Giuseppe C. Budetta, Il mondo delle idee platoniche substrato alla realtà del mondo circostante.

Roger Penrose, fisico e matematico e premio Nobel afferma che la realtà sarebbe composta da tre mondi, misteriosamente interconnessi lungo la circonferenza di un immateriale ed atemporale cerchio:
1. Il Mondo Platonico (delle Idee): il mondo delle verità matematiche assolute, le strutture geometriche ed i valori etici, indipendenti dall’esistenza umana.
2. Il Mondo Fisico: La realtà materiale che osserviamo.
3. Il Mondo Mentale (Coscienza): La mente umana che percepisce e comprende e da cui trae origine la coscienza umana

La connessione con il Mondo delle Idee: per Penrose, la mente umana non è un computer (contrariamente all’IA forte), ma include verità matematiche eterne attraverso un processo non algoritmico, “connettendosi” a questo mondo platonico.
Secondo alcune moderne teorie (panpsichismo, neoplatonismo, neo-idealismo, animismo…) così come un gruppo di scienziati (Giulio Tononi, David Chalmers, Philip Goff…) che promuove un teorico meccanismo panpsichismo quantistico, esistono accadimenti non ricavabili con gli strumenti della fisica teoria e pratica, non modificabili cambiando le costanti fisiche, ma che hanno diretta valenza sulla realtà del mondo circostante, in particolare sui sistemi biologici.
Eccone tre esempi:
La distribuzione infinita dei numeri primi (dimostrata da Euclide) che sembra casuale, ma ha andamento logaritmico: la densità diminuisce all’aumentare di tali numeri. Applicazioni pratiche: il Teorema dei Numeri Primi permette di stimare la densità di numeri primi grandi, fondamentale per generare chiavi crittografiche sicure (algoritmi di hashing e gestione dei dati). La distribuzione dei numeri primi non occupa alcuna regione dello spaziotempo.
Il valore di e. Il numero di Nepero (o di Eulero), indicato con la lettera e. Si tratta di una costante matematica fondamentale, irrazionale e trascendente, il cui valore approssimato è 2,71828. Il valore di e non è localizzato in alcun luogo. La sua importanza pratica deriva dal fatto che la funzione esponenziale è l’unica funzione derivata di se stessa, facilitando enormemente i calcoli nei fenomeni di tasso di variazione.
Il Pi Greco (Π) è una costante matematica fondamentale: il rapporto tra la circonferenza di un cerchio e il suo diametro. Il suo valore approssimativo 3,14 è un numero irrazionale con infinite cifre decimali che non si ripetono mai. Le sue applicazioni pratiche spaziano dall’ingegneria e architettura alla navigazione GPS, che richiede alta precisione, fino allo studio dei fenomeni ondulatori e periodici.
Gli ottonioni. Sistema numerico ipercomplesso a otto dimensioni che non hanno divisori dello zero. Trovano applicazione nella classificazione dei piani proiettivi.
Il teorema di Pitagora. Si applica per calcolare lati sconosciuti, diagonali di rettangoli/quadrati, altezze di triangoli isosceli/equilateri e in contesti reali come l’edilizia o il calcolo di percorsi.

Domande:
Esiste forse uno speciale spazio platonico eterno, atemporale, immutabile e di origine acausale?
Questo spazio speciale è forse simile ad una legge di natura che a un agente dotato di speciali poteri?
Uno spazio fisico speciale capace di generare ciò che definiamo coscienza umana?
C’è uno spazio speciale, oltre l’universo fisico ed a questo pre-esistente dove alberga una Mente assoluta, generatrice delle leggi che regolano l’universo nella sua interezza?
Esisterebbe forse qualcosa di più vicino a ciò che i filosofi della tradizione idealista hanno chiamato pura coscienza, o Mente Assoluta? Esiste come una Mente – o qualcosa al di là di ciò che intendiamo per Mente, o forse Coscienza Primordiale – non incarnata in alcun substrato fisico particolare, ma operativa in tutti i substrati fisici, in particolare in quelli biologici e tale da fungere come interfaccia?

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

Mario Zaniboni. La pietra di scone.

La Pietra di Scone, come vuole la leggenda, fu il cuscino sul quale Giacobbe, nella città di Betel, sita a nord di Gerusalemme, ebbe la visione di una processione di angeli che salivano su una scala che giungeva al cielo e ne discendevano; inoltre, sempre in tal senso, è stato confermato che l’incrinatura che la pietra mostra sia il risultato di un colpo infertole da Mosè affinché essa portasse acqua.
Non si sa come, ma la pietra giunse in Scozia dove fu usata dai re di Dalriada per le loro incoronazioni; successivamente fu usata, allo stesso scopo, da quelli inglesi.
Altra versione è che la pietra sia stata portata in Scozia dalla fondatrice della stirpe scozzese, la principessa egiziana Scota.

