XML per i beni culturali: un metalinguaggio per la rappresentazione di informazioni catalografiche. Un’applicazione ad informazioni relative ad opere fotografiche

La rete Internet, dagli anni della sua diffusione fino ai giorni nostri, è stata progressivamente rivalutata nel mondo culturale e utilizzata per diverse finalità: illustrare progetti culturali, pubblicizzare eventi, scambiare informazioni, accedere ai cataloghi via web e così via. Oggi l’utilizzo di nuove tecnologie applicate ai Beni Culturali è diventato sempre più oggetto di studi e di sperimentazioni d’alto livello in molti Paesi. Sono sempre più frequenti conferenze e incontri tra esperti, che riescono a coniugare con competenza e professionalità due mondi a prima vista molto distanti: il mondo tecnologico e il mondo storico-artistico.
Se da una parte Internet è diventato una fonte pressocchè inesauribile di informazioni, è bene sottolineare che ci sono alcuni risvolti negativi, fra i quali la cattiva organizzazione di quest’immensa mole di dati. Gli informatici si sono impegnati in questi anni a risolvere diversi problemi, tra cui la strutturazione, o in altri termini la catalogazione e l’ordinamento delle informazioni.

Il linguaggio HTML, che permette di creare pagine Web, ormai non è più sufficiente a organizzare le informazioni, perciò il Consorzio per il World Wilde Web (W3C) ha sviluppato un linguaggio particolare in grado di gestire e strutturare le informazioni online: XML

.
La sua particolarità è dovuta al fatto che, per natura, XML è nato per “descrivere dati”. Inserendo questo linguaggio in un contesto come quello dei Beni Culturali, XML si è rivelato utilissimo per la catalogazione delle opere artistiche, per l’unificazione di banche dati di diverso tipo e per la ricerca di dati in Internet.

XML offre molteplici vantaggi:

– XML è un linguaggio semplice, flessibile ed estensibile e più essere visualizzato su diversi supporti;
– XML consente la definizione degli standard di catalogazione, permettendo di separare la sintassi e la semantica dalla rappresentazione delle informazioni;
– XML è un formato internazionale non dipendente da altri programmi e applicazioni;
– Tramite XSL, uno standard di XML, è possibile dare uno stile ai dati visualizzandoli come una normale pagina HTML;
– XML si propone come standard di interscambio di dati con altri sistemi;
– XML permette, infine, di creare diverse visalizzazioni dei dati strutturati.

Nella tesi viene, inoltre, realizzato un prototipo che illustra come sia possibile utilizzare XML per strutturare dati catalografici relativi a opere fotografiche (scheda F) e altresì, come sia possibile, grazie a XML, visionare la stessa scheda in tre diverse modalità, in base al tipo di fruitore finale.

Questo studio utile a tutte le istituzioni come musei o centri di catalogazione che desiderino pubblicare i loro cataloghi in Internet. Viene dimostrato, infatti, come sia possibile presentare in rete solo alcuni o tutti i dati relativi a un’opera, in base ai diversi utilizzatori finali.

Questo progetto promuove, quindi, gli “accessi diversificati” alle informazioni come soluzione alla chiusura delle banche dati, cercando in questo modo di consentire anche al più vasto pubblico di utilizzare informazioni che spesso sono raggiungibili solo dagli studiosi dell’arte.

Download della tesi ( 2.853 kb. Formato PDF. Cliccare con il testo destro del mouse e selezionare Salva Oggetto con Nome )

Autore: Eleonora Guadalupi

Link: http://www.ioloso.it/eleonoraguadalupi/

Email: eleonora.guadalupi@ioloso.it

Angelo DI MARIO: Radice monosillabica – Disco di Festo.

Spesso ho analizzato parole di lingue diverse, mostrandone la struttura, riconducibile, sempre, alla composizione fondamentale ed unica, leggibile chiaramente nel luvio; presumo che fosse stata inventata da un popolo dominante e adottata successivamente da altre etnie, le quali, necessariamente, modificarono in vari modi i vari elementi, ma la struttura rimase funzionale.

