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Daniele PINTO: La monetazione cinese.

Uno degli elementi che maggiormente caratterizza la storia di un popolo è sicuramente quello legato alla produzione numismatica, infatti, proprio grazie al ritrovamento ed allo studio delle monete è stato possibile non solo capire le mode del tempo, cioè le varie tipologie di vestiti e acconciature di capelli, ma anche e soprattutto avere nozioni per noi fondamentali circa la religione diffusa allora in quella determinata area geografica ed i vari appellativi dei sovrani, che, studiandone l’evoluzione cronologica ci hanno consentito di ordinare tutte quelle monete dove non era riportata alcuna data.

Le monete rappresentano infatti una sorta di archivio di documenti ufficiali e contemporanei agli avvenimenti, che non hanno subito nei secoli interpolazioni di sorta. Prima di analizzare, se pur sommariamente, una delle produzioni numismatiche più affascinanti della storia, come quella cinese, è importante chiarire il significato di numismatica: la numismatica è lo studio scientifico delle monete nei loro rapporti con la storia, l’arte e l’economia. Infatti analizzare una moneta significa studiarne tutti i suoi vari aspetti : economico, giuridico, metrologico, artistico, politico, civile, storico, mitologico, iconografico, epigrafico, geografico, cronologico e comunicativo.

Salvo alcune eccezioni, soprattutto nell’ antichità, ogni moneta presenta un “dritto” ed un “rovescio” : il dritto corrisponde al risultato del conio d’ incudine, il rovescio a quello del conio di martello. Elementi necessari per lo studio numismatico sono il tipo, cioè la parte figurativa, e la leggenda ( o legenda), cioè la parte epigrafica. L’ insieme di tipo e leggenda è detto impronta.

L’ origine della monetazione cinese è, come in ogni civiltà, legata al mondo dell’ economia e del commercio, ed infatti una sorta di protomoneta era costituita da alcune conchiglie usate, appunto, per l’acquisto di merce nei mercati. A testimoniare questa prima forma di moneta , se pur rudimentale, vi sono i ritrovamenti datati al XII sec. a.C. che rivelano come, con l’introduzione del bronzo come mezzo di scambio, il tema della conchiglia fosse qualcosa di autoctono: queste prima forme bronzee, infatti, erano realizzate a forma di conchiglia, se pur senza alcuna iscrizione.

E’ necessario, comunque, per capire il perché dell’ importanza del materiale di realizzazione delle monete parlare dei tre valori di una moneta: intrinseco, nominale e commerciale.

Il valore intrinseco di una moneta corrisponde al valore del metallo impiegato per fabbricare la moneta; il valore nominale è quello che compare scritto sulla moneta; il valore commerciale, infine, consiste nel valore della moneta in confronto alle altre merci di scambio ed in particolare in confronto alle altre monete.

Le prime forma monetali propriamente dette furono introdotte sotto la dinastia Zhou verso la fine del XII secolo a. C., intorno al 1122 ed ebbero un rapido sviluppo nel periodo cosiddetto Primavera-Autunno e durante il Periodo degli Stati Combattenti, vale a dire, tra il 770-476 a.C. Queste prima produzioni assunsero la forma di oggetti metallici di largo uso come pale, vanghe, coltelli, conchiglie sulle quali era impressa, oltre ai simboli del cielo e della terra, l’indicazione di peso ed autorità.

Alcuni secoli dopo, a partire dal IV-III secolo, la forma delle monete subì una cambiamento notevole legato agli influssi coreani: la forma , infatti, mutò in una sorta di arco di porta.

Di particolare rilievo sono le produzioni antropomorfe datate al III secolo caratterizzate da un basso spessore ed allungate.

Nel nord della Cina si sviluppò una moneta chiamata “moneta Kongshoubu”, mentre nel sud già dal V secolo erano comparse monete a forma di coltello e coltello ridotto, evidentemente per risparmiare metallo, ed una moneta a forma di conchiglia, ma con tipi definiti a “naso di formica” o “fa

Angelo DI MARIO: Bolsena.

SÉL-a-s ‘splendore’ > FEL > VEL > VEL-u-s > VEL-u-sa > VEL-u-s-la > VEL-s-na > VEL-z-na > *VOL-s-na > *BOL-s-na > BOL-s(e)-na.

