Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro. Sulle tracce del vino in Basilicata.

Il volume, di Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro, con “Sorsi di… viti-vini-cultura” di Stefano Del Lungo, propone un originale percorso di scoperta del patrimonio storico, archeologico ed enologico della Basilicata.
L’opera si sviluppa attraverso quattro itinerari dedicati alle denominazioni di origine controllata della regione (Aglianico del Vulture, Terre dell’Alta Val d’Agri, Grottino di Roccanova e Matera), accompagnando il lettore alla scoperta di borghi, vigneti, cantine ipogee, luoghi di culto, musei e siti archeologici, nei quali il vino costituisce il filo conduttore per la lettura del territorio e delle sue stratificazioni storiche.
Pensato come un taccuino di viaggio, il volume si rivolge a un pubblico eterogeneo, dagli appassionati di enoturismo alle famiglie, fino a educatori e operatori del patrimonio culturale.
La proposta editoriale favorisce forme di apprendimento informale e partecipato: gli adulti svolgono una funzione di mediazione culturale, facilitando l’accesso ai contenuti storici e archeologici da parte dei più giovani; questi ultimi sono coinvolti attraverso attività didattiche e sezioni dedicate all’osservazione guidata e alla rielaborazione grafica.
Il testo è inoltre arricchito da una mappa enoturistica e da adesivi delle DOC da applicare al termine di ogni itinerario.
Le autrici, Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro (archeologhe, CNR-ISPC), valorizzano il patrimonio culturale della Basilicata attraverso la relazione tra archeologia, storia, paesaggio e cultura del vino.
Il contributo “Sorsi di… viti-vini-cultura”, a cura di Stefano Del Lungo (archeologo CNRISPC), offre un inquadramento delle radici storiche della vitivinicoltura lucana, delineando il contesto culturale entro cui si inseriscono gli itinerari proposti.
L’opera rappresenta, dunque, uno strumento innovativo di conoscenza e promozione del territorio, contribuendo alla diffusione di una forma di enoturismo consapevole e sostenibile fondata sul dialogo tra patrimonio culturale e tradizioni enologiche.

Info:
Dibuono Edizioni
Taccuino e mappa enoturistici per itinerari tra borghi, vigneti, siti e musei archeologici (Dibuono Edizioni, 2026, 128 pp.)

Il volume è consultabile e scaricabile al seguente link:
https://www.terredellaltavaldagri.it/sulle-tracce-del-vino-in-basilicata/

Michele Zazzi. I libri fatales e la durata della vita degli uomini, delle città e della nazione etrusca.

Secondo le fonti romane l’Etrusca Disciplina (complesso di norme etrusche che regolavano la religione) si articolava in libri Haruspicini, Fulgurales e Rituales.
Quest’ultimi comprendevano anche i Libri Fatales che riguardavano, tra l’altro, il destino (fatum) degli uomini, degli stati e della nazione etrusca.
La principale fonte in materia è costituita da Censorino, che nel suo trattato De Die Natali (del 238 d.C.) si richiama a Varrone (116 – 27 a.C.), che a sua volta aveva attinto da fonti etrusche e ne aveva probabilmente riportato il contenuto nel libro De saeculis, che faceva parte dei suoi Libri antiquitatum humanorum.
L’età dell’uomo era predefinita (dal fato) nell’ambito di una durata complessiva di 12 ebdomadi (periodi di sette anni) e quindi un uomo poteva raggiungere al massimo l’età di 84 anni. Fino a settanta anni era possibile protrarre la vita con l’aiuto divino; dal settantesimo anno però non si poteva chiedere più nulla agli dei. In questi termini, in caso di segnali ammonitori di imminenti disgrazie (specialmente nella fase finale del settennato) si poteva, tramite rituali (sacrifici e preghiere), chiedere l’intervento delle divinità per rinviare o mitigare il destino (Censorino, De Die Natali, XIV, 6).
Secondo quanto previsto dai Libri Acherontici — che facevano anch’essi parte dell’Etrusca Disciplina — lo spostamento dei termini posti dai fata per la vita umana era consentito solo per dieci anni, e tale possibilità dipendeva dal sangue di particolari vittime (Servio, Aen. VIII, 398).

