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Michele Zazzi. La distruzione romana di Velzna/Volsinii (264 a.C.).

Nella seconda metà del IV secolo Velzna o Velsna (in latino Volsinii) entrò in contrasto con Roma.
L’odierna Orvieto unitamente ad altre città dell’Etruria interna (tra cui probabilmente Perugia, Cortona ed Arezzo) organizzarono una coalizione anti-romana con altri popoli quali i Sanniti, gli Umbri ed i Celti nel comune intento di mettere freno all’ascesa dell’Urbe.
Lo scontro avvenne a Sentino nel 295 a.C. ma la coalizione subì una dura sconfitta.
Nel 294 a.C. il console Lucio Postumio Megello devastò l’agro volsiniese. Velzna chiese ed ottenne una tregua quarantennale e dovette pagare ingenti risarcimenti.
Nella successiva battaglia del Lago Vadimone del 283 a.C. i Romani vinsero ancora sconfiggendo una coalizione di Etruschi e Galli.
Nel 280 a. C. si ha notizia di un trionfo del console Tiberio Coruncario sugli abitanti di Velzna: Orvieto era praticamente sotto il controllo romano.
Le sconfitte ebbero ripercussioni sul governo cittadino dell’aristocrazia volsiniese, che venne piano piano soppiantata dai ceti inferiori. Nella società del tempo infatti assunsero sempre maggior rilevanza gli artigiani, caratterizzati in misura significativa da individui provenienti dal mondo italico, gli strati plebei ed i servi.
Le fonti (Zonara, Epitome Storica, VIII, 7, 4-8; Cassio Dione; Giovanni Antiocheno, fr. 50 Muller; Orosio, IV, 5, 5-3) riferiscono che gli aristocratici di Velzna in un primo momento avrebbero fatto alcune concessioni ai ceti inferiori coinvolgendoli nella direzione delle spedizioni militari e nell’amministrazione della città, limitatamente ad alcuni incarichi (accesso alle magistrature minori). Quest’ultimi con il tempo si sarebbero progressivamente impossessati del potere ricoprendo anche le più importanti cariche politiche. A tal fine avrebbero fatto ricorso alla violenza ed ai soprusi a danno della classe nobiliare (appropriandosi dei loro beni, sposandone le mogli e le figlie ed eliminando fisicamente gli esponenti della classe nobiliare o costringendoli all’esilio).
Gli aristocratici nel tentativo di riprendere le redini della città inviarono di nascosto rappresentanti a Roma per chiedere l’aiuto del Senato (265 a.C.). Un Sannita venne a sapere del piano e lo rivelò ai nuovi governanti di Velzna. I componenti della delegazione volsiniese al ritorno furono catturati, torturati ed uccisi e la stessa sorte toccò ad altri aristocratici.
I romani inviarono allora il console Quinto Fabio a Volsinii per punire i servi rivoltosi. Fabio sconfisse le truppe volsiniesi ma morì in battaglia.
Successivamente nel 264 a.C. i Romani con Marco Fulvio Flacco assediarono Velzna e gli abitanti ridotti alla fame si arresero. Gli usurpatori furono messi a morte e gli aristocratici ed i servi loro rimasti fedeli furono trasferiti sulle rive del Lago di Bolsena (Volsinii Novi). Il saccheggio di Velzna avrebbe fruttato un bottino di 2000 statue in bronzo (Metrodoro di Scepsi). L’evento fu celebrato dal console Marco Fulvio Flacco con due donari realizzati nell’area sacra di Sant’Omobono (rinvenuti nel 1961), nei quali si fa espresso riferimento alla presa della città “Volsinio capto o Volsiniis captis”. Dagli scavi sul pianoro della città sono emerse tracce degli incendi che scoppiarono durante l’assalto.
Roma quindi non si limitò ad accorrere in aiuto dei nobili che ne avevano richiesto l’intervento ma molto più incisivamente eliminò i rivoltosi e di fatto deportò il resto della popolazione sulle sponde del Lago di Bolsena.
Tanta determinazione può essere spiegata con l’esigenza politico/strategica di Roma di infliggere una punizione esemplare onde evitare nell’imminente complicato confronto con Cartagine (proprio nel 264 a.C. ebbe inizio la prima guerra punica) di doversi trovare a fronteggiare contemporaneamente una rivolta etrusca (in questo senso Giuseppe M. Della Fina).
In merito occorre inoltre considerare che uno dei motivi del fallimento dell’impresa di Annibale nella penisola italiana nonostante le ripetute sconfitte arrecate ai Romani nel corso della seconda guerra punica (218 – 202 a.C.), fu proprio costituito dal mancato schieramento al suo fianco dei popoli italici già sottomessi da Roma.

