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Mario Zaniboni. La teriaca. Un amico fedele per la salute umana.

Da quando l’uomo, e naturalmente non solo per lui, vive sulla terra, le malattie sono state una cattiva compagnia, sempre pronte a rendergli difficile il tirare avanti e a indurlo a tentare di curarle e superarle, per non finire miseramente alla sua resa e alla morte. E, pertanto, fra le tantissime attività, ci fu chi scelse di studiarle e possibilmente di combatterle, estirpandole.
I rimedi erano spesso soggettivi, applicati a seguito di esperienze vissute, personali o di altri, per questioni religiose e così via, rivangando su cause naturali (talora curabili) e spirituali (con pochi o nulli risultati). E fin dai tempi più lontani ci sono stati tentativi di produrre sostanze medicinali che aggredissero le malattie, debellandole, quando andava bene, altrimenti…
Un medicinale, la cui nascita si perde nella notte dei tempi, è la teriàca, nome derivato dal termine greco thēriaké che significa “antidoto” e che, stando ai “si dice”, aveva un potere miracoloso o addirittura portentoso, che dava risultati positivi contro ogni malattia. Questo prodotto ha attraversato tutti i secoli, sempre utilizzato in ogni caso e situazione, e solamente al principio del XX secolo è stato messo in pensione. E’ nato come medicinale contro diversi disturbi fisici, con efficacia polivalente, andando dalla cura dei morsi di animali velenosi alla lotta contro le sostanze che infettano l’organismo umano; e non solo, perché serve pure per combattere i bruciori di stomaco, i dolori di testa, gli abbassamenti della vista e dell’udito; e non finisce qui, giacché va pure bene per favorire il sonno, per irrobustire e rinvigorire il corpo, per allungare la vita e… chi più ne ha, più ne metta: più polivalente di così, che si può pretendere?
Storicamente, si ritiene che la nascita della teriàca sia avvenuta attorno al 50 a.C., a seguito dell’interessamento per le malattie e per la sua passione per i medicinali del re del Ponto, Mitridate Eufator Dioniso VI, noto come Mitridate il Grande. Egli temeva sempre che qualcuno lo facesse fuori avvelenandolo, e perciò, per precauzione, si rivolse al suo medico personale Crateva, ordinandogli di studiare e preparare una sostanza che lo proteggesse da qualsiasi tipo di avvelenamento, qualora qualcuno, come temeva, tentasse di eliminarlo. E il suo metodo, come fu testimoniato da medici romani, era basato sull’assunzione giornaliera di questa miscela; ma l’uso prolungato di una sostanza può sancire l’assuefazione ad alcuni componenti, rendendolo inefficace: questa pratica passò alla storia con il nome di Mitridatismo.
Quando fu sconfitto dai Romani, per non farsi catturare con le figlie, Mitridate decise per il suicidio, e perciò, dopo averle fatte avvelenare e aver seguito il corso del loro decesso, tenuto conto del fatto che per lui il veleno sarebbe stato inefficace per l’immunità acquisita, stando alle leggende, si fece trafiggere con la spada da un soldato.
Pompeo, da conquistatore, si appropriò di tutti i possedimenti del re del Ponto e di tutte le conoscenze del suo popolo, fra le quali non mancarono quelle mediche e farmaceutiche, in cui trovò pure la formula del Mitridatum, o mitridate che dir si voglia, composto da più di 60 ingredienti. Riconosciuta la sua importanza, la fece tradurre in latino dal liberto Pompeo Leneo e diffondere a Roma e nei suoi territori.
Nel 30 d.C., Aulo Cornelio Celso descrisse e rese pubblico l’antidoto nel suo trattato De Medicina, dove incluse l’elenco degli ingredienti e della dose di ciascuno; questi, dopo essere accuratamente battuti, per non risultare sgraditi al palato, venivano cosparsi di miele.
