Archivi categoria: Sociologia

Vincenzo ANDRAOUS, Bullismo contemporaneo.

Ora che i riflettori sono stati spenti e la grancassa mediatica ha smesso di emettere suoni scomposti, forse adesso sarà possibile avere memoria con maggior delicatezza e buon senso di quei giovanissimi che hanno deciso di abbandonare per sempre i banchi di scuola, gli amori, i sogni e le speranze.                                                              
Forse sarà possibile consegnare il giusto valore alle parole, quelle che non intendono farsi condizionare dalle altre più altisonanti, scagliate per creare una labirintite artificiale, quelle parole che non chiariscono mai  le responsabilità individuali, che non stanno sulle labbra dell’intrattenitore di turno, o sulla battuta pronta di chi vuol rimanere dietro le quinte del dolore, escludendo la possibilità di una via di emergenza che non di rado salva la vita.                     
Qualcuno intende cavarsela additando la scuola un ammasso informe di linee didattiche, spesso contrapposte alle relazioni importanti che fanno crescere.                                                                                              La famiglia un ibrido travestito di buone intenzioni.                                                  
I giovani una tribù di selvaggi tutti uguali, omologati, disordinati.                                               
Sono queste le etichette e i luoghi comuni con cui si liquidano maldestamente le tragedie di una società caduta in disuso, per l’incapacità di comprendere quanto incivile sia disperdere la propria coscienza critica, anche nel caso questa sottoscriva un malcostume diventato trend nazionale.                                                                        Quanto diseducativo può diventare il tentativo di lenire un dolore lacerante con la divulgazione di verità contraffatte.   
Chi la scuola l’ha abbandonata a un’età obbligante, sa bene che il rimpianto non è una condizione attenuante.             
Chi nella famiglia non ha trovato amore che protegge ma una via di fuga virtuale, sa bene come la selva oscura può ingannare al punto da farti soccombere.              &nbs

Vincenzo ANDRAOUS. Francesco fratello lupo.

Qualche momento è corso via da quella fumata bianca, da quel “buonasera” pronunciato da un amico incontrato dopo tanto tempo.
Pochi attimi e l’Uomo è venuto avanti parlando del bene da fare senza ulteriore indugio per vincere il male, sfuggendo le parole comprate al banco della pietà per ottenere una cittadinanza del mondo per lo più da ricostruire con onestà e amore.
Ricordo che me ne stavo lì senza pensare al toto papa, alle scommesse, alle probabilità per questo o quell’altro conduttore-testimone delle scelte profeticamente umane, come delle erranze esistenziali.
In quel nome c’è stato più di quanto il cuore desiderava, un passo indietro per farne cento in avanti, Francesco è il nuovo  Papa, come colui che tanto tempo fa scosse la Chiesa dalle sue fondamenta, quel giovane con le mani strette a pugno, e adulto con la spada, con il sangue, con le parole scagliate senza amore né onore.
Quel Francesco che osa dare le spalle alla sorte, alle eredità consolidate, alle verità nascoste nei colpi di maglio, quel Francesco poverello, ma che poverello non è stato mai, ricco assai più ricco delle tasche perennemente vuote.
Quel Francesco rivolto alla luna e al sole, all’uomo e alla natura, è nuovamente su quello spalto, su quella terrazza, sopra ogni testa, rinnova la storia che fa propria, dentro una preghiera sottovoce, in punta di piedi.
Abbiamo il Papa, stavo per dire il Papa buono, come lo fu un altro, come lo furono chi più, chi meno, tutti gli altri, ma su quel più e quel meno c’è a fare da ponte la resistenza e la capacità dell’umanità, che non sarà mai imbrogliata dagli eventi costruiti a misura, dagli accidenti scivolati giù da qualche palcoscenico.
Francesco è fratello lupo, non viene meno alla vita neppure da addormentato, due lupi che non si sbranano, invece s’incontrano ogni volta e si annusano, si mettono in cammino, compagni di viaggio; quanto lasciano dietro non sono segni incomprensibili di una grammatica sgangherata, ma punteggiatura visibile, contabile, sommabile, orme digitali due passi alla volta, si muovono  prima, durante e dopo, senza prestare i fianchi alla disattenzione, eretti a mezzo e di traverso alle tante diaspore, alle troppe ritirate, alle opere di bene raccontate comodamente dai comodi rifugi, dove di accettabile non c’è nulla, neanche le ribellioni, le rivolte, le fughe da una giustizia ridotta a professarsi senza fissa dimora, perennemente ubriaca di promesse mai mantenute.
Papa Francesco è la Chiesa, forse non basta più la sola coerenza, occorre la generosità che fu di  quel  “Lupo Franscesco”, come ti sei voluto chiamare,  il quale ci manda a dire ancor oggi quanto l’umiltà non possa sposarsi con l’imposizione, soprattutto quando quest’ultima giunge da quella Istituzione che a sua volta dovrebbe farne buon uso, come a noi stessi è stato chiesto, e continua a essere richiesto.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS. Suicidi e sconfitte sociali.