Si tratta di un blocco anonimo di arenaria rossa a forma di parallelepipedo, totalmente liscia, sulla cui superficie è incisa una croce latina, e il cui valore, dal punto di vista del materiale che la costituisce, è praticamente minimo, ma è preziosa per ciò che riguarda la sua storia, in quanto è portatrice di una significativa ricchezza di leggende e tradizioni popolari; del resto, oltre ad essere semplicemente denominata “Stone of Scone”, è detta pure Stone of Destiny o Coronation Stone (Pietra del Destino o Pietra dell’Incoronazione). Le sue dimensioni sono di cm 66 centimetri di lunghezza, 42 di larghezza e 26,7 di spessore; considerando il peso specifico dell’arenaria, il suo peso è attorno ai 170 chilogrammi.

Essa fu trovata a Scone, un villaggio situato nella parte nordorientale della città di Perh in Scozia, in un campo. Nel 1296, fu trasferita a Londra da Eduardo I e posta sotto il trono delle incoronazioni nell’Abbazia di Westminster. Solamente nel 1996 fu trasportata a Edimburgo, per essere laggiù custodita, ma con l’accordo di poterla usare a Londra in occasione dei riti connessi con le incoronazioni dei re inglesi. Il 2 giugno 1953 fu utilizzata per l’incoronazione della regina Elisabetta II, mentre l’ultima volta il suo uso servì all’incoronazione del re Carlo III, il 6 maggio 2023. E dai primi mesi del 2024 è ritornata a Edimburgo, dove resterà fino alla prossima incoronazione.

La pietra, attorno al 700 a.C., fu trasportata dal Medio Oriente all’Egitto, da qui giunse in Sicilia, poi in Spagna, per concludere il suo viaggio, alla fine, in Irlanda, dove fu sistemata sulla Collina di Tara, il sito neolitico situato nella Contea di Meath dove, secondo la tradizione, venivano proclamati gli antichi re d’Irlanda. Qui ci riporta la tradizione secondo la quale i re d’Irlanda vi si sedevano sopra in occasione della loro incoronazione. Qualcuno ha tramandato che il governatore irlandese Fergus Mor la portò in Scozia verso il 500 a.C. Qualcun altro è di diverso avviso: secondo il suo parere, la pietra fu trasferita dall’Irlanda del Nord alla Scozia, grazie all’interessamento della principessa Scora, figlia di un faraone egiziano. Però, non si sa se quella pietra sia, oppure no, la stessa, perché – a onor del vero – ci sono scritti di alcuni cronisti medievali che ritengono che facesse parte di un trono in pietra scolpito: a quel punto, la pietra potrebbe esserne solamente una parte.

Per questioni di campanilismo, il giorno di Natale del 1950, quattro studenti scozzesi, Ian Hamilton, Kay Matheson, Alan Stuart e Gavin Vernon, la tolsero dalla Abbazia di Westminster con lo scopo di riportarla in Scozia, ma maldestramente cadde loro, spezzandosi in due tronconi di diversa misura e, così com’era, la nascosero in un campo; successivamente fu trasportata ad Edimburgo, dove si sa che, stando al racconto di un diplomatico americano, la parte di dimensioni maggiori fu nascosta, all’insaputa di tutti, in un baule nel seminterrato del consolato, per essere trasportato, poi, nelle Highlands del Nord.
Il governo inglese la cercò dappertutto senza fortuna, finché “voilà”, comparve sull’altare dell’Abbazia di Arbroath, l’11 aprile 1951. Questo atto ebbe un significato simbolico, perchè quella località ricordava la data nella quale, nel 1320, i baroni scozzesi avevano firmata la “dichiarazione di Arbroath”, per rivendicare l’indipendenza della Scozia stessa.
A quel punto, la pietra fu riportata a Westminster, dove nel 1953 fu utilizzata per l’incoronazione della regina Elisabetta II e poi nel 2023 Carlo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Maria Luisa Nava. Il bisso: storia di una parola, di un tessuto e della seta del mare.

