Nicoletta TRAVAGLINI: San Cristoforo.

San Cristoforo è protettore di Moscufo, nonché dei Paladini, che in molte leggende abruzzesi sono chiamati Palladini, cioè abitanti del monte Pallano. Questi Palladini sono dei giganti che costruirono le mura megalitiche che cingono il monte Pallano, ma sono presenti in ben 200 luoghi, solo in Abruzzo. Questi recinti sacri, secondo alcune interpretazioni, furono costruiti da guerrieri enormi, che la notte dormivano all’interno di questi zone protette ed il giorno andavano a lavorare in Puglia; antico retaggio della transumanza.

Questi miti, nascono dalla commistione delle gesta dei veri paladini di Francia con alcune ossa gigantesche, ritrovati in diversi posti dell’Abruzzo. Pare che accanto a questi guerrieri vi fosse anche una tribù di amazzoni chiamate “Majellane”, le quali erano molto ricche e belle ed avevano adottato questo nome in onore della loro protettrice la dea Maja.

Tra questi uomini di statura mastodontica ve ne era uno chiamato Cristoforo che di giorno lavorava, insieme ad un gruppo di giganti, alla costruzione delle mura ciclopiche e di notte tornava a Roma; un giorno però decise di andare via e portarsi dietro un suo terribile segreto.

San Cristoforo, il cui nome significa “Portatore di Cristo”, nacque in Asia nel III secolo d.C. e si chiamava, in realtà, Reprobo.

Egli era smisuratamente grande e decise di mettersi al servizio dell’essere più potente e temerario del mondo e così si fece assumere da un imperatore. Dopo un po’ di tempo però vide che questi aveva paura di Lucifero e così andò a lavorare per il Demonio; ma quando si accorse che anche egli aveva le sue paure si licenziò.

Passarono un po’ d’anni e Cristoforo, che in un attimo di rabbia aveva sterminato la sua famiglia, andò a confessare le sue colpe al Papa il quale gli disse che per penitenza doveva andare a traghettare le anime dei trapassati presso il Giordano ed egli così fece.

Trascorsero anni e anni senza storia finché un giorno gli capitò di dover trasportare sulle spalle un uomo ed un bambino, ma come fece per prendere il piccolo l’uomo gli consigliò di traghettarne uno per volta.

Cristoforo fece così e dopo aver preso l’uomo ed averlo portato a destinazione tornò indietro. Messosi sulle spalle il bambino si rese conto di trasportare un peso enorme, così si voltò verso il suo passeggero e vide che questi era il Cristo di cui aveva sentito parlare da alcuni monaci suoi amici. Da allora egli si convertì al cristianesimo e morì martire durante il governo di Decio.

L’iconografia classica lo rappresenta cinocefalo, forse per la sua bruttezza oppure forse perché egli potrebbe essere la raffigurazione cristiana del dio pagano Anubi, che veniva raffigurato come sciacallo o cane nero, oltre che con forma umana e la testa di cane.

Autore: Nicoletta Travaglini

Leomardo MELIS: Shardana, la storia.

Come già scritto nella premessa, dopo l’esperienza del romanzo storico “SHARDANA”, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di raccogliere tutto il materiale riguardante “I Popoli del Mare” e i Shardana in particolare, catalogarlo e scrivere un “saggio” su questa pagina importantissima della Storia del Mediterraneo, che toccò anche i mari del Nord e in particolare il Baltico. Vogliamo però avvisare il lettore che il nostro modo di raccontare le cose esce un po’ dai canoni tradizionali del saggio storico. Preferiamo cioè un linguaggio più spontaneo e meno tecnico. Questo potrà non piacere agli “adetti ai lavori”, ce ne dispiace un poco, ma preferiamo che quanto abbiamo da dire sia piuttosto accessibile a tutti. Anche gli argomenti trattati ci portano fuori dai famosi canoni per alcune “rivelazioni” che stravolgono quanto fino ad oggi la Storia Classica ci ha propinato. Raccontare che popoli oggi sottomessi (vedi i Phelets-Palestinesi, gli stessi Shardana e Washasha…) un tempo dominarono il mondo conosciuto per più di un millennio, distruggendo imperi e città.. raccontare dei collegamenti con l’Esodo, la tribù perduta di Dan, Mosè… raccontare che lo stesso Mosè non era Ebreo… porta il lettore a credere che trattesi piuttosto di un lavoro di pura fantasia. Eppure tutto è regolarmente documentato da citazioni di Testi e Autori al di sopra d’ogni sospetto: Erodoto, Diodoro Siculo, Strabone, Pausania, Festo, Solino, Tito Livio, I Testi Egizi, i Papiri di Harris, gli scritti di Wilbour, il Poema di Pentaur, Freud, la stele di Meneptah, i bassorilievi di Luxor e Karnak, Medineth Abu…