In una settimana due persone hanno tentato di ammazzarsi, due detenuti dello stesso penitenziario.
Tra tanti che riescono nell’intento di farla finita, in questi due accadimenti non è andata così, nel primo caso la prontezza di intervento degli Agenti di Polizia Penitenziaria ha consentito di arrivare per tempo,  il detenuto è in fin di vita, ma ancora vivo. Nel secondo caso la prontezza di riflessi dei compagni di cella hanno letteralmente sradicato dal buco nero più profondo il compagno dai passi perduti.
Due vite per fare una sola parola, predestinati, numeri di un contenitore tritatutto, anche la disperazione più disperante incontra la via più breve per non riuscire a sopportare l’irraccontabile.
E’ già epitaffio per un carcere così ridotto, miserabile e disumano, c’è urgenza di apostrofare la riflessione, innescare la più piccola provocazione per smetterla con gli omissis sulle responsabilità che non ci sono mai, con le posture scandalizzate di una società in preda al panico dialettico e comportamentale.
Come se fare gli indifferenti, i vendicativi a oltranza, i giustizialisti all’ennesima potenza, avesse il potere di rendere più mansueti gli uomini e le donne detenute, ponesse argine alle conseguenze drammatiche della recidiva, nell’intento di inquadrare in una identica civicità spicchi di umanità allo sbando, delinquenti malati e mai curati, malviventi veri e malviventi inventati, trattati nello stesso modo, una popolazione detenuta composta nella stragrande maggioranza da miserabilità, oltre a quella larga fetta di popolazione cosiddetta libera, ma inchiodata al non fare, e quindi nella più che prevedibile commissione di reati.
In questa cartina tornasole dai riflessi opacizzati dalle informazioni, comunicazioni, dati, non sempre esposti correttamente, perché esplicitati a seconda del tornaconto personale, c’è a fare da ponte la richiesta di una giustizia che tuteli le persone oneste, ma che garantisca equilibrio e comprensione umana verso chi sconta dignitosamente la propria carcerazione.
Giustizia giusta non sta a vendetta, peggio, a indifferenza di riordino, neppure è sinonimo di pena certa, quando la pena è un percorso a ostacoli, malamente accidentato, dove è sempre più obbligante morire di dipendenza, di patologia, di malattia.
La Giustizia e il Carcere non possono essere invocati quando qualcuno commette reati indegni o eclatanti, quando il disagio sociale implode-esplode in vere e proprie miserie dis-umane o interessi incrociati devastanti.
La giustizia è un valore alto che cresce dentro una condizione individuale e collettiva che sa schierarsi dalla parte di chi è la vittima, di chi è innocente, di chi  soffre inascoltato senza meritarlo, la Giustizia è tale perché non ha paura, non fa passi indietro nei riguardi di chi non vede riconosciuti i diritti fondamentali, di chi è costretto a sopravvivere, anche di chi ha sbagliato e non ha la possibilità di riparare, di diventare una persona migliore.
Ci si impicca, ci si uccide, quando la pena si traveste e muta in un eccesso di condanna, non c’è solamente la restrizione della libertà personale, ma una vera e propria mancanza di diritto, di corretta interpretazione della misura incapacitante, di non cura della salute e della propria dignità personale.
Il non rispetto di queste “prerogative carcerarie”, deprivano lo scopo e l’utilità sociale della pena stessa, che non può esser considerata una punizione o un castigo se non ricompone la solidarietà collettiva, attraverso lo strumento della riparazione che sta nel Dna di ogni possibile giustizia, per ridare autorevolezza e senso al carcere, che punisce il crimine ma rispetta l’uomo, pur sempre cittadino, detenuto.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, No slot no droga.

