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Laura TUSSI: L’educazione alla pace – Conflitti, affetti, cultura.

Convegno Internazionale su Franco Fornari, 20-21-22 maggio2005, Milano

In un’epoca in cui i conflitti internazionali producono nuove forme di guerra e in cui assistiamo a grandi trasformazioni delle relazioni tra i popoli e le istituzioni, una lettura dei processi individuali e sociali di rappresentazione degli affetti può offrire un importante contributo alla costruzione di una nuova cultura, un’arte della pace, come capacità di soluzione non ideologica dei conflitti.

Franco Fornari (1921-1985), uno dei maggiori psicoanalisti ed esponente di primo piano della cultura italiana, ha elaborato un modello teorico, che ha applicato non solo al lavoro clinico individuale, ma anche all’analisi delle dinamiche dei gruppi, dei conflitti istituzionali e sociali, della guerra e dei prodotti culturali, dalla letteratura all’arte e alla musica.

Nel ventennale della sua scomparsa, il Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti (componente della Società Psicoanalitica Italiana), la COIRAG (Confederazione delle Organizzazioni Italiane per la Ricerca Analitica sui Gruppi) e il Minotauro (Istituto di analisi dei codici affettivi) organizzano un convegno che – riconoscendo l’attualità del pensiero di Fornari e l’importanza della sua figura – si propone come spazio di riflessione e dialogo sulla dimensione simbolica e affettiva dei processi sociali e culturali.

Adolescenza, educazione e affetti

I ragazzi considerati “difficili” manifestano comportamenti percepiti come dissonanti rispetto ai modelli condivisi, e danno la percezione effettiva di un disagio interrelazionale all’interno del gruppo sociale. Per gran parte dell’approccio pedagogico, ma anche psicologico, il progetto rieducativo del ragazzo difficile parte dalla presa in considerazione della storia di vita personale, collegata agli affetti, alle figure primarie di riferimento, ai codici comunicativi della prima infanzia, alle dinamiche affettive che si sviluppano all’interno del contesto familiare.

Il paradigma pedagogico teoretico individua il contributo del soggetto nella costruzione del proprio modello d’interpretazione del mondo e di azione sullo stesso.

Con il paradigma fenomenologico si individua il comportamento deviante come la parte di un tutto complesso ed individuale: il soggetto.

Dal tutto si può comprendere la parte. Il “ragazzo difficile”, nella sua globalità di persona, fornisce indizi per cogliere il comportamento deviato.
Una relazione educativa, per essere autentica, deve fondarsi sul presupposto di una reale comunicazione con l’altro, in un interscambio che provochi una rivisitazione e rielaborazione personale.
Spesso negli adolescenti si avverte un profondo disadattamento interiore, ossia assenza di intenzionalità, per cui il soggetto risulta incapace di attribuire senso e significato alla realtà. Subentra una svalutazione del sé affidata spesso ad un altro coetaneo o ad un adulto, inseguendo una inutile fuga dal proprio sé, che a volte raggiunge gli estremi del suicidio e dell’abuso di sostanze.
Con la distorsione dell’intenzionalità si verifica un eccesso dell’io, una volontà assoluta di affermare se stessi, con un posto centrale ed esclusivo nella costruzione della realtà, che paradossalmente rivela una fondamentale incapacità di comunicare con l’altro. L’”altro” diviene un esclusivo mezzo di affermazione di sé, come spettatore del proprio esibizionismo narcisista.
Lo scopo pedagogico mira ad una strutturazione dell’intenzionalità, ossia la capacità, anche creativa, di attribuire senso e significato al mondo e alla realtà, giungendo così ad una riappropriazione soggettiva, all’adattamento sociale, al reinserimento, all’entropatia.
L’intervento educativo ed anche psicologico sono volti ad ampliare l’orizzonte qualitativo del mondo relazionale del ragazzo, al fine di costruire condizioni di ripensamento della realtà, con l’obiettivo di rieducare e condurre all’ottimismo

Laura TUSSI: Le favole dei fabulatori contro le storie dei potenti … (Intervista con il maestro Dario Fo).