Esponiamo cenni veloci e significativi: uno geografico, tratto da Ps. Aristotele (ed. Firmin-Didot. Aristotelis opera omnia graece et latine, v. IV, De Mirab. ausc. 94, Parisiis, 1857): “Esiste una città in Etruria… che è fortissima. In mezzo ad essa si eleva un colle alto, …. e in basso c’è una selva foltissima e acque.” Il colle è quello chiamato VIE()-te-na (*VJEL-t-na); le acque, esprimono una idea corposa; l’espressione suggerisce perciò il Lago di VELzna.

Due che riportano elementi storici, come questi che seguono: da la Repubblica, La Storia, V. 3, pag. 214: “Nel 265 i Romani, chiamati in aiuto dagli aristocratici di Volsinii (Orvieto era altro, se stavano accampati nei pressi) (quindi non ad Orvieto; non è Orvieto), che ne erano stati espulsi dopo il sopravvento che vi avevano preso i liberti, espugnarono la città, LA DISTRUSSERO, TRASFERENDO LA POPOLAZIONE IN UNA NUOVA SEDE, A VOLSINII NOVA (Bolsena), e ridiedero la preminenza agli stessi aristocratici dopo aver CROCIFISSO I LIBERTI” (nell’area sacra di Sant’Omobono a Roma, dove sorgevano i templi della Fortuna e della Mater Matuta, fu eretto un monumento al trionfatore M. Fulvio Flacco, singolare per le numerose statue di bronzo, ca. 2000, ivi trasferite come bottino fatto nel tempio federale etrusco di Fanum Voltumnae, e delle quali si sono identificate le impronte).
Da Zonara (Epit. Hist., VIII 7, a.c. di Moritz Eduard – M. E. Pinder, to II, p. 129, Ed. Weber, Bonn 1844) si forniscono ancora notizie politiche e militari; si riportano le trame antecedenti la guerra, infine si termina con: “I Volsiniesi, sconfitti di nuovo, si ritirarono dentro le mura, poi, costretti dalla fame, si arresero. Il console, tormentandoli, uccise quelli che avevano oltraggiato l’onore dei signori, e distrusse la città; i gentili, e in verità quelli dei domestici che erano stati buoni con i signori, li fece abitare in altro luogo”.

Come affermare che a Roma il console ci portò chissà quali e quante ricchezze, oltre a 2000 statue, e riguardo ai vinti, trasse con sé soltanto i morituri designati, adatti allo spettacolo; invece gli oltraggiosi li aveva già ammazzati a Velzna; e il resto della popolazione l’aveva lasciata salva; se è vero che ad essa, composta da aristocratici e domestici fedeli, permise di abitare in altro luogo (a Bolsena).

Ma è altrettanto interessante ciò che afferma Plinio il Vecchio, parlando dei fulmini, riferisce che Volsinii fu totalmente bruciata da un fulmine; questo dato qui mi sembra un’informazione notevole; palesa l’accortezza perspicace del potere, che fatta una atrocità, la addebita ad altri, ma anche al cielo, al volere della divinità; deve essere nata dall’impresa militare dei Latini, che la rasero al suolo, magari utilizzando il Plurifulminante Giove per l’operazione finale. Altra notizia da interpretare correttamente è quella rilevabile dalla tomba François di Vulci (IV sec. a. C.); lì tra le scene raffigurate vi compare Laris Papathnas Velznach, cioè ‘Laris di Papathna, (nativo di) da Velina’.

Da non trascurare, infine, Plinio il Vecchio, che nella Naturalis Historia (36.168) scrive che il lago era situato in territorio tarquiniese, ma si chiamava lacum Volsiniensem; non lo definisce orvietanum.

Sappiamo che la città, cinta da mura, forte, estesa, importante, era anche un centro politico-religioso, luogo in cui si ritrovavano le ‘Dodici città’, dove i fedeli esprimevano la loro fede raccolti in un complesso, in seguito detto latinamente Fanum Voltumnae. Ma sono in molti a testimoniare quel periodo, in particolare Zonara, che ci dà notizie sulle modalità di conquista di velina, suggerendo anche indizi tralasciati da Tito Livio; il quale, però, ne testimonia la grandezza, quando, tutte insieme

Nicoletta TRAVAGLINI: Le mura Palatine.

Di fronte all’imponente profilo del massiccio montuoso della Majella, in Abruzzo e più precisamente, nella provincia di Chieti, si staglia il Monte Pallano; un colle sulla cui sommità svetta il simbolo della società moderna e tecnicizzata: il ripetitore tv e antenne per la telefonia mobile; poche balze più in basso, però, vi sono i ruderi di un’antica “gosthtown”, delimitata da una possente cinta muraria, composta di blocchi di pietra calcarea sovrapposti a secco.

