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Pirro Marconi, Direttore della Missione Archeologica Italiana in Albania.

La storia delle ricerche archeologiche in Albania durante la prima metà del XX secolo è strettamente legata all’attività della Missione Archeologica Italiana. Fondata nel 1924, questa missione si trasformò per molti anni nell’istituzione centrale degli studi archeologici nel territorio albanese. Tra le figure più eminenti vi fu il professore italiano Pirro Marconi, che negli anni 1936-1938 diresse le ricerche a Butrinto, Finiq ed in altre zone del sud del paese. I suoi lavori influenzarono in modo considerevole la conoscenza scientifica del patrimonio albanese.

L’arrivo della Missione Archeologica Italiana. L’attività delle missioni archeologiche italiane in Albania è ampiamente documentata nell’Archivio Centrale dello Stato, nei rapporti ufficiali, nelle fotografie conservate negli archivi personali e nella stampa dell’epoca. Queste fonti testimoniano che negli anni ’20 e ’30 l’Italia sviluppò un progetto strutturato di ricerche scientifiche, che ebbe anche implicazioni politiche e culturali.

La formazione e lo sviluppo della Missione Archeologica Italiana. La missione fu istituita nel 1924 sotto il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri italiano. Essa faceva parte di una politica più ampia volta a rafforzare la presenza italiana sulla sponda orientale dell’Adriatico. Nei primi anni, la missione divenne il principale centro di ricerche archeologiche in Albania. Aprì nuove strade nello studio dell’antichità e creò una nuova tradizione di documentazione scientifica dei monumenti.

L’attività di Pirro Marconi in Albania. Pirro Marconi, uno dei più illustri studiosi dell’arte e dell’archeologia romana, fu posto a capo della missione nel dicembre del 1936. Nei suoi scritti del 1939, egli menziona i risultati più importanti dei lavori svolti in Albania e sottolinea che, sin dal 1924, le ricerche italiane avevano mirato a portare alla luce i monumenti del periodo romano e la storia antica del paese.
Gli scavi che riportarono alla luce l’antica città di Butrinto sono strettamente legati al lavoro continuo della missione sotto la direzione di Ugolini, Marconi e successivamente Mustilli. Secondo la Prof.ssa assoc. dott.ssa Lida Fabian Miraj, nel marzo del 1937 Marconi proseguiva gli scavi nell’area tra il Teatro ed il canale di Vivari, completando integralmente la scoperta del Teatro di Butrinto.
Il giornale “Drita”, nell’aprile del 1939, pubblicò gli articoli di Marconi in cui egli presentava gli scavi a Finiq e la sua necropoli, nonché studi su Butrinto nel contesto virgiliano. I suoi scritti offrivano una vasta panoramica dell’attività archeologica italiana nel sud dell’Albania.

La biografia e la formazione scientifica di Marconi. Secondo il Dizionario Biografico Italiano (2007), Pirro Marconi nacque a Verona il 1° gennaio 1897. Interruppe gli studi a Roma per arruolarsi volontariamente nella Prima Guerra Mondiale, dove fu decorato con diverse medaglie. Dopo la guerra, completò gli studi e si specializzò in iconografia e nell’arte del periodo adrianeo.
Lavorò presso la Scuola Italiana di Archeologia a Roma e ad Atene, poi al museo di Palermo come direttore, e realizzò oltre cento studi importanti, soprattutto nei campi della scultura, della topografia e della pittura romana.

La direzione della missione e la morte tragica. In qualità di direttore della Missione Archeologica Italiana in Albania, Marconi diresse scavi sistematici a Butrinto, collaborando con studiosi come Luigj Cardini per progetti preistorici.
Tuttavia, la sua carriera fu tragicamente interrotta il 30 aprile 1938, quando perse la vita in un incidente aereo a Formia, dopo una missione di ricerca in Albania.
Egli lasciò incompiuta un’ampia opera di sintesi sull’arte romana, che intendeva sviluppare durante la sua carriera accademica presso l’Università di Napoli.

L’attività di Pirro Marconi come direttore della Missione Archeologica Italiana in Albania rappresenta uno dei capitoli più importanti nella storia dell’archeologia albanese. Egli contribuì in modo significativo alla scoperta, documentazione e interpretazione dei monumenti di Butrinto, Finiq e di altre aree del sud.
Nonostante la brevità della sua carriera, il lavoro di Marconi rimane un punto di riferimento negli studi archeologici ed una testimonianza di un periodo in cui la ricerca archeologica in Albania conobbe un nuovo sviluppo. Il suo ruolo di studioso e direttore ha lasciato un’impronta duratura, sia nell’archeologia italiana sia in quella albanese.

