Sandrino Luigi Marra. Analisi sociale e politica di un uomo chiamato Giuda Iscariota.

Tenendo conto che alcune fonti apocrife sembrano non considerare Giuda per quel che è stato definito, mentre in altre sembra non essere mai esistito, in altre la figura appare diversa rispetto alla più tragica e deplorevole di traditore, in qualcuna senza il suo operato Cristo non sarebbe potuto divenire ciò che sarà, ancor più il disegno divino sarebbe stato perlomeno, se non trascurato, diverso.
Egli potrebbe essere dunque il modus operandi del percorso finale della vita di Cristo, ne sarebbe stato quindi parte della leva spirituale del suo divenire. Ma a parte tutto proviamo ad analizzare la figura lasciando fuori il contesto religioso cristiano legato al Nuovo Testamento, partendo dal contesto del suo tempo, dei luoghi e dello stesso nome, guardando comunque alla storiografia cristiana analizzando però l’uomo in un contesto umano diverso, più terreno e forse in parte di un uomo, rispetto ai suoi compagni più destro della vita e del contesto sociale e politico ove egli vive.
Egli è in alcuni manoscritti anche citato quale Zelota, questi erano messianisti combattenti; assieme a Simone Zelota è il secondo apostolo che si annovera nella cerchia dei messianisti. Inoltre, ha familiarità con l’uso delle armi e dalla cerchia degli apostoli giunge anche da alcuni passi del Vangelo
“...Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro” (Giovanni 18,10)
Poi disse loro: “Quando vi mandai senza borsa, senza sacca da viaggio e senza calzari, vi è forse mancato qualcosa?”
Essi risposero: “Niente”.
Ed egli disse loro: “Ma ora, chi ha una borsa, la prenda; così pure una sacca; e chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico che in me dev’essere adempiuto ciò che è scritto: “Egli è stato contato tra i malfattori”. Infatti, le cose che si riferiscono a me, stanno per compiersi”.
Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade!”
Ma egli disse loro: “Basta!”... (Luca 22,35-38)

Questo dunque potrebbe riportarci ad un Giuda più scaltro, meglio conoscitore delle problematiche politiche del suo tempo e forse ben più dei suoi compagni convinto che il suo Maestro sia figlio di Dio.
Vediamo intanto chi egli era: Giuda era figlio di Simone, e tanto al padre quanto al figlio è aggiunto l’epiteto di “iscariota” questo sembra riferirsi al villaggio d’origine, certo del padre e propriamente si pensa al moderno el-Qaryatēn (Giosuè, XV, 25, Qĕriyyōth) nella parte meridionale della Giudea; quindi, poiché ‘ish significa “uomo”, ‘ishqeriyyoth, significava “l’uomo di Qeriyyoth”, il “qeriyyothita”.
Giuda perciò sarebbe d’origine non galilea; cosicché, e anche per distinguerlo dall’omonimo discepolo soprannominato Taddeo, viene indicato insolitamente col paese d’origine.
In greco, nel Nuovo Testamento, Giuda Iscariota è chiamato Ιουδας Ισκαριωθ (Ioudas Iskariôth) e Ισκαριωτης (Iskariôtês).
“Judas” è la forma greca del nome comune Giuda (יהודה, Yehûdâh, in ebraico “lodato”). Tuttavia nessun territorio di nome “Iscaria” è mai esistito.
Un possibile luogo di nascita è Keriot-Chezron, menzionato solo in Gs 15,25 (Libro di Giosuè) ed era una delle città poste all’estremità della tribù dei figli di Giuda, verso il confine di Edom, nel Neghev. Keriot non è comunque ricordato in nessun altro testo.
Poiché l’aramaico era la lingua del tempo, e tutti gli altri personaggi biblici hanno cognomi e soprannomi aramaici, questo nome ebraico-giudaico avrebbe marcato Giuda come diverso rispetto agli altri discepoli della Galilea.

