Michele Zazzi. Il mito di Ercole in Etruria.

Secondo la mitologia greca, Eracle, eroe semidivino, fu generato da Zeus che, invaghitosi della regina Alcmena, la sedusse con l’inganno assumendo le sembianze del marito, Anfitrione, re di Tirinto. In preda alla gelosia Era, la moglie del padre degli Dei, perseguitò l’eroe e gli procurò un attacco di follia durante il quale Ercole uccise la moglie Megara ed i figli. Ercole preso dalla disperazione si recò dall’Oracolo di Delfi per sapere come espiare la sua colpa tremenda. La Pizia gli ordinò di mettersi al servizio del cugino Euristeo, re di Tirinto e Micene, per dodici anni.
Il re gli impose dodici imprese (fatiche) impossibili. L’eroe superò brillantemente le prove ma finì comunque per morire a causa della gelosia della moglie e dell’inganno del centauro Nesso. Alla morte la sua parte divina ascese all’Olimpo dove ottenne l’immortalità.
Ercole rappresenta la personificazione della forza attiva che debella i mostri nati dalle forze caotiche della terra e che ripristina l’ordine degli Dei e le sue imprese simboleggiano la vittoria della virtù (forza, coraggio) e della ragione sul caos, le bestialità e la morte (ottenendo l’immortalità).
Secondo il mito Eracle avrebbe realizzato una via (Eraclea) dalla Sicilia alle Alpi, fino alla Spagna che poteva essere percorsa dai commercianti sotto la sua tutela.
Il mito di Ercole fu diffuso tra le popolazioni italiche dai Greci e il suo culto giunse in Etruria già nel periodo orientalizzante. La narrazione di Hercle in Etruria per certi aspetti si distinse però dal modello greco e subì contaminazioni ed adattamenti in funzione della religione e della cultura etrusca.
Gli etruschi considerarono l’eroe come una vera e propria divinità ed il suo nome Hercle, Herekele figura nel noto fegato di Piacenza (modellino bronzeo di fegato di pecora per pratiche divinatorie) nella forma abbreviata herc (casella 29).
L’iconografia etrusca della divinità presenta gli stessi attributi tipici della mitologia greca: corporatura muscolosa, pelle di leone Nemeo (la leonté; si tratta appunto della pelle del leone sconfitto nella prima delle fatiche dell’eroe), arco e frecce, clava (fatta con un ramo di olivo) o spada.
L’eroe in età arcaica viene rappresentato con la leontè disposta in modo che la testa della belva costituisca una sorta di cappuccio, le zampe anteriori vengono annodate intorno al collo ed il resto stretto alle reni e fermato sul ventre (una parte della pelle di leone di solito è appoggiata sul braccio sinistro). Successivamente la spoglia di leone è intorno al collo o avvolta attorno al ventre. La divinità di solito è imberbe; brandisce con la destra la clava e con la sinistra regge arco e frecce. In alcune rappresentazioni Ercole è munito di corno potorio e/o dei pomi delle Esperidi (mele d’oro donate da Gea ad Era, che garantivano l’immortalità e di cui l’eroe s’impossessò in una delle sue fatiche).

In Etruria, la divinità in questione sembra essere stata legata al culto delle acque. In uno specchio vulcente (300 a.C. circa) l’eroe è rappresentato mentre colpisce con la clava una fonte a forma di leone (denominata Phipece) per farne sgorgare l’acqua; sotto la fonte vi è un’anfora capovolta.
Servio riporta che Ercole avrebbe originato il Lago Cimino strappando con forza una sbarra di terra conficcata nel terreno (Ad Aeneidem, 7, 697). Lo stretto legame tra Eracle ed il dominio delle acque è testimoniato anche da vari reperti provenienti dall’area della città portuale di Spina. Una coppia di cimase di candelabri, databili al 380-370 a.C. (rinvenuti nella tomba 58C di Valle Pega), raffigura l’eroe armato di clava in posizione di riposo, con il piede poggiato su un’anfora. Altri due bronzetti dell’eroe del IV secolo sono stati restituiti dall’area della Cavallara in prossimità del Po, nella Valle del Mezzano.
Nella stipe votiva del Lago degli idoli (lago della Ciliegeta) sulle pendici del Monte Falterona, a pochi minuti dalle sorgenti dell’Arno, è stato ritrovato un bronzetto di Ercole nudo, della meta del V secolo a.C., in atto di offerta o preghiera (conservato al British Museum).