Comunque, l’importanza della teriàca fu riconosciuta un centinaio di anni più tardi, quando il medico dl corte di Nerone, Andromaco il Vecchio, la apprezzò e la decantò in un suo poema elegiaco di 174 versi, fornendone la composizione e i vantaggi che ne possono derivare. Ma volle aggiungervi un componente in più: infatti nella miscela aggiunse della carne di vipera, forse seguendo il principio del simila similis, vale a dire che, se l’animale possiede il veleno, nello stesso tempo deve possedere pure il suo antidoto. In definitiva, lo studioso decantò l’importanza della teriàca nella lotta di tutti i mali che affliggono l’umanità, ma soprattutto insistette sulla sua validità contro l’avvelenamento per i morsi di serpente. L’uso della carne di vipera per la preparazione della teriàca fece sorgere molte perplessità, giacché si temeva che il veleno contenuto nelle ghiandole velenifere potesse entrare a farne parte ed essere, pertanto, un pericolo per chi ne faceva uso; ma poiché queste erano eliminate insieme con la testa, il pericolo era da ritenere inesistente.
Anche Plinio il Vecchio volle dire la sua sul mitridate e sulle panacee in genere, costituite da un’infinità di ingredienti: infatti, nella sua Storia Naturale compare la sua ferma critica nella quale insinua che, secondo il suo parere, nessun cervello umano sarebbe abbastanza acuto da poter fissare le dosi per il consumo umano.
Uno dei massimi medici dei tempi antichi, Claudio Galeno, si interessò alla teriàca nelle versioni di Elio (usata da Giulio Cesare), Andromaco (da Nerone), Antipatro, Nicostrato e Damocrate.
L’antidoto ebbe una enorme fortuna e fu utilizzato da tanta gente, ma soprattutto divenne di sommo pregio quando Galeno, appunto, consigliò l’imperatore Marco Aurelio ad assumerlo ogni giorno, per evitare qualsiasi tipo di avvelenamento.
Nel Medio Evo, la teriàca, dopo la traduzione delle sue caratteristiche dal greco al siriaco, ebbe una grande diffusione nel Medio Oriente con particolare predilezione da parte dei medici arabi, fra i quali si possono ricordare Mesuè il Vecchio e Avicenna e, attraverso i rapporti commerciali, si diffuse pure in India ed in Cina. E che fosse apprezzata in Italia lo sta a dimostrare la grande produzione effettuata in modo particolare a Genova e Venezia, tanto che divenne una sostanza ricercata e commercializzata in tutta l’Europa, e soprattutto in Francia e Germania.
La teriàca si diffuse a macchia d’olio, diventando famosa e in tal modo la sua abbondante produzione favorì la prosperità di chi la creava nel XVI e nel XVII secolo. Anzi, è interessante ricordare che allora era invalsa l’abitudine di preparare quella “panacea” (cioè quel toccasana che risolve tutti i problemi, guarendo ogni male) coram populo, per mostrare quali fossero gli ingredienti utilizzati e le modalità della sua preparazione. Tutto ciò si dimostrò essere un affare gigantesco, che arricchì i produttori e anche gli Stati della nostra Penisola. Questo rimedio entrò a far parte di quei medicinali che non potevano mancare ovunque, sia nelle case dei ricchi sia in quelle dei meno abbienti, fino al XIX secolo.
Inizialmente, questo prodotto non fu accettato pedissequamente da tutti: durante i secoli in cui la sua presenza era costante e accetta, non mancarono studiosi di varie branchie della scienza, dai farmacisti ai chimici, ai medici e ad altri ancora che si interessavano di malattie e di benessere, non solo clinicamente ma anche giuridicamente, che si trovarono a discutere, anche pesantemente, sia sulla preparazione del farmaco sia sugli ingredienti utilizzati; e ciò un po’ ovunque, anche in Italia. Per esempio, a Bologna, nel XVI secolo, nacque un diverbio fra il naturalista e docente di filosofia all’Università locale, Ulisse Aldovrandi ed i farmacisti, che ricorsero pure a raccogliere il parere delle autorità cittadine; questo dissidio si accese perché lui partiva dal presupposto che la teriàca, e non solo, non era prodotta come avrebbe dovuto essere. Questa polemica controversia indusse le due parti a coinvolgere il Collegio dei Medici, il Protomedicato e il Governo Cittadino, che fra l’altro erano accusati dall’Aldovrandi di non proteggere sufficientemente la popolazione dal punto di vista sanitario: chiedeva maggiore attenzione e l’apertura di un orto botanico per la produzione delle erbe necessarie per la cura delle malattie. Dopo un lungo tira e molla, si giunse ad un accordo: due protomedici, scelti dal Collegio, ogni tre mesi avrebbero steso un nuovo ricettario, con la collaborazione di Aldovrandi e Febrizio Garzoni, scelti dal Senato.
