Giuseppe Pipino, Le fasi archeostoriche e i nomi antichi dell’isola di Ischia.

Trovo, nel mio archivio digitale, una vecchia guida on-line del Museo di Villa Arbusto a Lacco Ameno (Ischia) curata, nel 1991, da COCCI e DI MASSA, i quali illustrano i contenuti del tempo. A seguito di successive modifiche dell’allestimento anche la guida digitale è stata modificata, più volte, e i testi, in un primo tempo dichiaratamente tratti dalla guida a stampa di BUCHER e GIALANELLA (1994), hanno poi subito ulteriori aggiornamenti ad opera di funzionari della Soprintendenza Archeologica. In confronto all’odierna descrizione, la vecchia guida risulta essere più direttamente riferita alle singole vetrine e ai reperti allora contenuti, e i testi sono meno stringati e più esplicitamente descrittivi dell’esposizione. Ne risulta una elementare quanto chiara distinzione delle varie fasi archeologiche e, nel contempo, risaltano le lacune temporali che fanno pensare a periodici abbandoni dell’isola per parossismi vulcanici….

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Autore: Giuseppe Pipino – www.oromuseo.cominfo@oromuseo.com

Gezim Llojdia, L’Istituto Luce filmò a Finiki e Butrinto gli scavi archeologici nel 1927.

Sandro De Maria, nel suo articolo “Leon Rei, Luigi Ugolini e le origini dell’archeologia albanese”, pubblicato nella rivista Iliria n. 1-2, 2003-2004, riporta un fatto interessante riguardante il primo direttore della spedizione archeologica italiana in Albania, Luigi Maria Ugolini.
L’autore cita in particolare una lettera di Ugolini indirizzata al Ministero degli Affari Esteri italiano nel 1927.
Ugolini spiega che alcuni giorni prima era giunto a Phoinike un operatore dell’Istituto Luce, con lo scopo di filmare gli scavi archeologici e le scoperte realizzate fino a quel momento dalla spedizione italiana nell’estremo sud dell’Albania.
Tuttavia, sebbene il regime che si stava consolidando in Italia avesse l’intento di utilizzare questo materiale filmico in un contesto propagandistico, quei pochi metri di pellicola girati nei due siti archeologici del sud dell’Albania rappresentano oggi una preziosa testimonianza del lavoro archeologico e delle scoperte delle rovine che per secoli erano rimaste sepolte nella nostra terra.

Questa lettera di Ugolini, rimasta un importante documento d’archivio, non ha soltanto valore per quanto riguarda lo sviluppo dell’archeologia in Albania. Essa apre anche una finestra significativa sul modo in cui le potenze straniere, incluso il regime fascista italiano, cercavano di utilizzare la cultura e il patrimonio archeologico come strumento di propaganda.
I film realizzati a Phoinike, che oggi rappresentano un prezioso patrimonio per gli studiosi di archeologia e di storia, sono un esempio dell’impiego di questo patrimonio in un determinato contesto politico. In un certo senso, il lavoro della spedizione italiana e il coinvolgimento dei media, come le riprese cinematografiche, hanno contribuito ad avanzare la conoscenza della storia antica dell’Albania, ma hanno anche evidenziato il legame tra politica e cultura.
Tuttavia, non si può ignorare il fatto che le scoperte di quegli anni sono diventate una fonte importante per gli archeologi albanesi, che hanno avuto successivamente l’opportunità di costruire una comprensione più profonda delle antiche civiltà in questa parte dei Balcani.
Al di là di ogni possibile intento propagandistico, il filmato e la documentazione degli scavi sono oggi una testimonianza preziosa del lavoro archeologico svolto in Albania in quegli anni e delle rovine che erano sepolte sotto il suolo albanese, e che ora possono essere studiate e valorizzate dagli studiosi moderni.

Allo stesso modo, Ugolini sarà incoraggiato a tenere una serie di conferenze sugli scavi archeologici in Albania presso diversi centri internazionali, ottenendo un successo indiscutibile. Allo stesso tempo, l’uso dello strumento delle riprese cinematografiche realizzate dall’Istituto LUCE sia a Phoinike nel 1927 sia a Butrinto sarà considerato un mezzo estremamente importante per la divulgazione dei risultati della spedizione.
Per quanto riguarda il film realizzato a Phoinike nell’estate del 1927, esiste una lettera significativa di Ugolini (indirizzata, con ogni probabilità, al Ministro degli Esteri italiano), dalla quale emerge chiaramente che l’archeologo italiano considerava questo nuovo mezzo un’eccellente opportunità per la documentazione e la promozione dei lavori della spedizione.