Sulla distruzione di Velzna da parte dei Romani cfr, tra l’altro:
Storia di Orvieto – 1 Antichità a cura di Giuseppe M. Della Fina, Quattroemme, 2003, pagg. 143 – 145;
Gli Etruschi, Bompiani, 2000, pagg.270 – 271;
– Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, Le guerre etrusche 482 – 264 a.C., Soldiershop Publishing Storia, 2023, pagg. 121 e ss;
Volsinio Capto 265-264 a cura di Giuseppe M. Della Fina, Palombi Editori, 2024.

Di seguito immagini del donario di Marco Fulvio Flacco e dell’area archeologica di Volsinii Novi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Michele Zazzi. Statuette magiche da Sovana.

Nel 1908 a Sovana, all’interno di una tomba etrusca a pianta rettangolare con banchine del VI secolo a.C., furono ritrovate due statuette di piombo che erano state poste in un angolo della cella su una banchina.
Le statuette – databili al III secolo a.C. – raffigurano un uomo ed una donna, nudi, con le mani legate dietro la schiena. Sulla gamba destra entrambe le statuette presentano iscrizione onomastica incisa: zertur cecnas e velia satnea.
Secondo l’interpretazione prevalente le due statuette per le loro caratteristiche (le mani legate sulla schiena, l’indicazione dei nominativi, il materiale/supporto usato per la loro realizzazione) hanno fatto pensare ad una pratica magica: probabilmente i due personaggi sono stati fatti oggetto di una maledizione, dedicati agli Dei sotterranei dei morti e collocati, a tal fine, all’interno della tomba.
I resti del corredo vascolare della tomba risultano databili intorno al 600 a.C.; pertanto è probabile che quasi tre secoli dopo la chiusura dell’ipogeo arcaico la tomba sia stata riaperta appositamente per collocare le due statuette.
Nell’area del Melaiolo a Sovana è stata rinvenuta una tomba rupestre a semidado del III – II secolo a.C. appartenente alla gens Satnei (iscrizione nella facciata “eca [ i …] suth zatneal” = “Questa (è) la tomba di una … zatnei”) alla quale probabilmente apparteneva la donna destinataria della maledizione.
In Etruria a tutt’oggi non risultano altri ritrovamenti della specie, che sono invece attestati, seppur eccezionalmente, nel mondo ellenistico greco-romano.
Per completezza dev’essere sottolineato che la pratica magica della maledizione realizzata (dai romani, dai greci ma anche dagli etruschi) attraverso il più diffuso strumento delle cd tabellae defixionis veniva realizzato appunto con iscrizioni (del solo nome e/o di formulari) su tavolette di piombo collocate in luoghi magico – religiosi come tombe, santuari, pozzi.
I reperti sono conservati presso il Museo di San Mamiliano di Sovana.

Per maggiori approfondimenti sulle due statuette:
– Adriano Maggiani in Guida alla Mostra di Sorano 14 luglio – 30 settembre 2007, GLI ETRUSCHI A SOVANA Percorsi cultuali e riti magici a cura di Enrico Pellegrini e Lara Arcangeli, Editrice Laurum, 2007, pagg. 51 e ss.;
Il mistero delle statuette etrusche con le mani legate dietro la schiena nel sito canino.info;
Le statuette magiche di Sovana nel sito arcadia93.org

Di seguito immagini delle statuette e dell’iscrizione femminile.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Gennaro D’Orio. La “casa di Fedra” a Pompei con affreschi mitologici.