Autore: Gezim Llojdia – llojdia@yahoo.com

EGITTO. I papiri di Ossirinco.

Nel 1897, Bernard Grenfell e Arthur Surridge Hunt, due dei tanti studiosi sempre alla caccia di reperti provenienti da un antico passato, curiosando e cercando se vi potessero essere cose interessanti in un’antica discarica, situata nei pressi della località Ossirinco in Egitto, ebbero il classico colpo di fortuna, giacché fu rinvenuta una grande quantità di pezzetti di carta, di vellum (pergamena ottenuta dalla pelle di vitello) e soprattutto di papiro, con manoscritti.
Ossirinco (un sito archeologico, oggi denominato el-Bahanasa) era una fiorente cittadina durante l’impero romano e si trova a circa 160 chilometri a sud de Il Cairo. I suoi abitanti erano i discendenti dei Greci colonizzatori dell’Egitto a seguito della conquista di Alessandro Magno. Il suo nome deriva dal termine egizio Per-Mejed, vale a dire “città dei pesci dal naso aguzzo”, dovuto alla presenza nella zona di quel pesce venerato dagli Egizi.
Come si è anticipato, è stato il classico colpo di fortuna perché, essendo quel luogo in condizioni climatiche particolarmente secche e non dominate dai venti, ciò che di deperibile vi venne depositato fra il I al VI secolo d.C. si è potuto conservare, anche se con molte mancanze. Furono rinvenuti migliaia di manoscritti consistenti in documenti contenenti lettere e opere letterarie in lingua greca e latina, oltreché. in arabo. Il contenuto dei documenti consiste in atti pubblici e privati, quali possono essere editti, codici, inventari, registri, atti di compravendita, brani dei Vangeli e altro ancora. E, dopo dieci anni di scavo, essi si trovarono fra le mani un tesoro costituito da più di mezzo milione di frammenti manoscritti antichi, da loro correttamente catalogati.
Questi sono esposti in diversi musei e istituti del mondo, però la parte più consistente è nell’Ashmolean Museum dell’Università di Oxford.
Analizzandoli, si sono rinvenuti testi greci, fra cui poesie di Pindaro, e frammenti di brani poetici di Saffo e Alceo e anche di Alcmane, Ibico e Corinna; inoltre, frammenti di opere teatrali di Menandro, pezzi dell’Ipsipile di Euripide e, ancora, molti brani de “I Cercatori di Tracce” di Sofocle. Molto interessante si dimostrò il ritrovamento di diagrammi completi degli “Elementi” di Euclide. A proposito di Menandro, che è quello del quale si è trovata una grande quantità di reperti, si ricorda che era un drammaturgo classico ateniese, vissuto a cavallo fra il IV e il III secolo a.C.; fra le sue opere, in parte recuperate, sono Dis Exapaton, Karchedonios, Kolax, Il misantropo, La donna di Samo, L’arbitrato, Misoumenos.
Un’opera molto importante fu quella chiamata le “Elleniche di Ossirinco”, che è una storia della Grecia antica databile fra il V e il IV secolo a.C., scoperta su frammenti di papiro. La sua paternità è stata a lungo discussa fra i vari studiosi moderni: qualcuno fu del parere che fosse un’opera di Androzione di Atene, per altri di Eforo di Cuma, o Daimaco di Platea, Cratippo di Atene, Teopompo di Chio; ma, facendo le dovute considerazioni a proposito di stile, del contenuto e del periodo di nascita, si concluse che non si poteva stabilire chi ne fosse stato veramente l’autore. Così, quell’opera venne intitolata Hellenica, per ciò che riguardava la Grecia antica, e Oxyrhynchia per il sito in cui avvenne il ritrovamento dei papiri; mentre per l’autore si è risolto (si fa per dire) il problema inserendo una P, per ricordare che il supporto è “su papiro”.
