese fino allo spargimento del sangue (martyria, sepolcri), alla decifrazione di antichi testi cristiani (es. il Papiro 29 è uno dei più antichi manoscritti esistenti del Nuovo Testamento, datato paleograficamente agli inizi del III sec. d.C.; scritto in greco), al culto mariano (es. il Papyrus Rylands 470 con la preghiera del Sub tuum praesidium, III sec. d.C.; l’antica iscrizione greca “Xe mapia” che significa “Ave, o Maria”).
Infine, occorre ricordare, che i vari reperti trovati attestano anche la devozione dei fedeli verso i santi (invocazioni incise nelle catacombe, epigrafi in marmo), e le prime sedi delle nascenti comunità cristiane (implantatio Ecclesiae)….

Leggi tutto nell’allegato: Archeologia cristiana

Autore: Pier Luigi Guiducci – plguiducci@yahoo.it

Mario Zaniboni. Rune sul coltellino di ferro.

Quando si va cercare e scavare nei siti che appartengono al passato, può capitare di trovare cose molto interessanti sia per la loro essenza, sia perché offrono la possibilità di aprire uno squarcio in ciò che nasconde quanto esse abbiano rappresentato per i popoli che le possedevano.
È ciò che è successo, fra i tantissimi casi, presso Odense in Danimarca, in un sito dove, sotto una tomba a urna, è stato rinvenuto un coltellino di ferro di 2.000 anni fa, lungo 8 centimetri, sul quale con la pulitura si sono scoperti cinque caratteri (rune), alti mezzo centimetro e riportanti tre scanalature.
Secondo il parere degli studiosi, quell’iscrizione significa “hirila”, cioè “piccola spada” nell’antico alfabeto delle popolazioni germaniche. Questa è la più antica iscrizione runica reperita in Danimarca, insieme con quella iscritta su un pettine d’osso venuto alla luce nel 1865.
Si trattò del ritrovamento di un oggetto costruito addirittura 800 anni prima delle pietre di Jelling Stones dello Jutland, storicamente famose, tanto da essere ricordate, talora, con la definizione di “certificato di nascita della Danimarca”, giacché fanno riferimento a quanto di buono ha fatto il re Harald Bluetooth ed alla presenza di Cristo in quel Paese. Su ciò è stato fatto il punto dal The Heritage Daily.
Le rune erano segni grafici utilizzati dai popoli germanici e scandinavi, prima che giungesse da loro l’alfabeto latino, e sono un aiuto nella comprensione della prima lingua scritta, che veniva parlata nella Danimarca nell’età del ferro, vale a dire a partire dal XIII secolo a.C. per quanto attiene all’area del Mare Mediterraneo e nell’intervallo fra il IX e l’VIII secolo a.C. per l’Europa del Nord.
Un interessante giudizio è stato espresso da Lisbeth M. Imer, un’archeologa danese, curatrice e runologa presso il Museo Nazionale di Danimarca, il cui compito è quello di occuparsi degli scritti di natura culturale (in particolar modo delle rune, delle pietre con scritti runici, delle iscrizioni runiche vichinghe e groenlandesi). Testualmente ha detto: “È incredibilmente raro trovare rune così antiche come su questa lama, ed è un’opportunità unica per saperne di più sulla prima lingua scritta della Danimarca che era effettivamente parlata nell’età del ferro”.
A proposito di queste rune, c’è da dire che all’epoca della loro nascita l’istruzione era poco diffusa, per cui c’è da ritenere che allora esistesse un primo e raro gruppo di persone che fungevano da scribi le cui tracce, secondo Archeonews, sono state individuate nell’isola di Fionia. Questo tipo di documento proveniente dal passato lo si trova anche e solamente in un piccolo pettine d’osso, la cui nascita è stata stimata nel 150 d.C. circa, reperito nella parte occidentale di Odense a Vimosen: su questo è l’iscrizione “harja”.
Naturalmente quel coltello, unitamente a tanti altri manufatti, è esposto nel Museo Møntergarden di Osense, messo a disposizione dell’attenzione di visitatori e di ricercatori, offrendo loro la possibilità di conoscere sempre di più il passato della Danimarca, attraverso la sua voluminosa e interessante ricchezza archeologica.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. Il demone etrusco: Tuchulcha.