Ultime, sensazionali scoperte: a Pompei continuano ad emergere nuove meraviglie del passato. Quando la Grande Arte entrava anche nelle piccole case. Nella fattispecie, si tratta di una dimora minuta e priva dell’atrio classico, ma adornata di affreschi (a volte anche erotici), e decorazioni di rara bellezza rappresentanti persino figure mitologiche. E’ la così denominata provvisoriamente: “Casa di Fedra”, appena portata alla luce dagli scavi condotti nel sito archeologico di Pompei, che si conferma per l’ennesima volta tra i patrimoni più importanti in materia di veri “scrigni della memoria”, e per la storia delle allora civiltà e culture umane.
Tra queste preziose quanto significative testimonianze, spiegano i ricercatori, sono emerse anche le ultime offerte rituali effettuate prima dell’eruzione del 79 d.C., le quali sono state “intercettate” ancora conservate nel santuario domestico.
«Abbiamo qui archeologi, restauratori, archeobotanici per capire esattamente come è stato eseguito il rituale dell’ultimo sacrificio prima dell’eruzione», ha commentato Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco. La “domus”, si apprende, è stata svelata nel corso delle indagini in atto nel cantiere dell’Insula dei Casti Amanti, nel quartiere centrale della città antica, lungo Via dell’Abbondanza, ed il nome “casa di Fedra” è stato dato dopo il ritrovamento di un affresco ben conservato, dal tema appunto del mito di Ippolito e Fedra. Alle pareti, inoltre, è stata trovata anche la raffigurazione di un amplesso tra satiro e ninfa, ed un quadretto con la coppia divina Venere e Adone.
«L’abitazione colpisce per l’alto livello delle decorazioni parietali, che non ha nulla da invidiare alla più grande e ricca casa dei Pittori al Lavoro, con la quale confina», spiega l’Ente Parco Archeologico, aggiungendo che l’abitazione appare come «una casa dallo spazio ristretto, senza il tradizionale atrio. Una particolarità, considerato che nonostante le ridotte dimensioni della dimora, non sarebbe stato impossibile l’inserimento di un piccolo atrio con la classica vasca (impluvio) per la raccolta dell’acqua piovana, tipico nell’architettura delle ricche dimore pompeiane, e che invece in questo caso è assente».
Si tratta di un’assenza non casuale, si continua ad illustrare, da mettere probabilmente in relazione con «i mutamenti che stavano attraversando la società romana, e pompeiana nello specifico, nel corso del I secolo d.C. e che questo rinvenimento consente di studiare e approfondire».
Accanto al quadretto che rappresenta Ippolito e Fedra, inoltre, si apre una finestra che affaccia su un piccolo cortile, con una zona coperta, davanti alla quale è ubicata una grande vasca dalle pareti dipinte di rosso. Attorno ad essa correva un canaletto, progettato per convogliare l’acqua piovana verso un pozzo collegato ad una cisterna sotterranea.
Nel cortile, poi, è stato rinvenuto un piccolo altare domestico con una ricca decorazione, dipinta a motivi vegetali ed animali su fondo bianco.
Infine, si rende ancora noto, nella nicchia sono stati ritrovati gli oggetti rituali lasciati con l’ultima offerta prima dell’eruzione, che segnò la fine di Pompei: un bruciaprofumi in ceramica senza smalto, con antiche lacune, ed una lucerna, entrambi segnati da visibili tracce di bruciato. Le analisi di laboratorio hanno, altresì, rivelato resti di rametti di essenze profumate, e dietro i due oggetti sono stati recuperati anche frammenti di un fico essiccato.
Gli scavi a Pompei iniziarono ufficialmente nel 1748 sotto Carlo III di Borbone e, nel tempo, hanno restituito un panorama sfolgorante di una città romana: strade lastricate, terme, teatri, templi e case decorate da affreschi e mosaici di rara bellezza.
Oggi, il Parco in parola è un sito UNESCO, visitato da milioni di turisti l’anno. Con i suoi 66 ettari di estensione, esso rappresenta uno dei complessi archeologici più grandi e meglio conservati al mondo.
L’ennesima meraviglia finita sotto i classici riflettori, cioè la cosiddetta “Casa di Fedra”, segue una scia di scoperte precedenti, effettuate nei mesi scorsi, che dimostrano quanto il sito pompeiano sia importante da un punto di vista archeologico e storico. Solo due anni fa, infatti, è stato rilevato per la prima volta il DNA di una delle vittime della violenta eruzione, mentre quest’anno sono stati individuati: un affresco del mito greco di Frisso ed Elle, un salone con affreschi sulla guerra di Troia ed un “sacrario blu” contenente brocche in bronzo ed anfore.
Insomma uno scenario di sorprese ed incanti del mondo antico, che lascia semplicemente sognare estasiati.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Jacopo Moretti. Esplorazione topografica dell’acropoli di Lindos (Rodi – Grecia).

Una nuova proposta planimetrica.
L’acropoli della città di Lindos sull’isola di Rodi, ubicata nell’Egeo meridionale e facente parte dell’arcipelago greco del Dodecaneso, è un sito fortemente caratterizzato dalla compresenza di evidenze archeologiche ascrivibili a epoche molto diverse.
Nel complesso possono essere distinte quattro grandi fasi: la più antica è quella greca, in cui è stato eretto l’antico santuario dedicato ad Athana (VI-III sec. a.C.); la seconda è l’età imperiale, in cui, almeno fino al definitivo trionfo del cristianesimo tra la fine delIV e gli inizi del V sec. d.C., l’area cultuale ha continuato ad esistere; la terza è l’epoca bizantina (VI-XIII sec.), in cui l’acropoli è stata trasformata in un castro; mentre l’ultima è l’età dell’occupazione dei Cavalieri di S. Giovanni (XIV-XVI sec.), che hanno rafforzato ulteriormente le mura difensive del castello e vi hanno costruito, anche, una dimora per il loro comandante…

Leggi tutto nell’allegato: Esplorazione topografica dell’acropoli di Lindos (Rodi-Grecia)

Autore: Jacopo Moretti – jacopo-moretti@virgilio.it