Fra i frammenti è stata trovata una vita di Euripide scritta da Satiro di Callati ed anche un gruppetto di sette delle 107 opere di Livio che, forse, è stata la scoperta più importante in lingua latina.
Oltre a quelli citati, ci sono tanti altri frammenti di interesse. Del resto non sembra nemmeno il caso di citare tutti gli oltre 500.000 recuperati; chi ne dovesse essere interessato non deve far altro che consultare i funzionari dei luoghi in cui sono conservati.
In definitiva, quel malloppo è rappresentativo di una città i cui abitanti erano attivi tantissimi anni fa, di cui ci mostra qualcosa di vivo e attuale, e non morto e seppellito da mettere tristemente nel dimenticatoio. E questo era proprio lo scopo che si era prefisso l’accademico e classicista, membro della British Academy, Professor Regius di Papirologia e di greco presso l’Università di Oxford, che per molti anni è stato a capo del progetto Oxyrhynchus Papyri Proiect. Egli, con la collaborazione di John Rea, fra il 1965 e il 1989, ha raccontato la scoperta del più grande ritrovamento di papiri, che avvenne in Egitto, nel 1887, appunto, in un’opera dal titolo Papiri di Ossirhynchus, che fu stampata dalla Carrocci Editore il 4 aprile 2019, nella collana Quality Paperbacks. Ed è stato descritto, in modo che sia alla portata della comprensione di tutti, esperti o meno, come avvenne il loro ritrovamento, eccezionale sia per la quantità sia per il contenuto.
Molto interessante è quanto ha scritto Paolo Mieli a proposito di questo ritrovamento e lo si riporta integralmente: «Tutto ha inizio in una discarica. – scrive Paolo Mieli nella presentazione fatta al libro (Corriere della Sera, 24 giugno) – E’ in una montagna di rifiuti coperta dalle sabbie che si è avuto il più importante ritrovamento di preziosi papiri dell’Egitto. Ritrovamento che ha consentito una svolta nello studio della storia del mondo antico. E’ questo, cioè il fatto che fossero sepolti come immondizia, quel che ha più colpito Peter Parsons e che fa da filo conduttore di un suggestivo libro, La scoperta di Ossirinco. La vita quotidiana in Egitto al tempo dei Romani, che l’editore Carocci si accinge a pubblicare, in un’impeccabile traduzione e curatela di Laura Lulli».
Interessante è ricordare che fu grazie anche e soprattutto alla collaborazione dei ricercatori della statunitense Brigham Young University dello stato dell’Utah, che hanno applicata, per l’analisi dei frammenti dei papiri di Ossirinco, la tecnica denominata immagine multi spettrale: con questa tecnica è stato reso possibile individuare e interpretare nello spettro dell’infrarosso i segni di inchiostro sbiaditi o quasi cancellati dal tempo, risultato che sarebbe stato assolutamente impossibile ottenere a occhio nudo.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Statua del Ka di Hor I. Il ka, la forza vitale di ogni individuo.

