Michele Zazzi. La carica magistratuale etrusca dello zilath mechl rasnal.

La carica magistratuale dello zilath (zilat, zilax, zilc, zilx) è attestata da iscrizioni funerarie rinvenute in gran parte dell’Etruria: Caere, Tarquinia, Vulci, Volsini, Vetulonia, Chiusi, Cortona, Bologna ed altri centri minori.
Le iscrizioni si riferiscono al periodo IV – I secolo a.C. (con la sola eccezione di quella sul cosiddetto cippo di Rubiera databile al VII – VI secolo a.C.) e riguardano la principale magistratura della fase repubblicana che comportava variamente, a seconda del contesto e del periodo, poteri politici, militari e sacrali.
Il termine Zilah compare prevalentemente da solo ma talvolta anche con attributi che ne specificano la sfera di competenza.
Tra quest’ultime vi è anche lo zilath mechl/mechln/mexl/ rasnal, magistratura che è stata rinvenuta a Tarquinia (due volte), Volsini e Cortona, ma non nei rispettivi centri minori.
Dal cursus honorum di Vel Lathithes (TLE 233), deposto nella Tomba Golini 1 ad Orvieto, si apprende che ricoprì oltre ad alcune cariche minori locali (maronato e purthanato) anche quella di zilath del popolo chiusino: “mechlum rasneas clevsinsl zilachnve” (iscrizione parete di fondo, parte destra) .
Un membro della gentes spurinas deposto nella Tomba dell’Orco 1 a Tarquinia fu “zilath mechln rasnal “ (TLE 87).
Anche il tarquiniese “Larisal Crespe Thanchvilus Pumpnal clan” fu “zilath mechl rasnas” (TLE 137).
La carica in oggetto risulta rivestita anche da larth cucrina, che viene indicato nella Tabula Cortonensis (vedi faccia A, riga 24) come il magistrato autore/testimone dell’atto. Inoltre in altra parte dello stesso testo è contenuta la datazione del contratto con l’indicazione dei due magistrati (zilci) eponimi (e cioè Larth Cusu figlio della Titinei e Laris Salini figlio di Aule).
Venendo all’interpretazione della carica alcuni studiosi ritengono che la stessa fosse attribuita ad un magistrato federale con competenza su tutta l’Etruria, il magistrato supremo della Lega etrusca. Secondo un’altra opinione (oggi prevalente) lo zilath mechln rasnal sarebbe stato il magistrato principale di ogni città-stato ed avrebbe esercitato le sue funzioni su tutto il territorio della stessa, mentre il normale zilath avrebbe ricoperto la carica nei centri minori
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Sulla carica zilath mechln rasnal cfr, tra gli altri:
– Adriano Maggiani, Magistrature Cittadine, Magistrature Federali in La lega Etrusca Dalla Dodecapoli ai Quindecim Populi, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2001, pagg. 37 e ss;
– Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi Storia e Civiltà, UTET, 2015, pag. 183.

Immagini della Tomba dell’Orco a Tarquinia, della Tabula Cortonensis e della rappresentazione delle pitture della parete di fondo, parte destra della Tomba Golini 1 di Orvieto.

Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it

Alessandro Daudeferd Bonfanti. L’Urvolk della Cultura megalitica e del bicchiere campaniforme: un’Europa indoeuropea ab imis.

In queste poche righe riassumerò molti anni di studio condotti con profonda passione e grande perizia, palesate esse nella dovizia di dati che sto per offrirvi. Cercherò ad uopo di essere molto semplice e spedito nella descrizione di quei popoli che nell’antica età calcolitica diffusero in Europa la loro cultura e spiritualità, ancor oggi ben visibile nelle loro architetture funerarie note nelle specifiche forme di dolmen, menhir e cromlech. …

Leggi tutto nell’allegato: L’Urvolk della Cultura megalitica e del bicchiere campaniforme un’Europa indoeuropea ab imis

Autore: Alessandro Daudeferd Bonfanti – daudeferd@email.it

Michele Santulli. Il 9 ottobre 2022 a Roma.

