Mario Zaniboni. Mummificazione.

Nell’antico Egitto, quando una persona moriva, il suo corpo era opportunamente trattato per fargli subire quella preparazione che le serviva per affrontare il viaggio nell’aldilà per raggiungere il Regno dei Morti.
Fra la morte e la sepoltura, il corpo veniva affidato al compito degli imbalsamatori che durava normalmente una settantina di giorni. In qualche caso eccezionale, tale periodo poteva essere più lungo; un periodo esageratamente lungo si ebbe in merito alla tomba di Meresankh a Giza, che fu di ben 274 giorni (sic). D’altra parte, si deve tenere presente che il clima dell’Egitto è abbastanza caldo, per cui la putrefazione della sostanza organica è abbastanza rapida, ed i tempi devono essere al massimo limitati.
In questa fase di lutto, i familiari erano contattati da sacerdoti che presentavano loro diverse mummie realizzate in legno fra le quali scegliere quella per il proprio caro. Dopodiché, si trasportava la salma nel laboratorio definito dagli Egiziani “Bottega delle Purificazioni”, dove avveniva realizzata la mummificazione, completata nel giro di circa 70-80 giorni.
Qui, il corpo del defunto veniva soggetto ad un complesso di operazioni che in quel periodo lo trasformavamo in una mummia pronta per la sua sepoltura nella tomba predestinata. Chiaramente, per impedire che il cadavere si decomponesse, veniva soggetto a trattamenti che ne avrebbero salvata l’integrità, mettendolo nelle condizioni di andare in perfetto ordine nel mondo dei morti, pronto per affrontare la vita eterna.
In quel laboratorio, dichiarato “puro”, il corpo veniva steso supino su un tavolo e, leggendo quanto riportato da Erodoto, come primo atto del processo, si estraeva dal cranio, usando particolari uncini, quel cervello che, ritenuto inutile, non era conservabile e, per questo, veniva eliminato; quindi, si riempiva la cavità con un liquido resinoso che, con il suo raffreddamento, diveniva solido. Si passava poi all’eviscerazione, dopo aver fatta un’incisione solitamente nel fianco sinistro. Il cuore, ritenuto la sede della saggezza, veniva lasciato al suo posto. Infine, si lavavano accuratamente il vuoto con acqua e vino di palma e successivamente era riempito di stoffa, paglia, sabbia, cioè con materiali che ne impedissero la deformazione.
Una delle fasi più importanti dell’intero processo era quella relativa all’essiccazione del corpo. Per ottenere tale risultato, e nello stesso tempo per mantenerlo flessibile, si ricorreva al natron allo stato solido. Il natron è una miscela di sostanze naturali a base di sodio, formata da bicarbonato di sodio (NaHCO3), cloruro di sodio (NaCl), il classico sale da cucina, e solfato di sodio (Na2SO4), che si trova come deposito evaporitico in laghi essiccati e che si comporta da perfetto essiccatore. Questo composto chimico si trova in diverse parti del mondo, però gli Egiziani estraevano quello che esisteva nel proprio Paese, nel Wadi el Natrun.
La salma veniva completamente ricoperta e riempita con la polvere bianca di natron, che assorbiva l’acqua, che, nello stesso tempo, inibiva la crescita dei batteri, prevenendo la decomposizione, lasciandolo agire per circa 40 giorni. Lo stesso trattamento di essiccazione con natron era riservato agli organi interni del cadavere: stomaco, intestino, polmoni e fegato. Questi, alla fine, erano bendati come se fossero mummie in miniatura e conservati nei vasi canopi.
Secondo gli egittologi Bob Brier e Ronald Wade, il quantitativo di natron da usare era veramente tanto e, per dimostrarlo, nel 1994 fecero una prova: ebbene, essi hanno riscontrato che, per ottenere un risultato finale senza sbagliare, erano necessari almeno 264 chilogrammi di natron.
A disidratazione completata, si faceva recuperare al cadavere la sua elasticità usando olio o resina liquida che, fra l’altro, aveva pure la funzione di far stare alla larga gli insetti e di mascherare i fetidi odori dovuti allo stato di avanzamento della putrefazione.
Stando a quanto raccontato da Diodoro Siculo, la salma del defunto era trattata con olio di cedro e con altri prodotti, per passare poi a mirra, cannella e similari, che avevano lo scopo di prolungare la conservazione e nel contempo per mascherare i cattivi effluvi e garantire un buon profumo.
Ora, la mummia era pronta per essere bendata, con materiali la cui natura e qualità era sempre legata alla disponibilità economica dei familiari: in effetti era grande la distinzione fra un sudario di lino ordinario e tessuti di lino altamente qualificati. Il bendaggio richiedeva l’intervento degli imbalsamatori che lavoravano per un paio di settimane, durante le quali si seguiva un copione quasi da sempre sperimentato, accompagnato dalle rituali formule magiche.
Si iniziava avvolgendo separatamente le varie parti del corpo con strisce scelte dai familiari in base ai costi e si completava con la sua copertura totale ed uniforme. Per la protezione della mummia, fra le strisce erano inseriti amuleti vari e papiri con scritte ben auguranti e con formule magiche.
E così era giunta l’ora del funerale. Se la mummia apparteneva ad un personaggio importante, le si copriva il volto con una maschera; poi il tutto veniva inserito in un bara che, a sua volta era posta all’interno di un sarcofago. Dopodiché, familiari, parenti, amici e servi accompagnavano il feretro alla “casa dell’eternità dove al defunto sarebbe stata concessa la vita eterna”.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Marco Morucci. L’Enigma di Volsinii: un sistema bipolare tra Orvieto e Bolsena.