Durante l’effettuazione di una interessante serie di scavi eseguita nel 1894 da parte di Jacques Jean Marie de Morgan, Georges Legrain e Gustave Jequier a Dahshur, una località posta sulla sponda sinistra del Nilo, distante una quarantina di chilometri da Giza ed a qualche chilometro verso meridione del sito archeologico di Saqqara, nelle vicinanze del lato nord della piramide di Amenemhat III, essi si imbatterono in alcune tombe a pozzo appartenenti a famiglie di faraoni.
Fra queste, una era la sepoltura del faraone Hor I che – è stato appurato – prese quella tomba per se stesso, togliendola ad un familiare del faraone appena ricordato. Questa tomba, nel passato aperta ma non completamente depredata, conteneva il sarcofago contenente la salma del faraone, un tabernacolo di legno, un corredo funebre e, inoltre, una statua in legno di sicomoro, che rappresentava il ka di Hor I.
Che la statua si riferisse a quel re non ci sono dubbi, perché su due vasi di alabastro, posti all’ingresso della cavità, era inciso il suo nome.
Quando la statua fu trovata, era nel naos, una cella situata nella parte interna dei templi egizi adattata a ricevere la statua, che rappresentava la casa del dio nella tomba. La statua era a terra, sulla schiena, forse fatta cadere durante i saccheggi subiti dalla tomba. Lo strato d’oro, che un tempo ricopriva il corpo, si è perso.
La sua realizzazione risale attorno al 1750 a.C. La statua, alta 135 centimetri, diventava di metri 1,70 considerando la base ed il simbolo del ka sul capo. La statua riporta la figura del ka del re Hor I, faraone della XIII dinastia egizia, un tempo ricoperta da uno strato sottile di stucco e doratura, ora scomparso, ed è praticamente nuda, anche se presumibilmente portava un gonnellino, essendo sulla la vita la traccia di una cintura. Un ampio collare, comune agli Egizi, era sul collo. In origine, teneva nella mano sinistra un’asta ed uno scettro nella destra, simboli del potere reale. Nel volto brillavano gli occhi realizzati con cristallo di rocca e quarzo; era un volto anonimo, perché la statua aveva lo scopo di mostrare il ka di Hor I, ma non la sua persona.
Ma ciò che attira l’attenzione e colpisce è quanto è fissato sopra la parrucca tripartita, appoggiata sulla sua testa: due braccia poste in modo da formare una U, che corrisponde al geroglifico egizio per indicare il ka, cioè la sua forza vitale, con le mani aperte rivolte verso l’osservatore. In fase di restauro, il corpo ed il simbolo, trovati separati, sono stati rimessi insieme.
Secondo la cultura egizia, l’anima è composta da più parti e il ka è uno dei componenti essenziali che delineano l’identità del faraone. Per gli Egizi di allora, l’essere vivente constava di più parti: le caratteristiche fisiche erano nome, cuore, corpo, il ka (la forza vitale di ciascun individuo), il ba (indice di potenza e simbolo della personalità individuale), l’ankh (forma spirituale di ciascun uomo proveniente dagli dei e dai morti) e altro ancora.
Per essere accettato nel mondo dei morti, l’individuo doveva essere in possesso di tutti quanti.
Ed ecco il ka, che nasce insieme con il bambino. E’ una forza vitale che costituisce l’alter ego di una persona, rappresentandone un doppio. Ciò è dovuto al dio Khnun, che offre l’uovo della creazione e che conferisce all’individuo le sue forme ottenute usando il limo del Nilo. In molte rappresentazioni, lo si trova mentre produce insieme il corpo del bambino nel momento della sua nascita ed il suo ka. Questo accompagna l’uomo nella sua crescita, però restandone indipendente.
Contrariamente a quanto avviene nelle persone normali, il ka del faraone, in quanto discendente diretto degli dei, ne godeva del possesso; e, poi, era trasmesso al suo successore e, al momento dell’incoronazione, il ka si univa indissolubilmente al nuovo sovrano, mutandolo in ka vivente, vale a dire “uomo e dio”.
Forse quella statua era stata scolpita per essere situata in un tempio del re Hor I, ma poiché il suo governo è durato un tempo limitatissimo, secondo il parere dell’archeologa ed egittologa tedesca, specializzata nello studio della ceramica egiziana, Dorothea Arnold, questo non fu mai costruito, per cui la statua finì nella sua tomba.
Ora, questa è esposta nel Museo Egizio del Cairo, ma fu il centro di un piccolo dramma, perché un giorno era scomparsa, finché fu rintracciata in un posto non frequentato della struttura dove era stata nascosta da un operaio, che temeva conseguenze disciplinari, avendola distrattamente danneggiata.
In ogni modo, quella statua è un’opera d’arte splendida, ma è importante riconoscere che essa è un’immagine di contenuto altamente simbolico in merito alle credenze del popolo egiziano nei riguardi della morte e del suo regno. Merita di essere ammirata non solo per un senso di esecuzione artistica, ma anche e soprattutto perché dimostra di essere un elemento di fondamentale importanza del patrimonio artistico e culturale dell’Egitto risalente al XVIII secolo a.C.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Andrea N. Ruffolo, La bocca della verità era l’impluvio del Pantheon di Agrippa a Roma.

Considerazioni sul pavimento marmoreo del Pantheon.
Condenso qui, le considerazioni già ampiamente sviluppate in un mio saggio autopubblicato nel 2025 (ilmiolibro.kataweb.it › la-bocca-della-verita-e-il-pantheon) come esito di studi affrontati fin dall’inizio del 2000 e pubblicati a più riprese da diverse riviste e quotidiani….

Leggi tutto nell’allegato: LA BOCCA DELLA VERITA’ ERA L’IMPLUVIO DEL PANTHEON DI AGRIPPA A ROMA

Autore: Architetto Andrea N. Ruffolo – andrearuffolo@libero.it