I musei archeologici dei piccoli paesi sono un patrimonio straordinario (da salvare).

Se ci si trova a passeggiare per un piccolo paese italiano, non è raro imbattersi in curiosi musei dedicati ai temi e soggetti più disparati: il bottone, il rubinetto, la bilancia, le bambole, il cavatappi. Luoghi al limite del bizzarro, spesso nati per goliardia con l’intento di valorizzare tradizioni e peculiarità locali, e che proprio per la loro originalità attirano l’attenzione del pubblico diventando meta per molti turisti.
Assai più facile, invece, è passare davanti a un piccolo museo archeologico senza nemmeno accorgersene. Eppure, dietro l’aspetto dimesso di edifici che sfiorano l’abbandono, con facciate scolorite e portoni che reclamano una mano di vernice, si custodiscono alcune delle testimonianze più preziose della storia del nostro Paese.
In un museo archeologico di provincia può capitare di trovarsi davanti a oggetti che hanno attraversato migliaia di anni: coppe etrusche ed elmi piceni, iscrizioni d’epoca romana, spille, anelli e corredi funerari. Non sono reperti scelti per rappresentare la “grande storia” nazionale, ma frammenti di storie “minori”, locali, che, messe insieme, compongono il mosaico della nostra identità.

I piccoli musei archeologici delle aree interne
Molti di questi oggetti provengono da necropoli, campagne, insediamenti e santuari situati a pochi chilometri dal museo che li ospita. È proprio il forte legame con il territorio a rendere queste piccole istituzioni così significative: in modo poco eclatante e spettacolare, i musei archeologici sparsi nelle aree interne del Paese raccontano i luoghi in cui si trovano, e il modo in cui quei luoghi sono cambiati nel corso dei secoli. Eppure, vista la lontananza dai grandi circuiti turistici, questi preziosi baluardi di storia vivono una condizione di costante fragilità, tra risorse limitate e scarsa visibilità.
“L’archeologia è la più politica delle discipline legate al patrimonio culturale”, dice Anna Rizzo, antropologa, studiosa e attenta osservatrice dei fenomeni relativi alle aree interne. “I piccoli musei di provincia raccontano la storia profonda di un territorio. Sono poco conosciuti e in molti casi devono la loro costituzione alla comunità dei residenti, appassionati di storia e di archeologia che hanno conservato in maniera informale piccole collezioni di reperti: rinvenimenti fortuiti avvenuti durante le lavorazioni agricole, pastorali o la movimentazione della terra. Ceramiche, monete, epigrafi, oggetti di uso quotidiano che permettono di ricostruire la vita delle antiche popolazioni e di valorizzare il contesto. Il coinvolgimento della comunità dei residenti è fondamentale per la conservazione della memoria, perché custodiscono reperti provenienti dagli scavi locali”.

Un patrimonio che parla alle comunità
I piccoli musei archeologici (in Italia se ne contano circa quattrocento sparsi da Nord a Sud) svolgono una funzione che va ben oltre la semplice conservazione dei reperti. Sono luoghi in cui una comunità può riconoscere le proprie radici, comprendere come il paesaggio che la circonda si sia formato, e riscoprire il legame con le popolazioni che lo hanno abitato prima.
Questa dimensione narrativa rende i musei archeologici strumenti preziosi anche sul piano educativo. Ogni anno accolgono scolaresche, organizzano laboratori, visite guidate e attività pensate per avvicinare le nuove generazioni alla storia del proprio territorio. Per molti bambini e ragazzi rappresentano il primo incontro con l’archeologia e con l’idea che il passato non sia qualcosa di distante, ma una presenza concreta sotto i propri piedi.
“In primo luogo i musei archeologici devono essere attrattivi per i giovani, cercando di coniugare il rigore scientifico con un approccio multimediale e immersivo”, spiega Stefano Papetti, curatore scientifico delle Collezioni Comunali di Ascoli Piceno. “Il Museo dell’Alto Medioevo di Ascoli Piceno ha infatti rinunciato alla consueta pannellistica, privilegiando la realtà aumentata, il ricorso al video, a pannelli retroilluminati che presentano i longobardi, i loro costumi, le consuetudini di vita. Per questo tipo di allestimento coinvolgente abbiamo ricevuto nel 2020 il ‘Premio Francovich’ da parte dei medievisti italiani. Attraverso questo percorso interattivo il Dipartimento Educativo contribuisce con le proprie attività didattiche a sottolineare la continuità storica delle tradizioni, del linguaggio che deriva dalla presenza dei longobardi nel territorio Piceno; questo ovviamente è molto attraente per i giovani e contribuisce a una migliore consapevolezza della loro identità”.

