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Michele Zazzi. Le origini degli Etruschi.

La questione dell’origine, provenienza degli Etruschi fu ampiamente dibattuta anche dagli autori antichi.
Secondo l’opinione più diffusa (tesi della provenienza orientale) sarebbero venuti da Oriente.
Erodoto, storico del V secolo a.C., riconduce l’origine degli etruschi alla Lidia. Al tempo del re Atis (intorno al XII secolo a.C.) ci sarebbe stata una lunga e terribile carestia; per sopravvivere il popolo fu diviso in due gruppi ed uno di essi (estratto a sorte) partì per mare alla ricerca di nuove terre. Coloro che erano destinati a viaggiare salparono da Smirne alla guida di Tirreno, figlio del re. Dopo aver oltrepassato molti popoli giunsero nella terra degli Umbri (Erodoto identificava l’Italia centrale come terra degli Umbri) ed ivi costruirono molte città che abitano tutt’ora. I lidi mutarono il loro nome in Tirreni (Erodoto, le Storie I, 94).
Per Ellanico di Lesbo, vissuto nel V secolo a.C., gli Etruschi erano in realtà Pelasgi, popolo mitico che aveva occupato il Mar Egeo prima dei Greci. Erano giunti in Italia attraverso il Mare Adriatico (Spina) e si sarebbero poi spostati in altre città assumendo il nome di Tirreni o Etruschi (in Dioniso di Alicarnasso, Antichità Romane I, 28).
Anticlide (IV-III secolo a.C.), ponendo in essere una sorta di contaminazione tra le due precedenti tesi, riferisce che i Pelasgi dapprima colonizzarono Lemno e Imbro e poi si unirono alla spedizione di Tirreno verso l’Italia (in Strabone, Geografia V, 2, 4).
Ad avviso di Dioniso di Alicarnasso (Antichità Romane, I, 26-30) retore del I secolo a.C., gli Etruschi sarebbero invece un popolo autoctono (teoria dell’autoctonia) considerato che lo storico lidio Xanto non parla di migrazioni dei Tirreni in Italia nonché l’originalità dei costumi e della lingua di quest’ultimi. L’autore precisa anche che gli Etruschi chiamavano sé stessi Rasenna, dal nome di un loro capo.
Le tesi degli antichi, fra l’altro riferite ad una civiltà nata ben prima della loro epoca, non avevano basi scientifiche, presentavano tratti mitici o romanzeschi ed erano determinate da ragioni di convenienza. Le teorie della provenienza orientale (lidia o pelasgica) sembrano riconducibili alla tendenza degli antichi di proclamare parentele ed origini comuni con popoli con i quali intrattenevano relazioni commerciali o con i quali erano in buoni rapporti.
La tesi dell’autoctonia fu elaborata da Dionigi di Alicarnasso nel contesto dell’opera Antichità Romane, commissionata da Augusto. L’autore, per magnificare ed elevare Roma, volle attribuire esclusivamente all’Urbe un’origine ellenica od orientale e, a tal fine, negò la medesima provenienza agli Etruschi, sostenendone l’origine autoctona.
Nel XVIII – XIX secolo è stata poi elaborata una ulteriore tesi della provenienza etrusca dall’Italia settentrionale (teoria dell’origine settentrionale) fondata sulla somiglianza del nome Reti con quello etrusco di Rasenna e sulla scorta di evidenze archeologiche (N. Frèret, B.G. Niebuhr, K.O. Muller, E. Lattes).
Gli autori moderni hanno cercato di chiarire il cd mistero delle origini. A tal fine sono state esaminate le varie teorie postulate dagli scrittori antichi alla luce delle risultanze archeologiche e linguistiche emerse senza però giungere a conclusioni pienamente convincenti sul tema.
Sull’annosa questione deve essere segnalato il pensiero, l’intuizione illuminante di Massimo Pallottino – il fondatore dell’etruscologia – che ebbe il merito di spostare l’attenzione dalla tematica dell’origine degli Etruschi a quella della formazione etnica di detta civiltà. Il processo formativo della nazione etrusca, ad avviso del luminare, ebbe luogo nel territorio dell’Etruria e fu determinato dal concorso di fattori diversi e cioè elementi orientali, continentali ed indigeni. L’apporto orientale in particolare risalirebbe all’età del bronzo e sarebbe stato essenziale nella formazione del popolo etrusco, politicamente già costituito durante il periodo villanoviano almeno dalla fine del IX secolo a.C. (Massimo Pallottino, L’origine degli Etruschi, 1947; Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, 1984).
La problematica è stata studiata anche sotto il profilo genetico. Un team di ricercatori internazionali – provenienti dalle Università di Firenze, Siena, Ferrara e dal Museo della Civiltà di Roma, dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e dalla Danimarca -, guidati dall’antropologo Cosimo Posth dell’Università di Tubinga ha esaminato campioni genetici di 82 individui vissuti in dodici siti in Etruria (tra i quali Volterra, Chiusi, Vetulonia e Tarquinia) e nell’Italia meridionale tra l’800 a.C. ed il 1000 d.C., confrontandoli con il DNA di altre popolazioni antiche e moderne. Con riguardo agli Etruschi è stato rilevato un comune profilo genetico con le popolazioni vicine come i latini. Gran parte di questo profilo genetico deriva da antenati provenienti dalle steppe euroasiatiche. Durante il successivo periodo imperiale romano la popolazione dell’Etruria ha invece subito un cambiamento genetico derivante dalla commistione con le popolazioni dal Mediterraneo orientale trasferite nell’impero romano (in particolare schiavi e soldati).

