Mario Zaniboni, Corona di Middelfart.

Nel 1933 si stavano eseguendo lavori di costruzione nella zona del mercato centrale della città di Middelfart in Danimarca. Lo scopo era quello di rinnovare la pavimentazione, quando in una cavità rivestita di pietre in una specie di camino, è sta rinvenuta una corona in argento dorato, con tracce di smalto, che si è ritenuto fosse stata costruita attorno al 1520; insieme, è stata trovata una collana che portava come pendente una croce reliquaria del 1500, la cui cavità era vuota.
La corona ha un diametro di 26 centimetri ed un’altezza di 11 centimetri; il suo peso è di circa 430 grammi. E’ formata dall’unione di 6 segmenti, tutti quanti decorati con 3 rosette a 5 foglie, con le punte a forma di giglio: ma 3 di queste mancano all’appello.
Probabilmente, essa era un ornamento del capo di una statua d’altare a Middelfart, nella chiesa di Sankt Nicolaj. Comunque, è parere comune che essa venisse prestata alle donne, che la indossavano in occasione della cerimonia del loro matrimonio.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni: Richard di Wallingford ed un importante orologio astronomico.

Uno studioso che si fece grande onore sia nel campo dell’astronomia sia in quello delle progettazioni e costruzioni meccaniche, fra le quali emerse quella di un orologio, è stato Richard di Wallingford, nato a Wallingford, appunto, città a ovest di Londra ed a sud di Oxford, nel Berkshire in Inghilterra, nel 1292.
Ben poco si sa della sua famiglia a parte il fatto che il padre era un fabbro. Presto rimase orfano, per cui fu preso sotto l’ala protettrice di William de Kirkeby, superiore del priorato dedicato alla Santissima Trinità, dipendente dall’Abbazia di St Albans nell’Hertfordshire.
Fu successivamente iscritto per sei anni di studi all’Università di Oxford, completati i quali divenne monaco di St Albans. Poi ritornò a Oxford e durante la sua permanenza produsse la maggior parte dei suoi scritti.
Nel 1327, all’età di 35 anni, quando Abott, il precedente abate di St Albans, morì, ebbe la sua nomina e, per confermare la sua accettazione, si recò alla sede papale di Avignone; in quell’occasione contrasse la lebbra (o un’altra grave malattia, come la sifilide, la scrofula (un’infezione nei linfonodi del collo) o la tubercolosi, anche se il dubbio che di lebbra si trattasse sembra confermato dall’avere i lineamenti alterati o, più precisamente, sfigurati.
Condusse l’Abbazia, che era la più importante e prestigiosa dell’intera Inghilterra, con decisione, proponendosi intanto di restaurare le regole benedettine, allora abbastanza ignorate, ed imponendo che le decime fossero regolarmente pagate, per poter provvedere alle riparazioni necessarie all’Abbazia ed alla costruzione del suo orologio. Questi strumenti di misura del tempo nel XIV secolo erano una novità per quei tempi.
Più che per la sua vita religiosa, egli divenne celebre per i suoi approfonditi studi di astronomia e soprattutto per la sua capacità di progettare e realizzare strumenti e meccanismi di tutto rispetto per l’epoca e per i mezzi a disposizione di allora. Fra questi, emerse un orologio astronomico che descrisse nel suo Tractatus Horologii Astronomici del 1327.
Così, alla fine, probabilmente il suo orologio, che oltre all’ora, riportava le fasi lunari e, per di più, indicava l’altezza della marea al Ponte di Londra, era il più complesso fra gli analoghi meccanismi di quelli comparsi sino ad allora non solo nelle Isole Britanniche, ma pure negli stati ritenuti fra i più tecnicamente avanzati del Vecchio Continente.
Fu sistemato nella navata meridionale di St Albans dove, nel 1536, fu ammirato da John Leland prima che Enrico VIII nel 1539, durante la sua Riforma, eliminasse i monasteri inglesi, mettesse a riposo l’Abbazia di Albans e distruggesse l’orologio. E meno male che, al contrario, si sono salvate tutte le carte ed i disegni relativi, che servirono poi alle ricostruzioni.
Si temeva che fossero andati perduti, ma un giovane storico dell’astronomia del Medioevo, John North, ebbe sottomano il manoscritto Ashmole del 1796 presso la Bodlein Library di Oxford. Sfogliando fra i 200 fogli di pergamena del volume rilegato, rinvenne sparso, quasi integro, il Trattato di Richard, accompagnato dai disegni e dai diagrammi necessari per la costruzione del suo orologio. North mise in ordine i fogli di quell’opera e quindi, nel 1796, la diede alla stampa, unitamente ad un suo commento ed alla relativa traduzione.
Con quegli elementi a disposizione, nel XX secolo furono fatti alcuni tentativi, andati a buon fine, di ricostruire l’orologio di Richard di Wallingford, seguendo le indicazioni sullo stesso rinvenute in quei documenti ed in quegli scritti vari del XIV secolo.
Uno dei risultati migliori fu ottenuto dalla Harward Horological, che tenne esposto l’oggetto per lungo tempo al Time Museum, nella città di Rockford nell’Illinois, fino alla sua chiusura; e per questo ora si trova presso l’Halim Time and Glass Museum di Evanston, sempre nell’Ilinois. Un’altra ricostruzione, che ora è esposta al Wallingford Museum, è dovuta ad Eric Watson; un’altra ancora, è nella Cattedrale di St Albans e, infine, una quarta, opera di Don Enwin, fa bella mostra di sé al Whipple Museum of the History of Science di Cambridge dal 1992.
Come si è accennato più sopra, Richard morì relativamente giovane. Del resto era affetto da una gravissima malattia che oggi si pensa che potesse essere lebbra, perché il volto era brutalmente segnato. Però, pur essendo gravemente ammalato, non trascurava i suoi doveri portandoli a termine con dignità e competenza, tanto da guadagnarsi il rispetto e l’amicizia dei colleghi monaci. E con il tempo, la sua salute andò sempre più peggiorando, facendone un martire per gli ultimi quattro anni della sua vita.
Oltre all’orologio, come riportato più sopra, molti furono i progetti seguiti dalla realizzazione relativa di dispositivi di calcolo. Per esempio, il Rectangulus, del 1326, usato per la trigonometria sferica in sostituzione degli astrolabi, che lui riteneva insoddisfacenti, ed altri strumenti ancora, fra quali era l’Albion, una forma di equatorium, strumento astronomico la cui descrizione è richiamata nel Tractatus albionis. Lasciò molti scritti, pubblicò opere di trigonometria, astrologia, coordinate celesti e religiose.
Purtroppo, la salute non consentì al povero Richard di portare fino alla fine la costruzione del suo orologio a seguito di quella malattia, come è evidenziato in una miniatura nella quale egli è rappresentato con il volto devastato dalla stessa.
Peccato che egli sia stato abbastanza ignorato, pur avendo, nel 1330, quasi del tutto realizzato un orologio astronomico funzionante: il primo in un mondo nel quale i soli orologi esistenti erano quelli ad acqua. Il tutto doveva essere studiato, descritto e costruito partendo da zero, non essendoci stati predecessori. E, per di più, per la giusta esecuzione del dispositivo, era necessario avere dimestichezza sui moti dei pianeti, riportando il tutto alle 24 ore di un giorno. Con grande fatica, a causa della malattia, Richard portò avanti la realizzazione del suo orologio, senza vederlo finito, e la redazione del Trattato relativo. Peccato che Enrico VIII abbia combinato il guaio di cui si è detto più sopra.
John North, che pubblicò la sua opera in tre volumi sull’orologio e sul suo costruttore, a distanza di 30 anni pubblicò un libro dedicato ai non addetti ai lavori.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. Vanth, divinità etrusca dell’oltretomba .