A volte l’insulto più grave, quello che fa più male, è l’insulto all’intelligenza, a quella oppressa e stordita, all’altra accartocciata su se stessa per umiliazione e violenza.
Quando non c’è scampo per la giustizia e l’ingiustizia la fa da padrona, allora è tempo di mettersi a mezzo, di traverso, occorre farlo senza intendimenti sottobanco, mediazioni di accatto, interessi che rapinano il rispetto per se stessi e per gli altri, soprattutto di quanti non sono più in grado di  erigere difesa a un limite che non sia solo quello imposto da una legge, da una regola, un limite che noi riconosciamo e siamo all’altezza di onorare.
Nella vita si può esser anche l’ultimo degli uomini, ma perfino quell’uomo non potrà sfuggire al carico della propria dignità.
Nel mio servizio alla Comunità Casa del Giovane ho la possibilità di incontrare parecchi ragazzi, per quanto nelle mie capacità di contribuire ad accoglierli ed accompagnarli per un pezzo di strada importante.
Luca è un giovane adulto, un bel ragazzone, ma poco consapevole delle proprie potenzialità, assai sbilanciato sul fare meno fatica possibile per arrivare alla meta, tutto teso ad architettare piani strategici per ottenere quanto il proprio desiderio imbizzarrito gli frusta al fianco.
Un ragazzo come tanti altri allo sbaraglio, in famiglia, in classe, in strada, uno dei tanti al palo e poco atteso al rientro a casa.
Un giorno mi chiama sul telefonino: “Vince devo raccontarti una cosa, ho bisogno di parlare con te, vengo domani”. Lì per lì ho pensato: avrà combinato qualche casino,  ne avrà fatta una delle sue, infatti se i guai non lo cercano, è lui ad andare a scomodarli.
Il giorno seguente ci incontriamo, come sempre è tirato a lucido, ma questa volta è più tirato del solito, sembra un foglio di carta posizionato di traverso, non occupa spazio.
“L’altra sera stavo tornando a casa, mentre aspettavo il pulman, tra le dita mi è salita una moneta da due euro, c’era un po’ di tempo, sono entrato in quel bar, l’ho buttata giù, ho pigiato qualche tasto e…….Mi è arrivato addosso per qualche istante un rumore persistente, mi sono ritrovato nelle tasche centonovanta euri, e….. Brava la mia slot mi sono detto”.
Invece di andare a casa, mi sono recato dove gironzolano i plotoni di ragazzi arresi in partenza, quelli come me insomma. Mi sono fatto un bel regalo, ho comprato qualche grammo di coca, qualche bottiglia di birra, e mi sono lasciato naufragare da ogni aspettativa.
Luca è un ragazzo fragile, non gli riesce di inventarsi un piccolo presente, figurarsi un pezzo di futuro, frequenta la comunità qualche ora al giorno per tentare di rialzare la testa, è una fatica immane, un percorso aspro, pieno di sali-scendi, non sempre c’è energia sufficiente per attingere resistenza, per opporsi all’occasione facile di un travestimento, una mimetizzazione, una appropriazione indebita per non risultare inappropriati.
Quella slot con le sue lusinghe, le promesse, le belle bugie, ha reso analfabeta la fatica e i bisogni, il reale intorno, in un attimo ha reso vano il contributo di tanti operatori, ha umiliato il dolore di una famiglia allo stremo, ipnotizzando la necessarietà di una speranza da riempire di contenuti.
Slot che ammicca, che ammalia, che riduce a brandelli quanto quella droga tirata su con ingordigia.
Si tratta di una accoppiata che non fa prigionieri.
Non ci sono tante cose da dire a Luca, che già non sappia, tante liturgie da esplicitare con largo consumo di aggettivi, forse è più consono rammentargli quanto ha detto un mio grande amico scrittore: “ un uomo è ciò che opera, ciò che ha fatto, ciò che ha commesso, se lo dimentica è un bicchiere capovolto sulla tavola, un vuoto chiuso”.
Non dimenticarlo Luca, no slot, no droga.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it