Sulle origini degli Etruschi cfr, tra gli altri:
– Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, 1984, Settima Edizione Rinnovata, pagg. 85 e ss.;
– Jean-Paul Thuiller, Gli Etruschi la prima civiltà italiana, Lindau, 2007, pagg. 41 e ss.;
– Dominique Briquel, Le origini degli Etruschi: una questione dibattuta fin dall’antichità in gli Etruschi, Bompiani, 2000, Pagg. 43 e ss.;
Introduzione all’Etruscologia a cura di Gilda Bartoloni, Hoepli, 2012, pagg. 47 e ss.;
– Antonio Giuliano Giancarlo Buzzi, Etruschi Guide Archeologiche Mondadori, pagg. 10 e ss (Le origini);
– Andrea Antonioli, Alle origini della civiltà etrusca, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 2009;
L’origine e l’eredità degli Etruschi attraverso un transetto temporale archeogenomico di 2000 anni, ScienceAdvances, Vol 7 n.39, 24 settembre 2021 sito internet www.science.org;
– Massimo Zito, le misteriose origini degli etruschi svelate tramite il DNA, 27 febbraio 2025 sito internet reccom.org.

Di seguito immagine della copertina del libro L’origine degli Etruschi di Massimo pallottino

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Mario Zaniboni. Abbazia di Pomposa, un “faro” nel delta del Po.