Ercole era considerato anche protettore dei viaggiatori, dei mercanti e del commercio. Le monete coniate da Populonia con la testa di Ercole con leontè o con la testa dell’eroe e la clava poggiata sulla spalla (dritto) e/o la clava o arco e freccia (rovescio) sembrerebbero confermare il legame dell’eroe con i commerci. Monete della serie della clava (rovescio) seppur con immagini di divinità diverse (Giano?) da quella di Ercole (dritto), furono emesse anche da Velathri.

L’eroismo e la forza fisica della divinità appaiono significativamente connesse anche con la lotta e la guerra ed è da ritenere che l’eroe fosse particolarmente onorato dai guerrieri.

Alcuni specchi del V e del IV secolo a.C. presentano varianti della divinità rispetto al mito greco. Uno specchio (al Musée Royal de Mariemont) raffigura una scena interpretata come l’unione di Hercle con Menrva; l’eroe abbraccia teneramente la dea che non oppone alcuna resistenza. Tale unione è ignota alla letteratura greca. Un altro specchio (al Museo Archeologico Nazionale Di Firenze) mostra Uni (equivalente di Era, la principale nemica dell’eroe) che allatta Eracle, che diventa quindi figlio adottivo della dea. Uno speccho vulcente (al British Museum) raffigura il rapimento da parte di Hercle di una donna, di nome Milacuch, estranea alla mitologia greca,

L’ampia diffusione del culto di Hercle in Etruria è attestata dalla rilevante quantità di bronzetti in serie dell’eroe con numerose varianti, più o meno rozze (talvolta schematiche), ma anche da alcuni esemplari di notevole fattura. Tali reperti sono diffusi in quasi tutti i musei archeologici ed è estremamente difficile ricostruirne la provenienza.

Dalle necropoli etrusche provengono numerosi vasi in ceramica (a figure nere e rosse) con rappresentazioni dell’eroe e delle sue mitiche imprese; le fatiche più rappresentate sono le imprese contro il leone Nemeo, l’idra, cerbero, il cinghiale
Riproduzioni dell’eroe si ritrovano anche in edifici pubblici e privati (santuari, templi e palazzi).

Una statua in terracotta a grandezza naturale di Ercole è stata restituita dal santuario di Portonaccio a Veio (VI secolo a.C.) in cui l’eroe è raffigurato con la leonté mentre schiaccia con le gambe la cerva Cerinea. Il frontone del Tempio A di Pjrgi, porto di Caere, ha restituito un torso in terracotta di Eracle e la testa di Leucotea (340 – 330 a.C.). Il tempio era dedicato alla Dea Thesan (assimilata alla dea Leucotea), perseguitata da Era per aver allevato Dioniso, figlio della zia concepito con Zeus. Si pensa che la scena rappresentasse l’accoglienza e la protezione di Ercole in favore di Leucotea e del figlio Talemone dalla vendetta di Era.

Nel palazzo regio di Acquarossa presso Viterbo della seconda metà del VI secolo a.C. sono state rinvenute lastre architettoniche che hanno come protagonista Heracles. La lastra di tipo A rappresenta la cattura del toro cretese. L’eroe tiene l’animale per una zampa e per le corna. Il gruppo è preceduto da una biga, guidata da un auriga e trainata da cavalli alati, dietro alla quale vi è forse Minerva (o comunque una figura femminile), protettrice di Ercole. Un personaggio maschile con in mano un bastone biforcuto fronteggia i cavalli: potrebbe essere Mercurio o forse il re Euristeo che, secondo la volontà degli Dei, assegnava le imprese all’eroe. Il corteo è chiuso da due guerrieri armati.
Nella lastra di tipo B Ercole, al centro della scena, è in lotta con il leone di Nemea. Davanti al gruppo vi sono due cavalli, un cavaliere ed un guerriero a piedi. A destra un carro con auriga trainato da due cavalli (non alati) ed un guerriero in atto di salire sul carro.

Sul mito di Ercole in Etruria cfr. tra gli altri:
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, Effigi, 2022, pagg. 119 e ss:,
– Mauro Cristofani, I Bronzi degli Etruschi, DeAgostini, 2000, pagg. 281 e ss.;
– Tiziano Trocchi, Spina: il sacro e le acque in una città di porto in Etruschi e Veneti Acque, Culti e Santuari, Fondazione Luigi Rovati, MUVE Fondazione Musei Civici Venezia, 2026, pag. 167.

