Giuseppe C. Budetta, Aspetti anatomici ed evolutivi in alcune specie di mammiferi.

Nell’Uomo, la diversificazione funzionale degli arti superiori, più accentuata rispetto alle altre specie, è diametralmente opposta a quella dei delfini. In Homo Sapiens sapiens, la carotide e succlavia di sinistra si staccano direttamente dall’aorta….

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Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com

Mario Zaniboni, Fascia di buche in Perù.

Fra le tante scoperte fatte dai ricercatori che si interessano dei vari siti archeologIci in giro per il mondo una, che li ha lasciati perplessi, è stata resa pubblica negli anni ’30 del secolo scorso: durante il loro lavoro, hanno individuata una fascia di buche sul crinale di Monte Sierpe (Monte Serpente) situata sull’altopiano di Nazca, nella Valle di Pisco in Perù. Si tratta di 5.200 buche (sì, proprio 5.200) di uno o due metri di lato e profonde da mezzo a un metro, distribuite in modo da formare una fascia lunga un chilometro e mezzo. Qualcuna è rivestita all’interno da pezzi di roccia.
L’origine delle buche è lontana nel tempo, risalente al periodo preincaico, ed è stata per decenni e decenni un rebus, la cui soluzione sfuggiva ai ricercatori intensamente impegnati nel risolverlo.
Finalmente, forse, fu fatta luce sul mistero, come risulta dai risultati di un lungo e laborioso studio portato avanti da esperti e reso pubblico attraverso la rivista specializzata Antiquity: in effetti, si è giunti a definire la ragione per la quale quelle fosse furono escavate, o… quasi.
Secondo il nutrito gruppo di studiosi, quella sequenza di buchi praticata sul Cerro Viruela (Collina del Vaiolo, così denominato perché il suo aspetto ricorda quello della cute umana colpita da quella malattia) è stata realizzata con la funzione di mercato a cielo aperto dalla gente Chincha per diventare, successivamente, un modo per il pagamento delle tasse alle autorità.
E’ questo quanto sono riusciti a scoprire gli studiosi della Facoltà di Lettere dell’Università australiana di Sydney e dell’Australian Museum Research Institute, con i quali hanno collaborato colleghi dell’Università della Florida del Sud (USA), del McDonald Institute for Archaeological Research dell’Università di Cambrigde (Regno Unito), della Facoltà di Storia di Arte e Archeologia dell’Università di Parigi e del Panthèon-Sorbonne (Francia). Questa nutritissima compagine fu coordinata dal dottor Jacob L. Bongers, la cui professionalità era quella di ricercatore specializzato di archeologia della Disciplina di Archeologia dell’Università australiana.
I risultati delle loro ricerche derivano soprattutto dalle analisi micro e macroscopiche dei contenuti delle fosse.
I ricercatori, dopo aver ritenuto che le buche fossero state escavate per farne cisterne di acqua (ma erano necessarie così tante, su una collina arida ed improduttiva?), ma poi hanno indirizzato le loro ipotesi diversamente. Gli approfonditi studi attuali hanno fatto formulare un’ipotesi che sembra più accettabile, dopo i risultati degli esami microscopici dei contenuti dei buchi: ebbene si è trovato polline di mais, cultura fondamentale nella dieta dei preincaici, insieme con i resti di piante, quali orzo e grano; e pure resti di giunco, salice, canne, cioè tutte piante che fornivano il materiale giusto per la costruzione di cesti. Tutto questo ha fatto maturare l’idea che i mercanti, fra il XIV e il XV secolo, riempissero le loro derrate nei cesti che, poi, erano collocati nelle buche.
Per quanto attiene ai dati macroscopici, si sono usati i droni, che hanno consentito la realizzazione di una mappa del sito. Inoltre, questi hanno consentito di valutare la forma della fascia di buchi, giungendo alla conclusione che è quella di un khipu degli Inca, cioè quella di uno strumento costituito di corda annodate usato nella contabilità.
La conclusione di tutto il discorso è che, pur essendo stati scavati in un luogo di mercato, era stata cambiata la funzione dei buchi, facendoli diventare il punto di deposito delle tasse a disposizione degli esattori. Ma il dubbio in merito al perché si devono scavare buche per accumullarvi all’interno le tasse naturaalmente resta.
Comunque, qualsiasi sia la ragione per la quale le buche sono state escavate, resta sempre il fatto di avere sotto gli occhi una struttura eccezionale, che è costata un enorme lavoro eseguito in un numero eccezionalmente alto di ore impiegate: lavoro utile o no? Il mio parere non servirà a nulla, però lo esprimo lo stesso: mi sembra impossibile che si sia eseguito un lavoro tanto imponente, addirittura faraonico, per le ragioni che si sono individuate: già, ma allora per quali?

