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Feliciano DELLA MORA: L’Arcangelo Michele.

Cosa rappresenta l’Arcangelo Michele


L’Arcangelo Michele era già considerato dagli Ebrei come il principe degli angeli, protettore del popolo eletto, simbolo della potente assistenza divina nei confronti di Israele. Nell’Antico Testamento appare per tre volte, in particolare nel libro di Daniele (Dn 10,13.21; 12,1), dove è stato indicato come il difensore del popolo ebraico ed il capo supremo dell’esercito celeste che difende i deboli ed i perseguitati. 
Il nome di Michele, che in ebraico è “Mikka’el”, cioè “Chi come Dio”, compare infatti come il principe che sta di guardia ai figli, come colui che difende la verità, la tutela e viene spesso raffigurato con la bilancia in mano, con lo strumento che garantisce l’equità e che insegna a dare il giusto valore a tutte le cose, pesandole sulla bilancia della giustizia.
Il suo culto, dall’Oriente, si estese prima in Egitto, poi in Occidente (via Turchia, Grecia, Epiro-Albania, ecc.) e persino i Longobardi, nel secolo VII, dedicarono all’Arcangelo un ex oracolo pagano sul Monte Tancia, in Sabina. La cosiddetta Grotta di San Michele è infatti una cavità carsica scavata nel calcare dalla azione erosiva dell’acqua, che vi ha formato concrezioni ancora in fase di sviluppo.


Il culto di San Michele


Con l’avvento del cristianesimo, il culto di Mitra e quello di Mercurio vennero sostituiti da quello di San Michele anche presso i Celti e gli Anglosassoni.
I Bizantini rappresentarono Michele vestito di clamide purpurea. L’Arcangelo si presentava ieratico, imberbe, spesso ad ali spiegate, talvolta con verga o con labaro o con globo crocifero.
In Grecia acquisì la definizione di archangelos, cioè “capo supremo degli angeli” o archistratega delle milizie celesti. In ambito cristiano vengono quindi precisati i suoi ruoli di capo supremo degli angeli, di antagonista primario e vincitore di Satana, di protettore della Chiesa, ecc.
Dal Gargano, l’Arcangelo veste una lunga tunica. Da qui passa a tutta l’Italia ed all’arte francese. L’arte francese del secolo XIII veste Michele di corazza e di elmo come un cavaliere crociato. Ha talvolta come attributo le conchiglie, con allusione al pellegrinaggio marittimo del Mont Saint Michel oppure ha la piastra della corazza a forma di conchiglia.
Nel Medioevo la figura dell’Arcangelo assunse l’immagine che oggi conosciamo: con spada o lancia pronto ad affrontare il dragone-satana, ma talvolta anche con un globo in mano, l’antico simbolo di Mitra creatore del mondo, che nell’Arcangelo ha il significato della sovranità di Dio sul mondo, governato tramite il capo degli angeli.
San Michele è considerato anche l’equilibratore, il pesatore delle anime, e per questa sua funzione è diventato il patrono di tutti quei mestieri in cui ci si serve della bilancia: pasticceri, droghieri, pesatori di grano, commercianti. Per la sua funzione di capo delle milizie celesti, Michele è il protettore della Pubblica Sicurezza.
La Chiesa oggi celebra la festa di San Michele, unita insieme a quella di San Gabriele e di San Raffaele, il 29 settembre. In passato, due erano le feste liturgiche in onore dell’Arcangelo (che si conservano ancora per la città di Monte Sant’Angelo, nel Gargano): il 29 settembre, come ricordo della dedicazione della Basilica e l’altra, 1’8 maggio, anniversario dell’apparizione di San Michele al Gargano. 
A partire dall’XI secolo, queste due ricorrenze particolari del Santuario del Gargano si diffusero in tutta l’Europa.
 