Di seguito immagini del bronzetto di Hercle del Falterona, della statuetta dell’Acropoli di Villa Cassarini (Bologna) e del torso di Pjrgi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Mario Zaniboni. Efebo di Crizio.

L’Efebo di Crizio è una statua di marmo alta 167 centimetri realizzata verso la fine del V secolo a.C. e sistemata in bella vista nell’Acropoli di Atene. Malgrado gli approfonditi studi, non si è riusciti a stabilire se essa sia stata scolpita prima oppure dopo la disastrosa aggressione perpetrata dai Persiani fra il 480 e il 479 a.C.
Dal punto di vista stilistico, prendendo in considerazione alcuni particolari, si è pervenuti a ritenere che la statua sia stata scolpita nella bottega di Crizio, scultore di Atene in piena attività nel periodo compreso fra il 490 e il 465 a.C., che firmava tutte le opere oggi note con il collaboratore, o forse fratello, Nesiote; essi, secondo iscrizione dell’epoca, furono allievi dello scultore Antenore. In ogni modo, c’è da ritenere che la statua sia stata influenzata da quella bottega.
Da notare che lo stile seguito in questa opera è una novità nei confronti di quello precedente e che raggiunse il suo massimo con Policleto, scultore attivo fra il 460 e il 420 a.C. soprattutto ad Argo e nel Peloponneso. Nel suo stile si è dato il maggior risalto all’equilibrio, alle forme armoniche ed al rapporto dimensionale fra le varie parti del corpo come è evidenziato nelle sue sculture, delle quali si può ricordare, come esempio, il Doriforo.
Il torso e la testa sono stati rinvenuti in siti diversi oltreché in tempi diversi, ma nessuna delle due parti fu trovata in mezzo ai detriti risultati dall’aggressione persiana. Forse – è questa l’ipotesi più plausibile – i due tronconi sono stati sepolti nel sito, dopo la ricostruzione della cittadella da parte di Pericle, verso la fine del V secolo a.C. Probabilmente, i reperti provengono da un’area posta sul lato sudorientale dell’Acropoli, dove c’è stato un accumulo di materiale proveniente dall’antichità più lontana per giungere fino al periodo proto classico e classico.
Nella seconda metà del XIX secolo, furono affrontati i lavori di escavazione necessari per la costruzione del museo che avrebbe raccolto e conservato tutto quanto ivi rinvenuto. Quegli scavi iniziarono nel 1863 e, dopo essere stati interrotti, ripresero nel 1865 per finire l’anno successivo. In quella circostanza, furono scoperte le fondamenta di una struttura, denominata Edificio IV, all’interno delle quali furono rinvenute alcune statue utilizzate come materiale da riempimento; fra queste era il torso dell’Efebo di Crizio, come è stato descritto nel Bollettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica. La testa è stata recuperata contemporaneamente al torso.
Le due parti furono messe a confronto e si giunse alla conclusione che erano fra di loro compatibili, anche se non mancarono dubbi in merito, tanto che si pervenne al loro congiungimento effettuato da Adolf Furtwängler, archeologo e storico dell’arte tedesco, tra il 1878 e il 1880. Il primo a scorgere qualcosa in merito alla possibilità che le due parti combaciassero fu l’archeologo britannico Humphry Payne, che notò come alcune scheggiature sulle superfici che corrispondessero, per cui il torso e il capo erano nati insieme. E così, il restauro fu eseguito verso la metà del XX secolo, usando stucco che servisse da collegamento fra le due parti; ciò comportò un allungamento del collo di un centimetro.
Ma nel 1888, mentre l’archeologo greco Kavvadias e l’architetto e archeologo tedesco Kawerau stavano effettuando lavori di scavo fra il museo e le mura della parte meridionale dell’Acropoli, fu rinvenuta una testa che si rivelò essere quella giusta per il torso di cui si è detto, per cui, senza perdere ulteriore tempo, si procedette alla corretta sostituzione alla precedente.
Alla fine, messi insieme le due parti del corpo, si ebbe come risultato la figura di un giovane offerente, adolescente, tra i 12 e i 17 anni di età, con un’espressione seria e triste, che però non era per niente completa: infatti, era senza gli occhi, gli avambracci, la gamba destra e il piede sinistro fino alla caviglia; e, per di più, il naso, le guance, il mento, il collo e il dorso presentavano vaste abrasioni. Si presume che entrambi i piedi avessero le piante appoggiate sul suolo, contrariamente a quanto faceva parte delle innovazioni che si riscontrano nelle statue appartenenti alla successiva era policletea, nel periodo 450-440 a.C., vale a dire il tallone rialzato. Altro elemento, che sta a significare una nuova era, è dovuto ai capelli, tagliati corti e tenuti uniti da un anello, non trovato, forse di metallo, sistemato all’altezza delle tempie, che non si riscontra prima del 480 a.C., e che si riferisce ad un atleta, secondo l’interpretazione da parte di Dickins, o a un eroe, quale potrebbe essere Teseo secondo il parere di Hurwitt, o a un dio.
Tornando al viso triste, si possono ricordare i letterati latini Cicerone, Quntiliano e Plinio, i quali, facendo riferimento quelle opere del V secolo a.C., definirono la loro realizzazione rigida, dura ed austera, ed il tutto fu compendiato nell’italiano “Stile Severo”.
Ora, l’Efebo di Crizio è esposto alla visione ed all’ammirazione degli appassionati di ciò che proviene dall’antichità nel Museo dell’Acropoli di Atene.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