Da quasi due secoli l’etruscologia discute l’ubicazione di Volsinii, la Velzna etrusca: da una parte l’ipotesi di Karl Otfried Müller (1828), che identifica Orvieto come la città distrutta da Roma nel 264 a. C. e Bolsena come colonia fondata ex novo dopo la conquista; dall’altra la tradizione ottocentesca (Bunsen, Canina, de Vergers) che colloca l’intera Volsinii sul lago. Anche Raymond Bloch, che diresse gli scavi di Bolsena dal 1946 al 1962 cercando proprio le tracce della città etrusca, finì per orientarsi nel 1972 verso l’ipotesi orvietana.
Propongo qui una terza lettura, che non contrappone i due siti ma li ricompone: un sistema bipolare, in cui Orvieto e Bolsena costituivano i due poli funzionalmente distinti della stessa lucumonia volsiniense….

Leggi tutto nell’allegato: L’Enigma di Volsinii

Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

Sandrino Luigi Marra. Evidenze di architetture tradizionali e tecniche costruttive, dalla pirotecnologia delle calcare, all’uso del Tufo grigio/nero  nel territorio di Gioia Sannitica (CE).

Accenni di uso dal IV secolo a.C. al XX secolo d.C.

Nel corso di una recente attività di ricognizione di superficie intenta al controllo di una struttura a circa 700 metri dal castello, sull’antica via che scende a Gioia è stato individuato un complesso pirotecnologico rurale non censito dalla letteratura archeologica locale anche se conosciuta dalla popolazione ma confusa quale torre medievale.
Il sito visitato è composto da una struttura cilindrica a pianta circolare alta 2 metri larga circa 150 cm in parte addossata ad una parete rocciosa per un quarto, per altri 2/4 di fatto ipogea, il restante libero al fronte con un basso accesso ad arco che mette in evidenza lo spessore della struttura stessa di circa 1 metro il tutto costruito in pietra calcare locale ammaltata. La struttura è di fatto addossata al pendio naturale posta a circa 4 metri dalla sottostante strada, con l’arco di ingresso che guarda verso questa, mentre la sommità è aperta….

Leggi tutto nell’allegato: Evidenze di pirotecnologia medievale nel territorio di Gioia Sannitica

Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it

Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro. Sulle tracce del vino in Basilicata.

Il volume, di Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro, con “Sorsi di… viti-vini-cultura” di Stefano Del Lungo, propone un originale percorso di scoperta del patrimonio storico, archeologico ed enologico della Basilicata.
L’opera si sviluppa attraverso quattro itinerari dedicati alle denominazioni di origine controllata della regione (Aglianico del Vulture, Terre dell’Alta Val d’Agri, Grottino di Roccanova e Matera), accompagnando il lettore alla scoperta di borghi, vigneti, cantine ipogee, luoghi di culto, musei e siti archeologici, nei quali il vino costituisce il filo conduttore per la lettura del territorio e delle sue stratificazioni storiche.
Pensato come un taccuino di viaggio, il volume si rivolge a un pubblico eterogeneo, dagli appassionati di enoturismo alle famiglie, fino a educatori e operatori del patrimonio culturale.
La proposta editoriale favorisce forme di apprendimento informale e partecipato: gli adulti svolgono una funzione di mediazione culturale, facilitando l’accesso ai contenuti storici e archeologici da parte dei più giovani; questi ultimi sono coinvolti attraverso attività didattiche e sezioni dedicate all’osservazione guidata e alla rielaborazione grafica.
Il testo è inoltre arricchito da una mappa enoturistica e da adesivi delle DOC da applicare al termine di ogni itinerario.
Le autrici, Maria Pina Garaguso e Annarita Sannazzaro (archeologhe, CNR-ISPC), valorizzano il patrimonio culturale della Basilicata attraverso la relazione tra archeologia, storia, paesaggio e cultura del vino.
Il contributo “Sorsi di… viti-vini-cultura”, a cura di Stefano Del Lungo (archeologo CNRISPC), offre un inquadramento delle radici storiche della vitivinicoltura lucana, delineando il contesto culturale entro cui si inseriscono gli itinerari proposti.
L’opera rappresenta, dunque, uno strumento innovativo di conoscenza e promozione del territorio, contribuendo alla diffusione di una forma di enoturismo consapevole e sostenibile fondata sul dialogo tra patrimonio culturale e tradizioni enologiche.

Info:
Dibuono Edizioni
Taccuino e mappa enoturistici per itinerari tra borghi, vigneti, siti e musei archeologici (Dibuono Edizioni, 2026, 128 pp.)

Il volume è consultabile e scaricabile al seguente link:
https://www.terredellaltavaldagri.it/sulle-tracce-del-vino-in-basilicata/

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