Vanth, divinità femminile della mitologia etrusca, si trova frequentemente rappresentata su monumenti funerari (urne, sarcofagi, tombe) su specchi o su vasi di ceramica con riguardo a scene di morte dal IV secolo a.C. in poi. La divinità risalirebbe però al VII secolo a.C. come sembrerebbe attestato dalla iscrizione dedicatoria su un aryballos vulcente proveniente da Marsiliana d’Albegna.
Sotto il profilo iconografico, la figura femminile mostra una grande variabilità. È quasi sempre munita di ali, grandi o piccole, sollevate e distese o abbassate e ripiegate, talvolta variopinte, ma in alcuni casi è aptera. Le ali normalmente sono sulla schiena, ma dal III secolo compaiono anche piccole ali sulla testa, insieme o in alternativa a quelle poste sulla schiena. Il vestiario è di solito costituito da un chitone corto con cintura, sostenuto da bretelle incrociate in mezzo al seno nudo (questo tipo di vestizione diventa prevalente a partire dal III secolo a.C.). Talvolta però Vanth indossa una veste lunga; in qualche caso è nuda (per lo più si tratta di monumenti orvietani). Ai piedi calza stivali (di pelliccia?) o sandali.
Attributi tipici del demone sono la torcia (per illuminare il cammino del defunto nelle tenebre) ed il rotolo (pergamena, papiro?), nel quale dovevano essere scritte le azioni compiute in vita dal defunto. In alcune rappresentazioni il demone tiene in mano la chiave della porta degli inferi. Talvolta è munita di spada. Raramente tiene un martello. In pochi casi ha dei serpenti attorcigliati alle braccia o al posto dei capelli.
A differenza dei demoni maschili (come, ad es., Charun e Tuchulcha), il corpo e il volto di Vanth non sono deformati, né presentano fattezze mostruose e la divinità non è rappresentata in atteggiamenti violenti o aggressivi (non colpisce mai le vittime), ma è caratterizzata da un aspetto giovanile e piacevole. Nella richiamata iscrizione sul vasetto da Marsiliana d’Albegna viene qualificata “malac” (“mi malac (v)anth”), cioè benevola.
Alla divinità in commento risultano attribuite funzioni diverse nel passaggio dei defunti alla vita ultraterrena.
Come altri demoni (es. Charun) aveva funzioni psicopompe: scortava i defunti, guidandoli o accompagnandoli o trasportandone i corpi. In un’anfora del cd Gruppo di Vanth (della collezione Faina ad Orvieto, dell’ultimo quarto del IV secolo a.C.) la divinità funge da accompagnatrice del defunto nel viaggio dal mondo terreno all’oltretomba. Nel contesto di un’iconografia piuttosto articolata (che comprende anche Ade, Persefone, Caronti, Cerbero, grifoni e serpenti) Vanth è rappresentata in cammino con le ali distese dietro le spalle, nuda e con un paio di sandali ai piedi. Nella destra stringe il rotolo (che ne indica il nome) e con la sinistra tiene appoggiata alla spalla una lunga torcia. In un’urnetta chiusina (conservata al Museo Etrusco Nazionale di Chiusi) accompagna la defunta unitamente a Charun. La divinità femminile alata è posta alla destra della deceduta, indossa corto chitone e stivali ed è munita di torcia.
Talvolta assume il compito di guardiano delle porte dell’Ade. Nella tomba degli Anina (della fine del IV secolo a.C. a Tarquinia) Vanth e Charun sono rappresentati ai lati della porta. La divinità femminile (il cui nome è dipinto tra le gambe) è vestita di corto chitone, con bretelle incrociate sul petto ed è munita di torcia ardente. Nell’urna di larthi trili acsis (Antiquarium della Necropoli del Palazzone, Perugia) Vanth, su entrambi i lati brevi, è rappresentata in piedi davanti alla porta dell’Ade, con gonna corta con bretelle incrociate e con in mano una torcia ed un rotolo.