Giornata splendida, 25 gradi. Via Tuscolana, terzo mondo ma non ci sono più sui marciapiedi le bancarelle e la pista delle bicilette si snoda funzionale, pur senza biciclette. Lo spettacolo della incredibile quantità di bidoni della spazzatura, quasi tutti sporchi, luridi o sgangherati, è semplicemente desolante, terzo mondo!
Sono stato alla Università La Sapienza dove si leva il Monumento di Amleto Cataldi agli studenti caduti nella I Guerra MMondiale, inaugurato solennemente il 1920 e da allora mai curato o manutenuto. Ora grazie al nuovo Rettore, una donna, la professoressa Polimeni, di concerto con l’arch. Marino, una donna, direttrice dell’Istituto Centrale per il Restauro, ne hanno affidato i lavori di ripristino che saranno terminati il 30 ottobre: una folta schiera di tecnici ne sorveglierà lo svolgimento.
Passando sul Lungotevere davanti alla Sinagoga ho notato molto movimento; essendo ottobre si pensa alla festività del Kippur. Ho lasciato mia moglie in macchina in un parcheggio libero un pò distante e mi sono avviato verso l’antico Ghetto, passando, ricordo, per Via del Pellegrino: uno scorcio di Roma antica unico, irripetibile, splendidi palazzi e chiese e piazzette: quante sensazioni! Tanti turisti in giro. Ma incredibile il degrado e l’assenza totale di manutenzione; in un angolo un mucchio di immondizia, cartacce un pò dovunque, perfino erbacce in quantità lungo i muri: sotto un portico addirittura un letto con valige, cuscini, ecc.
A Roma antica, oggi! bisognerebbe introdurre di nuovo almeno la berlina ed esporre al pubblico ludibrio i colpevoli di tale disastro, altrimenti le cose non cambieranno mai! Vengono a mente le parole di Goethe scritte nel lontano 1786: “questo popolo pur vivendo in mezzo alle magnificenze e alla maestà della religione e dell’arte, non è dissimile di un capello da quel che sarebbe se vivesse nelle caverne e nelle foreste”. Nulla è mutato.
Quale emozione e quale atmosfera: se solo fossero gli svizzeri o i francesi o i tedeschi a gestire tale incomparabile unico contesto architettonico e storico!
Arrivo al Ghetto, è un luogo in cui sostare e guardarsi attorno è una emozione. Quanta gente. Mi avvicino a qualcuno e chiedo: mi spiegano che il Kippur è passato da pochi giorni, oggi è la giornata del quarantennale dell’attentato alla Sinagoga, una commemorazione solenne di quel fatto terribile in cui vi fu anche la morte di un bimbo. Mi commuove vedere bimbi con la kippah: fortunati, mi dicevo. Scoperto il motivo dell’assembramento, rifaccio un percorso che amo fare e cioè imbocco Via della Reginella: un vicoletto la cui sola vista suscita pensieri e ricordi e ti avvolge in un‘atmosfera particolare. Davanti agli usci delle abitazioni ogni tanto vedi le cosiddette pietre di inciampo e cioè quelle piastre di ottone quadrangolari di circa 10×10 cm conficcate nel terreno dove è scritto un nome, delle date e delle località; sono le vittime di quell’immondo e ladro kappler nazista:16.X.1943 Auschwitz.
Al termine di via della Reginella si apre una piazzetta e al centro lo spettacolo che veramente trasporta in un mondo differente di bellezza e di perfezione: la cinquecentesca Fontana delle Tartarughe: quale gioia degli occhi e quale godimento, quale fortuna poterla ammirare, integra, ancora oggi: è qui che si dovrebbero collocare i carri armati a protezione di tali tesori unici al mondo!
Torno indietro e vado all’incontro di un mio figlio. Stiamo un pò assieme ad una delle tante trattorie dei vicoli della Roma di Via Monserrato. Anche qui quale atmosfera impagabile ma anche qui, guardandoti attorno, si rimpiangono gli svizzeri o i francesi o i tedeschi a gestire tale incomparabile eccezionale patrimonio! Poi andiamo alla residenza dei miei in Via Po. Mentre ci intratteniamo, noto un palazzone in vetro di quattro o cinque piani dove in caratteri cubitali sulla facciata è scritto: ISTITUTO NAZIONALE PER L’ANALISI DELLE POLITICHE PUBBLICHE: mai sentito nominare, che cosa sarà mai? ANALISI DELLE POLITICHE PUBBLICHE! Sicuramente il solito centro di pubblica assistenza dei figli e figlie, nipoti, amici, mogli, ecc. dei soliti noti, a spese degli Italiani.