Il Monte Pallano è alto all’incirca 1020 metri ed è avvolto da una fitta vegetazione che va dalle querce fino ai lecci, passando per i cerri e faggi. Il suo territorio è diviso tra il comune di Archi, Atessa, Tornareccio e Bomba. La fauna che popola questo primitivo angolo d’Abruzzo è composto da: volpi, tassi, lepri, qualche cinghiale, ovviamente i serpenti, ramarri e uccelli rapaci notturni e diurni.

Questo luogo funge da spartiacque tra la valle del Sangro e quella dell’Osento. Dalla sommità di questo monte lo sguardo si perde sulle cime dell’Appennino Marchigiano fino a immergersi nelle coste della ex Jugoslavia, sostando sul Faro di Puntapenna a Vasto, e sull’antica Abbazia di Santo Stefano ad Riva Maris, potente monastero distrutto dai mori.

L’aspetto peculiare di Monte Pallano è costituito da mura ciclopiche che si ergono per circa 163 metri in prossimità della vetta, raggiungono l’altezza e lo spessore di circa 5 metri; essi risultano leggermente inclinati rispetto al terreno circostante e recingono solo parte del versante di Tornareccio, poiché il resto è difeso dall’asperità del paesaggio come: canaloni, vegetazione intricata, angusti viottoli, rocce etc.

In passato, vi si accedeva tramite quattro porte molto strette, di cui solo tre sono, al momento, visibili, di cui, una ancora in fase di recupero, poiché nel 1971, fu distrutta a causa di un allargamento di una strada rurale. La più grande e la meglio conservata viene chiamata “Porta del Piano”, l’altro ingresso più basso è chiamato “Porta del Monte”; queste anguste aperture, che hanno la trave principale costituita da un monolite unico, servivano per il passaggio di una persona per volta o di un unico cavaliere, così in caso di attacco nemico, essa poteva essere facilmente sorvegliato.

Il suo toponimo potrebbe derivare dal nome della dea Pale, protettrice dei pastori cui si tributavano offerte per propiziare fecondità e salute delle greggi.

La dea Pale, che spesso è rappresentata anche come un dio, ha molte caratteristiche simili a Eracle – Ercole, questo fatto è suffragato anche da ritrovamenti fatti nella zona di Pallano. Eracle era l’eroe nazionale greco, ma il suo mito si diffuse anche in Oriente, in Europa e ovviamente preso gli Italici. Egli, come le dee Pale, Bona, Maia e in generale le divinità agresti, erano i numi tutelari dell’agricoltura e di tutto ciò che era legato ad esso, inoltre si invocava questo semidio anche per la stipula di contratti, in quanto egli era anche il protettore della “parola data” e “della buona fede”. Veniva, spesso, rappresentato con la clava e la pelle leonina addosso, con arco e faretra, e presso gli Italici indossava la corazza; aveva quasi sempre la barba ed era nudo con una possente muscolatura. Egli nutriva dell’astio nei confronti della dea Maia – Bona, la quale si rifiutò di farlo bere alla sua fonte durante le celebrazioni dei riti annuali ad ella dedicati, ai quali erano interdetti gli uomini. Ercole – Eracle stanco ed affaticato per l’ennesima fatica patita, non si era reso conto della situazione e così da quell’episodio disdicevole che nacque il divieto alle donne di partecipare ai riti in onore dell’eroe.

Il sincretismo cristiano assimilò questo eroe mitologico con Sant’Antonio Abate o del deserto, del fuoco o del porcello con connotazioni prettamente agricole; infatti, ancora oggi, è in uso, presso i contadini invocare il Santo per propiziare la fecondità del bestiame. Molte sono le analogie

Daniele PINTO: Chi era veramente Buddha.

Parafrasando il titolo di una delle opere del grande archeologo e studioso di arte orientale Mario Bussagli, “Che cosa ha veramente detto Buddha” , in questo articolo si cercherà di spiegare e chiarire, in poche righe, non tanto chi è Buddha, quanto chi era.

L’immagine che sicuramente è ben fissa nella mente di molte persone è quella di un personaggio maschile, seduto su di un loto o in piedi, in meditazione. Tali immagini rappresentano il raggiungimento finale di un processo filosofico e storico durato alcuni secoli duranti i quali è avvenuto uno dei passaggi fondamentali nelle raffigurazioni buddiste: il passaggio, in età gandharica (I-V sec. d.C.), dalla fase aniconica a quella antropomorfa delle raffigurazioni del Buddha.

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Daniele Pinto: Chi era veramente Buddha

Autore: Daniele Pinto