In alcuni monumenti funerari chiusini Vanth partecipa al banchetto funebre con il defunto. Sul coperchio di un’urna da Chianciano Terme (del V secolo a.C., esposta al Museo Archeologico Nazionale di Firenze) Vanth è riprodotta accanto al defunto in posizione semi recumbente. La divinità alata è seduta ai piedi della figura maschile con un rotolo su cui è scritto il destino del defunto.
Talvolta la troviamo in scene di battaglia al fianco di eroi che stanno per morire. Su di uno specchio da Bolsena (databile al III secolo a.C. e conservato al British Museum) Vanth (il cui nome è scritto sopra) assiste all’uccisone di Troilo da parte di Achille. La dea è vestita di corto chitone e regge una grossa fiaccola. Su un’urnetta chiusina (del II secolo a.C. conservata al Museo di Chiusi) la divinità è rappresentata nel mezzo tra Eteocle e Polinice in combattimento tra loro. La demonessa è in ginocchio con le ali raccolte dietro la schiena, sorregge una grande fiaccola sulla spalla con la mano sinistra e tiene un rotolo con la destra, su cui era inciso il proprio nome.
In una situazione appare in una scena di sacrificio di prigionieri. In una delle pareti della tomba François (del terzo quarto del IV secolo a.C.) a Vulci, Vanth, insieme a Charun, assiste al sacrificio dei prigionieri troiani in onore di Patroclo. La divinità è vestita con lungo chitone ed ha le ali spiegate; sopra le ali è indicato il nome del demone.
La divinità talvolta è riprodotta da sola, in alcuni casi è associata a Charun (es. tomba degli Anina e tomba François) o ad altri demoni. Sulla cassa del sarcofago chiusino di Hasti Afunei (dell’ultimo quarto del III secolo a.C., esposto presso il Museo Archeologico Regionale A. Salinas a Palermo) sono rappresentati membri della famiglia (Afunei) della defunta (congedo di Hasti dai familiari o accoglimento nell’oltretomba da parte dei parenti morti?) ed alcuni demoni femminili (due dei quali identificati mediante inscrizioni). All’estrema sinistra vi è Culsu (ispirato probabilmente al Dio Culsans) che esce da una porta ad arco (Ade), recando una fiaccola appoggiata ad una spalla ed una chiave; segue Vanth alata, appoggiata ad un grosso chiavistello e rivolta verso il corteo; all’estrema destra, un terzo demone femminile alato (anepigrafe) sospinge per i fianchi la defunta che sta abbracciando il padre. Le tre demonesse sono abbigliate nello stesso modo con corta tunica che lascia scoperti i seni e stivali.
In alcune scene la demonessa appare in versione duplicata. Nelle urne perugine il tema del duello fratricida tra Eteocle e Polinice è rappresentato al centro della scena ed i contendenti sono fiancheggiati entrambi da una Vanth munita di torcia (Antiquarium della Necropoli del Palazzone, Perugia). Nel lato lungo della cassa del sarcofago di Vel Urinates da Bomarzo (del III secolo a.C., esposto al British Museum) sono rappresentate due Vanth unite da un fregio floreale con teste femminili. Le due demonesse sono munite di ali ed indossano corto chitone: quella di sinistra tiene il martello ed un chiodo, l’altra esibisce un rotolo.
Vanth è chiaramente identificata in alcuni monumenti con indicazione del nome (in una decina di casi). Nell maggior parte di sarcofagi, urne e pitture tombali però compaiono demoni femminili privi di didascalia muniti di fiaccole, ma anche di spade, rotolo e chiavi; in questi casi è dubbio se si tratti di rappresentazioni di Vanth o di altri spiriti femminili. La demonessa in oggetto sembra comunque la più importante tra i demoni femminili.
Vanth sembra essere un personaggio tipico della mitologia etrusca (l’origine del nome è sicuramente etrusca, ma il significato è oscuro) e non pare presentare attinenze con divinità o spiriti del mondo greco-romano. L’identificazione con le Erinni greche o con le Furie romane non sembrano convincenti.