Ugolini scriveva:
Qualche giorno fa è giunto qui, sull’acropoli di Phoinike, un operatore dell’Istituto Luce per filmare alcuni monumenti archeologici già scavati o in corso di scavo. Mi sono adoperato affinché le riprese fossero eseguite nel miglior modo possibile. Tuttavia, ora mi sembra necessario che i dirigenti del Luce a Roma non si attendano alcuna scena ulteriore da quanto è stato filmato, poiché sono poche (si tratta soltanto di alcuni monumenti e oggetti di particolare interesse per il pubblico) e poiché la spedizione archeologica francese sta proseguendo la sua propaganda.
Se i dirigenti del Luce si occuperanno anche di questa parte del film e verrà proiettato tutto ciò che è stato girato a Phoinike (circa un centinaio di metri), avremo la forma più efficace di divulgazione della nostra attività archeologica. Non dimenticherò di tenere anche le conferenze. Proprio oggi ho scritto all’ambasciata a Durazzo, rispondendo a varie domande…”

L’Istituto Luce (Istituto LUCE) era un ente italiano che svolse un ruolo nella produzione di materiali filmici e multimediali, tra cui documentari, cinegiornali e film propagandistici. Fu istituito il 3 dicembre 1924 in Italia, con l’obiettivo di promuovere la cultura e l’immagine dell’Italia sia all’interno del Paese sia all’estero.
L’Istituto Luce era noto per i suoi documentari, ma produceva anche cortometraggi, spesso utilizzati per sostenere la propaganda del regime fascista di Benito Mussolini durante il periodo della dittatura. Nei primi anni, l’Istituto Luce fu finanziato e gestito dallo Stato italiano, e il suo scopo era quello di documentare eventi sociali, culturali e politici rilevanti, oltre a fornire una piattaforma per la propaganda.
Durante il periodo di Mussolini, l’Istituto produsse numerosi materiali volti a rafforzare l’immagine del regime, utilizzando il cinema come strumento di influenza dell’opinione pubblica. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Istituto Luce continuò le sue attività, trasformandosi in un’importante istituzione per l’archiviazione della storia visiva dell’Italia e per la produzione di materiali che documentavano diversi eventi storici e sociali.
Parte del patrimonio dell’Istituto Luce comprende milioni di metri di pellicola conservati in archivio, che riflettono lo sviluppo della società e della politica italiana nel corso di decenni. Dopo gli anni ’80, l’Istituto Luce subì una riorganizzazione e venne incorporato nella televisione pubblica italiana RAI, continuando a produrre documentari e altri materiali audiovisivi.

Uno degli aspetti più importanti dell’Istituto Luce è il suo ruolo fondamentale nella conservazione e archiviazione della storia cinematografica italiana, offrendo una preziosa testimonianza dei cambiamenti culturali e sociali del Paese.

Autore: Gezim Llojdia – llojdia@yahoo.com

Santi Maria Randazzo. La riscoperta di più tratti dell’antico acquedotto romano esistenti nel territorio agricolo e urbano di Motta Santa Anastasia.

Tutti gli storici e studiosi che in varie epoche si sono occupati dell’antico acquedotto romano che alimentava Catania, trasportandovi le acque provenienti dalle sorgenti esistenti nel territorio oggi appartenente al comune di Santa Maria di Licodia, hanno escluso il territorio di Motta Santa Anastasia tra quelli in cui era o era stato presente parte del condotto dell’antico acquedotto romano. …

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Autore: Santi Maria Randazzo – santimariarandazzo@live.it

ALBANIA. La città illirica di Amantia: un tesoro antico sulle colline.