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Sfere metalliche di Klerksdorp.

Nei primi anni ’80 del XX secolo, a Ottosdal, piccola città del Transvaal occidentale, nei pressi della città di Klerksdorp in Sudafrica, in una cava di pirofillite, sostanza morbida che si forma per la trasformazione metamorfica di sedimenti e che viene utilizzata come isolante elettrico, furono trovate sfere, denominate “Sfere di Klerksdorp” o anche “Sfere di Ottosdal”, con il diametro da 1 a 2 centimetri; esse, in genere, sono di varie forme, andando da quella elissoidale alla subsferica oppure sono decisamente di forma irregolare.
Questa scoperta ha messo in movimento studiosi di tutto il mondo. All’università di Potchefstroom, sita non lontano di Johannesburg nel Sudafrica, il gruppo di studiosi coordinato dal Professor A. Bisschoff, che ha avuto modo di esaminare la documentazione relativa, ha espresso il suo giudizio in merito alla composizione delle sfere: per lui, il materiale è costituito da limonite, un minerale che è composto di ematite (Fe2O3), goetithe [FeO(OH)], wollastonite (CaSiO3) e vari ossidi di ferro, tutti in proporzioni variabili.
La limonite talora è in grado di formare concrezioni sferiche, come le sfere stesse, mentre i solchi che si trovano sulla loro superficie può dipendere da un processo di consolidamento naturale che, pur essendo raro, può verificarsi. La loro origine è stata stimata dai 3,2 ai 2,8 miliardi di anni fa, in piena età precambriana. Hanno colorazione fra il rossastro ed il bruno, causata dalla ricchezza in ferro e da processi di alterazione avvenuti nel tempo. E’ stato dimostrato che su quelle sfere si trovano sfregi o graffi caratteristici, derivanti dal contatto con altre superfici. Le sfere sono state identificate come concrezioni naturali, ma attorno alle stesse si sono sviluppate teorie, che non si possono definire che pseudoscientifiche, secondo le quali sono state prodotte da civiltà, tecnicamente e tecnologicamente molto avanzate, esistite ancora prima dell’ultima glaciazione; e non sono mancati coloro che hanno sostenuta la loro origine aliena, cioè extraterrestre. Pertanto, è aperta una discussione fra questi ultimi ed i geologi e gli studiosi che confutano tali ipotesi, ritenendole frutti di immaginazione e fantasia. Quelle che si trovano non ossidate né alterate, sono di pirite (FeS2) di un bel colore giallo chiaro. La parte superficiale presenta, talora, scanalature o creste ad andamento parallelo: ebbene, è stato dimostrato che sono segni caratteristici derivanti dall’essere in corrispondenza delle superfici di stratificazione delle rocce.
All’interno, le sfere hanno una struttura radiale, caratteristica di questo tipo di concrezioni, che va dal centro alla periferia. La loro durezza, secondo la scala di Mohs, è fra 4,0 e 5,0, per cui appartengono ai materiali semi duri, quali la fluorite e l’apatite, che si rigano con una punta d’acciaio.
Ed ecco la domanda di prammatica: scientificamente, come si spiega la formazione di quelle sfere? Il loro studio fu affrontato negli anni ’30 del XX secolo, quando ancora non si erano fatte ipotesi che non fossero di origine naturale. Esso fu ripreso negli anni ’80 ed i primi risultati dimostrarono che le sfere erano di limonite, come ricordato più sopra, che sovente si trova in noduli. Solo con studi e ricerche approfonditi si giunse, alla fine ed una volta per tutte, a stabilire cosa si aveva in mano dal punto di vista chimico e mineralogico.
In occasione del ritrovamento delle sfere, si notò che esse erano tutte in uno strato di basso spessore di sedimenti vulcanici che il metamorfismo trasformò in pirofillite. Tutto questo è suffragato dalla conoscenza scientifica. Ma, come capita abbastanza solitamente, non tutti sono disposti ad accettare quanto è espresso da coloro che sembrano saperne di più. E la gente spesso è indirizzata su vie dove la realtà è malamente interpretata.
Le sfere sono concrezioni naturali e, pertanto non sono nulla al di fuori della norma. Ma di quando in quando si ritorna su quanto era stato detto sui noduli negli anni ’80, per cui si sono avviati studi che hanno portato all’elaborazione di teorie, da definirsi pseudoscientifiche, come si è detto, che poi, una per una, sono state tutte confutate.