Come colloca la Sua storia di formazione rispetto al personale impegno politico, sociale e culturale?

Bisogna fare un salto. Da ragazzo vivevo in un paese che si chiama Portavaltravaglia nel quale vi sono un sacco di “fabulatori”…
Dipingevo, così d’istinto, frequentavo l’accademia e il liceo e ho frequentato anche il politecnico senza finirlo…e a un certo punto ho deciso di recitare, ma così proprio per liberarmi da un’angoscia che avevo. Questa angoscia era determinata dal lavoro che stavo svolgendo in quel momento. Facevo il tirapiedi, ossia chi realizza i progetti per gli architetti. Mi sono accorto che c’era del marcio e ho deciso di provare a fare l’attore per liberarmi da questa angoscia che mi era venuta. E di lì è partita questa mia carriera, questa mia vita. La base era quella della satira perché i “fabulatori” raccontano sempre in forma satirica. L’impegno politico era determinato dal fatto che sentivo proprio nel dopoguerra soprattutto, questa importanza di agire, di dire la verità… venivamo dal fascismo che era tutta una menzogna, retorica. Allora capovolgere la situazione in cui stavamo culturalmente, era necessario per trovare una forma di cultura alternativa soprattutto nel senso della collettività, della solidarietà…e da qui lanciare invettive contro coloro che mentono, che corrompono, che raccontano “storie” è stato inevitabile ed ho continuato così. Poi ho trovato Franca, Franca è davvero importante perché è una donna che ha sempre portato avanti un certo impegno politico straordinario, anche sociale, civile, morale e umano.

Come può il centro sinistra far fronte alle nuove ed incombenti sfide dettate da una società e da un mondo sempre più globalizzanti, segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate culture e differenti modi di essere e di pensare?

Il centrosinistra sta vivendo attualmente un momento difficile, anche perché non decide ancora di cambiare modo di fare politica. Il centrosinistra sta aspettando le situazioni e cerca di cavalcarle, vive di rimessa e non di azione diretta e questo naturalmente produce grossi guai. Per quanto mi riguarda vedo il mio essere entrato in politica in questi giorni, questa mia gara che sto conducendo, le primarie, un intervento positivo, innovativo, per riuscire a diventare colui che dovrà porsi in qualità di sindaco. Trovo che il centrosinistra abbia scelto un candidato che dia tranquillità, che abbia una credibilità per il fatto che viene dalla polizia, rappresenta l’ordine, è l’ex prefetto, ma non ha un programma di trasformazione della città, di cambiamento delle abitudini, una vera e propria strategia di rivoluzione sul piano della conduzione del traffico, del problema dell’atmosfera, delle questioni di quali propellenti usare, la trasformazione della planimetria della città, la coscienza che la città diventi nella sua periferia una sequenza di isole attive e soprattutto che abbiano un’autonomia, vale a dire l’idea di una metropoli, con un centro legittimo, ma con delle periferie che non si riducano a ghetti abbandonati o sovraffollati. Mi sono offerto al centrosinistra, ma ho notato subito che non aveva nessuna intenzione di scegliere un personaggio come il mio, perché aveva bisogno di accattivarsi la borghesia tranquilla, la borghesia che conta, il potere e i moderati. Infatti mi sono presentato anche sul mio sito come “non moderato”. Con i moderati non si va avanti, si rimane sempre in una stasi, in una semitranquillità, in verità i moderati sono coloro che frenano ogni espressione di trasformazione della società, di tensione dal basso. Esiste tutta un’area di giovani con l’ondata di Nanni Moretti che per fortuna crede nei non moderati… Moretti disse “con quella gente là non arriverete mai al potere” e se ci si arriva, si arriva ad un potere blando, di connivenze e di corruzioni, per esempio con l’Unipol che si pone sullo stesso piano dei ladroni antichi che cercano di far cassetta e dietro si trovano politic

Pierfranco BRUNI: Arbereshe. Cultura e civiltà di un popolo.