Relativamente alla durata della vita delle città e dei popoli la Disciplina prevedeva che il primo secolo coincideva con la morte dell’ultimo di coloro che erano nati nel giorno della sua fondazione (dies natalis) ed il secondo secolo quando decedeva l’ultimo di quelli che erano vivi nel giorno in cui si era compiuto il primo secolo e così di seguito. Anche il destino delle città era prorogabile a certe condizioni, ma per un massimo di trenta anni (Servio, Aen. VIII, 398).
Per evitare l’indeterminatezza di tale metodo di computo naturale (legato alla vita umana) caratterizzato dall’imprevedibilità e dall’incapacità degli uomini di rendersene conto, venivano in soccorso degli uomini le divinità con i prodigi (che dovevano essere interpretati dagli aruspici) con cui si cercava di mitigare tale incertezza.
Gli aruspici avevano comunque stabilito che la civiltà etrusca sarebbe durata dieci saecula, di durata non fissa e quindi non necessariamente pari a cento anni ciascuno.
Nelle Historiae Tuscae, redatte durante l’ottavo secolo della loro nazione, fu scritto quanti secoli erano passati e quali prodigi ne avevano determinato la fine.
I primi quattro secoli furono ognuno di 100 anni, il quinto di 123, il sesto ed il settimo di 118 (o 119), anni, l’ottavo era in corso proprio a quel tempo. Passati poi il nono ed il decimo sarebbe avvenuta la fine del nomen etrusco (Censorino, De Die Natali, XVII, 5, 6).
L’ottavo secolo sarebbe stato segnalato da un acuto squillo di tromba nell’88 a.C. (Plutarco, Sylla, 456). Anche il testo della profezia attribuita alla Ninfa Vegoia si riferisce all’ottavo secolo etrusco, seppur con un senso non del tutto chiaro.
Il nono secolo, secondo l’interpretazione dell’aruspice Vulcazio (Vulcanius o Vulcacius) sarebbe coinciso con l’apparizione di una cometa nel 44 a.C. (alla morte di Cesare), probabilmente quella di Halley (Servio, ad Eclog. IX, 47).
In riferimento al decimo secolo, sappiamo che, secondo Ottaviano Augusto, gli aruspici ritenevano che, durante il suo impero, sarebbe iniziato l’ultimo secolo del nome etrusco (Servio, Ecl. IX, 46).
Dallo scritto di Censorino sembra comunque emergere che non vi fosse un’unica dottrina secolare etrusca, ma l’esistenza di diverse serie di saecula etruschi (dubbi in merito emergono anche dal testo della profezia di Vegoia, dallo scritto di Plutarco su Silla nonché dal testo di Servio sopra citato).
Forse ogni città aveva il suo sistema e quello indicato nelle Historiae Tuscae potrebbe essere stato un tentativo di arrivare ad un sistema riguardante l’intero Nomen Etruscum (in questo senso Dominique Briquel).
Per completezza, si può osservare che il periodo complessivo di dieci saecula previsto dalla Disciplina etrusca sembra sostanzialmente coincidere con la realtà storico archeologica degli Etruschi, che si estende approssimativamente dal IX secolo a.C. fino al I secolo d.C.

Sulla durata della vita degli uomini e dei popoli cfr., tra gli altri:
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, Effigi, 2022, pagg. 48 e ss.;
– Maurizio Martinelli, Gli Etruschi Magia e Religione, Convivio, 1992, pagg. 84 e ss.;
– Fabrizio Volpi, Il tempo degli etruschi, Effigi, 2021, pagg. 25 e ss.;
– Mario Torelli, Rasenna Storia e Civiltà degli Etruschi, Libri Scheiwiller, 1986, pagg. 215-216;
– Adriano Maggiani, Gli Etruschi Una nuova immagine a cura di Mauro Cristofani, Giunti, 1984, pagg. 155-156;
– Pietro Romanelli, Enciclopedia italiana voce Secolo, sito internet treccani.it;
– Dominique Briquel, Millenarismo e secoli etruschi in Minerva Revista de Filologia Clasica, 15/2001, pagg. 263-278.