Nel 1574, Aldrovandi nel convento di San Salvatore mise a punto la teriàca, inserendovi due nuovi ingredienti e scatenando le ire dei farmacisti; ma il Collegio, a seguito dei chiarimenti da lui forniti e della comunicazione che questi erano stati inclusi nella teriàca fatta a Venezia, Verona, Padova, Napoli e Ferrara, seguendo il suo consiglio, li calmò ed ammise che il prodotto era “buonissimo e perfettissimo”, autorizzandone la vendita.
Questo favoloso successo favorì la formazione di specialisti del settore; di questi, il primo fu il medico e farmacista francese Nicolas Lémery, che diede alla stampa l’opera “Farmacopea Universale”, diffusa a Parigi nel 1697. Questa opera fu la molla che fece scattare il passaggio fra la vecchia alchimia e la nuova chimica, con la conseguenza, fra le altre, della perdita di credito della teriàca, riconosciuta come un farmaco di non sicura prestazione. In effetti, questa panacea fu studiata profondamente ed il risultato che ne derivò fu che quella di Andromaco andò in pensione per fare posto a quella nuova, definita “riformata”, vale a dire rivista e formulata secondo le conoscenze di quell’epoca. Dunque, a questo punto, la teriàca, fino ad allora ritenuta un valido farmaco, fu bocciata dai nuovi farmacisti, ma il popolo, ignaro di questo cambiamento di rotta, continuò scrupolosamente e rigorosamente a servirsene come nel passato.
E, in effetti, sintomatico fu l’intervento di Ferdinando IV Borbone (detto Re Nasone), re di Napoli dal 1759 al 1816, che fiutò l’affare e, facendo intervenire la Reale Accademia delle Scienze e delle Belle Arti, monopolizzò la produzione della teriàca, mentre la propagandava per attirare l’attenzione della popolazione, e la immise sul mercato. E, per arrotondare le sue entrate, impose ai farmacisti di acquistarne una certa quantità per ogni anno che passava. Questo nuovo prodotto continuò ad essere utilizzato non solo dal popolo, ma anche dai medici, finché nel 1906 fu definitivamente messo a riposo in soffitta.
Questo prodotto calamitò pure l’attenzione di letterati, come lo dimostra A. E. Housman nella sua raccolta di poesie “A Shropshire Lad”, pubblicata nel 1896, che si conclude con l’affermazione “Mitridate morì vecchio!”, a dimostrazione dell’efficacia del farmaco.
Comunque, come ricordato, alla fine questo farmaco fu definitivamente messo a riposo, sostituito da prodotti più moderni e consoni alle conoscenze che man mano si sono acquisite in campo medico scientifico, ma ha lasciato un ricordo di sé nel quale si riscontra un corale grazie per ciò che ha fatto, o che si ritiene che abbia fatto, per la salute umana per tantissimi anni.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. Il vero solo amico fedele.

Beati i grandi poeti e fortunate le società che li generano. Già Omero, oggi diremmo: anche animalista! a quell’epoca! tramanda un episodio degno della massima attenzione e commozione: ci racconta che Ulisse dopo un’assenza di venti anni dalla sua isola, quando ritorna, travestito da mendicante per certe ragioni che gli avevano riferito, nessuno lo riconosce, nemmeno la moglie: solo Argo, il suo cane, ormai vecchio e cieco ancora vivo, dalla voce capisce chi ha di fronte, dopo tanti anni e gli manifesta e conferma il proprio amore e devozione, come sogliono fare i cani coi loro amati padroni. Il poeta rivela che Ulisse è commosso nel rivedere Argo e le sue effusioni ed una lacrima, pare, scende giù per la gota: Argo ormai dopo la lunga attesa, ha rivisto il padrone e ora può anche andarsene, e gli muore ai piedi!
