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Santi Maria Randazzo. La riscoperta di più tratti dell’antico acquedotto romano esistenti nel territorio agricolo e urbano di Motta Santa Anastasia.

Tutti gli storici e studiosi che in varie epoche si sono occupati dell’antico acquedotto romano che alimentava Catania, trasportandovi le acque provenienti dalle sorgenti esistenti nel territorio oggi appartenente al comune di Santa Maria di Licodia, hanno escluso il territorio di Motta Santa Anastasia tra quelli in cui era o era stato presente parte del condotto dell’antico acquedotto romano. …

Leggi tutto nell’allegato: TRATTI DELL’ACQUEDOTTO ROMANO A MOTTA

Autore: Santi Maria Randazzo – santimariarandazzo@live.it

ALBANIA. La città illirica di Amantia: un tesoro antico sulle colline.

Nel cuore della regione della Laberia, ed a soli 34 chilometri dalla città costiera di Valona (Albania), sorge, come un monumento silenzioso e maestoso, la città illirica di Amantia. Un tesoro antico che porta con sé storia e leggende. Questa città illirica parla in silenzio di secoli interi.
Essa è una testimonianza viva delle antiche civiltà che hanno lasciato tracce indelebili sulle terre illiriche, diventando al contempo un’eredità preziosa per tutta la regione. Amantia è situata sulla cima della collina del villaggio di Ploçë. Questo luogo offre una vista spettacolare che si estende oltre l’orizzonte.
Dall’alto, l’antica città domina la valle del ruscello, che si avvolge a sud, mentre a nord si aprono catene montuose che sembrano proteggere naturalmente il territorio. A est, l’antica strada strategica Valona-Tepeleni appare come un collegamento importante tra le civiltà. A ovest, invece, la città custodisce antichi cimiteri, un ulteriore elemento che testimonia la vita e l’organizzazione sociale degli abitanti di questo territorio, che un tempo fiorì sotto il sole.
Questo luogo, ricco di eventi e tradizioni, rimane una testimonianza eterna della cultura illirica. Qui tutto è legato alla storia, alla natura e al patrimonio che ha resistito ai secoli, creando al contempo una simbiosi tra tempi diversi e l’eredità culturale.

A sud dell’Albania, lontano dal rumore delle città moderne, sulle creste delle colline del villaggio di Ploçë, sorge con dignità e tranquillità il Parco Archeologico di Amantia. È anche una delle più grandi ricchezze culturali e storiche della regione illirica. A soli 34 chilometri da Valona, il viaggio verso questo tesoro antico percorre un itinerario pittoresco attraverso la valle del fiume Shushicë e i villaggi tradizionali.
La città antica di Amantia è costruita su una collina a forma di cono, ad un’altezza di 650 metri, tra due cime che formano i piedi di una catena collinare.
La città illirica non era semplicemente un insediamento, ma un centro politico, economico e culturale, che conobbe uno sviluppo continuo per dieci secoli, estendendosi a terrazze lungo le piazze della collina.
Le rovine di Amantia includono monumenti importanti, come lo Stadio antico, uno dei meglio conservati nei Balcani, che testimonia lo sviluppo sportivo e cerimoniale della città. Le mura difensive, costruite con tecniche illiriche e successivamente rinforzate in diverse epoche, le rovine del tempio antico, dove si svolgevano riti religiosi e cerimonie, ed i cimiteri monumentali, che riflettono il rispetto per i morti e le antiche credenze.

Sulla cima di una collina scoperta, una spedizione archeologica fece una scoperta straordinaria: lo stadio antico di Amantia. Questo monumento eccezionale, situato ad oltre 600 metri sul livello del mare, era una delle strutture meglio conservate della civiltà illirica. Tuttavia, non era visibile subito: giaceva sepolto nel ventre della collina.
Erano passati duemila anni, e il fango dei secoli aveva ricoperto l’intero stadio. Si intravedevano alcune gradinate sulla collina, ma il resto rimaneva nascosto all’interno. Lo stadio dormiva silenzioso sotto la fredda terra, con solo alcune file visibili che si appoggiavano al pendio.
Questo stadio non è semplicemente un reperto archeologico. È uno specchio della vita e delle tradizioni di una città antica, fiorita sulla cima della collina, riflettendo la cultura e lo spirito di un popolo antico.
Il monumento è una testimonianza vivente dei tempi passati, sopravvissuta attraverso i secoli e continua a parlare con la sua voce potente a chi sa ascoltare. In quella terra illirica, dove la terra è morbida e l’aria pura riempie i polmoni, le tracce di una storia millenaria sono ancora presenti. Là dove passarono generazioni, dove si svolsero eventi straordinari e dove nacque la storia di una città che mantenne vivo il vessillo della civiltà illirica in questa regione del sud.