Tra i protagonisti dell’iconografia etrusca della morte in età ellenistica figurano i demoni infernali, spiriti psicopompi raffigurati come guardiani delle porte dell’Ade o nell’atto di prelevare, scortare e sollecitare il defunto nel suo ultimo viaggio verso l’oltretomba.
Tra gli spiriti infernali figura anche Tuchulcha (uno dei tre demoni designati da iscrizione insieme a Charun e Vanth), dal volto di avvoltoio e munito di serpenti, non sempre facilmente distinguibile dagli altri demoni.
Nella tomba dell’Orco II (terzo quarto del IV secolo a.C.) a Tarquinia il demone – con indicazione onomastica – è raffigurato in una scena ambientata nell’Ade con Teseo e Piritoo, puniti per aver tentato il ratto di Persefone. La figura (priva dei piedi, che sono perduti) è caratterizzata da colorito giallognolo, corto chitone, volto di avvoltoio, naso adunco, orecchi asinini, barba e capelli scomposti, serpenti fra i capelli e serpente attorcigliato al braccio e stretto in pugno.
Il personaggio, seppur senza indicazione del nome, è riprodotto in due crateri etruschi a figure rosse del Gruppo di Alcesti della metà del IV secolo a.C. Su un cratere vulcente della Bibliothèque Nationale di Parigi, lo spirito infernale è rappresentato con il commiato di Alcesti e Admeto. Tuchulcha presenta gli attributi tipici della pittura tombale di cui sopra: tiene in mano dei serpenti ed ha piedi da uccello rapace. La scena di una defunta condotta agli inferi da due demoni è raffigurata su un cratere da Tuscania: Charun (a destra) munito di martello che l’afferra ed un secondo demone, Tuchulcha (a sinistra) che sembra spingerla. Quest’ultimo indossa corta tunica, ha viso bestiale con grosso naso adunco a mo’ di becco di rapace, barba incolta, capelli ispidi e dritti, orecchie equine e gambe che terminano in artigli di uccello. Il demone tiene con la sinistra un serpente guizzante.
Su un’anfora a figure rosse da Vulci un demone, probabilmente Tuchulcha, è raffigurato con due serpenti tenuti tra le mani.
La tomba 5203 sul Terreno Maggi a Tarquinia presenta sulla parte destra una scena nella quale una donna è minacciata da uno spirito infernale con la testa d’uccello, forse Tuchulcha (Stephan Steingraber).
Nella tomba dei Demoni Azzurri (V a.C.) di Tarquinia vi è raffigurato, tra altri demoni, un personaggio seduto su una roccia, con volto grottesco, carni blu e serpenti barbati avvolti alle braccia; potrebbe trattarsi di Tuthulcha.
Tuchulcha unitamente a Charun sono rappresentati su uno dei lati corti del sarcofago tarquiniese di Arnth Paipnas Tite (fine IV secolo a.C.).

Tuchulcha era quindi un demone infernale collegato con l’oltretomba frequentemente rappresentato unitamente ad altri demoni. Si tratta di un essere ibrido, in parte umano ed in parte animale (avvoltoio) di genere incerto (uomo o donna?). Sotto quest’ultimo profilo sono state variamente prese in considerazione presunte caratteristiche maschili come ad es. la barba o femminili come il colorito rosa pallido, la presenza del seno. Il vestiario (chitone) non sembra indicativo. Nell’iconografia etrusca inoltre sono sovente raffigurati mostri femminili alati con teste di uccelli.
Non sembra convincente l’opinione (Sybille Haynes) che Tuchulcha potrebbe essere un’altra caratterizzazione di Charun.
Non è comunque chiara la funzione del demone dal volto di avvoltoio rispetto a quella del Caronte etrusco.
Forse era quella di punire, torturare o spaventare le anime.
E’ stato anche ipotizzato che Tuthulcha fosse il guardiano di speciali dannati (Mario Torelli).
Ad avviso di altro studioso (Francesco Mercattili) la “specializzazione” di Tuchulcha – caratterizzato nei tratti facciali come un avvoltoio, uccello saprofago che si nutre soprattutto delle carni di esseri morti -, potrebbe essere quella di divorare le carni dei trapassati rendendoli scheletri (trasformazione post-mortem delle membra). In questo senso potrebbe essere accostato ad Eurinomo, un demone della religione greca che aveva il compito di spolpare le carni dei defunti (personificazione della putrefazione) descritto come un essere di colore scuro e bluastro, con la pelle d’avvoltoio e dai denti digrignati.

Su Tuchulcha cfr., tra gli altri:
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, effigi, 2022, pagg. 146-147;
I demoni etruschi e il viaggio oltre la vita 8 aprile 2021, sito internet Museo Antichità JJ Winckelman;
Tuchulcha, Enciclopedia dell’arte antica, Treccani, G. Camporeale sito internet treccani.it;
– Francesco Mercattili, Il colore di Caronte e le porte dell’Ade, Segni e colori Dialoghi sulla pittura tardoclassica ed ellenistica, L’Erma di Bretschneider, 2012, pagg. 69-70;
– Stephan Steingraber, Affreschi Etruschi dal periodo geometrico all’ellenismo, arsenale editrice, 2006, pagg. 193, 209 e 262;
Tarquinia Museo Archeologico Nazionale Guida breve, L’Erma di Bretschneider, 2002, pagg. 20-21 (sarcofago di Arnth Paipnas Tite).

Di seguito immagini di Tuchulcha tratte dalla Tomba dell’Orco II, dalla Tomba dei Demoni Azzurri e dal cratere a figure rosse da Tuscania.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

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