Al tempo di Gesù, anche a seguito della dominazione in atto per opera dell’Impero Romano, la maggior parte di coloro che attendevano il Messia supponeva che si sarebbe trattato di una personalità in grado di restituire l’autonomia politica agli Ebrei e di restaurare il Regno di Israele.
La fede in un Messia-Liberatore era propria, probabilmente, di tutte le principali correnti spirituali giudaiche sebbene con differenti implicazioni e sfumature. Gli Zeloti ritenevano che occorresse in ogni modo favorire le circostanze dell’avvento del Messia, anche con il ricorso alla violenza. Il gesto di Giuda, può essere allora visto come un metodo per indurre Gesù a scatenare la rivolta contro i romani?
Giuda appare liberamente eletto da Gesù come suo seguace, al pari degli altri, non c’è ragione per assegnare a costui un’iniziale brama perversa, per la quale si sarebbe intruso nel collegio apostolico come alcuni hanno ipotizzato o voluto rintracciare nel Nuovo Testamento. In effetti è in un periodo molto avanti dalle vicende cristologiche che la figura di Giuda diviene quella del traditore, ricordando che i Vangeli sono una opera postuma rispetto alla morte di Cristo, scritti circa un settantennio dopo la crocifissione di questi. Assumendo quindi la personalità del traditore negli elenchi degli apostoli contenuti nei Vangeli è messo sempre per ultimo e con l’appellativo di “traditore”, προδότης.
Tuttavia nel Nuovo Testamento è anche descritto dagli evangelisti quale fosco nel carattere e sembra prevalere in lui la fredda simulazione sin dalla promessa eucaristica di Cafarnao, allorché Gesù accennò alla mancanza di fede d’uno dei suoi, ed egli, pur non avendo quella fede rimase fra gli apostoli.
A Betania si vuole che finse amore verso i poveri, mentre (Giovanni XII, 6) sembra accennarsi anche ad un uso non retto della cassa comune affidatagli (cfr. XIII, 29).
Dopo tale episodio, avvenuto sei giorni prima della Pasqua, Giuda entrò in relazione con i sacerdoti i quali dopo la resurrezione di Lazzaro avevano stabilito di eliminare Gesù a qualunque costo, ma in seguito alla sua entrata trionfale in Gerusalemme cercarono di attuare il loro disegno due giorni prima di Pasqua. A tale loro intenzione andò incontro Giuda con gioia dei sacerdoti, che pattuirono per la manovra, il premio di 30 sicli d’argento. Essi gli dovettero offrire moneta in uso nel tempio, ove era in corso come keseph, il tetradramma fenicio e la somma probabilmente intenzionale era quella che di solito si dava per il riscatto d’uno schiavo.
Nel 63 a.C. Israele con la conquista romana diviene Giudea e il dominio di Roma
era gestito attraverso dei procuratori ovvero i Prefetti. Tra i compiti principali il Prefetto doveva garantire l’ordine e la pace sociale ed a tale scopo disponeva dell’esercito. Ad esso spettavano il giudizio nei processi capitali e la raccolta delle tasse per la quale si serviva dei cosiddetti pubblicani, cioè esattori giudei.
Le questioni interne alla comunità ebraica erano competenza del Sinedrio, che era l’organo preposto alla gestione della giustizia ed al rispetto delle leggi. I Romani come per altre situazioni rispettarono le peculiarità degli usi e costumi religiosi dei Giudei, anche se lì dove si presentavano problemi di ordine pubblico anche minimi non mancavano di sedarli con aggressività andando fuori dal rispetto dei costumi. Gerusalemme è un esempio tipico di tale atteggiamento, anche se esisteva presso il Tempio una forza di sicurezza giudaica, i soldati romani comunque lo presidiavano in funzione di ordine pubblico.
Gli atteggiamenti di Cristo ad un certo punto sono di fatto fuori dalle norme legislative ebraiche, l’aver evitato la lapidazione della adultera, la guarigione del lebbroso, che oltremodo nella realtà della Giudea del tempo era considerato religiosamente e legalmente un impuro obbligato a tenersi lontano dalle persone destinato dal volere di Dio ad essere lontano dagli uomini.
Quando questi incontra Gesù, il nazareno fa ciò che non dovrebbe: stende la sua mano e lo tocca. Il lebbroso impuro e contagioso non andava toccato; Gesù agli occhi dei giudei perde l’equilibrio del dovere e dell’essenzialità, il lebbroso aveva infranto la legge avvicinandosi a Gesù ma Gesù infrange la legge toccandolo creando di fatto illegalità.
Con la difesa dell’adultera egli mette in discussione l’autorità della Torah ed appare legittimare il peccato passando per un maestro che tollera o giustifica la corruzione morale del matrimonio e della famiglia. Gli accusatori avevano portato solo la donna, commettendo un’ingiustizia formale poiché la legge prescriveva la morte per entrambi i complici del flagrante adulterio, ma usavano l’applicazione della norma per testare l’ortodossia di Gesù. La risposta di Gesù smonta l’ipocrisia, egli non dice che l’adulterio sia lecito non abroga la gravità dell’atto, alla fine dirà infatti alla donna: “Va’ e d’ora in poi non peccare più”. Cambia però radicalmente il piano del discorso con la celebre frase: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. Con questo atto, Gesù sposta il baricentro dalla colpa della donna all’autorità morale dei giudici. Ricorda al Sinedrio che l’applicazione della legge divina richiede una purezza interiore che nessuno di loro possiede, costringendo gli accusatori a ritirarsi uno a uno a partire dai più anziani, e dunque mette in forte imbarazzo il Sinedrio stesso e lo fa mettendo in imbarazzo i giudici su tre livelli specifici: Smaschera la loro ipocrisia morale, evidenzia la loro parzialità legale, disinnesca la trappola politica.