Qui parliamo in particolare dei Shardana. La provenienza di questo popolo dall’Asia Minore, ormai accettata dalla maggioranza degli studiosi, è quanto si sostiene in questo libro, con alcuni distinguo. La loro origine dalla città di Sardi, la capitale della Lydia patria del leggendario Creso, sarebbe l’ipotesi più logica visto l’affinità dei due nomi e, aggiungiamo, anche per un’abitudine mai persa degli studiosi nostrani e non, di considerare la Storia Sarda piuttosto recente.

Crediamo però più attendibile la tesi del Carta Raspi, secondo cui essi proverrebbero dall’Asia Minore molti anni prima della fondazione di Sardi stessa. Sorvolando per ora sul fatto che anch’egli insiste in ogni caso nel precisare la loro origine anatolica, notiamo che a dargli un notevole contributo sono alcuni documenti, soprattutto di fonte Egizia. Vi si parla a più riprese dei Popoli del Mare e degli Shardana in particolare, già dai tempi di Amenophis I (1557 – 1530 a.C.) e Amenophis III e di Tuthmosis III (intorno al 1400 a.C.). Di loro parlano ampiamente le iscrizioni nel tempio rupestre di Abu Simbel, in quello di Karnak e di Medinet Habu, i papiri di Harris e gli scritti di Wilbour… Ma la tesi di Sardi come patria d’origine diventa insostenibile se si pensa che Sardi, per logica, sarebbe stata distrutta insieme all’Impero Ittita, dei cui domini faceva parte essendo situata nell’area d’influenza di Hattusa, durante l’ultima terribile invasione dei Popoli del Mare intorno al 1200 a.C.. Come avrebbero potuto i Shardana (che dei Popoli del Mare erano una delle componenti guida) distruggere la loro città d’origine? Non risulta, infatti, nessuna città risparmiata dalla furia devastatrice di tale immane invasione (con l’eccezione di Atene). Inoltre non bisogna dimenticare che la data di tale avvenimento è precedente di due secoli alla stessa fondazione di Sardi (intorno al 1000 a.C.). La teoria che darebbe origini da Sardi è proclamata da alcuni studiosi che fanno riferimento a Erodoto, il quale riporta un episodio del tempo del faraone Psammetico. Riferendosi ai mercenari Cari e Joni inviati da Cige re di Sardi, lo storico scriveva: “erano i primi uomini di lingua straniera a installarsi in quel paese” (Erodoto: II, 154). Collegando il fatto ai mercenari shardana al soldo dei faraoni, i nostri studiosi sostengono che Erod

Isabella ROSA: Gli avori di Zincirli – Sam’al.

All’inizio del secolo scorso, sul sito di Zincirli, l’antica città di Sam’al, fu rinvenuto un lotto di avori intagliati che, sebbene non in perfetto stato di conservazione, presenta tuttavia aspetti di rilevante interesse.