Su Vanth cfr., tra gli altri:
– S. De Marinis, Enciclopedia dell’Arte Antica (1966), Vanth, sito internet treccani.it;
– Andrea Verdecchia, Mitologia Etrusca, Effigi, 2002, Vanth, pagg. 147 e ss.;
– Sybille Haynes, Storia Culturale degli Etruschi, Joahn & Levi editore, 2020, Pagg352 – 353;
– Dizionario illustrato della civiltà etrusca a cura di Mauro Cristofani, Giunti, 1985, voce Vanth, pagg. 315-316;
– Giandomenico Spinola, Vanth. Osservazioni iconografiche;
– Sul sarcofago di Hasti Afunei Etruschi Chiusi Siena Palermo La Collezione Bonci Casuccini, Protagon editori, 2007, pagg. 91 – 93;
– notizie ed immagini sul demone sul sito Facebook “Ipogeo dei Volumni e Necropoli del Palazzone – Pagina Istituzionale”;
– Bronwen Elizabet Macdonald, Vanth: An Iconographical Study of an Etruscan Psycopomp, aprile 2022, Supervisor: DR. Samantha Masters, Faculty of Arts and Social Sciences at Stellenbosh University.

Di seguito, immagini di Vanth raffigurata nella Tomba degli Anina, nella Tomba François, sull’urna perugina di Larthi Trili Acsis, su un’urnetta chiusina e sul coperchio di un’urna proveniente da Chianciano Terme.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Michele Zazzi. Il mito di Ercole in Etruria.