Ma è con l’arrivo a Gerusalemme che il tutto si complica; egli è osannato dalla folla, viene considerato il Messia e l’azione dei discepoli, cioè i mantelli sul cammino dell’asino che lo portava in groppa e le parole stesse di Cristo quando ai Farisei risponde “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” e l’acclamazione delle folle quale “figlio di Davide” fa scattare l’allarme sia per il Sinedrio che per il Prefetto romano Ponzio Pilato ma è con l’azione al Tempio che Gesù oltrepassa quello che poteva essere il limite legale. Giunge dunque al Tempio ne rovescia i tavoli e avvenendo l’episodio a ridosso della Pasqua dei giudei, l’atto assume una gravità inaudita che spinge il Sinedrio a pianificarne l’arresto clandestino prima del giorno della festa, preoccupati di ciò che sarebbe potuto accadere con la città stracolma di pellegrini; egli si è condannato.
I discepoli sembrano non comprendere la gravità degli accadimenti almeno parte di loro, mentre forse è proprio Giuda a comprendere appieno le questioni legali. Egli capisce probabilmente che la situazione è compromessa e che l’intervento dei romani diverrebbe devastante per tutti, pensa che se il Maestro continua così i Romani interverranno e faranno una strage. Forse cerca anche in qualche modo di portare Gesù ed i discepoli su più ragionevoli posizioni ma non accade nulla di ciò; oltretutto il Maestro è convinto che gli accadimenti sono null’altro che il realizzarsi del suo destino in qualche modo, anche se ancora non sa che la morte sarà l’atto finale. Giuda dunque riflette che se consegna Gesù al Sinedrio le autorità ebraiche applicheranno la legge formale, arrestando la pericolosa deriva con una sanzione interna non potendo sotto il dominio romano applicare la pena di morte; in questo modo eviterebbe l’interesse dei romani che come loro consuetudine alla prima avvisaglia di sommossa scendevano nel Tempio compiendo massacri preventivi, e salverebbe la vita a Gesù ed al gruppo stesso dei discepoli.
Consegna così Gesù al Sinedrio, che lo paga con 30 sicli d’argento, convinto che poi come consuetudine ci sarebbe stato alle luci del giorno successivo il processo pubblico nell’aula ufficiale situata all’interno del Tempio. Ma le cose acquisiscono una inaspettata piega, i capi lo processano di fatto la notte stessa in casa di Caifa, il sommo sacerdote, cercano dei testimoni che però finiscono per contraddirsi. C’è così un’impasse che di fatto salverebbe la situazione così come aveva immaginato Giuda, ma Caifa con un vero e proprio colpo di teatro pone a Gesù una domanda diretta sulla sua identità, “sei tu il Cristo”, alla risposta affermativa Caifa strappandosi le vesti grida alla blasfemia trasformando così un fallito interrogatorio in una condanna immediata per acclamazione. Caifa di fatto calpesta le stesse leggi del Sinedrio poiché erano vietati i processi notturni, trasforma l’accusa in un reato politico ed a questo punto ha la soluzione che cercava, il processo passa alle autorità romane.
Passa dunque da una accusa formale religiosa di blasfemia a quella politica di lesa maestà e ribellione contro Cesare. Consegna dunque Gesù alle autorità romane e a questo punto il piano di Giuda fallisce, Caifa ha compiuto un capolavoro di cinismo politico che si riassume nelle sua celebre frase “è conveniente che un solo uomo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazione” (Giovanni 11,50).
Consegnando Gesù a Pilato come “pretendente al trono” che devia il popolo dal pagare le tasse il Sinedrio mette nella condizione il Prefetto di emettere una condanna per crocifissione, e nel momento che questi si mostra riluttante a condannare un leader religioso locale che non sembra avere una forza armata i sacerdoti sferrano il colpo di grazia politico con la frase “se liberi costui non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si mette contro Cesare”.
Il resto lo conosciamo, il confronto con Barabba che non era un ladro ma un guerrigliero urbano, un ribelle Zelota, non può avere storia ed il cinismo del popolo diviene la condizione adatta per il Prefetto per dare una forma di bilanciamento del processo stesso, se ne “lava le mani” scaricando così al popolo ed al Sinedrio la decisione morale. Pilato è un amministratore pragmatico e quando necessita sa essere spietato e cinico come tutti i Prefetti romani; ciò che gli interessa è la carriera, che la situazione sia tranquilla, che non gli venga a creare problemi, vuole togliersi dall’impasse e dalla eventualità di una sommossa facendo così passare la decisione finale al popolo ed applicando semplicemente la legge romana.
Davanti a questa evoluzione, Giuda capisce di essere stato usato come strumento per un omicidio politico giudiziario, il suo piano di contenimento del danno ha provocato l’esatto contrario, la morte, atroce del suo Maestro. Giuda che conosceva la legge ebraica sapendo che sotto il dominio romano il Sinedrio non aveva formalmente il diritto di applicare la pena di morte, resta sconvolto dagli eventi.
Che Giuda non avesse previsto la condanna a morte del Maestro trova un indizio testuale proprio nel Vangelo di Matteo. Il testo dice che Giuda si pente e restituisce il denaro “vedendo che Gesù era stato condannato” (Matteo 27,3).
Il suicidio di Giuda è così non il gesto di un traditore scoperto, bensì il crollo morale psicologico di un uomo schiacciato dal senso di colpa per aver causato la fine dell’uomo che amava, del Maestro che aveva seguito negli ideali che egli predicava, anche se nella realtà della teologia cristiana egli fu parte, forse la più importante, del disegno del Padre per la gloria eterna del figlio.

Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it

Giuseppe C. Budetta, Sviluppo troppo rapido della massa cerebrale: elefante-delfino con moduli cerebrali meno efficienti.

Razze estinte di delfini dell’Eocene avevano una massa cerebrale molto superiore a quella degli odierni cetacei. Sviluppo della massa cerebrale meno rapida: Homo Sapiens sapiens.
Negli ultimi settantamila anni, la massa cerebrale di Homo Sapiens sapiens si è andata riducendo, ma è migliorata la resa dei moduli cerebrali. Homo di Neanderthal aveva il volume cerebrale superiore a quella di Homo Sapiens sapiens. …

Leggi tutto nell’allegato: SVILUPPO TROPPO RAPIDO DELLA MASSA CEREBRALE

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

Marco Morucci. Volsinio Capto: Dallo sradicamento di Velzna/Velsena alla rinascita sacrale di Bolsena.

Il Bellum Volsiniense: Il pretesto della rivolta servile.
Il 264 a.C. segna la fine dell’indipendenza politica etrusca. Le fonti antiche (Zonara, Valerio Massimo) descrivono la caduta di Velzna (Volsinii) non come una semplice conquista, ma come un intervento di “polizia internazionale” richiesto dall’aristocrazia locale. I servi (forse una classe media emergente o liberti) avevano preso il potere, occupando il Senato e le ricche dimore. Roma colse l’occasione per annientare l’ultima città-stato sovrana. Il console Marco Fulvio Flacco assediò le mura di Velzna, portandola alla capitolazione totale e dando inizio ad uno dei più grandi trasferimenti forzati di popolazione dell’antichità, da Vietana a Poggio Moscini come ancora oggi testimoniano le diverse tipologie di mura in opera quadrata.