L’esplorazione sistematica del sito Zincirli aveva avuto inizio nel 1888 dopo un primo sopralluogo effettuato nel 1883 dagli studiosi Otto Puchstein e Felix von Luschan e fu condotta dal Berliner Orient-Kommites, precursore della Deutschen Orient-Gesellschaft, con l’obiettivo, conforme allo spirito dell’epoca, di rinvenire monumenti, sculture e opere d’arte da inviare in Germania a costituire i primi nuclei della sezione vicino-orientale del museo di Berlino, come stava avvenendo già da alcuni anni in tutti i principali musei europei.

Alla prima campagna ne erano successe altre quattro, rispettivamente negli anni 1890, 1890/1891, 1894, 1902 (anno di rinvenimento degli avori); una sesta campagna, già pianificata, non ebbe mai luogo a causa dei profondi cambiamenti politici che si verificarono agli inizi del XX secolo. La direzione degli scavi era stata inizialmente affidata a Karl Humann, il quale venne sostituito già a metà della prima campagna e per tutte le successive da Felix von Luschan.

La città di Sam’al, capitale dell’omonimo regno aramaico ubicato nella Siria nord-occidentale, fiorì tra la fine del X e l’inizio del VII secolo a.C. e la sua storia è strettamente legata a quella dell’impero assiro.

La fondazione del regno, secondo la successione riportata sulla stele del re Kilamuwa (840/835-815/810 a.C. circa), viene ascritta a Gabbar, il quale regnò a partire dal 920 a.C. circa. A questi successe, dopo un primo cambio dinastico, BN/MH, cui seguì Khayanu, forse già un secondo cambio dinastico, che regnò a partire dall’870/860 a.C. circa. A questi successe il figlio Ša’īl, che regnò per pochi anni e lasciò il trono al proprio fratello Kilamuwa (840/835-815/810 a.C. circa), cui successe QRL.

Dopo il regno di Panamuwa I, che durò fino al 745 a.C. circa, si aprì probabilmente un periodo di crisi interna, testimoniatoci dall’iscrizione di Panamuwa II (743 circa-732 a.C.), unica fonte pervenutaci per questo periodo, nella quale il sovrano riferisce dell’uccisione del padre Barsūr e del susseguente interregno alla guida di un ignoto usurpatore. In seguito all’intervento del re assiro la legittima dinastia fu però restaurata nella persona del figlio del re ucciso, Panamuwa II appunto, sotto il quale la prosperità e la stabilità furono poste di nuovo in Sam’al. È probabile che da questo periodo il regno di Sam’al sia divenuto vassallo assiro.

Alla morte di Panamuwa II, avvenuta presso Damasco nel 732 a.C. durante la campagna condotta dal re assiro Tiglatpileser III (744-727 a.C.) in Siria meridionale, salì al trono suo figlio Bar-Rakib (732-720 circa a.C.), che proseguì la politica paterna di vassallaggio assiro, assicurando così la prosperità al suo regno. Bar-Rakib è l’ultimo sovrano il cui nome è riportato nelle iscrizioni; dopo di lui infatti il regno di Sam’al diventa una provincia assira, forse alla fine del regno di Sennacherib (704-681 a.C.).

Oltre alle iscrizioni dei sovrani locali, rinvenute sul sito di Zincirli o all’interno del suo territorio, un’altra importante fonte sulla storia di questo regno aramaico è costituita dagli annali dei re assiri, nei quali sono evocate le loro numerose campagne militari.

La prima menzione da parte assira su Sam’al si trova negli annali di Salmanassar III (858-824 a.C.), sovrano con il quale si compie la prima grande espansione dell’impero, e precisamente nel resoconto della campagna condotta nel suo primo anno di regno, durante la quale il re sconfisse una coalizione formata dai re di Pattina, Bit Adini, Karkemish e da “Hayanu, figlio di Gabbar/di Sam’al, che (vive) ai piedi dell’Amano”. Dopo questa prima menzione le fonti assire tacciono il nome di Sam’al per quasi un secolo, fino ad arriv

Barbara CARMIGNOLA: La valenza meta-artistica dell’iconografia di Amore e Psiche.