Sono infiniti questi episodi di fedeltà e di amore -possiamo usare il termine- che la vita e la letteratura ci richiamano alla mente: quegli occhi, quelle espressioni indescrivibili del volto di un cane quando ti osserva, suppliscono alle parole che non possono esprimere quando vorrebbe parlare al padrone.
Pur se da allora fino ad oggi sono trascorsi oltre tremilacinquecento anni e chissà quante altre vicende si potrebbero richiamare alla memoria, l’episodio di Ulisse mi obbliga a citare un altro grande poeta, ma dei nostri giorni, che pure ebbe una profonda esperienza d’amore con i suoi cani, Totò, sì, l’attore, il grande poeta, chi l’avrebbe immaginato? “Il cane è quella cosa a metà strada tra un angelo e un bambino”, ”Un cane vale più di un cristiano”, ”Il cane è un signore, tutto il contrario di un uomo”, “Io mangio più volentieri con un cane che con un uomo.” Parole quasi incredibili. Verso la fine della esistenza di attore, diede impronta visibile al suo rispetto e considerazione verso i cani allorché a Roma, racconta la cronaca, in via di Boccea, impiantò un canile per i randagi che lui, il poeta, chiamò “Ospizio dei trovatelli”: ne erano 220! Rimase attivo, pare, solo due anni perché poi tutto finì con la sua morte. Il cane amico di Totò, ma anche di Hitler che nutriva una vera passione per i pastori tedeschi e l’ultimo morì con lui nel bunker di Berlino: cioè il cane non è razzista, cerca solo affetto e protezione ed un tozzo di pane e la possibilità di esprimersi e manifestare la propria devozione ed affetto.
Il cane umile e dolce quadrupede, ha una sola sventura, da sempre: di essere la creatura più vicina all’uomo, dagli inizi della storia, cioè vicino all’essere più crudele e più spietato della terra. E ne ha seguito le vicende, soprattutto ne ha subito le perversioni e le infinite crudeltà che non vogliamo ricordare.
C’è un film del 1962 “Mondo Cane” di Gualtiero Iacopetti, un giornalista, che è una specie di cronaca delle perversioni e ferocie dell’uomo specie verso gli animali, un film forse troppo impressionante per gli esempi di crudeltà e cattiveria ma non più di tanti altri film, epperò alla televisione questo film non appare mai, mentre fino alla indigestione quelli di Stanllio e Ollio!
I cani sono le creature più amorevoli e leali di questo pianeta e amano incondizionatamente, fino alla morte. Anche quando vengono maltrattati o feriti, continuano ad amare. Quale umano conosci che ha la metà di queste meravigliose caratteristiche?
Eppure la loro è vita da cani, solo come un cane, mondo cane, cane rognoso; una puttana? cagna! cane randagio, cane senza padrone: Pasolini in una sua poesia scriveva:…. Vago come un pazzo, come un cane senza padrone …..
Nemmeno vogliamo richiamare alla memoria gli infiniti torti e maltrattamenti e sofferenze che tanti padroni riservano ai loro cani tanto che ci si chiede: come mai alla gente, ai vigili, ai carabinieri che assistono e vedono normalmente tante scene di cattiveria e di maltrattamento, non intervengono o denunciano l’autore? Una domanda è lecita: quale particolare facoltà possiede il bipede per ritenere normale e giusto il suo comportamento di terrore verso il proprio cane? Oppure: che cosa gli fa credere di sentirsi superiore e migliore del proprio cane? In realtà si può essere certi che un individuo di tal fatta sarà crudele anche con la propria famiglia, perché un malato di mente lo è con tutti.