Andando da Codigoro, in provincia di Ferrara, verso il mare Adriatico, si vede elevarsi dalla monotona pianura padana un campanile, alto 48,5 metri, che da solo riempie tutto il panorama: é la parte principale dell’Abbazia di Pomposa, detta “del Delta del Po”, di cui si trova ai confini, che, dalla strada litoranea Romea, una delle maggiori vie di comunicazione dell’antichità, che unisce Chioggia a Ravenna, e che nel Medioevo era percorsa dai pellegrini diretti e Roma, dà il suo benvenuto al forestiero.
Questa è situata ad una cinquantina di chilometri da Ferrara e ad una ventina, verso nord, da Comacchio. E la sua vista rende interessante una pianura ben coltivata, ma che non avrebbe nulla da mostrare di diverso dal solito.
L’Abbazia si trova su quella che nell’antichità era chiamata l'”Insula Pomposiana”, essendo, allora, circondata dal Po di Goro, dal Po di Volano e dal Mare Adriatico.
Delle origini di questa Abbazia, purtroppo, non si sa molto. Si può solamente dire, dal poco che si ha a disposizione, che verso il IX secolo in quel luogo ne esisteva un’altra, ma di dimensioni inferiori: questa notizia si ritrova in un frammento della lettera, datata 874, inviata all’imperatore Ludovico II dal papa Giovanni VIII.
La sua autonomia decadde quando, nel 981, finì sotto la dipendenza del monastero di San Salvatore di Pavia, per finire, nel 1009, sotto la giurisdizione dell’arcidiocesi di Ravenna, guidata dall’abate ed arcivescovo Gerberto di Aurillac di Bobbio.
Più tardi, riuscì a liberarsi da quella servitù e, grazie alle donazioni di fedeli, divenne un centro culturale di tutto rispetto.
Nel 1026, l’abbazia fu consacrata dall’abate Guido. E fu in quel periodo che mastro Mazulo intervenne con la costruzione di un nartece, cioè di un vestibolo, a tre grandi arcate.
Nel periodo del suo massimo splendore, Pomposa favorì la conservazione e lo sviluppo della cultura, che ebbe, fra l’altro, il contributo della presenza del monaco Guido d’Arezzo, che mise a punto le note musicali; purtroppo entrò in disaccordo con i confratelli benedettini che in pratica lo costrinsero a togliersi dai piedi, cosa che lui fece, ritirandosi ad Arezzo, presso il vescovo Teodaldo.
Fra i personaggi illustri, che furono presenti a Pomposa, emerge la figura del teologo, vescovo e cardinale Pier Damiani, che vi visse dal 1040 al 1042.
L’Abbazia era fiorente, con la coltivazione dei terreni, con lo sfruttamento di una delle saline di Comacchio, con i suoi rapporti con altre entità politico-religiose italiane e con donazioni; ma tale stato durò fino al XIV secolo, perché nel frattempo era avvenuto un peggioramento nelle condizioni del suolo, nel quale l’impaludamento, sicuramente una delle conseguenze della famosa rotta del Po di Ficarolo del 1152, che causò la deviazione dal suo vecchio tracciato (che passava a sud di Ferrara rendendola ricca) direttamente verso il Mare Adriatico; e, a complicare la situazione, ci fu la formazione di incontrollati bacini di acqua non sempre corrente, dove proliferavano le zanzare, involontarie portatrici delle terribile malaria, che la faceva da padrona.
Nel 1653, il papa Innocenzo X soppresse l’Abbazia come monastero e, non interessando più il papato, nel 1802, fu venduta alla famiglia Guiccioli di Ravenna, che la cedette allo Stato Italiano alla fine del 1800.
Il 18 maggio 1965 ci fu l’intervento del papa Paolo VI, che concesse il titolo di abate di Pomposa ai vescovi di Ravenna, con la bolla Pomposiana Abbatia, titolo che, nel 1986, fu trasferito agli arcivescovi di Ferrara-Comacchio. E dal 2014, Pomposa è passata sotto la gestione del Ministero dei Beni Culturali attraverso il Polo Museale della Regione Emilia-Romagna.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Pierluigi Guiducci. Shoah a Roma. 16 ottobre 1943. Salvare gli Ebrei.

20 anni di ricerche, evidenze, Pio XII. P. Peter Gumpel SI. L’apertura degli archivi.
La vicenda tragica del 16 ottobre del 1943, riguardante la razzìa degli Ebrei romani da parte di forze tedesche, e il trasporto successivo
nel lager di Auschwitz-Birkenau, è stata affrontata in molteplicioccasioni: convegni, mostre, libri, saggi e film.
Al riguardo, colpisce il fatto che rimangono diversi dettagli che ancora continuano a emergere attraverso più iniziative. Un contributo
chiave rimane quello offerto da coloro che furono testimoni del rastrellamento e che riuscirono a salvarsi. Altro notevole apporto
proviene dagli Ebrei che ritornarono dai lager (un numero purtroppomolto esiguo; oggi deceduti)…

Leggi tutto nell’allegato: Shoah a Roma

Info:
EDUCatt, Milano 2023
www.educatt.it/libri
isbn: 979-12-5535-067-5
isbn digitale: 979-12-5535-068-2

Autore:
Pierluigi Guiducci – plguiducci@yahoo.it

Michele Santulli. Un grande scultore americano e la Ciociaria.