Ma coloro che sono dell’avviso che le sfere non siano naturali sono di una molteplicità incredibile e con convinzioni irriducibili.
Verso al fine del XX secolo, ci fu l’intervento dei due scrittori Michael A. Cremo e Richard L. Thomson, che sono stati gli autori di diverse opere riguardanti la Forbidden Archeology (Archeologia Proibita): essi ribadivano la convinzione che quelle sfere erano dovute all’intervento umano, prendendo come supporto anche quanto riportato in una lettera, datata 1984, del curatore del museo che le ospita, Rolfe Marx: secondo il suo parere e quello di altri, esse non possono che essere il frutto di attività umana; ciò suffragato anche dal fatto che una delle sfere sue ospiti mostrava dei segni o solchi paralleli lungo la sua parte equatoriale, che sicuramente non possono essere stati formati da processi naturali. A dar manforte a quelli che erano convinti della origine di attività umana delle sfere, elemento molto interessante è ciò che ha pubblicato, un rappresentante della Società Epigrafica di Erlington con sede in Virginia (USA), cioè che, secondo il suo parere, le sfere non sono un prodotto della natura, bensì artefatti, per cui, se così fosse, essi sarebbero stati realizzati da una civiltà umana, con un grado di conoscenza tecnica molto avanzata, che avrebbe calpestato il suolo della Terra ancora prima del Diluvio Universale.
Con il trascorrere del tempo, si accrebbe il numero di coloro che ritenevano che le sfere, essendo fuse, fossero state prodotte dall’uomo, ma forse ciò fu dovuto al fatto che essi non hanno avuta la possibilità di esaminarne qualcuna all’interno; queste erano costituite da una lega di nichel e acciaio più duro del solito. La convinzione dell’origine umana era talmente radicata che la loro descrizione fu inserita sulla rivista statunitense Scope Magazine. E questa teoria ebbe sempre più sostenitori, il cui numero, soprattutto fra il 1993 e il 1999, si accrebbe sentitamente. Però, ciò fa nascere una domanda che non può avere nient’altro che una risposta negativa: a quei tempi (i diversi miliardi di anni ricordati più sopra), l’uomo era già sul pianeta Terra? Sembra di poter affermare, almeno con le conoscenze attuali, che l’uomo non c’era affatto.
Così, le sfere metalliche furono inserite nel “top 10”, che riporta gli “Out of Place Artifacts” (OOPArts), vale a dire nella lista di quegli oggetti usciti dalle mani dell’uomo, di interesse storico, artistico, archeologico o paleontologico, rinvenuti in un ambiente insolito, che mettono in dubbio la storia così come la si considera oggi. Quando, poi, la fantasia galoppa, si possono avere risultati e pareri che lasciano perplessi, come, per esempio, quando, nei primi anni del 2000, un gruppo di ufologi, formato da studiosi degli oggetti volanti extraterrestri, si disse convinto che le sfere di Klerksdorp sono state inserite in rocce formatesi nel periodo precambriano da una civiltà aliena e che, quando fossero state aperte, avrebbero rivelato i segreti dell’universo intero. Sono storie inventate e leggende, giacché essi non ne hanno mai aperta qualcuna, o non ne hanno mai avuta la possibilità, per farne le analisi chimica e mineralogica, e da queste trarne le giuste conclusioni.
Tutto questo è stato affrontato dai tecnici che, muniti dell’adeguata strumentazione, costituita da microscopi ottici e rifrattometri ai raggi X, hanno approfondite le analisi petrografiche e mineralogiche che si fanno in questi casi.
Un po’ visionario è stato il curatore del Museo di Klerksdorp, del quale si parla nello stesso articolo della rivista Scope Magazine già citata: egli ha affermato di aver notato che una delle sfere ruotava piano piano su se stessa in una vetrina dell’esposizione, per cui si trattava di un oggetto tecnologicamente avanzato. Ma il parere dei tecnici fu tranchant: non si trattava nient’altro che del risultato delle vibrazioni trasmesse attraverso il suolo dei lavori minerari in attività poco lontano.
Si può concludere questa chiacchierata sulle sfere metalliche di Klerksdorp dicendo che, almeno sino a oggi, esse rappresentano un mistero che gli scienziati non sono riusciti a svelare; forse, solamente con tecniche avanzate si potrà finalmente togliere il rompicapo che le avvolge e che si sintetizza nei due quesiti: CHI SIETE? e COSA SIETE?