Un po’ come con il latino, tra lingue e migliaia di dialetti diversi, si riscopre sempre l’impronta riconoscibile: quindi troveremo sempre la RADICE MONOSILLABICA: a, ak, ka, kar, kr; seguita da DESINENZE sempre MONOSILLABICHE, come le seguenti: -sa > -la, -na, …; -sa-sa/ -s-sa > -s-na, -r-na, -t-na, -ch-na, -na-sa, -na-la, -na-ta, -sa-ta, -ta-ta…..; -sas, -sa-sas, -sas-sa, -sas-sa-sa…-sas-sas, -sas-sas-sa…; ad esempio la radice SEL > FAL/ FEL ‘luce’ si arricchisce con *FAL-a-s-sa/ VEL-u-s-sa/ VIL-u-s-sa ‘(città) di VEL/ VIL’ > *FAL-a-s-sas-sas , divenuto, per la varianze, ‘AL-a-k-san-dus’ ‘(figlio del dio) *FEL-a-s-sas’, re di Uilusiia/ Vilusija; rideterminato, in seguito comporrà quel nome più noto *FAL-e-s-sas-s-sas, ossia ‘AL-é-k-san-d-ros’ ‘(figlio del dio) *FEL-a-s-sa-sas’, sempre re di VILusija, ma non di Troia, dominata invece da PÁR-i-s ‘Sole’; analizzato, nei vocabolari, come al solito, con lo strumento dell’omofonia, ce lo spiegano alékso + andrós ‘difende l’uomo’! invece ricalca il modello della lingua fondamentale luvia, con i suoi arcaici, tanti -sa, -sas, -sa-sas…, evoluti come appena spiegato; quanto a PAR-i-s, invece, trae origine da SAR ( s > k > KAR > KUR: KÚR-o-s ‘CIR-o/ Sole’, itt. KURuntas, rom. QUIRinus; CAR-o, CAR-lo) ‘Luce/ Sole’, attraverso lo sviluppo FAR > MAR-i-s/ MAR-te, raggiunge PAR-i-s ‘di SAR/ MAR/ PAR = Sole (figlio)’, precede appena (S)ÁR-e-s ‘dio Sole’, prima che diventasse dio della guerra, valore, comunque, insito nel dio; nessuno avrebbe potuto vincere la ‘Luce/ Sole’.

Questo tipo di analisi compositiva, capace di intravedere più elementi dovunque, risente anche dell’influenza germanica; la loro lingua è ricca di composti; quindi, davanti al greco, considerandolo una lingua più indogermanica, che indoeuropea, gli studiosi ve li scorsero dappertutto, puntualmente creduti validi; ma già nell’antichità si erano diffusi tra molte composizioni.

Questa drastica definizione (R-m/ radice monosillabica, D-m/ desinenza monosillabica) può sembrare eccessiva, anche perché le analisi proposte dalle Glottologie e dalle Grammatiche non sempre vi coincidono; gli errori non risolti derivano dalla diversità di molti termini propri di ogni luogo, collegabili con nessun’altra parlata, in gran parte dalla degradazione dei suoni, dalle assimilazioni, differenziazioni, dissimilazioni, metatesi, contrazioni, tmesi…, dagli affissi/infissi a cui molte parole sono state sottoposte dal parlante; come le seguenti: gr. Nom. (a-)NÉR ‘uomo (di valore, VIR)’ < osco NER ‘principe’, Gen. (a-)n(e)Dr-ó-s < *NER-o-s ‘dell’uomo’ (a-, D, da togliere), meglio dice Omero con a-NÉR-o-s < *NER-o-s() ‘dell’uomo’; ma il più confuso va considerato il termine parallelo á-n(e)TH-ro-phos < *NER-o-Fs ‘uomo’ (non ‘simile ad uomo!’, anér + óps) (a-, th, F > ph, di troppo); ne potremmo scoprire tanti altri ancora con l’invadente F > PH, come il gr. adelphós < *A-ti-lFos ‘della casa > fratello’, eteo atilas ‘fratello’, tirs. atrs, dove a-delphós, tradotto come ‘co-utero’, mostra il tipo di analisi omofonica a cui ci hanno abituato i Vocabolari, ma anche qui si annida l’inganno, perché delphós ‘utero’, dato per esatto, invece va ricollegato a thêlus ‘sesso femminile’; se evidenziamo il solito infisso F, raggiungiamo la verità, ossia *thelFus, parola che in bocca ai Tirseni veniva pronunciata poco dissimile, infatti ThuFlthas significava ‘dio dell’utero’ (gr. THÁ-o; THÉ-lus, THE-lú-tes); senza contare poi molte altre lingue, con invadenze ben più grandi; si veda il lidio wcbaqent < > *FcFaq-e-n-t(i) > *KAK-e-n-ti ‘danneggiano’ (con w, b, c/k, q/k,

Antonella BORTOLATO: Qala’at Salah ad-din (Castello di Saladino).