Alla fine verso Campo dé Fiori, una visita al caro Giordano Bruno: quel mercato che si svolge tutti i giorni dalle 6 di mattina alle cinque-sei di sera in quella piazza miracolosa nel cuore della Roma secentesca è un semplice abbominio, a parte la triviale oggettistica che pure vi si offre in vendita: ma come si può accettare oggi ancora che un tale inverecondo, perfino impudico, spettacolo si possa offrire agli occhi della Storia e delle migliaia di visitatori in quel luogo magico e pieno di malia? Non si immagina quello che avviene alle 6 di sera quando i camion e i furgoni della nettezza urbana e il personale addetto intervengono per la pulizia della piazza: rumori, emissioni di fumi, grida, i bancarellieri che ricaricano nei furgoni le loro mercanzie, una baraonda indescrivibile, indegna, immeritata per tutti, e i turisti che assistono stupiti, ogni sera!
Voglio ricordare la storiella a chi non la conosce. Piazza Campo dé Fiori da sempre, come testimoniano i quadri dei pittori dell’epoca, era luogo dove quasi ogni mattina le contadine in numero di tre-quattro-cinque andavano a vendere i propri prodotti verdure, frutta, ecc. Alla fine del 1800 una quantità di uomini di lettere e di cultura decise di erigere una statua in onore del martire del libero pensiero Giordano Bruno, bruciato vivo dalla Chiesa proprio in questa piazza nel 1600 perché ‘eretico’ cioè dissidente! Fu dato incarico allo scultore Ettore Ferrari di realizzare l’opera. Il Vaticano, che aveva già subito l’usurpazione del 20 settembre 1870, considerò l’iniziativa un ulteriore torto alla propria storia e si oppose con tutti i mezzi. La cultura ebbe il sopravvento e il monumento fu eretto dove oggi si trova. Allorché una trentina di anni dopo, in epoca mussoliniana, in lunghe trattative nel 1929 si addivenne alla firma del famoso Concordato Chiesa-Italia, la questione di Giordano Bruno tornò in auge: la statua va rimossa, imponeva il papato, è un’offesa. Mussolini, forse erano gli originari sentimenti socialisti e di libertà ancora presenti in lui, si oppose alle mire pretesche; allo stesso tempo, non voleva né poteva opporsi eccessivamente. E si addivenne ad un compromesso che accontentò le due parti: Mussolini impose che Piazza Campo dé Fiori dalle 6 di mattina fino alle sei di sera, ogni giorno dell’anno, fosse data in concessione ai commercianti romani muniti di regolare licenza per la vendita dei loro prodotti e il Papa definì Mussolini, ‘uomo della Provvidenza’ e rispose alla iniziativa mussoliniana santificando due anni dopo Roberto Bellarmino, l’inquisitore assassino di Giordano Bruno. Effettivamente è avvenuto che la figura di Giordano Bruno a seguito delle tende e delle bancarelle e dei rifiuti che quotidianamente si accumulano ai suoi piedi, è diventata invisibile: si può ammirare solo a partire dal tramonto. Si attende che qualche politico attento, possibilmente il sindaco del Municipio o di Roma Capitale, si faccia promotore finalmente del ripristino dei luoghi originari e della cancellazione dell’abbominio attuale e degrado.
Ci congediamo da nostro figlio e famiglia e nella via che da Campo dé Fiori immette a Piazza Farnese assistiamo ad un altro spettacolo fuori del comune: avevo già notato la grande quantità di turisti e tutte le trattorie e locali quasi tutti pieni di avventori. Ora qui davanti al ristorante ‘da Fortunata’ dove tutti i tavoli dentro e fuori erano impegnati, vi erano almeno cinquanta persone in piedi, in attesa di qualcosa. Chiedo come mai tutti in fila là fuori: confermarono che si liberi qualche posto al ristorante!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Mario Zaniboni. Codice di Hammurabi. Leggi per tutti, ma con un occhio di riguardo per i più deboli.

