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Dott. Luca BASILE. Dal Kouros di Aristodikos all’Antinoo Farnese (estratto).

Per la maggior parte degli studiosi di arte antica l’accostamento proposto dal titolo potrebbe risultare alquanto inconsueto se non addirittura bizzarro, in realtà vi è un sottile fil rouge che  collega intimamente le due statue  attraverso l’opera intermediatrice dell’arte policletea.


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Autore: Dott. Luca Basile

Laura TUSSI. Oltre l’identità adulta.

La complessità dell’identità adulta nell’identità poliedrica costituisce facce che mutano in rapporto a nuovi eventi psichici che emergono dagli incontri sociali. Secondo Von Bertalanffy il concetto di vivente come sistema coincide con un sistema organizzato da parti diverse. Il sistema è totalità non riducibile alla somma delle parti, ma funzionante come un tutto per l’interdipendenza delle parti. L’approccio sistemico è importante per l’indagine del concetto di cambiamento. E’ necessario vedere gli elementi nella loro complessità, ossia disordine, pluralità, complicazione, disorganizzazione. Per l’approccio sistemico il soggetto non è il risultato e l’effetto di una sola fonte, ma l’aggregato di parti in interazione.


Il mito di Giano rappresenta il Dio di ogni passaggio e transizione con un potere panottico che gli consentiva di avere più identità, di essere plurimo e unico. Per l’approccio sistemico l’identità adulta non è più solo plastica, aperta al cambiamento, ma plurima a più facce, il cui manifestarsi è possibile in quanto dimensioni costitutive del sistema.
Secondo il pensiero di Jung il sé costituisce il momento di approdo del processo di individuazione e si arriva ad esso per via intuitiva e metaforica ad esempio con il mito di Giano, in cui l’idea di sé è evocata nella convinzione che il metodo scientifico può scomporre i volti di Giano senza ridurre l’integrità sistemica.
Secondo il parere della psicologia sociale il sé è sistema di parti in interazione tra loro con ambiente e alterità. Il sé è una struttura in evoluzione, ossia uno spazio multidimensionale, in cui le regioni della soggettività emergono più di altre in relazione a circostanze. Il sé esibisce all’esterno un continuum per volta, in quanto componente del mondo psichico che non si estingue, ma si trasforma nel corso della vita come nella fenomenologia del gioco, dell’avventura, della crisi. I continua hanno peso nello sviluppo del sé adulto e il loro mancato progresso provoca arresto nel processo espansivo. I continua che definiscono l’adulto sono:
Il riconoscimento di sé: in età adulta è importante potersi identificare rispetto a luoghi, persone, capacità, infatti l’individuo si percepisce positivamente se tramite la dimensione affettiva e lavorativa si riconosce ed è riconosciuto dagli altri. L’adultità deve transitare davanti a uno specchio che incoraggi o scoraggi l’individuo.
Ludicità, pratica della leggerezza: il gioco è un vissuto che si riscontra in diversi ambiti adulti, nell’amore con l’innamoramento, la trasgressione, e il tradimento; nel lavoro con l’impegno, la competizione, la ricerca; nel tempo libero con il viaggio, la vacanza, e lo sport. Il gioco ha un valore liberatorio infatti non sussiste attività ludica che soggiacia a legami e imposizioni. La ludicità sottende la dimensione di leggerezza con la voglia di libertà; infatti giocando si impara ad affrontare la vita quotidiana alternando seriosità a distrazione, con un senso di pausa e distacco dai compiti della realtà. Il gioco è terapeutico perché alleggerisce la vita adulta introducendovi momenti distensivi.
L’avventura, pratica della sfida: ad-ventura è tensione per ciò che potrebbe accadere sradicandoci dal mondo delle cose consuete. L’avventura è sfida che l’individuo intrattiene con se stesso, con gli altri, con la natura. L’avventura è sempre turbolenta diversa dal gioco; possiede una finalità differentemente dal gioco che è anche senza scopo; provoca tensione, mentre il gioco è distensivo.
Magistralità, pratica riproduttiva: è il continuum che appartiene all’età adulta nell’essere genitori, insegnanti, educatori. La magistralità è una propensione dell’adultità, ma anche la sua condizione sociale. Per il fatto di essere adulti ci si pone in situazione di potere di tipo persuasivo e autoritario, in cui la magistralità è una componente dello spazio relazionale.
Decisionalità, pratica