Nel cuore della regione della Laberia, ed a soli 34 chilometri dalla città costiera di Valona (Albania), sorge, come un monumento silenzioso e maestoso, la città illirica di Amantia. Un tesoro antico che porta con sé storia e leggende. Questa città illirica parla in silenzio di secoli interi.
Essa è una testimonianza viva delle antiche civiltà che hanno lasciato tracce indelebili sulle terre illiriche, diventando al contempo un’eredità preziosa per tutta la regione. Amantia è situata sulla cima della collina del villaggio di Ploçë. Questo luogo offre una vista spettacolare che si estende oltre l’orizzonte.
Dall’alto, l’antica città domina la valle del ruscello, che si avvolge a sud, mentre a nord si aprono catene montuose che sembrano proteggere naturalmente il territorio. A est, l’antica strada strategica Valona-Tepeleni appare come un collegamento importante tra le civiltà. A ovest, invece, la città custodisce antichi cimiteri, un ulteriore elemento che testimonia la vita e l’organizzazione sociale degli abitanti di questo territorio, che un tempo fiorì sotto il sole.
Questo luogo, ricco di eventi e tradizioni, rimane una testimonianza eterna della cultura illirica. Qui tutto è legato alla storia, alla natura e al patrimonio che ha resistito ai secoli, creando al contempo una simbiosi tra tempi diversi e l’eredità culturale.

A sud dell’Albania, lontano dal rumore delle città moderne, sulle creste delle colline del villaggio di Ploçë, sorge con dignità e tranquillità il Parco Archeologico di Amantia. È anche una delle più grandi ricchezze culturali e storiche della regione illirica. A soli 34 chilometri da Valona, il viaggio verso questo tesoro antico percorre un itinerario pittoresco attraverso la valle del fiume Shushicë e i villaggi tradizionali.
La città antica di Amantia è costruita su una collina a forma di cono, ad un’altezza di 650 metri, tra due cime che formano i piedi di una catena collinare.
La città illirica non era semplicemente un insediamento, ma un centro politico, economico e culturale, che conobbe uno sviluppo continuo per dieci secoli, estendendosi a terrazze lungo le piazze della collina.
Le rovine di Amantia includono monumenti importanti, come lo Stadio antico, uno dei meglio conservati nei Balcani, che testimonia lo sviluppo sportivo e cerimoniale della città. Le mura difensive, costruite con tecniche illiriche e successivamente rinforzate in diverse epoche, le rovine del tempio antico, dove si svolgevano riti religiosi e cerimonie, ed i cimiteri monumentali, che riflettono il rispetto per i morti e le antiche credenze.

Sulla cima di una collina scoperta, una spedizione archeologica fece una scoperta straordinaria: lo stadio antico di Amantia. Questo monumento eccezionale, situato ad oltre 600 metri sul livello del mare, era una delle strutture meglio conservate della civiltà illirica. Tuttavia, non era visibile subito: giaceva sepolto nel ventre della collina.
Erano passati duemila anni, e il fango dei secoli aveva ricoperto l’intero stadio. Si intravedevano alcune gradinate sulla collina, ma il resto rimaneva nascosto all’interno. Lo stadio dormiva silenzioso sotto la fredda terra, con solo alcune file visibili che si appoggiavano al pendio.
Questo stadio non è semplicemente un reperto archeologico. È uno specchio della vita e delle tradizioni di una città antica, fiorita sulla cima della collina, riflettendo la cultura e lo spirito di un popolo antico.
Il monumento è una testimonianza vivente dei tempi passati, sopravvissuta attraverso i secoli e continua a parlare con la sua voce potente a chi sa ascoltare. In quella terra illirica, dove la terra è morbida e l’aria pura riempie i polmoni, le tracce di una storia millenaria sono ancora presenti. Là dove passarono generazioni, dove si svolsero eventi straordinari e dove nacque la storia di una città che mantenne vivo il vessillo della civiltà illirica in questa regione del sud.

Le tracce dello stadio: un tesoro nascosto. Ciò che attira immediatamente l’attenzione quando si attraversa Amantia sono i gradini antichi, che si estendono sulla terra. I gradini di queste antiche strutture fanno parte di uno stadio antico, un monumento importante che serviva ad organizzare eventi e gare sportive che un tempo animavano la città.
Questo stadio non era solo un luogo per le competizioni, ma un simbolo dello spirito e della gloria della civiltà illirica. Una delle strutture più grandi e significative di questa città, che rifletteva una società che dava valore alla nobiltà, alla forza ed allo spirito sportivo.
I gradini, collocati con cura sul terreno morbido della collina, sono ora stati scoperti dagli strati di terra, testimoniando i tempi trascorsi. Erano il tesoro nascosto sotto la terra della collina, illuminato dai raggi dorati del sole. Questo tesoro, rimasto sotto gli strati di terra per secoli, è stato riportato alla luce dagli archeologi che arrivarono in questo luogo tra il 1948 e il 1953.