ROCCA SAN FELICE (Av). Un borgo speciale tra storia, archeologia, natura e leggende da…mistero.

Alla scoperta dei tesori storici d’Appennino: Rocca San Felice, il borgo medievale dell’Alta Irpinia tra archeologia, natura incontaminata e mistero.
Accanto ai borghi più noti, il pubblico cerca l’insolito, tra cui le leggende legate a piccoli centri medievali arroccati, perfetti da esplorare prima che il caldo dell’estate si faccia sentire e come. Rocca San Felice è esattamente questo: un incantevole borgo medievale incastonato nell’Alta Irpinia, a 750 metri sul livello del mare, che aspetta solo di essere scoperto da viaggiatori curiosi di autenticità. Questo piccolo gioiello di appena 843 abitanti, situato a soli 52 km da Avellino, racchiude in sé tutto il fascino dell’Irpinia più vera: un castello longobardo che domina la Valle d’Ansanto, una delle più suggestive peculiarità geologiche d’Europa, ed una tradizione gastronomica che celebra prodotti unici al mondo.
Se cerchi una destinazione fuori dai percorsi battuti, dove storia, natura e sapori si fondono in un’esperienza indimenticabile, Rocca San Felice è l’attrattore -s’intende uno dei tanti- che stai cercando. Il caratteristico sito affonda le sue radici nell’epoca preromana. Già nel VII secolo a.C., il territorio era sede del culto della dea Mefite, divinità legata alle esalazioni sulfuree della Valle d’Ansanto che Virgilio descrisse nell’Eneide come una delle “porte dell’inferno”.
Il borgo medievale vero e proprio nacque nel 848 d.C., come fortezza longobarda per delimitare i confini tra i Principati di Salerno e Benevento. La torre di pietra, mutilata dal tempo ma ancora imponente, veglia sull’abitato che si sviluppa lungo i fianchi dell’altura, garantendo un controllo strategico sul fiume Fredane. Ma ciò che rende Rocca San Felice davvero speciale, è come il trascorrere dei secoli non l’abbia stravolta. Il borgo è formato da case basse interamente costruite con pietra locale, disposte lungo vicoli stretti punteggiati da archi e scorci pittoreschi. Questo insieme architettonico si distingue come uno dei luoghi più suggestivi della Campania, con la sua Rocca del Castello che domina il paesaggio fino alla Valle d’Ansanto.
Gli abitanti, chiamati rocchesi, portano avanti con orgoglio la loro identità e le loro tradizioni, rendendo il borgo un concentrato di fascino autentico, con la comunità locale che vive con passione e dedizione il proprio territorio, il cui simbolo è appunto il Castello Longobardo.
Oggi di tale scrigno rimane il torrione principale (il Donjon), le torrette di avvistamento, una cisterna ed una delle porte di accesso. Citato per la prima volta nel 1150 come possedimento di Ruggiero di Castelvetere, nel 1236 vi fu imprigionato il figlio dell’imperatore Federico II.
Dal 1440 ne furono signori le famiglie Saraceno, Caracciolo e Reale. Il castello offre una vista panoramica spettacolare sulla Valle d’Ansanto e rappresenta un testimone di un passato turbolento e glorioso.