E qui si pongono questioni determinanti: vigilanza e controllo serio degli uomini e dell’ambiente, la famiglia, la scuola, la televisione; se si pensa a certi genitori, si può non perdonare ma escludere sì, solamente poveri figli, ma la televisione e la scuola sono da sempre e imperdonabilmente i veri autentici colpevoli di quanto stiamo descrivendo: il fatto che a scuola ancora normalmente si parla e si illustra il maltrattamento e l’ammazzamento degli animali da parte dei bipedi anche per mangiarli, il fatto che mai o quasi non dico illustrare ma almeno attirare l’attenzione, deprecare gli episodi di violenza e cattiveria verso gli animali e l’umanità e condannarli e, per esempio, proibire a questi soggetti di possedere animali, anziché mostrare quelle orribili pubblicità di quelle bocche enormi che addentano amburgher enormi o tutta quella gente a tavola che azzanna brandelli di polli o carne di pesce, si mostrino con il soccorso di un pizzico di sensibilità scene ed episodi che possibilmente edifichino o quanto meno rientrino nella normalità, differente, che stiamo illustrando.
Come può accettarsi di ammazzare e poi mangiare un capretto o un agnellino simbolo di Gesù Cristo o un vitellino o un coniglio o un galletto? Come può un bambino che vede certe scene o sente certi commenti impedirsi di ripeterli, mancando la guida saggia e matura che sensibilizza e ammaestra? Già cinquant’anni fa qualcuno che se ne intendeva, scriveva ripetutamente: tale televisione bisogna abolirla.
Torneremo ancora sull’unico vero amico fedele del bipede.
Anche se di nobile aspetto, colui che sevizia gli animali è senza anima e privo della grazia divina: non gli si dovrebbe mai dare fiducia”, Goethe.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Mario Zaniboni. Cristoforo da Messisburgo, non solo scalco.

Alla Corte Estense, nel periodo del suo massimo splendore e della notevole importanza nel variegato mosaico degli stati e staterelli italiani, ci fu un personaggio che ebbe una certa influenza nei rapporti politici e diplomatici del ducato, ma che soprattutto eccelse per quanto riuscì a portare a termine seguendo la sua passione per la buona tavola.
Si sta parlando di Messi detto Sbugo, divenuto poi Messisbugo, secondo documenti dell’epoca nato a Ferrara da una famiglia originaria delle Fiandre, in data non precisa, ma sicuramente ancora nel 1400.
Di lui non si sa molto. Il padre Antonio fu un servo del duca alla fine del XV secolo, mentre lui, Cristoforo da Messisbugo, fu provveditore ducale presso la Corte Estense e nel 1519 fu collaboratore di Alfonso I, con il quale partecipò a diverse missioni diplomatiche e politiche, coprendo diversi incarichi e con Ercole II divenne provveditore, incarico che conservò fino alla morte. Carlo V d’Asburgo lo nominò Conte Palatino il 10 gennaio 1533.
Si sposò con la nobile e ricca ferrarese Agnese, figlia di Giovanni Giocoli, di un’antichissima famiglia di parte guelfa risalente al VI secolo, con un notevole vantaggio per il ducato, che ne teneva sotto controllo l’amministrazione dei poderi. La sua presenza era apprezzata alla corte di Mantova dalla duchessa Isabella d’Este, moglie del Marchese Francesco II Gonzaga, tanto da diventarne il consigliere personale.
Però, il ruolo che lo fa maggiormente ricordare nelle cronache ferraresi è quello di scalco, termine ora andato in disuso, ma molto comune nelle mense nobili ed aristocratiche del Medioevo e del Rinascimento, che si abbinava a colui che aveva l’incarico di tagliare la carne e servirla ai commensali che partecipavano ai pranzi ed alle cene, compito di grande prestigio.
Ma Messisbugo era molto di più, essendo colui che controllava le forniture alimentari, che teneva sotto controllo la gestione della cucina ed i rapporti fra i cuochi, e che era, insomma, la persona di fiducia del proprio datore di lavoro. Come se non bastasse, allo scalco era affidato il compito non solo di far sì che le portate in tavola fossero appetitose e nutrienti, ma pure che le mense fossero ben organizzate, raffinate, ornate, armoniose, e che le vivande fossero presentate in modo artisticamente e sorprendentemente approntate. E, sempre compito suo, era quello di predisporre, in coincidenza di importanti banchetti, spettacoli di elevata qualità, in cui ci fossero musica e danze oppure rappresentazioni teatrali che, negli intervalli fra una portata e la successiva, durante il pranzo o la cena, potessero intrattenere piacevolmente gli ospiti. Insomma, doveva essere un abile organizzatore, che metteva insieme lo spettacolo e la cucina, facendone un connubio piacevole e gustoso nello stesso tempo.