Volsinio Capto: Il bottino come propaganda.
L’espressione “Volsinio Capto” (Volsinii conquistata) divenne il marchio del trionfo di Flacco. Roma non si accontentò della vittoria; procedette ad una sistematica spoliazione dei santuari.
• Le 2.000 statue: Plinio il Vecchio riferisce che Flacco portò a Roma circa duemila statue di bronzo. Molte di queste vennero fuse per coniare moneta o adornare il Foro, ma le più pregevoli furono dedicate nell’Area Sacra di Sant’Omobono.
• Il Donario di Flacco: I frammenti di peperino rinvenuti nel Foro Boario (oggi alla Centrale Montemartini) recano l’iscrizione dedicatoria originale. La struttura, composta da basamenti gemelli, ospitava le sculture sottratte ai templi di Velzna, tra cui forse la celebre testa femminile con corona di edera, simbolo di un culto dionisiaco (Arianna) che i Romani vollero integrare e controllare nel proprio pantheon.

L’Assetto Urbano: Dal Modello Militare al Confinamento.
L’archeologia di Orvieto del VI secolo a. C. smentisce l’idea di una città disorganizzata. La necropoli del Crocifisso del Tufo rivela una pianificazione rigorosa:
• Egualitarismo Oplitico: Le tombe “prefabbricate”, tutte identiche e disposte lungo assi ortogonali, testimoniano una società militarizzata e disciplinata, capace di erigere mura ciclopiche in opera quadrata.
• La Tabula Rasa: Dopo il 400 a.C., la rupe fu sistematicamente svuotata. I superstiti si rifugiarono a Volsinii (Bolsena). Questo sito, sebbene apparentemente nuovo, sorgeva in un’area dove la vita etrusca pulsava già dal IX secolo a.C. (periodo villanoviano), rendendo la fuga un “ritorno forzato” ad una dimensione rurale ma non meno fortificata.

La Resistenza del Sacro: Sacerdoti e Simboli a Bolsena.
Nonostante la città fosse pronta ad accogliere i superstiti dei castelli del circondario furono costruiti nuovi insediamenti (abitazioni precarie e necropoli di emergenza come il Pozzarello e Poggio Moscini), l’identità etrusca si espanse attraverso la casta sacerdotale e le strutture familiari.
• L’Ascia di Nortia: Il ritrovamento a Bolsena di strumenti rituali legati alla dea del destino, Nortia, conferma che il rito del clavus annalis (il chiodo piantato per segnare il tempo) continuò anche dopo la sconfitta. Era un modo per la classe sacerdotale di mantenere il controllo sul calendario e sulla memoria collettiva.
• Gli Aruspici e Selvans: Le iscrizioni dedicate a Selvans (dio dei confini) ed i riferimenti agli aruspici dimostrano che i “dottori della religione” etrusca rimasero influenti. Mentre Orvieto era stata il “muscolo” politico, Bolsena divenne il “santuario della memoria”, dove le donne di alto lignaggio venivano sepolte con corredi che esaltavano il prestigio della stirpe (specchi incisi, fusi d’oro e gioielli) anziché l’appartenenza allo Stato.

La Romanizzazione e la Via Cassia
Nel II secolo a.C., la costruzione della Via Cassia trasformò Bolsena da città distrutta a nodo nevralgico dell’Italia centrale. La città si espanse su Poggio Moscini, dotandosi di monumenti romani (anfiteatro, foro, complessi termali) che però venivano spesso costruiti sopra aree sacre precedenti, in una sovrapposizione continua tra il vecchio mondo etrusco sacerdotale ed il nuovo ordine imperiale.

Il tramonto consapevole di un popolo.
Il caso di Volsinio Capto è unico perché documenta il passaggio traumatico tra due mondi. Se Orvieto rappresentava l’efficienza della città-stato militare fino al IV secolo, Bolsena era l’anima ancestrale, sacrale e familiare che sopravvisse dal IX secolo fino all’assimilazione romana. La distruzione di Velzna non fu solo un saccheggio di 2.000 statue, ma il tentativo — parzialmente fallito — di cancellare una cultura che trovò nelle sue necropoli familiari e nei suoi sacerdoti la forza per non scomparire del tutto.

Bibliografia
– G. M. Della Fina, Volsinio Capto 265-264, Palombi Editori, 2024. (Testo fondamentale per l’analisi del donario e del trionfo).
– S. Stopponi, Il Fanum Voltumnae e i santuari di Velzna, 2011.
– F. Prayon, L’architettura funeraria etrusca, 1989. (Per il confronto tecnico tra l’urbanistica di Orvieto e Bolsena).
– AA.VV., La Dea Nortia e il destino a Volsinii, Atti del Convegno di Bolsena. (Per l’approfondimento sui reperti sacerdotali).
– M. Torelli, Storia degli Etruschi, Laterza. (Per l’inquadramento generale della caduta dell’Etruria).