Secondo la leggenda popolare, nelle notti di luna piena il fantasma di Margherita d’Austria, giovane sposa di Enrico VII di Svevia, si aggira ancora tra i ruderi della fortezza in cerca del suo Enrico. Poco distante dal borgo, nella suggestiva Valle su menzionata, si trova uno dei luoghi più misteriosi ed unici d’Europa: la Mefite, sito naturalistico che presenta un laghetto di origine solfurea con emissioni continue di anidride carbonica mista ad acido solfidrico, che creano un paesaggio “lunare”, dove la vegetazione scompare. Le esalazioni gassose producono il ribollire permanente delle acque in una zona non vulcanica, fenomeno senza eguali al mondo. La Mefite espelle 900 tonnellate al giorno di gas, rendendola il luogo non vulcanico con le più alte emissioni al mondo. Virgilio lo descrisse come uno degli accessi agli Inferi, simile al Lago d’Averno dei Campi Flegrei. Esso è stato inserito nella lista dei Luoghi del Cuore del FAI (Fondo Ambiente Italiano).
Edificata nell’XI secolo, la chiesa madre di Santa Maria Maggiore domina il borgo con il suo imponente campanile. Rasa al suolo dal terremoto del 1980, completamente ricostruita e riaperta nel 1991, custodisce un pregevole Crocifisso ligneo del Settecento e statue lignee di San Felice patrono, della Madonna di Costantinopoli, di San Giuseppe, San Vito, San Vincenzo e San Francesco di Paola. Per raggiungerla si percorrono le rippe, una serie di scalinate delimitate da muri di pietra che salgono verso la sommità della collina.
Ancor più antico della chiesa madre, il Santuario di Santa Felicita fu costruito nel IV secolo da San Felice di Nola, nel luogo dove si praticava il culto pagano di Mefite. Distrutto dai terremoti del 1688 e 1694, l’edificio sacro venne ricostruito alla fine del Seicento e nuovamente nel 1928, dopo i danni della Prima Guerra Mondiale.
Nelle vicinanze della chiesa madre, si trova il Museo civico dedicato a don Nicola Gambino, con reperti archeologici di recente ritrovamento, inclusi anfore, terrecotte e l’altare della dea Mefite, che ha suscitato paura e reverenza fin dall’antichità. La dea Mefite, etimologicamente “colei che sta in mezzo”, era inizialmente una divinità pacifica che presiedeva ai passaggi geografici e simbolici. Col tempo si trasformò in uno spirito malefico, alimentando leggende che per secoli nutrirono la fantasia popolare e divenendo, nell’immaginario collettivo, il passaggio dalla terra agli Inferi. Gli antichi, infatti, collocavano qui uno degli accessi agli inferi, ed il santuario era noto ancora al tempo dei romani. Con l’avvento del Cristianesimo, questo culto fu soppiantato da quello di Santa Felicità.
Tanti, dunque, i tesori del passato che si distinguono in simbiosi con le meraviglie di una natura sana, genuina, che consente anzitutto di respirare aria pulita. E di sentirti parte di una comunità che vive con orgoglio le proprie radici, lasciando che l’Alta Irpinia ti racconti la sua storia. Un viaggio da sogni da scoprire, che inizia proprio qui.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