Arbereshe. Cultura e civiltà di un popolo”, il progetto al quale lavora Pierfranco Bruni, sarà presentato in occasione di una Mostra pannellare, organizzata dal Ministero e dal Comitato Nazionale Minoranze Etnico – Linguistiche in Italia, che si inaugurerà il prossimo 18 gennaio alla presenza di autorità istituzionali, politiche e accademiche.

La ricerca di Pierfranco Bruni analizza modelli ed elementi storici, culturali, antropologici degli Italo – Albanesi. Sono stati affrontati aspetti particolari e in modo predominante si è cercato di sottolineare l’importanza tra letteratura e appartenenza attraverso una griglia di capitoli, che pongono all’attenzione l’idea di identità, di appartenenza, di viaggio in una visione sia estetica sia storica sia antropologica.

La mostra e la relativa ricerca saranno presentati alla Biblioteca Casanatense di Roma. Interverranno, dopo il saluto del Direttore della Biblioteca, Angela Adriana Cavarra, il Capo Dipartimento dei Beni Archivistici e Librari Salvatore Italia, il Direttore Generale Luciano Scala, il Presidente del Comitato sulle Minoranze Pio Rasulo con le testimonianze di Pierfranco Bruni, Coordinatore del Progetto e Francesco Sicilia, Capo Dipartimento per i Beni Culturali e Paesaggistici. Il lavoro è abbastanza ampio tanto che ha permesso di istituire un Comitato Nazionale. Le conclusioni sono state affidata al Sottosegretario al Ministero per i Beni e le Attività culturali Nicola Bono.

“Sono stati realizzati, sottolinea Pierfranco Bruni, dei tracciati ad incastro. Per questo si trovano, come in una griglia di un mosaico, scrittori, paesi, luoghi, elementi artistici e letterari. Uno sviluppo a rete della ricerca perché l’obiettivo, in fondo, era quello di insistere sul tema dell’identità in una dimensione eterogenea e vasta come proposta problematica. Il filo che unisce è quello del patrimonio culturale dell’etnia italo – albanese. Un filo che lega i vari punti nella riflessione che questa civiltà è un bene culturale che va chiaramente tutelato e conservato ma anche valorizzato e partecipato nelle sue varie componenti. Dalla storia ai luoghi, dalla letteratura alle biblioteche, dalle riviste al rapporto tra le diverse culture. Un penetrare, di volta in volta, realtà che alla fine si amalgamano da sole. Ciò che maggiormente si è cercato di fare è stato quello di proporre delle tesi non perdendo di vista mai il legame con la storia, la realtà, i documenti”.

La ricerca vuole anche essere un invito ad approfondire maggiormente quei riferimenti che possono aprire strade nuove su valenze comparative sia sul versante scientifico che su quello pedagogico. Con questa ricerca, infatti, non si intende chiudere un discorso. Anzi si lasciano aperte numerose strade in virtù di un convinto successivo confronto e di ulteriori stimoli che serviranno a portare un contributo serio alla valorizzazione di queste comunità.

“Il Ministero per i beni e le attività culturali, in linea con le normative vigenti e in particolare con la legge 482/99, ha avviato una serie di iniziative per il recupero, la promozione e la valorizzazione di quelle tradizioni etnico – linguistiche che hanno fortemente caratterizzato il nostro territorio, fino a divenirne parte integrante, con lo scopo di far emergere e conoscere, da un lato la storia delle comunità, dall’altro di vederne il riflesso e le sedimentazioni nella cultura italiana senza trascurarne i riferimenti e gli aspetti antropologici e religiosi”. Così scrive Francesco Sicilia, Capo Dipartimento per Beni Culturali e paesaggistici, nella presentazione di questo studio che fa parte della collana dei “Quaderni di Libri e Riviste d’Italia”.