I piccoli musei italiani, tra sfide e possibilità
Nonostante il loro valore, molti musei archeologici locali devono però confrontarsi quotidianamente con difficoltà strutturali e di gestione. Le risorse economiche sono spesso limitate e dipendono in larga parte dai bilanci dei piccoli Comuni, che devono conciliare la tutela del patrimonio con molte altre esigenze, spesso più urgenti. Ne derivano allestimenti che faticano ad aggiornarsi, interventi di manutenzione rinviati per anni, attività didattiche ridotte e una comunicazione spesso insufficiente (per la stesura di questo articolo abbiamo provato a contattare diversi musei, con risultati a volte sconfortanti: numeri di telefono non più attivi, siti internet a dir poco antiquati, giri dell’oca infiniti per parlare con i responsabili).
Anche il personale rappresenta una delle principali criticità con cui questi luoghi sono costretti a confrontarsi. Non è raro trovare musei aperti solo in alcuni giorni della settimana o affidati a collaboratori e volontari che, pur con grande passione, non possono garantire una presenza continuativa – né tantomeno competenze adeguate al ruolo. La mancanza di archeologi, curatori ed educatori museali limita, inoltre, la possibilità di trasformare i reperti in un racconto accessibile e coinvolgente, creando una frattura tra il pubblico presente e il contenuto. In altre parole, la fragilità di queste istituzioni non dipende dalla qualità del patrimonio custodito, spesso di valore eccezionale, bensì dalla difficoltà di trasformarlo in una risorsa condivisa e accessibile.

Salvare i piccoli musei per salvare la memoria dei territori
La sfida, oggi, non consiste soltanto nel conservare gli oggetti, ma nel renderli comprensibili e vivi. Servono allestimenti che sappiano valorizzare e mettere in relazione reperti, paesaggio e storia locale, ma anche reti di collaborazione tra musei, siti archeologici, amministrazioni e associazioni culturali di territori diversi, chiamati a fare squadra per sopperire all’assenza di un adeguato sostegno pubblico, creando partenariati e collaborazioni stabili. Un buon esempio in merito è il Parco Archeologico di Altino, che dal 2024 è parte dei Musei Archeologici di Venezia e della Laguna; un cambio di gestione e di prospettiva che ha garantito alla struttura maggiore consistenza e capacità di azione sul territorio.
Così Marianna Bressan, direttrice dei Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna: “Il Parco Archeologico di Altino si trova a Quarto d’Altino, in provincia di Venezia, e dal 2024 fa parte dei Musei Archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, istituto autonomo del Ministero della Cultura che comprende anche il Museo Archeologico nazionale di Venezia, Palazzo Grimani e il futuro Museo Archeologico nazionale della Laguna al Lazzaretto Vecchio. L’ingresso in questo sistema consente di raccontare l’archeologia del territorio in modo più ampio e completo: i quattro Musei sono capitoli di un’unica storia che include l’antica città di Altino, l’antropizzazione della Laguna e delle isole fino ad arrivare al collezionismo dei reperti archeologici.
Con il passaggio all’istituto autonomo ripensiamo al ruolo del Parco come parte integrante di un sistema che a Venezia e nella Laguna parla di archeologia. La sfida è consolidare e aumentare il rapporto con le scuole e con il pubblico locale, che rappresentano da sempre interlocutori fondamentali, e allo stesso tempo, grazie alla rete con i musei di Venezia, aprire sempre di più Altino ai visitatori italiani e internazionali”.