CAMPI FLEGREI (Na). Una rubrica alla scoperta dei siti del Parco Archeologico.

“Attraversando il Parco archeologico dei Campi Flegrei”, è la nuova rubrica bisettimanale che porta alla scoperta di tutti i siti che il Parco gestisce e si prende cura.
Da Pozzuoli a Bacoli, da Quarto fino a Giugliano, si è portati a conoscere non solo i siti aperti al pubblico, ma anche quelli meno conosciuti e oggetto di lavori di restauro e conservazione.
Ecco -sotto i classici riflettori- la Tomba di Agrippina, un monumento che in realtà è un falso mito. Non si tratta infatti del sepolcro della madre di Nerone, uccisa su ordine del proprio figlio nel 59 d.C., ma di un teatro-ninfeo. L’errata interpretazione risale al Settecento, quando i viaggiatori del Grand Tour erano alla ricerca della tomba che, secondo Tacito, era un semplice tumulo sulla via di Miseno, non lontano dalla villa di Cesare. L’impianto originario di questa struttura, parte di una grandiosa villa marittima che si estendeva fino alla sommità della collina, era un odeion, un piccolo teatro di età augustea o giulio-claudia, di cui si conservano solo i segni delle gradinate. A cavallo tra il I e il II sec. d.C., fu trasformato in un ninfeo esedra. Del sito oggi sono visibili tre corridoi semicircolari, mentre di fronte all’attuale ingresso vi è una rampa di scale che conduce all’emiciclo mediano, con un prospetto esterno scandito da tre aperture intervallate da finestre e coperto da una volta rampante sulla quale si trovano i resti di una gradinata in opera reticolata. In alcune zone si conserva la parete interna decorata da semicolonne in laterizio, con fusto rivestito in stucco terminanti con capitelli in ordine corinzio, anch’essi rivestiti in stucco. Il monumento -spiega ancora il PaFleg- fu scavato e studiato nel 1941 dall’archeologo Amedeo Maiuri che liberò i ruderi in parte coperti dal terreno e dall’insabbiamento determinato dal bradisismo, individuando la vera origine strutturale del complesso. Da poco, sono terminati importanti lavori di recupero e, tra poco, sarà possibile finalmente garantirne una piena fruizione.
Altra meraviglia storica è la Necropoli di Via Celle, situata lungo l’omonima via a Pozzuoli. In antichità, poiché non si seppelliva in città, fu scelto questo tratto che corrispondeva all’incrocio extraurbano della Via consularis Puteolis-Capuam con la Via Puteolis-Neapolis. Sorse intorno al I sec. a.C. e le strutture erano ancora visibili nel ‘700, tanto da essere utilizzate per il ricovero del bestiame, le “celle” da cui origina il nome moderno della strada. Gli scavi archeologici partirono negli anni Trenta del secolo scorso e solo negli anni Sessanta si riuscì a mettere in luce l’intero complesso, di cui oggi sono visibili un gruppo di quattordici edifici funerari. All’interno troviamo, oltre ad aree destinate all’esecuzione dei riti connessi al culto dei morti, principalmente dei colombai, ovvero degli ambienti voltati a botte che ospitavano diverse nicchie, nelle quali venivano poste le olle con le ceneri dei defunti. Queste strutture erano sviluppate su più livelli per poter accogliere, nel tempo, più defunti appartenenti alla stessa famiglia o corporazione. Dal II sec. d.C. subentra il rito dell’inumazione e pertanto, all’intorno, vengono poste tombe formate da casse di pietra coperte da tegoloni a doppio spiovente (cappuccine). All’interno degli edifici, sono stati rivenuti parti del rivestimento pittorico parietale, con semplici elementi vegetali o geometrici a scandire lo spazio tra le nicchie. Dei vari edifici solo uno non è funzionale alla sepoltura: si tratta di un collegium funeraticium, un’associazione che aggregava membri di modesta condizione, al fine di garantirsi una sepoltura decorosa.
Intanto a Pozzuoli e nei Campi Flegrei in senso lato, la storia -aggiungiamo noi- grida come suol dirsi aiuto. Sono tanti, infatti, i tesori del passato, a cominciare dalla stessa Necropoli di Via Celle, abbandonati da anni a se stessi, tra erbacce, rifiuti, atti vandalici e predatori, tra l’indifferenza di (quasi) tutti. E, per giunta, occorre fare i dovuti conti con i danni strutturali causati, inevitabilmente, dal costante scuotimento sismico specie di questi ultimi anni, che ha visto collassare ambienti, resti di colonne e muri cosiddetti di protezione. Altro che luoghi che dovrebbero essere, invece, custoditi gelosamente come reliquie. Lo scrittore britannico Norman Lewis ha definito Pozzuoli (l’allora Puteoli), come il luogo in cui “nell’antichità tutti i Romani più ricchi, dissoluti e sanguinari costruirono le loro ville al mare, e l’ameno, incantevole paesaggio è intriso di oscure leggende”. Ed è proprio così.
Camminare a Pozzuoli è come catapultarsi sul set de “Il Gladiatore”: ogni angolo, ogni vicolo, è testimonianza di ciò che era in passato, simbolo della storia antica di quella città tanto amata dai Romani, anche se molti ignorano la grande quantità di questi siti più o meno nascosti e che, proprio per questo, vengono totalmente dimenticati.
Insomma, da parte del Ministero alla Cultura, delle Soprintendenze preposte, Regione e Comune, vanno stanziati (e spesi bene!) fondi opportuni e mirati, perché scavi, recupero, manutenzione, cura e tutela, valorizzazione, non si rivelino solo un tuffo nel passato, ma l’input decisivo e incisivo per una Cultura ed il suo patrimonio, aperti al territorio ed alla qualità sociale. Attrattori anche di un turismo non da toccata e fuga, ma volano di sviluppo sostenibile e inclusivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

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