La storia del bisso non può essere raccontata come la storia lineare di una sola fibra. È, al contrario, una vicenda stratificata, nella quale una stessa parola ha finito per indicare materiali diversi: una tela vegetale finissima, soprattutto di lino; il fascio di filamenti prodotto da alcuni molluschi bivalvi; e infine la cosiddetta seta marina, ricavata in particolare dalla Pinna nobilis. La confusione nasce proprio da qui. Il byssos greco e il byssus latino non coincidono automaticamente con il bisso marino. Nei testi antichi, il termine indica di norma un lino sottilissimo e prezioso; solo in età moderna il nome “bisso” viene applicato stabilmente anche alla fibra della Pinna, per analogia con la finezza e il pregio del tessuto antico. Il progetto Sea-silk del Museo di Storia Naturale di Basilea insiste su questo nodo terminologico: nell’antichità byssus significa soprattutto lino fine; l’uso zoologico per la “barba” della Pinna si afferma solo dal XVI secolo….

Leggi tutto nell’allegato: Il bisso, di Maria Luisa Nava

Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

Mario Zaniboni. Cammeo di Hallstatt.

Nel distretto di Gmunden, nell’Alta Austria, è il comune di Hallstatt, rinomato come mercato (Marktgemeinde).
Qui, nel 2005, un gruppo di operai stava facendo lavori preparatori per il montaggio di una funicolare, dove archeologi della società ARDIS Archäologie GmbH e dell’ente Upper Austrian State Culture Company, facevano indagini per conto della società Salzwelten (Miniere di Sale) GmbH.
E, durante gli scavi, è stato ritrovato un oggetto veramente raro, cioè un cammeo dell’epoca romana, raffigurante Medusa, una delle tre Gorgoni figlie di Forco e Ceto, due divinità marine. Queste dee, di cui solamente Medusa era mortale, come lo dimostrò la sua decapitazione da parte di Perseo, avevano il potere di pietrificare chi le avesse guardate; e, proprio per non essere pietrificato, Perseo usò lo stratagemma di non guardare direttamente nei suoi occhi, bensì nel riflesso offertogli da uno scudo. Essa aveva serpenti vivi al posto dei capelli (Gorgoneion) e da giovane era bellissima.
Si tratta di un piccolissimo oggetto, di appena un centimetro e mezzo di altezza che, se non ci fosse stata la presenza di archeologi, probabilmente non sarebbe nemmeno stata notata.
E’ in onice e agata bianca con fasce nere, artisticamente e squisitamente scolpita; fu usato o come pendente o come facente parte di una collana, ma sicuramente è appartenuto ad una matrona di alto lignaggio. E il suo reperimento, lassù, significa che quell’area, pur essendo lontana da Roma, era inserita nella cultura e nell’economia dell’impero romano.
Il parere degli esperti, che hanno avuto il piacere si trovarselo fra le mani e di studiarlo profondamente, è che il cammeo sia stato realizzato ad Aquilea attorno al II secolo d.C. Comunque, si tratta di un oggetto che si trova in uno stato di conservazione del tutto eccezionale.
In quella zona sono stati trovati solamente tre cammei di origine romana: infatti, con quello di cui si sta dicendo, sono venuti alla luce un anello con un leone ed un altro, in oro, con la figura di Cupido. Il primo è conservato nel Museo Civico di Wels e l’altro nel Museo Lauriacum. Entrambi i cammei sono più piccoli.
Comunque, il primo cammeo è di fattura superiore agli altri due e, inoltre, mostra una lavorazione artistica di un livello che non si incontra nei cammei rinvenuti in altri siti archeologici austriaci, quali quelli di Wels e Enns.
Magari ci si può chiedere perché si sia riprodotta l’immagine di una dea altamente pericolosa: forse perché era molto popolare o, forse meglio, perché era ritenuta una protezione contro le disgrazie o la malasorte.
Che Hallstatt fosse una zona di grande interesse archeologico era stato riscontrato già nell’Ottocento, quando l’austriaco Johann Georg Ramsauer, che gestì le miniere e diresse l’esecuzione di escavazioni nei dintorni del cimitero di Hallstatt, dal 1846 al 1863, si imbatté in una necropoli a Echerntalweg (Sentiero di Echerntal). Questo fu lo spunto che lo spinse a continuare ricerche in merito alla conoscenza di quel territorio.
Da quel lavoro si ebbero buoni risultati, che furono al massimo quando, nel XIX secolo, il naturalista, botanico e speleologo austriaco Friedrich Morton rinvenne una buona quantità reperti, databili fra il 600 e il 400 a.C., che si riferivano ad abitazioni e a corredi funerari.
E’ stato stabilito che il reperto sarà conservato in quello che è ritenuto uno dei principali, se non il più importante, dei musei di quell’area, vale a dire quello del Castello di Linz. La sua presenza fra i tantissimi reperti provenienti da quel territorio sicuramente sarà un punto di richiamo per visitatori e, soprattutto, di studiosi interessati a conoscere fino in fondo il valore archeologico di Hallstatt.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

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