Mario Zaniboni. Efebo di Crizio.

L’Efebo di Crizio è una statua di marmo alta 167 centimetri realizzata verso la fine del V secolo a.C. e sistemata in bella vista nell’Acropoli di Atene. Malgrado gli approfonditi studi, non si è riusciti a stabilire se essa sia stata scolpita prima oppure dopo la disastrosa aggressione perpetrata dai Persiani fra il 480 e il 479 a.C.
Dal punto di vista stilistico, prendendo in considerazione alcuni particolari, si è pervenuti a ritenere che la statua sia stata scolpita nella bottega di Crizio, scultore di Atene in piena attività nel periodo compreso fra il 490 e il 465 a.C., che firmava tutte le opere oggi note con il collaboratore, o forse fratello, Nesiote; essi, secondo iscrizione dell’epoca, furono allievi dello scultore Antenore. In ogni modo, c’è da ritenere che la statua sia stata influenzata da quella bottega.
Da notare che lo stile seguito in questa opera è una novità nei confronti di quello precedente e che raggiunse il suo massimo con Policleto, scultore attivo fra il 460 e il 420 a.C. soprattutto ad Argo e nel Peloponneso. Nel suo stile si è dato il maggior risalto all’equilibrio, alle forme armoniche ed al rapporto dimensionale fra le varie parti del corpo come è evidenziato nelle sue sculture, delle quali si può ricordare, come esempio, il Doriforo.
Il torso e la testa sono stati rinvenuti in siti diversi oltreché in tempi diversi, ma nessuna delle due parti fu trovata in mezzo ai detriti risultati dall’aggressione persiana. Forse – è questa l’ipotesi più plausibile – i due tronconi sono stati sepolti nel sito, dopo la ricostruzione della cittadella da parte di Pericle, verso la fine del V secolo a.C. Probabilmente, i reperti provengono da un’area posta sul lato sudorientale dell’Acropoli, dove c’è stato un accumulo di materiale proveniente dall’antichità più lontana per giungere fino al periodo proto classico e classico.
Nella seconda metà del XIX secolo, furono affrontati i lavori di escavazione necessari per la costruzione del museo che avrebbe raccolto e conservato tutto quanto ivi rinvenuto. Quegli scavi iniziarono nel 1863 e, dopo essere stati interrotti, ripresero nel 1865 per finire l’anno successivo. In quella circostanza, furono scoperte le fondamenta di una struttura, denominata Edificio IV, all’interno delle quali furono rinvenute alcune statue utilizzate come materiale da riempimento; fra queste era il torso dell’Efebo di Crizio, come è stato descritto nel Bollettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica. La testa è stata recuperata contemporaneamente al torso.
Le due parti furono messe a confronto e si giunse alla conclusione che erano fra di loro compatibili, anche se non mancarono dubbi in merito, tanto che si pervenne al loro congiungimento effettuato da Adolf Furtwängler, archeologo e storico dell’arte tedesco, tra il 1878 e il 1880. Il primo a scorgere qualcosa in merito alla possibilità che le due parti combaciassero fu l’archeologo britannico Humphry Payne, che notò come alcune scheggiature sulle superfici che corrispondessero, per cui il torso e il capo erano nati insieme. E così, il restauro fu eseguito verso la metà del XX secolo, usando stucco che servisse da collegamento fra le due parti; ciò comportò un allungamento del collo di un centimetro.
Ma nel 1888, mentre l’archeologo greco Kavvadias e l’architetto e archeologo tedesco Kawerau stavano effettuando lavori di scavo fra il museo e le mura della parte meridionale dell’Acropoli, fu rinvenuta una testa che si rivelò essere quella giusta per il torso di cui si è detto, per cui, senza perdere ulteriore tempo, si procedette alla corretta sostituzione alla precedente.
Alla fine, messi insieme le due parti del corpo, si ebbe come risultato la figura di un giovane offerente, adolescente, tra i 12 e i 17 anni di età, con un’espressione seria e triste, che però non era per niente completa: infatti, era senza gli occhi, gli avambracci, la gamba destra e il piede sinistro fino alla caviglia; e, per di più, il naso, le guance, il mento, il collo e il dorso presentavano vaste abrasioni. Si presume che entrambi i piedi avessero le piante appoggiate sul suolo, contrariamente a quanto faceva parte delle innovazioni che si riscontrano nelle statue appartenenti alla successiva era policletea, nel periodo 450-440 a.C., vale a dire il tallone rialzato. Altro elemento, che sta a significare una nuova era, è dovuto ai capelli, tagliati corti e tenuti uniti da un anello, non trovato, forse di metallo, sistemato all’altezza delle tempie, che non si riscontra prima del 480 a.C., e che si riferisce ad un atleta, secondo l’interpretazione da parte di Dickins, o a un eroe, quale potrebbe essere Teseo secondo il parere di Hurwitt, o a un dio.
Tornando al viso triste, si possono ricordare i letterati latini Cicerone, Quntiliano e Plinio, i quali, facendo riferimento quelle opere del V secolo a.C., definirono la loro realizzazione rigida, dura ed austera, ed il tutto fu compendiato nell’italiano “Stile Severo”.
Ora, l’Efebo di Crizio è esposto alla visione ed all’ammirazione degli appassionati di ciò che proviene dall’antichità nel Museo dell’Acropoli di Atene.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it