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Pier Luigi Guiducci, Quella Casa che vola. La storia delle sacre pietre di Loreto.

Per alcuni secoli si è dibattuto sulle pietre conservate nella “Camera di Maria” a Loreto. Diversi autori hanno espresso riserve sull’autenticità dei reperti. In pratica, quella stanza conservata all’interno del santuario della città mariana delle Marche rimane al massimo un sito devozionale, intorno al quale sono fiorite storie fantasiose. Ma questo orientamento ha trovato nel tempo una serie di controrepliche che sono state riassunte dallo storico Prof. Pier Luigi Guiducci nel libro: “Quella Casa che vola. La storia delle sacre pietre di Loreto”.
In particolare, lungo il migrare del tempo, chi ha difeso il valore della “Camera di Maria” a Loreto, ha ricordato la tradizione orale, quella scritta, le evidenze riscontrate (ad es. la Camera non ha fondamenta; testimonianze di autorità ecclesiali e scientifiche che hanno letto un fascicolo su Loreto contenuto nell’Archivio Segreto Vaticano), e le guarigioni non sempre spiegabili. Il colpo di scena, però, è avvenuto negli anni Sessanta (XX sec.) quando si è deciso di promuovere scavi archeologici e di esaminare i graffiti individuati nelle pietre. Un secondo fatto nuovo ha riguardato l’individuazione di un atto notarile inserito nel c.d. Chartularium Culisanense. In questo documento si trova un foglio che elenca i beni dotali consegnati da Thamar di Epiro al promesso sposo Filippo I d’Angiò. Al punto 3 c’è il riferimento alle sacre pietre che costituivano l’abitazione della Vergine Maria a Nazareth. Da questo momento in poi la ricerca degli studiosi ha affrontato le strade più diverse per comprendere come le sacre pietre siano alla fine arrivate nelle Marche (colle Prodo) e non a Taranto (sede di Filippo I d’Angiò) o a Napoli (centro di potere degli Angiò).
È certamente quest’ultimo punto il fatto che attrae il lettore. La vicenda coinvolge gli armatori che, dietro pagamento, garantivano trasporti via mare, la Famiglia Angelo (i cui membri erano chiamati gli Angeli), Niceforo I di Epiro, Carlo II d’Angiò, i Padri Domenicani (e soprattutto il vescovo fr. Salvo) e altre persone che si occuparono del trasporto navale lungo il Mar Adriatico cercando di evitare le insidie del tempo (liberi predatori, il controllo di Venezia, soggetti in cerca di reliquie).
Ma ad attirare i lettori è anche la lettura dei graffiti studiati osservando le pietre lauretane. Emerge così sia l’origine mediorientale, sia il collegamento con l’area della Sacra Grotta dell’Annunciazione che è a tutt’oggi venerata a Nazareth. In tale contesto, il prof. Guiducci ha saputo chiarire vari aspetti della “Questione lauretana” superando ogni polemica, e rimanendo rispettoso di un’ampia documentazione riportata nel suo libro. Si chiarisce così l’autenticità delle pietre, il collegamento Nazareth-Loreto, la figura del domenicano fra Salvo, l’interazione Domenicani-Angiò, la scelta finale ove ricomporre le “sacre pietre”.
Riteniamo questo libro un esempio di chiarezza scientifica. Senza giocare su stati emozionali, e senza indulgere su facili devozionalismi, l’A. si mostra rigoroso nella ricerca, attento agli studi realizzati (si pensi allo spazio riservato alle note a fine pagina e alle indicazioni bibliografiche), e scrupoloso osservatore delle evidenze.

Pier Luigi Guiducci
Storico della Chiesa e Giurista, l’autore vanta nel suo cursus docenze presso la Pontificia Università Salesiana, l’Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma e Milano), e il Centro Diocesano di Teologia per Laici (Istituto Ecclesia Mater, Pontificia Università Lateranense).
Autore di più di duecento libri, tra questi una storia della Chiesa in quattro volumi. Ha saputo divulgare la propria scienza anche attraverso migliaia di saggi, articoli, interventi, apporti in testi con più autori. È Consulente storico di Postulazioni, Organismi cattolici e civili in Italia e all’Estero. Per la sua attività scientifica ha ricevuto premi e riconoscimenti in diversi Paesi. I suoi studi sulla Camera di Maria a Loreto iniziano nel 1987. Pellegrino con l’OAMI, tenne una lectio magistralis nell’auditorium del santuario (1988) e pubblicò il primo saggio sulla questione lauretana nel 1989. La madre, Valentina, prestò servizio nei treni UNITALSI diretti a Loreto (anche con i bambini malati).