Alcuni esempi virtuosi dal nord al sud
Ma gli esempi degni di nota su scala nazionale potrebbero essere tanti; strutture che, grazie a una gestione lungimirante e al sostegno di contesti sociali e politici favorevoli, hanno saputo crescere nel tempo, garantendo alle collezioni custodite al loro interno un’esposizione adeguata e una fruizione di qualità. Rientrano in questa categoria il Museo Archeologico Provinciale della Lucania Occidentale, nel Comune di Padula (provincia di Salerno), il Museo Civico Archeologico “Isidoro Falchi” di Vetulonia (provincia di Grosseto) e il Museo Archeologico di Verucchio (provincia di Rimini): istituzioni che, pur disponendo di risorse limitate, continuano a raccontare storie straordinarie e a valorizzare un patrimonio di grande rilievo, lontano dai grandi centri del Paese.
Cristina Giovagnetti, direttrice del Museo Archeologico di Verucchio e Silvia Cesari, operatrice museale, raccontano così la loro realtà, attiva in un Comune di 10mila abitanti: “Tra le colline della Valmarecchia, Verucchio è il cuore di scoperte archeologiche uniche in Italia. Il suo Museo Archeologico custodisce uno dei più importanti patrimoni della cultura villanoviana: raccoglie reperti eccezionali datati tra il IX e il VII secolo a.C., testimonianze di una società aristocratica raccontata attraverso raffinati corredi funerari, armi, tessuti, gioielli e oggetti di straordinario valore. Un patrimonio che da sempre rappresenta un motivo di orgoglio per la comunità locale e richiama l’interesse di studiosi e appassionati anche dall’estero. Eppure, nonostante il suo prestigio scientifico, il museo resta una realtà poco conosciuta. La distanza dai principali flussi turistici e la cronica scarsità di risorse rendono difficile valorizzare un’eccellenza che meriterebbe ben altra visibilità. Chi entra al museo ne esce sempre sorpreso, ma far conoscere questa realtà resta una sfida quotidiana. Nonostante i mezzi limitati, il lavoro di valorizzazione non si ferma: attività e iniziative scientifiche continuano a raccontare un patrimonio unico, con l’obiettivo di far crescere un luogo che merita di essere scoperto”.

Piccoli musei archeologici: un patrimonio da sostenere
Investire in queste realtà vuol dire promuovere una cultura diffusa, sostenere un turismo più lento e consapevole, e offrire alle nuove generazioni strumenti per comprendere il passato del proprio territorio. Significa, anche, riconoscere che il patrimonio italiano non è fatto soltanto di grandi monumenti e musei celebri, ma di centinaia di piccole istituzioni che, silenziosamente e con supporti statali sempre più limitati, continuano a custodire le radici del Paese.

Autore: Alex Urso

Fonte: www.artribune.com 29 lug 2026

Mario Zaniboni, Corona di Middelfart.

Nel 1933 si stavano eseguendo lavori di costruzione nella zona del mercato centrale della città di Middelfart in Danimarca. Lo scopo era quello di rinnovare la pavimentazione, quando in una cavità rivestita di pietre in una specie di camino, è sta rinvenuta una corona in argento dorato, con tracce di smalto, che si è ritenuto fosse stata costruita attorno al 1520; insieme, è stata trovata una collana che portava come pendente una croce reliquaria del 1500, la cui cavità era vuota.
La corona ha un diametro di 26 centimetri ed un’altezza di 11 centimetri; il suo peso è di circa 430 grammi. E’ formata dall’unione di 6 segmenti, tutti quanti decorati con 3 rosette a 5 foglie, con le punte a forma di giglio: ma 3 di queste mancano all’appello.
Probabilmente, essa era un ornamento del capo di una statua d’altare a Middelfart, nella chiesa di Sankt Nicolaj. Comunque, è parere comune che essa venisse prestata alle donne, che la indossavano in occasione della cerimonia del loro matrimonio.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni: Richard di Wallingford ed un importante orologio astronomico.