Di seguito immagini di sacerdoti etruschi

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

 

Giuseppe C. Budetta, Ossa craniche e reti mirabili encefaliche.

Oltre che come stazione ricevente le sensazioni dal mondo esterno, il cranio di alcuni mammiferi ha altre funzioni, come quella di difesa-offesa e prensile. In generale, il cranio è molto mobile, potendo essere messo in flessione-estensione (articolazione occipito-atlantoidea) e potendo ruotare (articolazione atlanto-epistrofea, oltre che tra le singole vertebre cervicali). In altre specie non appartenenti ai mammiferi, come rettili ed uccelli, c’è il cranio cinetico, potendo le ossa del pre-mascellare e del mascellare ruotare in alto, ampliando la cavità della bocca….

Leggi tutto nell’allegato: Ossa craniche e reti mirabili encefaliche

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

Michele Santulli. I Campi Elisi e l’abbiezione di oggi.

A Parigi l’arteria più maestosa e più prestigiosa conosciuta e celebrata in tutto il mondo, porta il nome di ‘Viale dei Campi Elisi’ e la sede del Capo dello Stato si chiama perfino ’Eliseo’. Che cosa dunque sono i ‘Campi Elisi’ di cui Parigi conserva gelosamente la memoria gloriosa?

Come ben si sa, la morte è da sempre connessa al grande mistero: che cosa c’è dopo? E l’uomo nel corso della sua storia si è arrovellato il cervello per conoscere e sapere: e le risposte e le ipotesi formulate sull’Aldilà sono multiformi e variegate a seconda dei luoghi e delle civiltà.
Qui vogliamo richiamare alla memoria come avevano risolto tale mistero gli antichi Romani ed esattamente nel momento storico della massima gloria e grandezza, vale a dire tra l’ultimo secolo della Repubblica ed il primo dell’Impero.

Tutti al momento fatale erano destinati ad un luogo chiamato Inferi oppure Averno oppure Ade e qui, a seconda della condotta in vita, i poeti e gli artisti avevano inventato differenti modi di espiazione a seconda delle rispettive condotte in vita.
Mentre, esclusivamente per gli eroi e per le persone buone, cioè gli eletti ed i prediletti degli dei, i Romani si inventarono un luogo speciale ed esclusivo di delizie e di bellezza e di godimento, in mezzo ai fiori, agli animali, agli alberi di frutta, al suono dei ruscelli limpidi che scorrevano ed al canto degli uccelli, dove non si conosceva né freddo né calura né ghiaccio, ma solo il lieve soffio degli zefiri cioè delle brezze delicate e dolci del mare contiguo: un luogo dunque di piacere e di riposo e di contemplazione delle anime, un luogo che nelle Scritture Orientali si chiamava Eden, cioè Paradiso Terrestre: esente da cure, bisogni ed affanni. I Romani come si sa erano non solo uomini di guerra, di legge e di cultura, ma anche di piaceri e di godimenti ed in particolare di quelli che chiamavano ‘otia’: coloro che lo potevano, si costruivano, per esempio, magioni e ville nei luoghi più ricercati ed ammirati: Capri, Sperlonga, Tivoli, Ischia, Napoli… Ma quella certamente più amata e più baciata dalla natura e dalla bellezza era la regione nota come Campi Flegrei dove erano, e sono, piccoli laghi somiglianti a smeraldi, golfi ed insenature e promontori che proteggevano dalle calamità e dalle intemperie, città e luoghi che erano il segno addirittura della predilezione degli dei e cioè Cuma, Bacoli,  Baia, Capo Miseno… e a vista d’occhio Ischia e Procida e un pò più distante la presenza miracolosa di Pompei ed Ercolano! Tutto intorno aranceti, piante di frutta, vitigni pregiatissimi, pini marittimi, verzura, ruscelli, animali, profumi ed odori e suoni unici al mondo, mentre al di sopra, più a settentrione, quasi a proteggere questo lembo di delizia e di magia, fumi e vapori ed acqua bollente e gas puteolenti che sprizzavano e schizzavano  fragorosamente dal suolo con rutti orribili tenendo lontani i mal intenzionati…