A Roma è ritenuta contemporanea delle chiese umbre, la basilica della via Salaria, indicata al VII miglio, mentre l’oratorio eretto sulla sommità della Mole Adriana va attribuito a Bonifacio III o a Bonifacio IV all’inizio del VII secolo e da allora venne chiamato Castel Sant’Angelo.
La tradizione e l’esperienza garganiche non solo hanno profondamente influenzato la caratterizzazione e la diffusione del

Luana MONTE: Thera, l’isola dai tanti nomi, è forse la mitica Tarsis?

Nel mar Egeo, subito  a nord di Creta, si trova Thera, la più meridionale delle Cicladi, isole così chiamate per il fatto di essere disposte a circolo, in greco kyklos, intorno a Delo, luogo di nascita di Apollo. In epoca minoica la  configurazione di Thera è stata sconvolta dal terribile vulcano che la dominava e “ l’odierna Thera non è più un isola, ma  un insieme di più isole, formatesi dopo l’eruzione della metà del II° millennio a.C. e di quelle successive: Thera, Aspronisi e Therasia intorno alla caldera,  Palaea Kameni e Nea Kameni al centro della stessa. Se in origine era rotonda e dominata dalla montagna, ora la sua caratteristica principale è appunto questa caldera, sulle cui pareti, che si innalzano verticalmente sul mare per oltre 200 metri, è praticamente impressa, grazie agli strati che si susseguono, tutta la storia geologica dell’isola”.


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Autore: Luana Monte

Eva PIANFETTI: Purpurae.

1.Porpora: tra mito e realtà.


PIRRONIANI SECONDO DIOGENE LAERZIO
Nulla si manifesta in forma pura e in sé, ma sempre in nesso all’aria e alla luce, al caldo e al freddo, al movimento, all’evaporazione o ad altre proprietà. Il porpora appare per esempio di colore diverso se è esposto al sole, alla luce lunare o a quella di una lampada…


PLATONE [DA: TIMEO, 67c-68d]
Il rosso mescolato con il nero e il bianco origina il porpora.


TEOFRASTO, OVVERO ARISTOTELE, SUL COLORE
17. Appare un porpora vivace e luminoso se dei raggi di sole deboli e attenuati vengono mescolati con un bianco non troppo forte e ombreggiato.
18. La ragione per la quale intorno al sole dell’aurora e del tramonto l’aria appare purpurea è che i suoi deboli raggi penetrano in un’atmosfera ormai buia.
19. Anche il mare pende un colore purpureo quando sulla superficie agitata le onde si piegano e i raggi del sole illuminano solo debolmente le parti in ombra.
20.La stessa cosa accade con le piume che, dispiegate alla luce, mostrano una tonalità porpora, e che prendono invece un colore scuro – detto orphninos – allorquando su esse cade poca luce.
(brani tratti da Goethe, “La storia dei colori”)


La nascita della preziosa porpora si perde nell’ombra dei tempi.


Secondo un’antica leggenda, essa venne scoperta grazie al cane del dio tintore fenicio Melkarth che una mattina, prendendo con la bocca una conchiglia, si tinse di un particolare colore. La ninfa Tiros, presente alla scena, ne restò affascinata, e chiese al dio una tunica del medesimo colore.
Altre leggende, molto simili a questa, vedono come protagonista il cane di Ercole, oppure la cagna di un pastore greco.
L’invenzione del colorante purpureo è stata attribuita, di volta in volta, ai cretesi o ai fenici.


Il popolo fenicio aveva una grande tradizione tintoria. Una leggenda vuole che il loro esodo da Creta, avvenuto intorno al 1600 avanti Cristo, fosse dipeso dal disprezzo che suscitava presso la benpensante società cretese l’uso dell’urina rancida, elemento essenziale per la produzione dei coloranti per tessuti.
I fenici divennero i principali produttori e commercianti di porpora, trasformandola in una grande fonte di ricchezza e sostentamento, loro primaria fonte di reddito. Impararono a conoscere talmente bene la sostanza, da riuscire a ottenere una vasta gamma di toni. La porpora di Tiro divenne famosa in tutto il mondo antico.


I greci appresero proprio dai fenici le tecniche di produzione di questo colorante.