Nel secondo corridoio della Galleria Uffizi è conservato un gruppo scultoreo che rimanda ad una delle più antiche opere ispirate all’iconografia di Amore e Psiche, si tratta di una copia romana di un originale ellenistico del IV sec. a.C.; anche la Psiche afflitta conservata ai Musei Capitolini di Roma è una copia di produzione romana di un originale greco databile nello stesso arco di tempo; nel castrum di Ostia, che la tradizione attribuisce ad Anco Marzio, quarto re di Roma, sorge la cosiddetta domus di Amore e Psiche, una delle case dalla tipica struttura a peristilio, datata IV sec. d.C., così denominata perché, nonostante il trascorrere delle ere, ancora reca tracce della celebre iconografia celebrativa delle storie dei due innamorati.

Passando per il periodo rinascimentale, per Raffaello e Giulio Romano, fino a giungere al neoclassicismo di Canova, possiamo notare come la fortuna di questo soggetto sia rimasta immutata nel tempo; riteniamo, quindi, d’indubbio interesse indagare le ragioni di questa sempiterna attualità di un’iconografia che assimila reperti archeologici millenari ad opere d’arte cui al massimo sono riferibili un paio di secoli di storia.

La rappresentazione congiunta dell’Anima e di Eros, che circola almeno dal IV secolo a.C., preesiste all’adozione dei due personaggi nella favola apuleiana che, stando all’ipotesi di Carl Schlam, si sarebbe ispirata non solo ad antiche fonti letterarie e filosofiche ma anche alle preesistenti opere d’arte che su questo tema erano state prodotte.

In statue, vasi, pitture murali, gemme, rilievi su sarcofago, antecedenti alla stesura delle Metamorfosi di Apuleio (II sec. d.C.), è frequente trovare la raffigurazione di una fanciulla alata oppure semplicemente di una farfalla: sono i primi esempi dell’iconografia di Psiche-anima, legittimata dal doppio significato della parola greca Ψυχή, che indica ad uno stesso tempo il soffio vitale e la falena.

Solo in tempi successivi a Psiche viene affiancata la figura di Eros: le immagini più semplici presentano delle rappresentazioni di carattere piuttosto statico nelle quali il dio è colto nel atto di abbracciare la fanciulla oppure con la farfalla posata tra le mani. Insieme al diffondersi del motivo si assiste ad una diversificazione iconografica che si codificherà nei secoli in stilemi ben precisi: Psiche è alternativamente rappresentata sola e afflitta, impegnata a subire o ad infliggere tormenti al suo amante, stretta a lui in un abbraccio oppure colta nel momento del bacio.

La favola di Amore e Psiche, baluardo del neoplatonismo di stampo plotiniano e ficiniano, è stata ampliamente sfruttata in ambito rinascimentale, e come abbiamo appurato anche in tempi più remoti, per esaltare, con mezzi artistici, la congiunzione, teorizzata nel Fedro platonico, dell’anima e di Amore, raggiunta attraverso quella Bellezza che altro non è se non “un tralucere dell’intelligibile nel sensibile” (Platone, Fedro, 250 B), un ponte levatoio gettato tra la realtà fenomenica e l’Iperuranio, residenza delle Idee.

Platone nel Fedro scriveva: “Infatti, come è stato detto, ciascun’anima di uomo, per sua natura, ha contemplato gli esseri, altrimenti non sarebbe venuta in questo vivente. Ma, il ricordarsi di questi esseri, procedendo dalle cose di quaggiù, non è cosa facile per tutte le anime: non per quelle che videro con un breve sguardo le realtà di lassù, non per quelle che, cadute quaggiù, ebbero la cattiva sorte, e trascinate all’ingiustizia da cattive compagnie, caddero nell’oblio di quelle realtà sacre che videro allora. Restano poche anime nelle quali è presente il ricordo in maniera sufficiente. Queste, quando vedono qualcosa che sia un’immagine delle realtà di lassù, restano colpite e non rimangono più in sé. Però non sanno che cosa provano, perché non lo percepiscono perfettamente” (Platone, <

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