Come ormai ben noto ai milioni di cultori che ogni giorno entrano nei musei in tutto il pianeta, l’uomo o la donna o altro soggetto in costume ciociaro rappresentano una immagine classica e consolidata nel panorama dell’arte occidentale del 1800. Una nota negativa, allo stesso tempo non onorevole, sotto certi aspetti, afferenti ovviamente non i visitatori, è il fatto che tali soggetti pur dunque universalmente ammirati e celebrati, siano senza nome, anonimi! E le connotazioni le più varie quali italiano, regionale, tradizionale, napoletano, abruzzese, romano, zingaro, savoiardo, basco, ecc. vengono impiegate per connotarli: non esiste un soggetto tanto conosciuto e allo stesso tempo così ignorato. E la cosa è particolarmente imbarazzante, alla costatazione che detti soggetti non solamente sono stati dipinti o scolpiti dalla gran parte degli artisti europei dell’epoca come nessun altro soggetto specifico, fatto di per sé straordinario ed unico, quanto sono stati letteralmente immortalati anche dai titani dell’arte di quel secolo, tanto per citarne qualcuno: Degas, Corot, Manet, Cézanne, Van Gogh, Picasso, Severini, Leighton, Sargent, Whistler, Briullov….
Non esiste un altro soggetto nemmeno lontanamente che abbia attratto questi giganti dell’arte! E avviene che la lista dei grandi artisti cultori del personaggio ciociaro, pur se raramente, tende ad ingrossarsi con nuove scoperte: si ricorderà che qualche tempo addietro abbiamo fatto la conoscenza di un’opera ciociara dipinta da uno di questi grandi maestri della pittura e del disegno del milleottocento, di Honoré Daumier, incontestabilmente il maggiore illustratore e vignettista ed anche notevole scultore e pittore dell’epoca. E alla metà del secolo, rigurgitante per la prima volta di moti e sommosse indipendentisti in tutta Europa, anche Daumier, sensibile ed attento quale era, non potette ignorare tale realtà e volle pensare all’Italia: avendo in mente la famosa immagine di Gulliver, il gigante tenuto legato e assaltato da tanti ometti, immaginò anche l’Italia nelle vesti di questo gigante che si svegliava -Le Réveil d’Italie- circondato da tanti soldatini che combattono tutto intorno contro il nemico: e questo gigante, personificazione dell’Italia che si svegliava alla lotta, non era come, si potrebbe pensare, Cavour o Mazzini o Garibaldi; era un ciociaro! cioè l’artista ritenne che il risveglio dell’Italia alla lotta per la sua indipendenza fosse più lucidamente e congruamente illustrato da un italiano tipico e veramente conosciuto, e non solo in Francia, da un ciociaro dunque, piuttosto che da qualche paludato uomo politico.
Si ricordi che in effetti questa umanità, per necessità nomade e girovaga, di artisti ambulanti quali il pifferaro, lo zampognaro, la ballerina col tamburello, erano uno spettacolo consueto per le vie dell’Europa.
Un secondo significativo artista ad occuparsi di queste creature della Ciociaria presenti per le vie del mondo fu uno scultore americano del 1800 tra i più conosciuti, vissuto lungamente a Firenze, Larkin G. Mead (1835-1910). E tra le sue opere, in gran parte pubblici monumenti in America, è stato individuato a parer mio un vero raro suo capolavoro e cioè una ciociara in grandezza naturale in terracotta, in costume, splendida a guardarsi, proprietà, purtroppo, di un privato collezionista: dico purtroppo non per sminuire la bontà e la passione del collezionista ma per il dispiacere che un’opera del genere non possa essere fatta oggetto di gratificazione e di acculturazione pubbliche da parte della gente comune!
E qui tocchiano un tema così delicato e grave che è opportuno non affrontare e che viene rimesso ai lettori di valutare. Non si conoscono le motivazioni e le eventuali occasioni alla base dell’interesse di Larkin G. Mead per questa ciociarella, pur ricordando che non pochi artisti fiorentini si erano occupati intensamente di tali soggetti ciociari quali Luigi Bechi, Vito d’Ancona, Telemaco Signorini stesso che se ne fece particolare promotore e anche Giovanni Fattori con ritratti di ciociare e numerose immagini all’acquaforte realizzate in occasione di un suo viaggio a Bauco oggi Boville Ernica: può darsi un sopraggiunto interesse alla vista di questa splendida ciociara oppure una commissione da parte di qualche cultore o collezionista, chissà. Certamente, è anche vero, che a Firenze non mancavano le evenienze per imbattersi, come ricordato più sopra, in questa umanità girovaga: pifferari, zampognari, ragazze col tamburello… numerose le occasioni a base dei loro spostamenti in tutto il Paese.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalia immagine: Larkin G.M EAD: Ciociara, terracotta, h.1,72 m. Coll.priv.