Ecco una storia dolorosa legata allo stadio ed ai tentativi di distruggerlo. L’archeologo V. Bereti mi ha raccontato un evento straordinario. Un giorno, si era pensato di distruggere il vecchio stadio con la dinamite, per fare spazio al grano. Era una proposta per annientare una parte della storia ed un simbolo della civiltà, seppellendolo sotto la terra della produttività temporanea.
Ciò che colpisce è che qualcuno avesse pensato di distruggere quest’opera straordinaria, come se non avesse alcuna importanza, pur di ottenere un pezzo di terra da coltivare.
Tuttavia, nonostante quell’idea, il potere comunista dell’epoca prese una posizione ferma. Disse: «In nessun modo, questa è la costruzione dei nostri antenati!». Con questa decisione quel monumento antico e la sua eredità sacra furono preservati. Amantia, la città che aveva dato vita a questo stadio, rimase con il segno della sua luce, rinascendo grazie alle opportunità offerte dalla storia e dalla cultura dei nostri antenati.

Le spedizioni archeologiche iniziarono a cercare tracce delle antiche civiltà nella valle. Si sapeva della loro esistenza, ma non si immaginava che sarebbe stato scoperto uno degli oggetti più importanti della storia: lo stadio di Amantia. La sua scoperta non avvenne per caso. Durante una spedizione che partiva dal fiume Vjosa con destinazione Ploçë, si realizzò un momento chiave nel periodo delle importanti scoperte archeologiche in Albania.
Lo stadio divenne uno degli oggetti più rilevanti da studiare per comprendere la città antica di Amantia. Secondo il noto archeologo S. Anamali, lo stadio fu scoperto a metà del secolo scorso e molto presto divenne uno dei principali punti di ricerca sulla città antica.
Una volta il professor M. Kërkuti mi disse: «Se Apolonia ha l’archeologo albanese H. Ceka, Amantia ha Skënder Anamali». Questa affermazione sottolineava l’importanza di Anamali per gli studi e le scoperte ad Amantia.
Nonostante Anamali sia scomparso nel 1996, la sua eredità vive attraverso il suo instancabile lavoro. Skënder Anamali (Shkodër, 5 maggio 1921 – 21 aprile 1996) fu uno dei quattro fondatori dell’archeologia albanese insieme a Hasan Ceka, Frano Prendi e Selim Islami. Studente del Liceo di Shkodër e dell’Università di Padova, iniziò la sua attività scientifica come archeologo presso l’Istituto delle Scienze di Tirana nel 1947.

Il viaggio degli archeologi albanesi avvenne circa 70-80 anni fa attraverso la valle del fiume Vjosa.
Essi dimostrarono che lo “stomaco della collina” non aveva digerito tutto, nonostante la nebbia e le distanze avessero superato 1000 anni dalla sua esistenza.
Gli archeologi scoprirono le rovine dello stadio antico di Amantia nel toponimo: “Gropa e kovaçit”.

Sotto l’acropoli della città antica di Amantia, a est, al di fuori delle mura, si trova lo stadio.
Il periodo di costruzione risale alla metà del III secolo a.C., rendendolo un monumento culturale unico nel territorio albanese.
La pianta mostra una forma a U, con i lati lunghi (lato occidentale 54,50 m e lato orientale 46,50 m).
Le gradinate dello stadio furono completamente scavate dopo gli scavi del 1956 dall’archeologo Skënder Anamali.
Sul lato occidentale vi sono 147 file di pietra, che seguono la naturale inclinazione del terreno, mentre a est ci sono solo 8 file, limitate dal terreno stesso.
Il sostegno fu costruito artificialmente lungo tutta la lunghezza del lato orientale, probabilmente a causa dell’interramento dei blocchi di pietra nella parte meridionale di questo lato.
I materiali sono conglomerato calcareo estratto dalle rocce vicine al distretto di Plloçë.
La loro qualità è scarsa, causando la perdita di stabilità in alcuni blocchi.
Lo stadio è particolarmente rilevante per la presenza di alcune iscrizioni con i nomi delle persone.
Al centro, tra i numeri 11 e 13 sul lato occidentale, la prima fila ha una larghezza di 12,40 m e una lunghezza di circa 58 m.
All’inizio della pista ci sono tre blocchi di pietra che servivano da posizioni di partenza per gli atleti nelle gare.
Stato di conservazione: Richiede interventi urgenti di restauro.