L’uomo, fin da quando ha iniziato a essere pensante, ha cominciato a tentare di fissare una divisione netta fra ciò che non si dovrebbe fare e ciò che, al contrario, è consigliato e ammesso: insomma, si è iniziato a dialogare, ragionare, decidere per formulare quelle regole che invitano a un vivere civile, senza abusare della bontà e, perché no, dell’ignoranza degli altri e di non approfittarne per i propri interessi. E, invero, durante ricerche fra le vestigia del passato può capitare di trovare interessanti reperti che chiariscono perfettamente il concetto.
Uno di questi importanti ritrovamenti archelogici è rappresentato dal così definito “Codice di Hammurabi”, il sesto re della I dinastia di Babilonia, che regnò dal 1792 al 1750 a.C. e che contiene una delle più antiche raccolte di leggi, appunto, che sono giunte fino a noi.
Si tratta di una grande stele di diorite, una roccia scura, mineralogicamente posta a metà fra il granito e il gabbro, molto dura, essendo inserita nella Scala di Mohs fra 7 e 8, e molto resistente con 225 N/mmq; sicuramente le sue caratteristiche hanno consentito agli scritti in caratteri cuneiformi in essa incisi di giungere leggibili fino a oggi.
E’ una colonna conservata al Museo del Louvre di Parigi, alta 2,25 metri, che contiene 282 leggi, elencate fra un discorso introduttivo posto sopra e la conclusione sotto.
Poiché a quei tempi alla raccolta delle leggi si era data la giusta importanza, erano state costruite diverse copie della stele per posizionarle nelle diverse città, nelle vicinanze dei luoghi in cui era amministrata la giustizia, in modo che chi fosse interessato potesse consultarle. Di tutte, la migliore come stato di conservazione, resta quella custodita al museo del Louvre di Parigi. Una copia è esposta al Pergamon Museum di Berlino. Insieme alla stele, sono conservati vari frammenti di stele di basalto e una trentina di copie fatte con tavolette di argilla; il tutto sicuramente è stato prodotto fra il II e il l secolo a.C. Frammenti di tavolette d’argilla, riportanti le leggi di Hammurabi, furono trovati già nel XIX secolo e ora sono distribuiti fra il British Museum di Londra, il Louvre di Parigi, il Vorderasiatisches Museum di Berlino e il Museo di Archeologia e Antropologia di Filadelfia (Pennsylvania).
Questo prezioso reperto è stato trovato, rotto in diverse parti, durante una sessione di scavi eseguita sull’acropoli di Susa, antica città dell’odierno Iran e a suo tempo capitale, da Gustave Jéquier e Jean-Vincent Scheil della Missione Archelogica Francese sotto la direzione di Jacques de Morgan, a cavallo fra il 1901 e il 1902. La stele, che all’inizio sicuramente si trovava a Babilonia, si ritiene sia stata trasportata a Susa, insieme con tante opere d’arte, nel 1175 a.C., trafugate dal sovrano Shutruk-Nakhunte quale bottino di guerra.
Le parti costituenti della stele furono riunite insieme e trasportate a Parigi, dove, dopo il restauro, Scheil si interessò alla traduzione dello scritto in francese. Sempre Scheil, attraverso la parola šumma, riuscì a stabilire che il corpo delle leggi era formato da 282 articoli.
Ecco come lo scritto, in caratteri del tipo cuneiforme usato nell’antichità soprattutto nelle costruzioni monumentali, è distribuito nella stele conservata a Louvre.
Nella parte superiore, che termina arrotondata, su un lato sono state scolpite a bassorilievo le figure di due personaggi. Sulla sinistra, il re Hammurabi in piedi, con un atteggiamento di rispettosa attenzione ascolta il dio della giustizia e della verità Shamash che, seduto sul trono posto alla destra e con lo scettro in mano, gli detta le leggi.
Al di sotto, è inciso su diverse colonne il testo delle stesse suddiviso in tre settori. Nel primo si trova una specie di prefazione, nella quale il re, rivolgendosi ai suoi sudditi, afferma che gli dei l’hanno incaricato di raccogliere le leggi che gli hanno dettato e di farle rispettare, in modo tale che l’impero sia sempre prospero con i suoi sudditi soddisfatti. Nel secondo sono elencate le leggi, ordinatamente incise su 51 colonne, ciascuna delle quali consta mediamente di 80 righe: sono suddivisi per i diversi settori della giustizia e riguardano i problemi giuridici sia di carattere sociale sia familiare. Così, si trovano le leggi che si interessano delle violazioni dei diritti, della proprietà privata, del commercio, del diritto di famiglia, del lavoro e del salario relativo, oltreché di quello degli schiavi che, purtroppo, sono sempre esistiti da quando è nata la differenza fra servo e padrone.
Il codice di Hammurabi applica ampiamente la legge del taglione (dal latino lex talionis), secondo la quale chi ha subito un’offesa ha il diritto di infliggere a chi l’ha offeso o gli ha fatto un danno di ripagarlo con la stessa moneta: un occhio per un occhio, una mano per una mano, un piede per un piede. Questa legge fu una modifica più pesante della precedente, contenuta nel Codice di Eu-Nammu, secondo il quale certe sanzioni, essendo più leggere, potevano essere sanate finanziariamente in sostituzione di quelle fisiche.
Infine, nella parte inferiore, è incisa la conclusione, nella quale il re Hammurabi lascia il codice in eredità ai suoi successori, esortandoli ad applicare e a far applicare le leggi con particolare attenzione per i sudditi più fragili, cioè le donne vedove, i bambini orfani, le persone indifese, per coloro, insomma, che non hanno nessuno che li possa aiutare.
Ciò che è molto interessante è la concisione con cui sono presentate le disposizioni normative, con precisione e senza fronzoli inutili e fuorvianti.
Il codice di Hammurabi ha destato l’interesse di tanti studiosi, sia storici del Medio Oriente sia giuristi, ma non si è inteso con precisione quale fosse la sua funzione, pur riconoscendone la validità. E’ stato ritenuto la più antica raccolta di leggi, fino a quando non si sono trovati quelli del sovrano Ur-Nammu della città di Ur (2112-2095 a.C.) e del quinto re della dinastia d’Ìsin, Lìpit-Ìshtar, attorno alla fine del 1900 a.C.
Comunque, il Codice di Hammurabi resta un riferimento importante, soprattutto perché ha pensato un po’ a tutti, ed in particolar modo ha tenuto a chiarire il rispetto da portare nei confronti di coloro che sono i più deboli e indifesi.

Autore: Mario Zaniboni – m.zaniboni@virgilio.it

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