Uno studioso che si fece grande onore sia nel campo dell’astronomia sia in quello delle progettazioni e costruzioni meccaniche, fra le quali emerse quella di un orologio, è stato Richard di Wallingford, nato a Wallingford, appunto, città a ovest di Londra ed a sud di Oxford, nel Berkshire in Inghilterra, nel 1292.
Ben poco si sa della sua famiglia a parte il fatto che il padre era un fabbro. Presto rimase orfano, per cui fu preso sotto l’ala protettrice di William de Kirkeby, superiore del priorato dedicato alla Santissima Trinità, dipendente dall’Abbazia di St Albans nell’Hertfordshire.
Fu successivamente iscritto per sei anni di studi all’Università di Oxford, completati i quali divenne monaco di St Albans. Poi ritornò a Oxford e durante la sua permanenza produsse la maggior parte dei suoi scritti.
Nel 1327, all’età di 35 anni, quando Abott, il precedente abate di St Albans, morì, ebbe la sua nomina e, per confermare la sua accettazione, si recò alla sede papale di Avignone; in quell’occasione contrasse la lebbra (o un’altra grave malattia, come la sifilide, la scrofula (un’infezione nei linfonodi del collo) o la tubercolosi, anche se il dubbio che di lebbra si trattasse sembra confermato dall’avere i lineamenti alterati o, più precisamente, sfigurati.
Condusse l’Abbazia, che era la più importante e prestigiosa dell’intera Inghilterra, con decisione, proponendosi intanto di restaurare le regole benedettine, allora abbastanza ignorate, ed imponendo che le decime fossero regolarmente pagate, per poter provvedere alle riparazioni necessarie all’Abbazia ed alla costruzione del suo orologio. Questi strumenti di misura del tempo nel XIV secolo erano una novità per quei tempi.
Più che per la sua vita religiosa, egli divenne celebre per i suoi approfonditi studi di astronomia e soprattutto per la sua capacità di progettare e realizzare strumenti e meccanismi di tutto rispetto per l’epoca e per i mezzi a disposizione di allora. Fra questi, emerse un orologio astronomico che descrisse nel suo Tractatus Horologii Astronomici del 1327.
Così, alla fine, probabilmente il suo orologio, che oltre all’ora, riportava le fasi lunari e, per di più, indicava l’altezza della marea al Ponte di Londra, era il più complesso fra gli analoghi meccanismi di quelli comparsi sino ad allora non solo nelle Isole Britanniche, ma pure negli stati ritenuti fra i più tecnicamente avanzati del Vecchio Continente.
Fu sistemato nella navata meridionale di St Albans dove, nel 1536, fu ammirato da John Leland prima che Enrico VIII nel 1539, durante la sua Riforma, eliminasse i monasteri inglesi, mettesse a riposo l’Abbazia di Albans e distruggesse l’orologio. E meno male che, al contrario, si sono salvate tutte le carte ed i disegni relativi, che servirono poi alle ricostruzioni.
Si temeva che fossero andati perduti, ma un giovane storico dell’astronomia del Medioevo, John North, ebbe sottomano il manoscritto Ashmole del 1796 presso la Bodlein Library di Oxford. Sfogliando fra i 200 fogli di pergamena del volume rilegato, rinvenne sparso, quasi integro, il Trattato di Richard, accompagnato dai disegni e dai diagrammi necessari per la costruzione del suo orologio. North mise in ordine i fogli di quell’opera e quindi, nel 1796, la diede alla stampa, unitamente ad un suo commento ed alla relativa traduzione.
Con quegli elementi a disposizione, nel XX secolo furono fatti alcuni tentativi, andati a buon fine, di ricostruire l’orologio di Richard di Wallingford, seguendo le indicazioni sullo stesso rinvenute in quei documenti ed in quegli scritti vari del XIV secolo.
Uno dei risultati migliori fu ottenuto dalla Harward Horological, che tenne esposto l’oggetto per lungo tempo al Time Museum, nella città di Rockford nell’Illinois, fino alla sua chiusura; e per questo ora si trova presso l’Halim Time and Glass Museum di Evanston, sempre nell’Ilinois. Un’altra ricostruzione, che ora è esposta al Wallingford Museum, è dovuta ad Eric Watson; un’altra ancora, è nella Cattedrale di St Albans e, infine, una quarta, opera di Don Enwin, fa bella mostra di sé al Whipple Museum of the History of Science di Cambridge dal 1992.
Come si è accennato più sopra, Richard morì relativamente giovane. Del resto era affetto da una gravissima malattia che oggi si pensa che potesse essere lebbra, perché il volto era brutalmente segnato. Però, pur essendo gravemente ammalato, non trascurava i suoi doveri portandoli a termine con dignità e competenza, tanto da guadagnarsi il rispetto e l’amicizia dei colleghi monaci. E con il tempo, la sua salute andò sempre più peggiorando, facendone un martire per gli ultimi quattro anni della sua vita.
Oltre all’orologio, come riportato più sopra, molti furono i progetti seguiti dalla realizzazione relativa di dispositivi di calcolo. Per esempio, il Rectangulus, del 1326, usato per la trigonometria sferica in sostituzione degli astrolabi, che lui riteneva insoddisfacenti, ed altri strumenti ancora, fra quali era l’Albion, una forma di equatorium, strumento astronomico la cui descrizione è richiamata nel Tractatus albionis. Lasciò molti scritti, pubblicò opere di trigonometria, astrologia, coordinate celesti e religiose.
Purtroppo, la salute non consentì al povero Richard di portare fino alla fine la costruzione del suo orologio a seguito di quella malattia, come è evidenziato in una miniatura nella quale egli è rappresentato con il volto devastato dalla stessa.
Peccato che egli sia stato abbastanza ignorato, pur avendo, nel 1330, quasi del tutto realizzato un orologio astronomico funzionante: il primo in un mondo nel quale i soli orologi esistenti erano quelli ad acqua. Il tutto doveva essere studiato, descritto e costruito partendo da zero, non essendoci stati predecessori. E, per di più, per la giusta esecuzione del dispositivo, era necessario avere dimestichezza sui moti dei pianeti, riportando il tutto alle 24 ore di un giorno. Con grande fatica, a causa della malattia, Richard portò avanti la realizzazione del suo orologio, senza vederlo finito, e la redazione del Trattato relativo. Peccato che Enrico VIII abbia combinato il guaio di cui si è detto più sopra.
John North, che pubblicò la sua opera in tre volumi sull’orologio e sul suo costruttore, a distanza di 30 anni pubblicò un libro dedicato ai non addetti ai lavori.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. Vanth, divinità etrusca dell’oltretomba .