Un banchetto ad alto livello ed in grande stile fu quello approntato il 5 marzo 1508 per la prima della commedia di Ludovico Ariosto “Cassaria”. Mentre un altro banchetto rimasto famoso nelle cronache ferraresi fu quello organizzato nel 1529 per festeggiare il matrimonio fra Ercole II, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia, e Renata di Francia, figlia del re Luigi XII, sotto l’occhio attento e vigile della duchessa Isabella d’Este e marchesa di Gonzaga, che tutto vedeva e tutto controllava quasi più a Ferrara che a Mantova.
Appassionato com’era della cucina, Cristoforo desiderava che anche altri si associassero alla stessa, aiutandoli a meglio comprenderla, pubblicandone gli aspetti.
Già nel 1522 aveva fatto pubblicare dalla tipografia veneziana di Giovanni della Chiesa la sua opera “Libro novo, nel qual s’insegna à far d’ogni sorte di vivanda secondo la diversità de’ tempi, cosi di carne come di pesci e ‘l modo d’ordinar banchetti, apparecchiar tavole, fornir palazzi, et ornar camere per ogni Prencipe”, che ebbe un grande successo per tutto il secolo in corso.
Nel 1549, un anno dopo la sua scomparsa, la sua passione per la cucina e la dedizione alla stessa è stata resa pubblica nella sua opera “Banchetti, compositioni di vivande et apparecchio generale”, che continuò ad essere pubblicato ancora nei primi anni del XVII secolo. In questo trattato, descrive tutto quanto è necessario per preparare un banchetto di altissimo livello, dall’attrezzatura all’ornamentazione dell’ambiente, dalle ricette alla loro realizzazione; interessante il richiamo per la prima volta nella storia della gastronomia allo storione, pesce un tempo abbondantissimo nel Po, ed alla preparazione del suo caviale: “caviaro per mangiare, fresco, o per salvare”. Un esempio si trova nel suo scritto “Desinare che fece il Conte Federico Quaglia allo Illustrissimo Duca di Chartres, ecc.”; qui è riportato che si erano serviti “di caviaro fresco piatti 6, di sturione fritto, fette 24, con arance, zuccaro e cannella in piatti 6, di sturione pezzi 12 e 12 pezzi di luccio allesso in piatti 6“.
Questo fu più volte ristampato con il titolo “Libro novo nel qual si insegna a far d’ogni sorte di vivanda”.
Praticamente, l’opera, improntata su tre fasi, ricalca tutto quanto c’è di importante in un banchetto: dopo aver descritto nella prima parte la sua organizzazione, parlando degli alimenti e dell’attrezzatura necessaria per trattarli, sotto il titolo “Memoriale per fare un apparecchio generale”, riprende il discorso su undici cene, tre “desinari” ed un “festino”, che si possono proporre, nella seconda, per concludere con la terza riportante un elenco dettagliato di 323 ricette, suddivise fra minestre, brodi, torte, paste, salse, latticini. detto per inciso, i banchetti della Corte Estense erano sempre accompagnati da vini eccellenti.
L’opera è fondamentale per quanto attiene alla gastronomia del Rinascimento, raccogliendone i gusti italiani ed europei.
Molti seguirono le sue orme, fra cui si possono ricordare Domenico Romoli, chiamato Panunto (1560), Bartolomeo Scappi, forse di origine varesotta (1570) e Bartolomeo Scappi, cuoco presso signorie dell’Emilia Romagna, fra cui i Gonzaga di Mantova, un secolo dopo (1662).
Alla sua morte, avvenuta nel 1548, fu tumulato a Ferrara nella chiesa di Sant’Antonio in Polesine, dove è ricordato da una lapide sagomata, forse in marmo di Verona, riportante la data M.D.XXXXVIII.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Vergine di Norimberga. Realtà e fantasia.