In questi ultimi anni si è registrata una copiosa e sorprendente serie di studi sulla Santa Casa di Loreto, i quali esprimono tre orientamenti interpretativi in merito al suo trasporto da Nazareth a Loreto negli anni 1291-1294: alcuni – pochi – ripropongono la tradizione devota del suo trasporto per ministero angelico con argomentazioni già espresse per lo più nel passato; pochi altri negano l’origine nazaretana della Santa Casa, in considerazione soprattutto della tardività delle fonti scritte che la attestano; altri, in maggior numero, ammettono l’autenticità della reliquia nazaretana, ma propongono un trasporto delle “sacre pietre” via mare, per iniziativa umana, con specifico riferimento alla famiglia Angelo dell’Epiro-Tessaglia, come aveva ipotizzato il sottoscritto nelle sue pubblicazioni sull’argomento, a partire dal 1984 fino alle recenti riedizioni. Su quest’ultima interpretazione dell’evento si colloca il presente libro del professore Pier Luigi Guiducci, il quale rivela un’encomiabile conoscenza del complesso argomento e della rispettiva bibliografia.
[P. Giuseppe Santarelli OFM cap.].

Info:
Gruppo Editoriale Albatros Il Filo, Roma 2024
Via dei Campi Flegrei, 14 – Roma
www.gruppoalbatros.combookstore@gruppoalbatros.comlettura@gruppoalbatros.com
Contesto storico. Tradizione. Documenti. Ricerche. Indagine archeologica. Analisi. Evidenze.
Prefazione di P. Giuseppe Santarelli OFM Cap.
Àlbatros, Roma, ottobre 2024, pagine 165, euro 13,90.

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Santi Maria Randazzo. Contrada Grammena, comune Belpasso (Ct).

Contestualizzazioni storiche-politiche-geografiche-religiose, propedeutiche a nuove ipotesi di identificazione, relativamente alle tipologie e alle funzioni annesse agli edifici riportati alla luce in contrada Grammena, località Valcorrente, nell’odierno territorio di Belpasso, già facente parte del territorio di Motta Santa Anastasia fino al 1636….

Leggi tutto nell’allegato: GRAMMENA

Autore:
Santi Maria Randazzo – santimariarandazzo@live.it

 

Gennaro D’Orio. Via Appia Traiana, tra nuove scoperte archeologiche e una Cultura senza confini.