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

BOMARZO (Vt). L’insediamento rupestre di Monte Casoli.

L’area archeologica di Monte Casoli si trova in prossimità della cittadina di Bomarzo, ed è situata all’interno della Riserva Naturale Regionale istituita nel 1999. Il sito è raggiungibile percorrendo una strada campestre, sconnessa e tortuosa, che inizia dal famoso “Parco dei Mostri”. Superato l’ingresso del Parco, percorsi alcune centinaia di metri, si presenta un bel panorama dell’altopiano di Monte Casoli (fig. 1), caratterizzato da numerose grotte scavate dall’uomo. Si percorre questa stradina fino ad arrivare ad un piazzale dove parcheggiare l’auto, quindi si prosegue a piedi fino alla chiesetta di Santa Maria di Monte Casoli, posta in alto rispetto alla strada.
Questa chiesa dalla facciata semplice e piccolo campanile a vela (fig. 2) risale al XVI secolo, presenta una navata unica ed un’abside rettangolare, fu realizzata su una precedente chiesa rupestre a tre absidi del periodo romanico, scavata nel banco di tufo. All’interno della chiesa, sul muro di fondo dell’abside e sul retro dell’altare settecentesco, si trova una stretta nicchia semicircolare dalla quale inizia un breve cunicolo che conduce ad un piccolo ambiente, relativo all’abside centrale della chiesa romanica, dove si trova un affresco con due figure di santi, una delle quali rappresenta l’arcangelo Michele che trafigge il drago. Le immagini sono molto rovinate ma in alcuni punti si notano ancora dei colori vivaci,
Dalle fonti consultate, relativamente a questo antico settore della chiesa, non vi sono notizie di scavi o rilievi scientifici, ma solo di sopralluoghi da parte di alcuni ricercatori; tali ambienti, pertanto, sono ancora in fase di studio e ricerca.
A poca distanza dalla chiesa si trova un largo fossato che rappresenta una delle antiche opere di difesa di Monte Casoli; un altopiano lungo quasi due chilometri e mezzo e largo circa 250 metri, delimitato da due profonde “forre”, la prima situata a nord dove scorre il torrente Vezza e l’altra a sud con il fosso di Monte Casoli (o Sodera), entrambe le forre confluiscono al vertice orientale dell’altura.
Il sito, oltre ad essere difeso da ripide pareti di tufo, era ulteriormente protetto da diversi fossati scavati dall’uomo; il più imponente tra essi presenta sulla parte interna i resti di probabili fortificazioni etrusche, ed accanto ad esse sono visibili i ruderi di un’opera fortificata di epoca successiva. La parte superiore di questa struttura è costituita da blocchi di tufo a sezione quadrata legati da malta, mentre nella parte inferiore si notano tre filari di blocchi di diversa misura, disposti di testa e di taglio senza malta, che indicano una riutilizzazione di preesistenti opere difensive.
Il fossato sbocca sul fianco meridionale dell’altura e, attraverso una porta scavata nel tufo, costeggia dei suggestivi e grandi colombai, dirigendosi verso il fosso di Sodera; una fila muraria, inoltre, proteggeva il versante meridionale.
Durante il periodo etrusco, oltre a svolgere una funzione difensiva, non è da escludere che il fossato servisse per incanalare e far defluire, tramite cunicoli sotterranei, l’eccedenza di acque piovane provenienti dall’altopiano.
A Monte Casoli sono evidenti, quindi, le tracce di diversi insediamenti fortificati, i più remoti dei quali risalgono all’epoca etrusca. Si può ipotizzare che verso la fine del IV – inizio del III sec. a.C. i suoi abitanti realizzarono delle opere difensive in prospettiva della minaccia romana; è in questo periodo, infatti, che le mire espansionistiche di Roma si spinsero al controllo delle valli del Tevere e del Nera, ed è probabile che oltre alle mura furono realizzati anche i fossati. Questo sistema difensivo, tuttavia, fu adottato anche nel corso del medioevo, per cui permane l’incertezza sull’originario periodo di realizzazione.
Il territorio di Bomarzo entrò nell’orbita di Roma dal 283 a. C. e fu ascritto alla tribù Arnensis. Le fonti documentarie ed archeologiche relative a questo periodo non sono moltissime, come se il periodo romano non avesse lasciato a Monte Casoli delle evidenti testimonianze storiche, così come era invece avvenuto per l’epoca precedente; ciò è dovuto, probabilmente, all’ormai consolidata “pax romana” che aveva reso superfluo l’arroccamento della popolazione in siti fortificati e di difficile accesso. È plausibile, quindi, che l’altopiano di Monte Casoli durante la lunga fase del dominio di Roma non fosse più abitato stabilmente, ma solo frequentato da pastori con le loro greggi oppure sfruttato per il taglio del legname.