Carlo FORIN: AN TAR ISH = TARANIS

Non è nelle nostre corde il fare lunghi preamboli. Ma, otto anni di ricerca ininterrotta ci hanno convinto di aver trovato una strada nuova che ci mostra cose sorprendenti sull’antico. Dichiariamo che i nomi degli dèi sono reperti archeologici da osservare e paragonare tra loro senza lenti ideologiche.
Siamo fuori dalla norma in questo studio e lo sottolineiamo.
Chiedo il confronto e la critica ed auspico l’interesse di altri.
 Lo studio comparato dei nomi degli dèi (TO) ha fatto emergere la figura colossale di Virgilio Maro, cioè sacerdote etrusco devoto a Saturno (che sviluppiamo su www.tellusfolio.it /critica della cultura/viaggi): un genio così grande da aver messo le sue opere sotto gli occhi delle cento generazioni che gli sono succedute senza svelare la sua identità e la sua etnia in duemila anni.
Ho raccontato “L’orientamento sumero del Cielo di Virgilio” al II Congresso Internazionale di Paletnologia delle Alpi Occidentali a Pinerolo nell’ottobre del 2003 (aspettiamo gli Atti).
Più in generale la TO mette in pace l’archeologia con la letteratura archiviando un divorzio che supponiamo causato dall’ideologia. Proponiamo ai giovani che si appassionano alla ricerca archeologica, forse stanchi di ripetere cose letterarie affrontate acriticamente, di rivedere i documenti antichi in una nuova luce: i nomi degli dèi si offrono come sono stati composti, senza filtri degli osservatori. Occorre fare una disamina degli dèi sovrani delle culture euro-afro-asiatiche essendo consapevoli che ogni cultura si sovrappone alla precedente esaugurando le divinità dei vinti. Il lavoro di scavo linguistico per farle riemergere va fatto individuando teonimi sinonimi fino a porre in luce la stessa divinità con nomi diversi.
Saturno è SAG US, ‘inizio fine’ in sumero.


Ci siamo proposti di fare archeologia linguistica esibendo confronti che l’ideologia indoeuropea giudica improponibili; uno di questi tabù è il raffronto tra il dio sumero AN TAR ISH ed il celtico Taranis.
Giovanni Semerano, il linguista spirato ultranovantenne nel luglio 2005, descrive Taranis nella sua Le origini della cultura europea (Olschki Firenze 1984) così:


Elementi del simbolismo arcaico nella religione dei Celti furono scorti nella ruota che rappresenta il Giove celtico e nelle colonne dette del “Giove giacente” studiate da Werner Muller. La ruota a quattro raggi sviluppa il significato dell’anno col suo ciclo di quattro stagioni ed è noto che i Celti usano un unico termine per indicare la “ruota” e “l’anno” come i Romani per dire “asse” e “cielo”. La colonna è l’axis mundi, perciò l’attributo Taranis (ciclo del cielo) del loro Giove va inteso come accadico taru (giro) e Anu (dio Cielo); «il più grande fra gli dèi del cielo» come chiosa l’autore dei Commenta Bernensia è proprio quel Giove dei cicli al cui compiersi, come usa al nostro fine d’anno, viene bruciato il fantoccio di legno imbottito di uomini vivi, proprio come i fantocci, gli Argei che i Romani lasciavano cadere nel fiume: l’abusato raffronto fra Taranis e il germanico Donar è da escludere. (p. 293)


Questo sopra riportato è un esempio di Teonomasiologia (TO), studio comparato dei nomi degli dèi, che qui paragona Giove romano a Taranis –massimo dio dei druidi (sacerdoti celtici)- e al dio accadico del giro del Cielo (taru Anu)- con immagini significative.
Il nostro punto di partenza pratico fu il nome ‘Monte de Antares e colo Maledicto’ trovato nel 1999 in un documento dell’archivio storico della Biblioteca Civica di Vittorio Veneto che risale fino al 1435. Corrisponde a ritrovamenti raccontati da Giovanni Gorini e Attilio Mastrocinque in Stipi votive delle Venezie, Altichiero, Monte Altare, Musile, Garda, Riva edito da Giorgio Bretschneider, Roma 2005.


Abbiamo acquistato Le orig

Dott. Luca BASILE: Alcune osservazioni sul gruppo dei Tirannicidi al Museo Archeologico di Napoli.

Il 514 a. C. è ricordato dalla storiografia greca come l’anno dell’uccisione di  Ipparco, figlio del tiranno Pisistrato, e succeduto alla morte di questi insieme al fratello Ippia alla guida della polis di Atene.
Gli autori  del tirannicidio, che restituiva al popolo ateniese ( ma molto più probabilmente alla sola aristocrazia terriera) la piena autonomia legislativa e governativa, erano i nobili Aristogitone ed Armodio che furono nel 510 a. C. , dopo la cacciata dei tiranni,  immortalati in un gruppo scultoreo opera dell’artista Antenor.


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Autore: Dott. Luca Basile