Meraviglie del passato tornano a splendere e ad incantare. Nuove scoperte archeologiche tra Paduli e Sant’Arcangelo Trimonte: un viaggio lungo la storica via Appia Traiana.
Recenti scavi in tal senso, effettuati dall’Università del Salento nel vicus di Forum Novum, hanno infatti svelato un importante patrimonio culturale nella provincia di Benevento. La campagna ad hoc, diretta da Giuseppe Ceraudo e Veronica Ferrari, si è svolta a Piano di Sant’Arcangelo ed ha coinvolto tre saggi di studio lungo il tracciato del moderno tratturo, che insiste sui resti e costituisce la sopravvivenza dell’antica via, aprendo nuove prospettive sulla vita e l’organizzazione di questo antico sito.
La via Appia Traiana, costruita per volere dell’Imperatore Traiano nel 109 d.C., rappresentava un’importante arteria che collegava Benevento a Brindisi, facilitando il commercio e i viaggi verso il Mediterraneo. Le indagini archeologiche sono state condotte, in connessione con il recente riconoscimento da parte dell’UNESCO della “Via Appia. Regina viarum”, come Patrimonio dell’Umanità, teso a sottolineare l’importanza storica di questa rete stradale.
Il progetto, frutto della collaborazione tra i Comuni di Paduli e Sant’Arcangelo Trimonte, si propone di realizzare un “Parco archeologico lineare” della Via Traiana, con attività portate avanti grazie alla concessione della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, per le province di Caserta e Benevento, costituendo il primo intervento scientifico di questo tipo dopo il riconoscimento UNESCO.
Gli scavi hanno coinvolto numerosi studenti, che hanno potuto partecipare attivamente alla ricerca, contribuendo così alla formazione delle nuove generazioni di archeologi. Tra le scoperte più significative, è da registrare una importante struttura di difficile interpretazione, databile al basso medioevo, che riutilizza basoli provenienti dalla pavimentazione originale della via Traiana. A pochi metri da questa, è stata individuata un’area cimiteriale, aprendo la strada a nuove ipotesi su un possibile culto dell’Arcangelo, che potrebbe aver dato il nome all’area.
Il professor Ceraudo ha spiegato che l’uso di tecnologie moderne, come droni e prospezioni geofisiche, ha consentito di identificare anomalie nel terreno, rivelando così le strutture sepolte e confermando l’importanza di questo sito come stazione di sosta lungo l’antica via romana.
La prossima “campagna di scavi” è in programma per la primavera del 2025 e promette di approfondire ulteriormente la comprensione delle strutture emerse.
Il Soprintendente Mariano Nuzzo ha espresso il suo sostegno per il progetto, sottolineando l’importanza di queste indagini per la valorizzazione del patrimonio archeologico dell’area. Tali ritrovamenti, autentici scrigni della memoria, non solo arricchiscono la conoscenza storica della Via Traiana, ma rappresentano altresì un’opportunità per promuovere il turismo culturale e rafforzare l’identità locale.
Con la continua collaborazione tra l’Università del Salento, i Comuni coinvolti e la Soprintendenza, il sito di Forum Novum si prepara così a diventare un punto di riferimento, per la storia e la cultura romana in Campania.
In conclusione, le ricerche in corso a Forum Novum non solo testimoniano l’importanza storica della Via Appia Traiana, ma gettano anche le basi per una nuova era di valorizzazione e scoperta del patrimonio archeologico italiano. Il sito di cui trattasi, è il 60° bene italiano riconosciuto dall’UNESCO. L’intervento è realizzato tra quelli del “progetto Borghi”, frutto di un partenariato tra i Comuni di Paduli e Sant’Arcangelo Trimonte, che ha come “punto focale” proprio il sito di Forum Novum/Contrada Sant’Arcangelo e, particolarmente, per la valorizzazione di uno dei 19 tratti che hanno ottenuto il riconoscimento UNESCO, quello cioè che attraversa i territori comunali di Benevento, Paduli, Sant’Arcangelo Trimonte e Buonalbergo.
<< Questi nuovi interventi sono la conseguenza diretta di una costante e intensa attività di ricognizione topografica nel territorio, accompagnata da prospezioni aeree con l’utilizzo di droni dotati di sensori diversi (ottico, termico, multispettrale, Lidar), e accompagnata da campagne di prospezioni geofisiche, spiega il professor Giuseppe Ceraudo. Le attività che conduciamo sul terreno sono caratterizzate da una efficace e molto sofisticata metodologia di indagine non invasiva volta ad individuare i beni sepolti del nostro Patrimonio. Qui a Forum Novum, le prospezioni mostravano anomalie da mettere in relazione a numerose strutture sepolte. Le anomalie riconosciute grazie alle prospezioni effettuate sono state poi oggetto di scavo archeologico che ha permesso il loro puntuale riscontro. Tutto quello portato in luce in questa prima campagna di scavi rappresenta una tappa fondamentale per la ricostruzione e per la definizione dell’impianto del vicus di Forum Novum, che costituiva la prima stazione di sosta lungo la via Traiana, a 10 miglia (circa 15 km) dal caput viae di Beneventum, una sorta di grande area di servizio lungo quella che possiamo considerare una vera e propria autostrada di età romana. Gli scavi, che hanno visto la partecipazione di numerosi studenti provenienti in gran parte dall’Università del Salento, ma anche da altre università italiane e straniere, hanno permesso di riportare alla luce per la prima volta in maniera scientifica i resti stratificati dell’insediamento. Questi abbracciano un arco cronologico molto ampio che va dalla tarda età repubblicana all’età tardo imperiale>>.
Ha suscitato forte interesse, in tutto il gruppo di lavoro, la scoperta dei resti di una grande struttura la cui destinazione d’uso al momento non è stata ancora chiarita, ma che sembra potersi datare al basso medioevo e che riutilizza nelle murature di alzato molti basoli recuperati dalla originaria pavimentazione stradale della via Traiana. All’imponente struttura, solo parzialmente portata alla luce nel saggio 2, potrebbe essere collegata un’area cimiteriale individuata una decina di metri più ad Ovest nel saggio 1. Molto suggestiva, anche se ancora tutta da verificare e da confermare, potrebbe essere, come detto, l’ipotesi di riconoscere con questi resti un luogo collegato al culto dell’Arcangelo, elemento generatore di un piccolo agglomerato che potrebbe aver trasmesso l’attuale specifico toponimo al vasto pianoro, su cui in età romana insisteva l’importante stazione della via Traiana, destinata al ristoro delle persone ed al cambio dei cavalli. D
unque, un mondo “nascosto” di preziose testimonianze del passato, da recuperare, riqualificare e valorizzare, soprattutto quali attrattori turistico-sociali e di sviluppo sostenibile dei territori. Da Cultura inclusiva e senza confini.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Mario Zaniboni. Drago e Cina, un tutt’uno.