Gli archeologi hanno scoperto le rovine dello stadio antico di Amantia presso la “Gropa e kovaçit”, denominazione locale.
Questo è il punto in cui la collina raggiunge la sua massima altezza.
Viene da chiedersi: Perché lo stadio è stato costruito proprio qui, su questa dorsale collinare?
S. Anamali lo descrive così in uno studio, parlando delle spedizioni ad Amantia, proprio al momento della sua scoperta.
Esamina la possibilità che i costruttori illiri abbiano considerato la posizione montuosa della città antica.

Lo stadio di Amantia è collocato, sin dall’antichità, su questa collina a un’altezza di 500-600 metri sul livello del mare.
Questo è un indicatore significativo per comprendere il modo di costruzione, la sua forma e per attestare l’esistenza di una civiltà illira sulle alture di questa collina.
In tutta la penisola balcanica, e perfino oltre i confini dell’Europa, non si trova alcun monumento antico a queste altitudini collinari come lo stadio antico di Amantia, nel villaggio odierno di Plloçë, nella prefettura di Vlorë.

La civiltà illirica ha lasciato tracce significative nei Balcani.
Tra queste, uno dei monumenti più importanti sopravvissuti a quel periodo è lo stadio scoperto sulle colline del villaggio di Plloçë.
Questo stadio, parte del Parco Archeologico di Amantia, è una testimonianza vivente di una civiltà antica, che non è stata dimenticata dal tempo, ma ha conservato un vitalità straordinaria, continuando a raccontare la sua storia anche dopo più di duemila anni.
L’acropoli, lo stadio, i muri di sostegno, le tombe e le monete sono solo alcuni dei monumenti che preservano la memoria di Amantia, la città antica degli Illiri.
Nonostante il passare dei secoli, questi monumenti non sono scomparsi nell’oblio che ha coperto molte altre civiltà.
Lo stadio di Amantia, in particolare, è un simbolo della forza e della durabilità della civiltà illirica, che, anche se coperta dalle nebbie del tempo, è riuscita a rinascere e a essere rivalutata come una straordinaria ricchezza del patrimonio culturale dell’Albania.

Un tesoro nascosto dal tempo. Come afferma S. Anamali, l’archeologo noto che ha studiato in profondità Amantia, le pietre dello stadio erano coperte dal fango freddo dei secoli, mostrandoci come questo monumento sia sopravvissuto attraverso periodi di oblio.
La terra del monte di Kudhës-Gërhoti, dove lo stadio è stato scoperto, ha nascosto per centinaia di anni i “diamanti” di questa civiltà, sopravvissuti nonostante i venti meridionali, le piogge e l’erosione naturale che li hanno minacciati.
Questi monumenti sono stati custoditi come un tesoro, rimanendo invisibili per molto tempo, ma comunque presenti, pronti per essere scoperti e per raccontare la loro storia.
Una civiltà lunga, che non si è mai nascosta.
Questa è un’altra storia della civiltà illirica, che è stata presente per molti secoli.

Sulla collina di Amantia, lo stadio ed i monumenti circostanti sono un segno dello sviluppo degli sport e delle attività sociali di una popolazione illirica, che aveva un legame forte con la natura e con la vita quotidiana.
E mentre le persone di Amantia, come molte altre dell’epoca antica, sono morte e sono state dimenticate, le loro tracce parlano ancora attraverso le colline e le strade di Amantia.

Sulla base delle iscrizioni trovate nello stadio, la sua costruzione risale al 300 a.C. e ha funzionato fino circa agli anni 30 d.C.
Durante il III–II secolo a.C., la cultura fisica conobbe uno sviluppo particolare e furono costruite opere monumentali. Lo stadio di Amantia nel III secolo a.C. ha una forma antica tipica, con una pista lunga 184,8 m e larga 12,25 m, ed è molto ben conservato.
Infine, lo stadio di Amantia è molto più di un semplice monumento antico. È un simbolo della stabilità e della vitalità della civiltà illirica. Questo monumento non è solo una parte del passato, ma una ricchezza che è sopravvissuta e che oggi fa parte di un processo continuo.
Amantia non è solo una testimonianza del passato, ma una testimonianza viva che continua a respirare nel cuore dei Balcani e che rimane strettamente legata all’identità e alla cultura del popolo albanese.

Autore: Gëzim Llojdia, già direttore del Parco Archeologico di Amantia – llojdia@yahoo.com

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