La Siria è sempre stata una regione di notevole importanza sin dall’antichità per la sua posizione, al centro di importanti aree geografiche come l’Anatolia, la Mesopotamia, tutta l’area del Vicino Oriente, ed il Mediterraneo sul quale si affaccia in parte sul versante nord-occidentale.

È stata quindi territorio di passaggio di interi eserciti e teatro di scontri di lunghe battaglie come quelle per la riconquista, da parte di cavalieri cristiani, della Terra Santa: le Crociate.

La spedizione per la prima Crociata giunse dall’Europa alle porte dell’antica Antiochia, all’epoca compresa nei territori siriani, nel 1096, ma come ben sappiamo fu solo la prima di una lunga serie. La Siria in quel periodo faceva parte dell’impero Turco-Selgiuchide, un impero che si estendeva dall’Asia centrale all’Anatolia e a tutto il Medio Oriente, occupando i territori dell’antico impero arabo-musulmano, compresa Baghdad sede del Califfo, la cui autorità rimaneva di fatto solo nominale. Ma in realtà ogni provincia dell’impero Selgiuchide era praticamente indipendente e i membri della famiglia regnante erano totalmente assorbiti dalle loro liti dinastiche. Sarà proprio quest’ultimo uno dei problemi più gravi che ostacolerà i musulmani nel contrastare la presenza straniera. I crociati, forti dell’elemento sorpresa e delle resistenti armature di cui i musulmani deficitavano, ebbero la meglio in numerose battaglie all’inizio degli scontri, e dovette passare del tempo finchè la coalizione nemica riuscisse a riscuotere delle rivincite.

Grande figura di spicco è senza dubbio quella di Salah ad-Din Ibn Ayyub (Saladino), il quale alla testa delle truppe curde, sotto il comando di Nur ad-Din (Norandino), riuscirà a riportare Gerusalemme in mano musulmana (1187) ed a fondare una dinastia che regnerà per breve tempo nei territori Sirio-Egiziani, quella Ayyubide che prende il nome dal padre di Saladino.

In tutto il territorio Sirio-Giordano tra l’XI e il XIII secolo sorgeranno innumerevoli fortificazioni sia sul litorale siriano che nell’entroterra, ed è difficile identificarvi un unico stile a causa di quella mescolanza venutasi a creare col susseguirsi delle distruzioni e delle ricostruzioni operate in una stessa fortificazione dai nuovi occupanti.

Un notevole esempio, capolavoro di architettura crociata tutta europea, è quella del noto Krak des Chevaliers, un’impressionante monumento architettonico rimasto perfettamente integro, situato nella provincia della città siriana di Tartusa, che domina una panorama spettacolare ricco di vegetazione mediterranea. Ricordiamo anche la cittadella fortificata di Aleppo.

Ma in realtà qui si vorrebbe citare un altro esempio di architettura di epoca crociata, che, se poco conosciuto dal punto di vista turistico, lo è ancor meno da quello archeologico artistico; esso non è stato studiato in maniera approfondita nel corso dei secoli e, a mio avviso, non gli è stata data la giusta attenzione.

Durante una visita, nell’autunno del 2002, si è potuto constatare con piacere che erano in corso dei lavori di restauro, ma a causa di questi risultava ardua una corretta lettura degli ambienti del castello.

Provenendo da Al-Haffa il castello di Salah ad-Din appare, osservandolo dai colli posti sul versante settentrionale, abbarbicato su una boscosa cresta e reso praticamente inespugnabile dagli strapiombi che la circondano. La strada dalla cima poi scende a continue curve e attraversa la valle, un corso d’acqua che in fine raggiunge una profonda gola artificiale.