Autore: Marco Morucci – marcomorucci60@gmail.com

Mario Zaniboni. Le pietre di Jelling.

Le pietre di Jelling (in danese Jellingstenene o anche in inglese Jelling Mounds, cioè Cumuli gelatinosi, chissà il perché) sono due ammassi rocciosi vichinghi in gneiss o granito (basterebbe un’analisi petrografica per stabilirlo, qualora fosse consentito effettuarla, se si ottenesse il permesso per farla, data la gelosia con la quale esse sono protette dalle autorità danesi), che sono stati inseriti, insieme con la chiesa ed i tumuli sepolcrali dei dintorni, nella lista del Patrimonio dell’Umanità (UNESCO) nel 1994. E, per proteggerle dal degrado che continuava ad agire dopo un migliaio di anni soggette all’usura ed agli agenti atmosferici, nel 2011 sono state ricoperte da vetro e lamine in bronzo.
Sono state rinvenute nei dintorni della piccola città danese di Jelling, facente parte del comune di Vejle, sito nella regione dello Jutland; tale sito si trova al numero 1 della Thyrasvej, la strada che porta al villaggio di Jelling. Si tratta di pietre risalenti al X secolo.

La prima, che è la più piccola, è alta 1,85 metri, larga 1,07 e spessa 50 centimetri, fu realizzata per ordine del re Gorm il Vecchio, detto pure il Sonnolento, che nacque verso la fine del X secolo e regnò sulla Danimarca per una quarantina di anni, dopo la morte del padre Hartacnut. La dedicò alla consorte Thyra, forse figlia del re d’Inghilterra Aethelred. Non è dato sapere da dove la pietra provenisse; essa fu notata di fianco alla porta della chiesa, dove veniva usata come panca. La traduzione in italiano dello scritto in danese antico, che fino ad oggi è il primo rinvenuto che sia stato redatto da un re danese, recita quanto segue: “Re Gorm fece questo monumento in onore della sua moglie Thyra, orgoglio di Danimarca”. E, invero, egli la ritenne “orgoglio della Danimarca”, perché, come è ricordato nello scritto, lei si premurò di tutelare i Danesi portando al suo completamento il muro che proteggeva il regno dai tentativi di espansione dei Sassoni meridionali. Inoltre, fu fatta realizzare una palizzata di protezione circolare di 1,4 chilometri di circonferenza a protezione del sito. Lo studio di ciò che resta della stessa fa concludere che ci fosse una sola entrata, abbastanza stretta, situata verso il settentrione; però, pur non essendo stata individuata nessuna traccia, c’è da presumere che ce ne fosse almeno un’altra, più grande, aperta sul lato opposto. Su questa è inciso il testo più antico di un re danese nel quale, per la prima volta, compare il nome Danimarca; è un documento ufficiale scritto fra il 960 e il 985 d.C. Pertanto, questa pietra è un importante simbolo. Alla morte di Thyra, la sua salma fu sepolta in uno dei due grandi tumuli funerari.
Dello scritto, in danese antico, si parlò per la prima volta nel 1584, richiamato in un disegno di Rantzau, inserito in un testo di Caspar Markdanner, uno scudiero danese che fece sistemare la pietra; poi, ne parlò Ole Worm nel 1586.