Vanth, divinità femminile della mitologia etrusca, si trova frequentemente rappresentata su monumenti funerari (urne, sarcofagi, tombe) su specchi o su vasi di ceramica con riguardo a scene di morte dal IV secolo a.C. in poi. La divinità risalirebbe però al VII secolo a.C. come sembrerebbe attestato dalla iscrizione dedicatoria su un aryballos vulcente proveniente da Marsiliana d’Albegna.
Sotto il profilo iconografico, la figura femminile mostra una grande variabilità. È quasi sempre munita di ali, grandi o piccole, sollevate e distese o abbassate e ripiegate, talvolta variopinte, ma in alcuni casi è aptera. Le ali normalmente sono sulla schiena, ma dal III secolo compaiono anche piccole ali sulla testa, insieme o in alternativa a quelle poste sulla schiena. Il vestiario è di solito costituito da un chitone corto con cintura, sostenuto da bretelle incrociate in mezzo al seno nudo (questo tipo di vestizione diventa prevalente a partire dal III secolo a.C.). Talvolta però Vanth indossa una veste lunga; in qualche caso è nuda (per lo più si tratta di monumenti orvietani). Ai piedi calza stivali (di pelliccia?) o sandali.
Attributi tipici del demone sono la torcia (per illuminare il cammino del defunto nelle tenebre) ed il rotolo (pergamena, papiro?), nel quale dovevano essere scritte le azioni compiute in vita dal defunto. In alcune rappresentazioni il demone tiene in mano la chiave della porta degli inferi. Talvolta è munita di spada. Raramente tiene un martello. In pochi casi ha dei serpenti attorcigliati alle braccia o al posto dei capelli.
A differenza dei demoni maschili (come, ad es., Charun e Tuchulcha), il corpo e il volto di Vanth non sono deformati, né presentano fattezze mostruose e la divinità non è rappresentata in atteggiamenti violenti o aggressivi (non colpisce mai le vittime), ma è caratterizzata da un aspetto giovanile e piacevole. Nella richiamata iscrizione sul vasetto da Marsiliana d’Albegna viene qualificata “malac” (“mi malac (v)anth”), cioè benevola.
Alla divinità in commento risultano attribuite funzioni diverse nel passaggio dei defunti alla vita ultraterrena.
Come altri demoni (es. Charun) aveva funzioni psicopompe: scortava i defunti, guidandoli o accompagnandoli o trasportandone i corpi. In un’anfora del cd Gruppo di Vanth (della collezione Faina ad Orvieto, dell’ultimo quarto del IV secolo a.C.) la divinità funge da accompagnatrice del defunto nel viaggio dal mondo terreno all’oltretomba. Nel contesto di un’iconografia piuttosto articolata (che comprende anche Ade, Persefone, Caronti, Cerbero, grifoni e serpenti) Vanth è rappresentata in cammino con le ali distese dietro le spalle, nuda e con un paio di sandali ai piedi. Nella destra stringe il rotolo (che ne indica il nome) e con la sinistra tiene appoggiata alla spalla una lunga torcia. In un’urnetta chiusina (conservata al Museo Etrusco Nazionale di Chiusi) accompagna la defunta unitamente a Charun. La divinità femminile alata è posta alla destra della deceduta, indossa corto chitone e stivali ed è munita di torcia.
Talvolta assume il compito di guardiano delle porte dell’Ade. Nella tomba degli Anina (della fine del IV secolo a.C. a Tarquinia) Vanth e Charun sono rappresentati ai lati della porta. La divinità femminile (il cui nome è dipinto tra le gambe) è vestita di corto chitone, con bretelle incrociate sul petto ed è munita di torcia ardente. Nell’urna di larthi trili acsis (Antiquarium della Necropoli del Palazzone, Perugia) Vanth, su entrambi i lati brevi, è rappresentata in piedi davanti alla porta dell’Ade, con gonna corta con bretelle incrociate e con in mano una torcia ed un rotolo.