Durante una serie di ricerche e di scavi nella tomba di pietra del tipo circolare di Yuanbaoshan nel territorio dell’Aohan Banner di Chifeng, città della Mongolia Popolare Cinese, è venuto alla luce un artefatto che è stato chiamato “Drago di Giada”, dal materiale che fu usato per costruirlo e che, sino a oggi almeno, è riconosciuto come il più grande reperito.
I draghi sono elementi importanti della cultura e della mitologia cinese e, pertanto, tenuti nella massima considerazione; però, non si è ancora riusciti a comprendere se i draghi avessero pure un carattere religioso. Comunque, sicuramente gli antichi mongoli avevano la massima considerazione per i draghi, ritenendoli animali pacifici e legati al sovrannaturale.
Nella cultura cinese, il drago assume un aspetto della massima importanza, tanto da essere ritenuto il simbolo dello stato. In effetti, i Cinesi si ritengono eredi del drago e perciò tutto quanto avviene durante la loro vita gli è strettamente legato, partendo dal presupposto che ogni individuo non sia altro che una squama della sua pelle e che, pertanto, la totalità delle squame, strettamente unite, formino la loro civiltà. Quindi, dire drago e cultura tradizionale cinese è come parlare di un tutto unito e indivisibile.
L’oggetto, stilizzato, è di una giada traslucida, che si sente liscio al tocco ed è caratterizzato dal muso rivolto verso l’alto, dagli occhi leggermente sporgenti, da una forma di chioma sulla testa e da fini incisioni sotto la bocca. La sua lunghezza è di 18,5 centimetri, la sua larghezza di 9,5 e lo spessore di 3; con quelle dimensioni, il reperto, secondo il parere di alcuni esperti, è il più grande drago di giada della cultura Mongshan (appartenente al Neolitico) e forse uno di quelli più antichi, naturalmente fra quelli noti, durante la quale tanti ne sono stati costruiti.
Esso faceva parte di una ricca serie di altri oggetti, in cui erano resti di scheletri umani, bracieri, fosse con una forma adatta ad oggetti cilindrici; non mancarono importanti catini in giada, contenitori in ceramica dipinta, oltreché coppe tripodi pure loro in ceramica.
La ragione che ha spinto gli studiosi a questo lavoro era anche quello di ricostruire, nei limiti del possibile, in quale ambiente si muovessero i loro antenati, di preparare una mappatura topografica su grande scala e di stabilire l’epoca, ricorrendo all’aiuto fornito dal Carbonio 14. E da questa venne confermato ciò che si pensava: il sito fa parte della tarda cultura Honyhogan, che ebbe il massimo sviluppo fra il 3100 e il 3000 a.C.
Ultimamente a Chifeng è stato convocato ufficialmente un seminario specifico, durante il quale sono stati resi pubblici i progressi archeologici ottenuti dalla tomba di pietra dell’Aohan Banner. Curiosi, si resta alla finestra per avere sott’occhio ciò che porteranno alla luce del sole eventuali, futuri ritrovamenti.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it