La pietra più grande è alta 2,43 metri ed è, grosso modo, un prisma con la sezione a forma di un triangolo scaleno irregolare: una delle facce, larga 2,90 metri, porta solo incisioni runiche; su un’altra, di metri 1,62, è l’immagine di un leone avvolto dalle spire di un serpente; infine, sulla terza, larga metri 1,68, è rappresentato Cristo in croce, una delle prime immagini di quel genere comparse in Scandinavia. La pietra fu commissionata dal re Harald Bluetooth, figlio di Gorm e Thyra, per commemorare i suoi genitori, l’unione della Danimarca e della Norvegia in uno stato unico e la conversione sua e del suo popolo dal paganesimo norreno al cristianesimo. E pure di questa pietra si venne a conoscenza nel 1586.
Le pietre fanno da cornice alla chiesa bianca di Jelling ed ai due cumuli sepolcrali che le sono accanto, ammassati un migliaio di anni fa dai re vichinghi Gorn e Harald, alti una decina di metri o poco più e con un diametro di circa 70 metri. Essi sono pressoché identici per dimensioni, forma e modalità costruttive: sono formati da strati di zolle d’erba, sovrapposte con la faccia erbosa rivolta verso il basso. E fra i due cumuli furono messe le due pietre, mentre l’antica chiesa in legno fu sostituita da una in muratura.
E’ stata formulata l’ipotesi che i tumuli fossero il cimitero per i Vichinghi, ma forse non è così, perché, malgrado le serie di scavi effettuati, non è stata individuata nemmeno una tomba; anzi no, una tomba, una sola, è stata trovata e conteneva preziosi reperti fra i quali faceva bella mostra di sé la preziosa “coppetta di Jelling”, che si è dimostrata molto importante ed è conservata presso l’annesso museo denominato “Casa dei Vichinghi”, esposto all’ammirazione dei visitatori.
I tumuli sono praticamente il simbolo della nascita del regno di Danimarca e dell’avvento della cristianizzazione del suo popolo. A parte il loro inserimento nell’UNESCO nel 1994, essi sono ritenuti tanto importanti da riportare la raffigurazione sui passaporti danesi delle pietre, dei tumuli e del sito archeologico. Del resto, esse spesso sono ritenute il Danmarks dåbsattest (Certificato di battesimo della Danimarca), come fu definito dallo storico d’arte Rudolph Braby-Johansen negli anni ’30 del XX secolo, giacché esse rappresentano l’unificazione del regno sotto un solo sovrano e la conversione dei Danesi dal paganesimo norreno al cristianesimo.
Dopo un migliaio di anni di esposizione agli agenti atmosferici, nelle pietre sono state evidenziate crepe, per cui, dopo un attento esame effettuato da esperti dell’UNESCO il 15 novembre 2008, si decise di portarle al coperto per proteggerle da ulteriori danneggiamenti e dove sarebbero potute essere ammirate dai visitatori. Nel mese di febbraio 2011, si è scoperto che le pietre erano state imbrattate con la scritta GELVANE su entrambi i lati in vernice verde insieme con graffiti dello stesso colore; per di più, lo stesso trattamento toccò ad una lapide e alla porta della chiesa. Dopo infruttuose ricerche, alla fine si individuò il colpevole del malfatto, un quindicenne affetto dalla sindrome di Asperger (un disturbo dello spettro autistico), e si comprese che la parola non aveva nessun significato. Comunque, e meno male, la vernice non si era ancora indurita, per cui fu possibile eliminarla del tutto.
Ma poi fu stabilito dall’Agenzia del Patrimonio Danese di lasciare le pietre dove si trovavano, sotto la protezione del Museum Act, con la ferma intenzione di vietare qualsiasi attività che possa danneggiare o creare problemi agli importanti monumenti; e ciò fissando un’area del diametro di un centinaio di metri da tenere libera attorno a loro. E, nello stesso tempo, fu emanato un concorso in merito alle modalità da seguire per proteggere sia le pietre sia i tumuli. I progetti presentati furono addirittura 157 e chi vinse fu la Nobel Architets, che propose una struttura in vetro e bronzo atta a proteggerle dalle intemperie, dall’umidità, dalle elevate temperature e dall’usura, lavoro che fu portato a termine nello stesso 2011.
Le pietre sono situate vicino alla chiesa di Jelling e sono accessibili al pubblico. Il sito è un’importante attrazione turistica ed un luogo di interesse storico per chi desidera conoscere la storia vichinga e l’evoluzione della Danimarca.
In sintesi, le pietre di Jelling non solo rappresentano un’importante testimonianza storica, ma sono anche un simbolo della cultura danese e della sua evoluzione nel corso dei secoli.
In definitiva, ribadendo quanto di estrema importanza è stato anticipato più sopra, queste pietre che, in quanto a forma non sono un granché, rappresentano l’evoluzione della storia vichinga in seno alla Danimarca e alla Norvegia, facendole diventare un sito di interesse storico e di attrazione culturale per il turismo, il tutto basato sulla nascita di quello Stato, diventato unico, e sulla conversione del popolo danese dal paganesimo norreno al cristianesimo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

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