Questa è stata ricavata scavando un fianco del colle, separando così il castello dalla cresta principale: in mezzo al canyon vi è un pilastro monolitico, alto più di 28 m. a base quadrata e rastremato verso l’alto, che fu risparmiato dallo scavo del fossato e che aveva funzione di battiponte, ovvero serviva a ridurre la luce tra il castello e l’altra sponda della collina, una distanza troppo gra

Barbara CARMIGNOLA: Testimonianze della tecnica orafa in età romana.

I reperti di oreficeria e argenteria, i tesori rinvenuti nel territorio del Friuli-Venezia Giulia ci parlano della lunga storia di una regione che da duemila anni a questa parte, dalla fondazione della città di Aquileia che Roma volle per difendere i suoi confini settentrionali dalle invasioni barbariche, si è affermata quale punto d’incontro e fusione di popoli e culture diverse, latine, germaniche e slave.

Segnato dal patriarcato di Aquileia, dal ruolo svolto nella regione dalla Repubblica marinara di Venezia e, in anni più recenti, dal dominio della casata asburgica a Gorizia e nella città lagunare, il Friuli è patria di secoli di storia e di un patrimonio culturale non indifferente che si alimenta dal confronto tra le diverse etnie e tra i diversi culti religiosi, cattolico, ebraico, serbo e ortodosso.

Da sempre, in assenza di una ricca committenza laica, questa regione del Nord Italia ha visto crescere i suoi tesori artistici grazie a mecenati legati alla sfera religiosa. Ciò è utile a spiegare il perché del carattere prevalentemente sacro dei manufatti preziosi rinvenuti nella regione, per lo più utili all’abbellimento e all’arredo dei luoghi di culto che rappresentavano anche i principali luoghi della vita comunitaria, e serve anche a chiarire la destinazione di quella produzione orafa che si protrae almeno fino al primo settecento.

Negative ripercussioni su questa florida arte ebbero le invasioni ungare della prima metà del X secolo le cui nefaste conseguenze si risentirono finché i patriarchi di Aquileia, con il sostegno della casa di Sassonia, non risollevarono la situazione in cui versava la regione.

Il 1019 è un anno cruciale perché rappresenta la data in cui inizia, con il carinziano Poppo, il lungo periodo della successione dei patriarchi tedeschi che durerà in un modo praticamente ininterrotto fino al XIII secolo. Durante quest’epoca intensi furono i rapporti con la Germania che non poterono non influenzare, tramite la presenza sul territorio di oggetti di manifattura d’oltralpe facenti parte del corredo o del patrimonio di qualcuno, la pratica artistica che nella sua rinascenza è legata al periodo del risveglio culturale ottoniano.

Tra i reperti di origine nobile lavorati in età longobarda e carolingia che si conservano in Friuli, e in particolare a Cividale, ve ne sono alcuni degni di menzione perché esemplificativi della bellezza e della perfezione che seppero raggiungere questi uomini, spesso semplicisticamente definiti “barbari” in accezione peggiorativa in contrapposizione con la cultura di età classica, nell’ambito dell’oreficeria.

Il piccolo calice con patena conservato nel tesoro del duomo di Cividale e la coperta del salterio di santa Elisabetta collocata nel Museo Archeologico Nazionale della stessa città sono i due esempi che assumeremo a emblematica sintesi di quest’arte di epoca romanica che rappresenta un anello di quella lunga catena che dal classico porta ai nostri giorni.

Il piccolo calice ha il piede d’appoggio svasato con incise a bulino le figure dei quattro evangelisti seduti ciascuno su uno scranno nell’atto di tramandare la buona novella di Cristo. La modalità di scrittura, il pennino con cui vergano la carta, evoca la contemporanea attività dei monaci amanuensi che negli scriptoria si dedicavano alla trascrizione dei testi latini superstiti; il calice è quindi, sotto questo aspetto, anche una preziosa testimonianza indiretta di quest’antica attività.

< Sulla coppa sono saldati due piccoli manici impreziositi dalla splendida decorazione che li assimila a due tralci di uva che sorreggono le due figure bibliche di Abele e Melchisedech.

La patena ha un incavo centrale con dodici lobi che trovano corrispondenza, in un gioco di richiami interni, nei dodici lobi arcuati della sottocoppa. Nell’interno, attorno al clipeo crocesegnato con la raffigurazione della Manus dei ne

Ricerche, Studi, Tesi e Saggi