Secondo la mitologia greca, Eracle, eroe semidivino, fu generato da Zeus che, invaghitosi della regina Alcmena, la sedusse con l’inganno assumendo le sembianze del marito, Anfitrione, re di Tirinto. In preda alla gelosia Era, la moglie del padre degli Dei, perseguitò l’eroe e gli procurò un attacco di follia durante il quale Ercole uccise la moglie Megara ed i figli. Ercole preso dalla disperazione si recò dall’Oracolo di Delfi per sapere come espiare la sua colpa tremenda. La Pizia gli ordinò di mettersi al servizio del cugino Euristeo, re di Tirinto e Micene, per dodici anni.
Il re gli impose dodici imprese (fatiche) impossibili. L’eroe superò brillantemente le prove ma finì comunque per morire a causa della gelosia della moglie e dell’inganno del centauro Nesso. Alla morte la sua parte divina ascese all’Olimpo dove ottenne l’immortalità.
Ercole rappresenta la personificazione della forza attiva che debella i mostri nati dalle forze caotiche della terra e che ripristina l’ordine degli Dei e le sue imprese simboleggiano la vittoria della virtù (forza, coraggio) e della ragione sul caos, le bestialità e la morte (ottenendo l’immortalità).
Secondo il mito Eracle avrebbe realizzato una via (Eraclea) dalla Sicilia alle Alpi, fino alla Spagna che poteva essere percorsa dai commercianti sotto la sua tutela.
Il mito di Ercole fu diffuso tra le popolazioni italiche dai Greci e il suo culto giunse in Etruria già nel periodo orientalizzante. La narrazione di Hercle in Etruria per certi aspetti si distinse però dal modello greco e subì contaminazioni ed adattamenti in funzione della religione e della cultura etrusca.
Gli etruschi considerarono l’eroe come una vera e propria divinità ed il suo nome Hercle, Herekele figura nel noto fegato di Piacenza (modellino bronzeo di fegato di pecora per pratiche divinatorie) nella forma abbreviata herc (casella 29).
L’iconografia etrusca della divinità presenta gli stessi attributi tipici della mitologia greca: corporatura muscolosa, pelle di leone Nemeo (la leonté; si tratta appunto della pelle del leone sconfitto nella prima delle fatiche dell’eroe), arco e frecce, clava (fatta con un ramo di olivo) o spada.
L’eroe in età arcaica viene rappresentato con la leontè disposta in modo che la testa della belva costituisca una sorta di cappuccio, le zampe anteriori vengono annodate intorno al collo ed il resto stretto alle reni e fermato sul ventre (una parte della pelle di leone di solito è appoggiata sul braccio sinistro). Successivamente la spoglia di leone è intorno al collo o avvolta attorno al ventre. La divinità di solito è imberbe; brandisce con la destra la clava e con la sinistra regge arco e frecce. In alcune rappresentazioni Ercole è munito di corno potorio e/o dei pomi delle Esperidi (mele d’oro donate da Gea ad Era, che garantivano l’immortalità e di cui l’eroe s’impossessò in una delle sue fatiche).

In Etruria, la divinità in questione sembra essere stata legata al culto delle acque. In uno specchio vulcente (300 a.C. circa) l’eroe è rappresentato mentre colpisce con la clava una fonte a forma di leone (denominata Phipece) per farne sgorgare l’acqua; sotto la fonte vi è un’anfora capovolta.
Servio riporta che Ercole avrebbe originato il Lago Cimino strappando con forza una sbarra di terra conficcata nel terreno (Ad Aeneidem, 7, 697). Lo stretto legame tra Eracle ed il dominio delle acque è testimoniato anche da vari reperti provenienti dall’area della città portuale di Spina. Una coppia di cimase di candelabri, databili al 380-370 a.C. (rinvenuti nella tomba 58C di Valle Pega), raffigura l’eroe armato di clava in posizione di riposo, con il piede poggiato su un’anfora. Altri due bronzetti dell’eroe del IV secolo sono stati restituiti dall’area della Cavallara in prossimità del Po, nella Valle del Mezzano.
Nella stipe votiva del Lago degli idoli (lago della Ciliegeta) sulle pendici del Monte Falterona, a pochi minuti dalle sorgenti dell’Arno, è stato ritrovato un bronzetto di Ercole nudo, della meta del V secolo a.C., in atto di offerta o preghiera (conservato al British Museum).