Durante il periodo imperiale questo territorio fu interessato da un radicale cambiamento sociale ed economico, dovuto alle numerose fabbriche e fornaci che producevano grandi quantità di materiale edilizio (tegole, mattoni, ecc.) destinato all’enorme mercato di Roma ed al traffico commerciale che sfruttava la vicinanza del Tevere per il trasporto del materiale; la maggior parte degli insediamenti, pertanto, era situato in pianura e in prossimità delle vie di comunicazione.
Dopo la caduta dell’impero e le successive devastanti ondate di popoli invasori anche questa zona conobbe una profonda crisi seguita da un vistoso calo demografico dovuto alle guerre, ai saccheggi alle pestilenze; l’insediamento sparso di pianura fu progressivamente sostituito da abitati arroccati su alture difese da mura, fossati e torri; ed è probabile che in questo travagliato momento storico sia avvenuta la nuova occupazione di Monte Casoli in funzione di insediamento fortificato.
Nel 607 la linea di confine tra Tuscia longobarda e Tuscia romana correva proprio sul torrente Vezza; Bomarzo e il suo territorio rientravano nel Ducato romano.
Per più di due secoli, dal 740 al 962, questa zona passò di mano numerose volte, dai Longobardi ai Franchi e, intorno al X secolo, fu invaso dagli “Ungari” che portarono ulteriori devastazioni.
Intorno al XIII secolo a Monte Casoli viene edificato il castello, ampliata la chiesa e definito l’abitato. Nel 1280 si verificarono diversi episodi di belligeranza con il vicino feudo di Vitorchiano che portarono alla parziale distruzione del castello. Successivamente, nel 1293, il castrum passò sotto la signoria di Viterbo ma pochi anni dopo, sotto il pontificato di Bonifacio VIII, il possedimento divenne parte del Patrimonio di San Pietro e fu gravato di tasse sul focatico, un’imposta a carico di ogni nucleo familiare.
Il possedimento di Mons Casuli rimase dominio del Patrimonio almeno fino al 1359, quando fu dato in dote a Vannozza degli Orsini e restò proprietà di questa potente famiglia fino al XVI secolo. È perlomeno singolare il fatto che Mons Casuli nell’anno 1416, pur risultando fra le terre “destructe et inhabitate”, risulti ancora tassato di tributi da pagarsi in sale.
La caratteristica più rilevante di Monte Casoli, indubbiamente, è rappresentata dalle numerose cavità scavate nel tufo, tanto che il sito può essere definito la “Pantalica dell’Etruria”, per la suggestiva somiglianza con quest’area archeologica che si trova in provincia di Siracusa.
Nella parte meridionale dell’altopiano, esposti a sud-est, lungo il versante che guarda verso il fosso Sodera, si trovano circa quaranta cavità scavate nel tufo, quasi tutte situate su uno stesso livello, per una lunghezza complessiva di diverse centinaia di metri.
Le grotte (fig. 4), hanno una tipologia costruttiva abbastanza simile; sono organizzate su uno o più vani a pianta quadrangolare con soffitto piano e banchine lungo le pareti nelle quali si trovano delle nicchie di forma e dimensioni diverse, usate per riporre oggetti di uso quotidiano. Sono provviste di piccole finestre ricavate in facciata e di canaletti per lo scolo delle acque piovane.
Gli studi sull’originaria funzione di queste strutture rupestri sono ancora in corso, in quanto non è affatto semplice capire se erano delle tombe etrusche riutilizzate, oppure furono realizzate appositamente nel medioevo per ospitare dei nuclei familiari. L’ininterrotta frequentazione dell’uomo nel corso dei secoli ha alterato, e forse cancellato per sempre, qualsiasi testimonianza utile. Queste cavità, in effetti, potrebbero essere state delle tombe realizzate in epoca etrusca, in quanto i resti dell’insediamento abitato di IV-III sec. a.C. sono a pochi passi e la tipologia delle sepolture di questo periodo non si discosta di molto da quanto è rimasto sull’altopiano. Nonostante ciò le caratteristiche dell’insediamento etrusco di Monte Casoli (in assenza di scavi archeologici non vi sono molti elementi per delineare un esauriente quadro storico) non sono paragonabili per importanza e ricchezza agli insediamenti di Norchia, Castel d’Asso o San Giuliano che ostentano sfarzose e ricche necropoli rupestri. Questi sepolcreti, oltre ad esaltare lo status sociale dei proprietari, furono realizzati in modo da essere visti dal vicino centro abitato o dalle arterie stradali che li costeggiavano.