E in questa regione veramente felice unica dell’Impero, ineguagliabile, i Romani collocarono sia il loro Paradiso Terrestre e sia il loro Inferno! In quello puzzolente ed infuocato collocarono il regno dei morti che, come detto, chiamarono Inferi o Averno, dove era destinata la gente comune e cattiva; mentre tutto il territorio che si specchiava nel mare azzurro protetto dalla volta del cielo con lo sguardo verso Procida e Ischia….erano …i Campi Elisi, l’aldilà degli eroi e delle anime buone!
I campi Elisi erano cioè a Cuma, a Baia, intorno al lago di Fusaro, al lago di Lucrino, a Capo Miseno….
Che cosa era e che cosa è stato: leggere quello che hanno detto i Romani di questi luoghi incantati, a cominciare da Orazio, Plinio il Vecchio, il naturalista, colui che per primo ha visto e descritto la eruzione de Vesuvio, è qui che aveva scelto la sua dimora definitiva, ma soprattutto quello che ci hanno trasmesso i poeti e gli artisti principalmente europei che li hanno visitati regolarmente nel corso dei secoli fino al fatidico 1860: Goethe così sbalordito ed affascinato al cospetto di tanta storia e di tanta bellezza intatta e intonsa confessò, lui sommo poeta, di non trovare le parole idonee a descrivere lo spettacolo prodigioso davanti ai suoi occhi; veramente si cade preda e vittima della sindrome descritta e vissuta da qualche grande artista: si cade in deliquio ed in tramortimento: quanta bellezza, quanto godimento, quanta pace!
Inaudito. Il Re di Napoli  verso la fine del 1700, talmente anche lui innamorato dei luoghi, ordinò al suo architetto di creare un ricovero in mezzo ad uno di questi laghi, anzi di questi occhi della Natura, dove rifugiarsi e stare solo e godere i luoghi magici  e quell’aria unica al mondo; ed in effetti ancora oggi, miracolosamente preservato, ammiriamo nel lago di Fusaro questo casino reale borbonico, simile ad una vera pietra preziosa incastonata in un’altra pietra preziosa quale è lo specchio di acqua luccicante del lago…

Ma si vada oggi in questi luoghi: una volta patria del mito e della bellezza: la nemesi perversa ha voluto che l’incanto e la bellezza della natura conservatisi indenni ed intatti per secoli e secoli, cedessero il posto al loro esatto contrario, cioè allo schifo ed al ribrezzo ed alla perversione. E’ indescrivibile quanta bruttezza e naturalmente quanta immondizia sono state riversate e spalmate a guisa di lebbra in queste ultime decadi sui Campi Elisi: una cementificazione spietata e selvaggia  iniziata a Pozzuoli che tutto ha distrutto ed ingoiato, dei seni e dei golfi e delle baie e dei luoghi unici al mondo, per di più una cementificazione miserabile e volgare che appiccicata una all’altra  ancora di più accresce la disperazione e la impotenza di fronte alla immane distruzione, impunita e consentita, del paradiso terrestre e dei campi elisi.

Casupole sicuramente cresciute una appresso all’altra come bubboni pestilenziali, uno spettacolo osceno e frastornante aumentato ed accresciuto dal traffico,  dai tabelloni e scritte pubblicitarie in quantità inimmaginabile, dai fili elettrici e telefonici che si intersecano in alto ancor più sottolineando lo spettacolo della precarietà e del degrado e della improvvisazione.

I Campi Elisi divenuti cemento e asfalto, nella indifferenza generale, nella inerzia criminale dei controllori: una miniera d’oro zecchino trasformata in discarica!
I Campi Elisi sono divenuti la Geenna di Gesù Cristo, il Tartaro e l’Orco della Mitologia, l’Inferno di Dante.
E’ impossibile descrivere tanta sciagura e così grosso tracollo e fallimento della civiltà e della cultura.  Oggi, in questo luogo d’incanto!!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

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