In alcuni monumenti funerari chiusini Vanth partecipa al banchetto funebre con il defunto. Sul coperchio di un’urna da Chianciano Terme (del V secolo a.C., esposta al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) Vanth è riprodotta accanto al defunto in posizione semi recumbente. La divinità alata è seduta ai piedi della figura maschile con un rotolo su cui è scritto il destino del defunto.
Talvolta la troviamo in scene di battaglia al fianco di eroi che stanno per morire. Su di uno specchio da Bolsena (databile al III secolo a.C. e conservato al British Museum) Vanth (il cui nome è scritto sopra) assiste all’uccisone di Troilo da parte di Achille. La dea è vestita di corto chitone e regge una grossa fiaccola. Su un’urnetta chiusina (del II secolo a.C. conservata al Museo di Chiusi) la divinità è rappresentata nel mezzo tra Eteocle e Polinice in combattimento tra loro. La demonessa è in ginocchio con le ali raccolte dietro la schiena, sorregge una grande fiaccola sulla spalla con la mano sinistra e tiene un rotolo con la destra, su cui era inciso il proprio nome.
In una situazione appare in una scena di sacrificio di prigionieri. In una delle pareti della tomba François (del terzo quarto del IV secolo a.C.) a Vulci, Vanth, insieme a Charun, assiste al sacrificio dei prigionieri troiani in onore di Patroclo. La divinità è vestita con lungo chitone ed ha le ali spiegate; sopra le ali è indicato il nome del demone.
La divinità talvolta è riprodotta da sola, in alcuni casi è associata a Charun (es. tomba degli Anina e tomba François) o ad altri demoni. Sulla cassa del sarcofago chiusino di Hasti Afunei (dell’ultimo quarto del III secolo a.C., esposto presso il Museo Archeologico Regionale A. Salinas a Palermo) sono rappresentati membri della famiglia (Afunei) della defunta (congedo di Hasti dai familiari o accoglimento nell’oltretomba da parte dei parenti morti?) ed alcuni demoni femminili (due dei quali identificati mediante inscrizioni). All’estrema sinistra vi è Culsu (ispirato probabilmente al Dio Culsans) che esce da una porta ad arco (Ade), recando una fiaccola appoggiata ad una spalla ed una chiave; segue Vanth alata, appoggiata ad un grosso chiavistello e rivolta verso il corteo; all’estrema destra, un terzo demone femminile alato (anepigrafe) sospinge per i fianchi la defunta che sta abbracciando il padre. Le tre demonesse sono abbigliate nello stesso modo con corta tunica che lascia scoperti i seni e stivali.
In alcune scene la demonessa appare in versione duplicata. Nelle urne perugine il tema del duello fratricida tra Eteocle e Polinice è rappresentato al centro della scena ed i contendenti sono fiancheggiati entrambi da una Vanth munita di torcia (Antiquarium della Necropoli del Palazzone, Perugia). Nel lato lungo della cassa del sarcofago di Vel Urinates da Bomarzo (del III secolo a.C., esposto al British Museum) sono rappresentate due Vanth unite da un fregio floreale con teste femminili. Le due demonesse sono munite di ali ed indossano corto chitone: quella di sinistra tiene il martello ed un chiodo, l’altra esibisce un rotolo.
Vanth è chiaramente identificata in alcuni monumenti con indicazione del nome (in una decina di casi). Nell maggior parte di sarcofagi, urne e pitture tombali però compaiono demoni femminili privi di didascalia muniti di fiaccole, ma anche di spade, rotolo e chiavi; in questi casi è dubbio se si tratti di rappresentazioni di Vanth o di altri spiriti femminili. La demonessa in oggetto sembra comunque la più importante tra i demoni femminili.
Vanth sembra essere un personaggio tipico della mitologia etrusca (l’origine del nome è sicuramente etrusca, ma il significato è oscuro) e non pare presentare attinenze con divinità o spiriti del mondo greco-romano. L’identificazione con le Erinni greche o con le Furie romane non sembrano convincenti.