A Monte Casoli, però, non vi è una situazione simile, il centro abitato più vicino, verso il quale le grotte sono rivolte, è Bomarzo ma questa cittadina, durante il periodo etrusco, non sembra essere stata un’importante polis dal punto di vista strategico o politico. Vi è poi un’altra considerazione da fare; sembra eccessiva la ristrutturazione che sarebbe stata effettuata su questi ambienti rupestri per adattarli ai nuovi bisogni abitativi. È storicamente accertato che l’uomo, fin dai tempi più remoti, ha sempre cercato di rispettare gli ambienti destinati ai defunti, anche se antichi di secoli, ritenendoli dei luoghi sacri e non idonei per vivere. Con il passare del tempo, o in mancanza di meglio, non era certamente escluso l’utilizzo di tali luoghi per ricoverare gli animali domestici o sistemare attrezzi da lavoro, ma senza distruggere completamente le testimonianze precedenti, considerando che, quasi sempre, l’uomo cerca di utilizzare al meglio ciò che trova, risparmiando tempo ed energie.
La quasi totalità delle grotte di Monte Casoli, inoltre, è posta nel versante dell’altopiano esposto verso sud-ovest, una condizione ottimale per l’uso abitativo; nel settore nord-ovest, invece, queste costruzioni sono assenti e gli ambienti ipogei qui presenti sono stati realizzati, probabilmente, per essere magazzini di derrate alimentari o depositi di altro genere.
Vi sono, infine, delle testimonianze di storie e leggende tramandate a Bomarzo, riportate dalla studiosa Maria Paola Baglione. In queste storie si narra come gli abitanti della cittadina, durante i frequenti eventi bellici del medioevo, cercassero rifugio presso le grotte di Monte Casoli; e ancora oggi per i bomarzesi queste strutture furono delle abitazioni e non delle tombe, tra l’altro il nome stesso “Mons Casuli” può tradursi con “Monte delle case”.
Vi sono, quindi, indizi sufficienti per considerare le strutture ipogee di Monte Casoli una costruzione tipica dell’alto medioevo realizzata con finalità abitative e frequentate per lunghi periodi. L’insediamento era in un luogo sicuro e difendibile, vicino a corsi d’acqua, disponeva di pascoli per gli animali domestici e fitti boschi di querce per i maiali. Dei piccoli appezzamenti di terreno coltivati ad orto consentivano di raccogliere il necessario per andare avanti e le attrezzature di lavoro più comuni, come macine o presse per l’uva e l’olio erano ricavate nella pietra locale; a poca distanza vi era un luogo culto, anch’esso in grotta, dove la piccola comunità poteva incontrarsi. Le abitazioni avevano, probabilmente, una struttura lignea esterna, appoggiata all’ingresso della grotta, che aumentava la capienza dell’ambiente, rendendo più confortevole la vita quotidiana.
Vi erano poi dei grandi colombai (fig. 4) realizzati sui costoni tufacei, utilizzati per l’allevamento dei colombi. Queste strutture potevano ospitare migliaia di volatili utilizzati per uso alimentare e per il guano impiegato come fertilizzante. I colombi hanno ridotte necessità di cura e controllo da parte dell’uomo e in caso di assedio da parte di forze nemiche sono in grado di procurarsi autonomamente il cibo e rientrare nelle loro cellette superando qualsiasi blocco ed ostacolo.
Nell’insediamento di Monte Casoli, in conclusione, sono presenti delle importanti testimonianze del periodo alto-medioevale, un’epoca durante la quale, per trovare rifugio dai pericoli, dai tormenti e dall’insicurezza sociale, l’uomo tornò ad abitare nelle grotte come i nostri antenati della preistoria.

Didascalie immagini:
Fig. 01 – Panorama di Monte Casoli con le grotte
Fig. 02 – Chiesa di Santa Maria di Monte Casoli
Fig. 03 – Veduta ravvicinata delle grotte
Fig. 04 – I colombai

Autore: Roberto Giordano – roberto.giordano@aruba.it

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