Presso l’antico popolo romano, il colore purpureo divenne simbolo di nobiltà e prestigio. Nella Roma repubblicana tale colore era riservato alle persone di alto rango, come i generali vittoriosi, mentre nella Roma imperiale fu addirittura eletto colore ufficiale dell’impero.
Furono stabilite scrupolose norme a salvaguardia dei processi di produzione e distribuzione del colorante e delle lane pregiate con esso tinte. Nel IV secolo solo l’imperatore aveva il diritto d’indossare indumenti purpurei, pena sanzioni molto salate. Venne persino vietato l’uso di abiti tinti con colori imitanti il porpora.
Sotto Alessandro Severo, la produzione della porpora divenne monopolio esclusivo dell’impero: le officinae purpurarie, distribuite sul territorio imperiale, dovevano essere regolamentate e autorizzate dall’imperatore, e dipendevano da un centro mercantile e dall’autorità della capitale. Vennero istituiti corpi speciali di guardie addette alla sorveglianza di queste officine.
Sotto Valentiniano, Teodosio e Arcadio, i trasgressori delle leggi purpuree potevano essere puniti addirittura con la morte. Tale drastica pena non riusciva a scoraggiare gli amanti del porpora: taluni arrivarono addirittura a indossarlo sempre, nascosto sotto abiti di altre tinte.


La rea

Andrea ROMANAZZI: Venezia – I misteri della laguna, tra spettri, Graal e magi occultisti.

Quando si parla di Venezia vengono subito in mente le immagini delle bellissime gondole che vagano per i canali e la dolce atmosfera romantica che la avvolge, ma tra i campi e i calli gremiti di turisti si nascondono antiche leggende, misteri insoluti, ombre di antichi personaggi che rendono la città fortemente inquietante in questa sua gotica disinvoltura. Sarà seguendo così le tracce di questi enigmi che si perdono nella notte dei tempi che riusciremo ad entrare in contatto con il genius urbis che come novello Virgilio ci porterà tra le pieghe del tempo al cospetto di tradizioni mai dimenticate come il Graal e Cagliostro, Casanova e l’Inquisizione che ci faranno cambiare idea sul comune soprannome di “Serenissima”.


 


IL GRAAL E I MISTERI DI SAN MARCO


 


La città di Venezia è ricca di leggende su antiche reliquie cristiane dato anche gli stretti rapporti economici con il mondo orientale e così ovviamente non potevano mancare storie sui Templari e il mistico Graal, la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo.


La via che porta questa favolosa reliquia in città è quella che conduce a Costantinopoli, l’odierna Istambul, città conquistata dai Crociati e strettamente legata al capoluogo veneto. In particolare proprio durante la Quarta Crociata cavalieri e mercanti portarono in città cultura e tradizioni mediorientali  oltre ai moltissimi tesori provenienti dalla città turca come i quattro cavalli in rame presenti sulla Basilica di San Marco e che tradizione vuole avessero al posto degli occhi degli splendidi rubini. Si sa ancora che da Costantinopoli sarebbe provenuta la Corona di Spine di Gesù che Luigi IX di Francia riuscì a sottrarre alla città per portarla in Francia, presso la Sainte Chapelle, dunque non sarebbe impensabile che, nel caso fosse davvero esistito, il Graal nel suo mistico cammino fosse davvero giunto nella città.


La tradizione lo vuole nascosto nel trono di San Pietro, il sedile ove si sarebbe davvero seduto l’Apostolo durante i suoi anni ad Antiochia costituito da una stele funeraria mussulmana e decorato con i versetti del Corano oggi presente nella chiesa di San Pietro in Castello. Si narra che questa poi sarebbe stata trasferita successivamente a Bari, città legata a quella veneta da interessanti tradizioni comuni come il santo Nicola le cui due città si spartiscono le sacre reliquie. Alcune tradizioni locali, poi, vogliono che nella chiesa di San Barnaba fosse stato seppellito il corpo mummificato di un cavaliere crociato francese dal nome di Nicodemè de Besant-Mesurier, legato alla vicenda della traslazione della mistica coppa ritrovato ne