Su Vanth cfr., tra gli altri:
– S. De Marinis, Enciclopedia dell’Arte Antica (1966), Vanth, sito internet treccani.it;
– Andrea Verdecchia, Mitologia Etrusca, Effigi, 2002, Vanth, pagg. 147 e ss.;
– Sybille Haynes, Storia Culturale degli Etruschi, Joahn & Levi editore, 2020, Pagg352 – 353;
– Dizionario illustrato della civiltà etrusca a cura di Mauro Cristofani, Giunti, 1985, voce Vanth, pagg. 315-316;
– Giandomenico Spinola, Vanth. Osservazioni iconografiche;
– Sul sarcofago di Hasti Afunei Etruschi Chiusi Siena Palermo La Collezione Bonci Casuccini, Protagon editori, 2007, pagg. 91 – 93;
– notizie ed immagini sul demone sul sito Facebook “Ipogeo dei Volumni e Necropoli del Palazzone – Pagina Istituzionale”;
– Bronwen Elizabet Macdonald, Vanth: An Iconographical Study of an Etruscan Psycopomp, aprile 2022, Supervisor: DR. Samantha Masters, Faculty of Arts and Social Sciences at Stellenbosh University.

Di seguito, immagini di Vanth raffigurata nella Tomba degli Anina, nella Tomba François, sull’urna perugina di Larthi Trili Acsis, su un’urnetta chiusina e sul coperchio di un’urna proveniente da Chianciano Terme.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

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