La storia, purtroppo, fra le tante cose belle e brutte che la costellano, ricorda pure l’abitudine di colpire gli autori veri, o fasulli che fossero, di certi comportamenti criminali oppure per conoscere particolari segreti, ricorrendo alla tortura, che veniva praticata secondo modalità o usando strumenti che solamente menti bacate o perverse potevano immaginare.
Di questi, uno degli strumenti ritenuto fra i più dolorosi e terrificanti che potessero essere inventati e usati contro qualche disgraziato, fu la cosiddetta “Vergine di Ferro ” o anche “Vergine di Norimberga”, ideata nel XVIII secolo. Però, quando studiosi e storici vollero approfondire la conoscenza di tale mezzo di tortura e di riscontrare il suo uso nel Medioevo, si resero conto che non era richiamato da nessuna parte e che non si trovava riscontro in nessun documento, giungendo alla conclusione che – e meno male – non sia mai stato utilizzato.
Ma vale la pena di farne menzione, per vedere una volta di più quanto la mente possa inventare mezzi per fare del male agli altri, dimostrando la sua cattiveria ed il suo sadismo congenito, mettendo in atto sul prossimo pratiche feroci, crudeli, umilianti e aggressive, spesso per provare il piacere di vedere altri soffrire.
Quello strumento di tortura è costituito di ferro e la sua forma ricorda il profilo di un contenitore adattato per un corpo umano, costellato all’interno da punte affilate e acuminate. Per torturare la vittima (qualora ci fosse realmente stata) veniva immessa al suo interno e, con la sua chiusura, il corpo veniva trafitto dalle punte, le quali erano disposte in modo da non rovinare organi vitali, rendendo in tal modo la tortura lenta e continua, facendola agonizzare per ore e ore, finché la morte non le procurava l’agognato sollievo.
Ma ci si può chiedere come mai un oggetto, che in pratica non fu mai utilizzato, possa essere entrato nella storia della tortura. Il fatto deriva dall’esposizione di una “vergine di ferro”, avvenuta nel XVIII secolo a Norimberga, quale antico strumento di tortura. La sua vista fece rabbrividire i visitatori, facendo loro accapponare la pelle, ma, successivamente, fu riconosciuta come il risultato dell’assemblaggio di pezzi di altri vari oggetti antichi effettuato da un artigiano.
E, pur essendo stato chiarito quanto sopra, le voci portate in giro da visitatori e da giornalisti, il fatto divenne di dominio pubblico, tanto da indurre abili lavoratori a costruirne copie da distribuire in musei e collezioni private, come esempio di strumenti di tortura.
Fra i vari storici, che si sono interessati alla “Vergine di Norimberga”, alcuni ritengono che ci sia stata confusione con altri strumenti di punizione, fra i quali si può ricordare, per esempio, le gabbie metalliche, in uso nel periodo medievale, in cui venivano rinchiusi i criminali per essere esposti al pubblico ludibrio e come monito. Ma pare impossibile che tale confusione possa esserci stata, considerata la evidente differenza fra i due contenitori.
Quello strumento di tortura ebbe moltissimi visitatori, tanto che molti musei fiutarono l’affare, facendone costruire copie opportunamente pubblicizzate con l’accoppiamento di racconti sensazionali, ricavando la soddisfazione di vedere tanta gente di curiosi precipitarsi per ammirarle.
Le torture medievali, quelle veramente inflitte, erano attuate con l’uso di attrezzi meno sofisticati e di più pratica applicazione. Si possono ricordare la ruota, il cavalletto, il tratto di corda, le tenaglie, tanto per ricordarne qualcuno, che si ritrovano nominati nelle relazioni di processi, nei manuali degli addetti alle indagini, nei trattati legali; ma della “vergine di ferro” niente.
Comunque, per concludere, si può ricordare una volta ancora che gli esperti, per la maggior parte, sono dell’avviso che la “vergine di ferro” non sia mai stata utilizzata e che la sua nomea sia stata dovuta ad interpretazioni distorte della realtà.
La dimostrazione, una volta di più, di come un mito possa prevalere sulla certezza e sull’ovvietà.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it