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Vincenzo ANDRAOUS. Al banco dell’usato i soliti giudizi affrettati.

Il mercato del delitto non va mai in ferie, le televisioni ci rendono ciechi nella ragione, affidiamo agli occhi il compito di tradurci i messaggi, mentre con il pensiero cerchiamo altre cose da fare, qualche scorciatoia per acquistare al banco dell’usato i soliti giudizi affrettati, persino la vergogna ha il volto tumefatto dalle disattenzioni e gli abbandoni di chi è disperato.
Di fronte alla morte non dovrebbe mai esserci spazio per quel chiacchiericcio che rende la pietà simile a un privilegio, al punto da non scorgere più il dolore per una dignità derubata, calpestata.
Da qualche tempo fanno incetta di audiens i delitti da grande fratello, quei fattacci su cui imbastire programmi televisivi, e perché no, presunte innovazioni giuridico culturali, mentre nella preoccupazione per una prevenzione di facciata, c’è comunque posto per l’esplicazione reiterata di leggi di emergenza rattoppate a una contemporaneità malata.
Ci sono persone che muoiono, persone che scompongono il futuro assai incerto, che scompaiono improvvisamente, persone che lasciano ad altri la possibilità di ritrovare una pervenza di umanità, persino attraverso il tentativo estremo del suicidio.
Ma per queste persone anonime, non esiste spazio di comunicazione, il grande fratello è oltre, non è interessato a questa diaspora esistenziale, dirompente, non solo per i numeri ma per l’incomprensibilità dei tanti suicidi in carcere.
Non c’è superamento dei problemi endemici all’Amministrazione Penitenziaria, in carcere si continua a morire a catena, in un silenzio devastante, trattandosi di “eventi di una normale rottamazione”, tutta dentro una sorta di terra di nessuno.
Quali le domande e quali le risposte, senza incorrere nel rischio delle ipocrisie ideologiche o peggio, una indifferenza che logora l’interesse collettivo di ognuno e di ciascuno.                      
Il carcere con i soliti e fastidiosi problemi che coinvolgono nella sua insopportabilità operatori e detenuti. Quando muore un delinquente anziano, incallito al cuore, nessuno si preoccupa, quando i morti in rapida successione sono giovani e apparentemente in salute, forse è il caso di essere più attenti, meno assoggettati dall’abitudine alla somma della retorica, per tentare di costruire più partecipazione da parte di tutti, perché una doverosa esigenza di giustizia appartiene a chi l’offesa l’ha ricevuta, ma anche a chi quell’offesa l’ha arrecata e sconta la propria condanna con dignità.                                                                                                      Forse il problema non sta nei morti di serie A e di serie b, forse c’è in corso una lacerazione lenta ma inesorabile della nostra società, una specie di mutamento piramidale, dall’alto al basso, che investe gli intelletti e logora le coscienze, per cui recuperare le persone in carcere, renderle cooperanti e consapevoli di una possibile risalita e riscatto, diventa un ideale secondario, rispetto all’impossibilità di ritrovare se stessi e gli altri.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, Moralità, onorabilità, incorruttibilità.