Il “Quaderno”, composto di pagine 456, rientra in un progetto volto a favorire la conoscenza e la conservazione della cultura Arbereshe, una cultura che ha una tradizione millenaria nel nostro Paese, poiché trae origine da un costante e antico rapporto

Laura TUSSI: Educare alla gestione dei conflitti. La continuità tra comportamenti macrosociali e microsociali.

L’educazione alla pace all’interno delle dinamiche sociocomunitarie per prevenire i conflitti a livello internazionale.

Nella psicologia dello sviluppo si indagano l’origine e l’evoluzione di comportamenti quali l’aggressività, la competitività, la prevaricazione, la violenza e gli atteggiamenti opposti a questi ultimi, quali la solidarietà, la cooperazione e l’altruismo.

La didattica recentemente si sta occupando anche di educazione alla pace, di gestione del conflitto e diseducazione alla guerra. Nella nostra cultura è profondamente radicato il convincimento secondo cui le guerre internazionali, i conflitti di predominio etnico ed economico, siano avvenimenti addirittura necessari ed inevitabili come, in parallelo, le contese e le diatribe tra gruppi e tra singoli.

Gli studi sociologici e psicologici più recenti indagano i comportamenti significativi relativi al tema della conflittualità, dimostrando che sussiste continuità tra comportamenti macrosociali e microsociali. Questo dimostra che è impossibile educare alla pace e alla gestione dei conflitti esclusivamente predicando la pace o proponendo un ideale nonviolento e pacifista rispetto alle relazioni belliche internazionali, ma occorre intervenire nei comportamenti e nei rapporti sociocomunitari che anche il ragazzo vive e sperimenta nel suo quotidiano.

Se non si considerano il conflitto interpersonale, la guerra tra civiltà, la belligeranza tra potenze nazionali, quali fenomeni connaturati con l’esperienza umana sussistono anche convinzioni circa il ruolo dell’utilità di un’azione a favore della pace, per impegnarsi in senso non violento.

Ma l’educazione alla pace, innanzitutto, transita attraverso la formazione di una personalità, di un’organizzazione psichico-cognitiva in evoluzione nella quale hanno la preminenza gli atteggiamenti positivi, di negoziazione, di cooperazione, rispetto all’antagonismo e alla prevaricazione. Gli atteggiamenti di conflitto e prevaricazione interindividuale si costruiscono in primo luogo nel microcosmo o microsistema nell’ambito della quotidianità del bambino e solo in seguito vengono proiettati, trasferiti e riversati nell’ambito delle relazioni tra i popoli.

L’atteggiamento pacifico non si può esercitare a livello di istituzioni pubbliche, di relazioni internazionali, a livello mondiale se non ci si abitua a praticare nelle relazioni private e nei rapporti interpersonali comportamenti pacifici che trasmettano ideali di cooperazione, di altruismo, di solidarietà, di collaborazione.

La concezione di aggressività

Sussiste una concezione dell’idea di aggressività come potenzialità di adattamento, di creatività, di emancipazione ed evoluzione e non come istintualità di morte, di annientamento e distruzione. L’aggressività adattiva svolge fondamentalmente alcune funzionalità strumentali di tipologia complementare. Da una parte l’aggressività svolge il compito di una forza attiva per il proprio sviluppo e l’affermazione di sé, dall’altra è uno strumento per tutelare la propria identità. Dunque l’aggressività si delinea come una potenzialità positiva, necessaria al fine di consentire una modalità di superamento della dipendenza infantile, al fine di favorire l’affermazione della propria identità contro gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del sé, per tutelare la propria stabilità fisica e psichica.

L’aggressività è uno strumento di difesa per tutelare la propria identità, per stabilizzare l’assetto della propria personalità da incursioni ed attacchi esterni, da critiche e censure interrelazionali. L’atteggiamento aggressivo si delinea come potenzialità positiva e si configura come strumento necessario alla stabilizzazione del sé, indispensabile al fine di consentire il superamento dello stato di attaccamento e di dipendenza dalle figure dell’infanzia, con lo scopo di permettere l’affermazione della propria identità contro gli ostacoli che si frappongono alla piena realiz