Ercole era considerato anche protettore dei viaggiatori, dei mercanti e del commercio. Le monete coniate da Populonia con la testa di Ercole con leontè o con la testa dell’eroe e la clava poggiata sulla spalla (dritto) e/o la clava o arco e freccia (rovescio) sembrerebbero confermare il legame dell’eroe con i commerci. Monete della serie della clava (rovescio) seppur con immagini di divinità diverse (Giano?) da quella di Ercole (dritto), furono emesse anche da Velathri.

L’eroismo e la forza fisica della divinità appaiono significativamente connesse anche con la lotta e la guerra ed è da ritenere che l’eroe fosse particolarmente onorato dai guerrieri.

Alcuni specchi del V e del IV secolo a.C. presentano varianti della divinità rispetto al mito greco. Uno specchio (al Musée Royal de Mariemont) raffigura una scena interpretata come l’unione di Hercle con Menrva; l’eroe abbraccia teneramente la dea che non oppone alcuna resistenza. Tale unione è ignota alla letteratura greca. Un altro specchio (al Museo Archeologico Nazionale Di Firenze) mostra Uni (equivalente di Era, la principale nemica dell’eroe) che allatta Eracle, che diventa quindi figlio adottivo della dea. Uno speccho vulcente (al British Museum) raffigura il rapimento da parte di Hercle di una donna, di nome Milacuch, estranea alla mitologia greca,

L’ampia diffusione del culto di Hercle in Etruria è attestata dalla rilevante quantità di bronzetti in serie dell’eroe con numerose varianti, più o meno rozze (talvolta schematiche), ma anche da alcuni esemplari di notevole fattura. Tali reperti sono diffusi in quasi tutti i musei archeologici ed è estremamente difficile ricostruirne la provenienza.

Dalle necropoli etrusche provengono numerosi vasi in ceramica (a figure nere e rosse) con rappresentazioni dell’eroe e delle sue mitiche imprese; le fatiche più rappresentate sono le imprese contro il leone Nemeo, l’idra, cerbero, il cinghiale
Riproduzioni dell’eroe si ritrovano anche in edifici pubblici e privati (santuari, templi e palazzi).

Una statua in terracotta a grandezza naturale di Ercole è stata restituita dal santuario di Portonaccio a Veio (VI secolo a.C.) in cui l’eroe è raffigurato con la leonté mentre schiaccia con le gambe la cerva Cerinea. Il frontone del Tempio A di Pjrgi, porto di Caere, ha restituito un torso in terracotta di Eracle e la testa di Leucotea (340 – 330 a.C.). Il tempio era dedicato alla Dea Thesan (assimilata alla dea Leucotea), perseguitata da Era per aver allevato Dioniso, figlio della zia concepito con Zeus. Si pensa che la scena rappresentasse l’accoglienza e la protezione di Ercole in favore di Leucotea e del figlio Talemone dalla vendetta di Era.

Nel palazzo regio di Acquarossa presso Viterbo della seconda metà del VI secolo a.C. sono state rinvenute lastre architettoniche che hanno come protagonista Heracles. La lastra di tipo A rappresenta la cattura del toro cretese. L’eroe tiene l’animale per una zampa e per le corna. Il gruppo è preceduto da una biga, guidata da un auriga e trainata da cavalli alati, dietro alla quale vi è forse Minerva (o comunque una figura femminile), protettrice di Ercole. Un personaggio maschile con in mano un bastone biforcuto fronteggia i cavalli: potrebbe essere Mercurio o forse il re Euristeo che, secondo la volontà degli Dei, assegnava le imprese all’eroe. Il corteo è chiuso da due guerrieri armati.
Nella lastra di tipo B Ercole, al centro della scena, è in lotta con il leone di Nemea. Davanti al gruppo vi sono due cavalli, un cavaliere ed un guerriero a piedi. A destra un carro con auriga trainato da due cavalli (non alati) ed un guerriero in atto di salire sul carro.

Sul mito di Ercole in Etruria cfr. tra gli altri:
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, Effigi, 2022, pagg. 119 e ss:,
– Mauro Cristofani, I Bronzi degli Etruschi, DeAgostini, 2000, pagg. 281 e ss.;
– Tiziano Trocchi, Spina: il sacro e le acque in una città di porto in Etruschi e Veneti Acque, Culti e Santuari, Fondazione Luigi Rovati, MUVE Fondazione Musei Civici Venezia, 2026, pag. 167.

Di seguito immagini del bronzetto di Hercle del Falterona, della statuetta dell’Acropoli di Villa Cassarini (Bologna) e del torso di Pjrgi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

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