Moralità, onorabilità, incorruttibilità: se lo si dice a un bambino, potrebbe farci una bella rima. Se lo si dice a un adolescente, potrebbe travestirsi da samurai e inscenare battaglie epiche dei sogni e delle parole. Se lo si dice a un adulto, a una persona dall’intelligenza sviluppata perché formata dall’educazione, dovrebbe ritenerli carne e sangue di ogni pre-requisito per una buona vita.
Dovrebbe e potrebbe esser così, purtroppo così non è, ci sono innumerevoli motivi che si stagliano all’orizzonte e si frappongono per questo dire e non fare. Motivi seri e motivi artefatti, altri motivi creati ad arte per disegnare confusione e spostare l’attenzione, per irreggimentare le sensibilità, fino a farle diventare sussulti di indignazione a scoppio ritardato.
Quando poi l’indignazione avrà toccato il fondo più inclinato della disperazione, sarà terreno fertile per ogni ulteriore indifferenza.
Un bimbo cresce aggrappato al seno della propria madre, sicuro al suo calore, un adolescente va incontro alla sua maturità attraverso un valore che non è scambiabile con nessuna altra merce: il rispetto. 
Il rispetto per se stesso, per gli altri, per la vita che non rilascia patenti da clandestino per meglio riuscire a barare, rispetto che non si  impara con una formuletta chimica edulcorata da un disegno tracciato alla lavagna. Rispetto che si apprende attraverso l’esempio che non fa passi indietro, non si nasconde, che proviene dall’insegnamento delle persone autorevoli che non temono la fatica, l’impegno della solidarietà, quella costruttiva dell’accogliere e accompagnare, nel sudare insieme per un obiettivo comune, un bene comune, una società in comune, rispettosa delle cose e delle persone.
Moralità, onorabilità, incorruttibilità, grandi idealità abbandonate alle intemperie ormonali, senza vergogna o disturbo di coscienza, mentre dovrebbe apparire da ogni azione e comportamento uno stile di vita corretto e condiviso, da perseguire in età dolce, negli anni ancora da venire, da amare, da costruire, da custodire. Invece è sotto gli occhi di tutti il suo esatto contrario: il fastidio e l’imbarazzo con cui si trattano e argomentano i più giovani,  lasciandoli a margine, nella precarietà, privandoli di note importanti di coinvolgimento, di corresponsabilità, di complicità mai sottobanco, come accade sempre più spesso quando si tratta di impegnare tempo e pazienza in spiegazioni plausibili per consentire scelte libere di responsabilità.
Una società più giusta non significa più ricca, opulenta, invasiva e pervasiva dei sentimenti altrui,  una società più equa potrebbe volere dire meno disattenta, meno oppressa dalla droga sparata in vena, inalata o bevuta. Maestro inadempiente che non scende dal pulpito, non riconosce errore, non abilita alcun servizio né utilità sociale, bensì gonfia le tasche dei pochi a dispetto dei tanti, sospinti all’indietro con disprezzo della pietà per ogni dignità calpestata.
Una collettività più giusta non ha paura della verità, di ciò che non è stato fatto, di quanto è da migliorare, non mette in evidenza i soli tratti vincenti, mimetizzando quelli perdenti, i quali hanno contrassegnato un agire passivo  e parassitario, un operare che non è agire, ma barcollare da un bicchiere all’altro di inutili bugie.
Moralità, onorabilità, incorruttibilità, sembrano altezze inarrivabili, un’estenuazione così estenuante da non poter esser scalfita se non addirittura pronunciata, figuriamoci raggiunta.
Eppure è in questa linea mediana, in questa terra di ognuno o forse di nessuno, che è possibile ritrovare un senso da confidare ai nostri figli, soprattutto per tenere barra a dritta noi adulti, evitando di incorrere in quel “ tronco funesto che è l’indifferenza“, quel modo di non essere che induce a non chiamare le cose con il loro nome, non volendo conoscerle per quello che sono.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Giuseppe C. BUDETTA, La vascolarizzazione e l’innervazione cefalica del fenicottero rosa.

Nel 1896, lo psicologo americano James Mark Baldwin, lavorando entro la cornice della selezione darwiniana, trovò un modo per spiegare l’evoluzione di tratti appresi durante la vita di un organismo. Baldwin affermò che se i caratteri acquisiti non possono essere ereditari, può esserlo la tendenza ad avere certe caratteristiche.


L’intero studio si trova nell’allegato.

Autore: Giuseppe C. Budetta

Email: giuseppe.budetta@alice.it

Allegato: Budetta, Fenicotteri rosa.pdf

Sandrino MARRA, Evoluzione delle maschere tribali.

Le immagini ed i colori hanno avuto un ruolo di insieme tra gli umani, il colore è tra le peculiarità dell’arte parietale rupestre e risale, come prima espressione artistica dipinta ad un periodo tra i 9000 ed i 7000 anni dal presente, attribuibile ad un preciso orizzonte culturale che si contraddistingue per essere la prima espressione artistica dipinta.


L’intero studio, si trova nell’allegato.

Autore: Sandrino Marra

Allegato: evoluzione delle maschere tribali.pdf