Le tracce dello stadio: un tesoro nascosto. Ciò che attira immediatamente l’attenzione quando si attraversa Amantia sono i gradini antichi, che si estendono sulla terra. I gradini di queste antiche strutture fanno parte di uno stadio antico, un monumento importante che serviva ad organizzare eventi e gare sportive che un tempo animavano la città.
Questo stadio non era solo un luogo per le competizioni, ma un simbolo dello spirito e della gloria della civiltà illirica. Una delle strutture più grandi e significative di questa città, che rifletteva una società che dava valore alla nobiltà, alla forza ed allo spirito sportivo.
I gradini, collocati con cura sul terreno morbido della collina, sono ora stati scoperti dagli strati di terra, testimoniando i tempi trascorsi. Erano il tesoro nascosto sotto la terra della collina, illuminato dai raggi dorati del sole. Questo tesoro, rimasto sotto gli strati di terra per secoli, è stato riportato alla luce dagli archeologi che arrivarono in questo luogo tra il 1948 e il 1953.

Ecco una storia dolorosa legata allo stadio ed ai tentativi di distruggerlo. L’archeologo V. Bereti mi ha raccontato un evento straordinario. Un giorno, si era pensato di distruggere il vecchio stadio con la dinamite, per fare spazio al grano. Era una proposta per annientare una parte della storia ed un simbolo della civiltà, seppellendolo sotto la terra della produttività temporanea.
Ciò che colpisce è che qualcuno avesse pensato di distruggere quest’opera straordinaria, come se non avesse alcuna importanza, pur di ottenere un pezzo di terra da coltivare.
Tuttavia, nonostante quell’idea, il potere comunista dell’epoca prese una posizione ferma. Disse: «In nessun modo, questa è la costruzione dei nostri antenati!». Con questa decisione quel monumento antico e la sua eredità sacra furono preservati. Amantia, la città che aveva dato vita a questo stadio, rimase con il segno della sua luce, rinascendo grazie alle opportunità offerte dalla storia e dalla cultura dei nostri antenati.

Le spedizioni archeologiche iniziarono a cercare tracce delle antiche civiltà nella valle. Si sapeva della loro esistenza, ma non si immaginava che sarebbe stato scoperto uno degli oggetti più importanti della storia: lo stadio di Amantia. La sua scoperta non avvenne per caso. Durante una spedizione che partiva dal fiume Vjosa con destinazione Ploçë, si realizzò un momento chiave nel periodo delle importanti scoperte archeologiche in Albania.
Lo stadio divenne uno degli oggetti più rilevanti da studiare per comprendere la città antica di Amantia. Secondo il noto archeologo S. Anamali, lo stadio fu scoperto a metà del secolo scorso e molto presto divenne uno dei principali punti di ricerca sulla città antica.
Una volta il professor M. Kërkuti mi disse: «Se Apolonia ha l’archeologo albanese H. Ceka, Amantia ha Skënder Anamali». Questa affermazione sottolineava l’importanza di Anamali per gli studi e le scoperte ad Amantia.
Nonostante Anamali sia scomparso nel 1996, la sua eredità vive attraverso il suo instancabile lavoro. Skënder Anamali (Shkodër, 5 maggio 1921 – 21 aprile 1996) fu uno dei quattro fondatori dell’archeologia albanese insieme a Hasan Ceka, Frano Prendi e Selim Islami. Studente del Liceo di Shkodër e dell’Università di Padova, iniziò la sua attività scientifica come archeologo presso l’Istituto delle Scienze di Tirana nel 1947.

Il viaggio degli archeologi albanesi avvenne circa 70-80 anni fa attraverso la valle del fiume Vjosa.
Essi dimostrarono che lo “stomaco della collina” non aveva digerito tutto, nonostante la nebbia e le distanze avessero superato 1000 anni dalla sua esistenza.
Gli archeologi scoprirono le rovine dello stadio antico di Amantia nel toponimo: “Gropa e kovaçit”.

Sotto l’acropoli della città antica di Amantia, a est, al di fuori delle mura, si trova lo stadio.
Il periodo di costruzione risale alla metà del III secolo a.C., rendendolo un monumento culturale unico nel territorio albanese.
La pianta mostra una forma a U, con i lati lunghi (lato occidentale 54,50 m e lato orientale 46,50 m).
Le gradinate dello stadio furono completamente scavate dopo gli scavi del 1956 dall’archeologo Skënder Anamali.
Sul lato occidentale vi sono 147 file di pietra, che seguono la naturale inclinazione del terreno, mentre a est ci sono solo 8 file, limitate dal terreno stesso.
Il sostegno fu costruito artificialmente lungo tutta la lunghezza del lato orientale, probabilmente a causa dell’interramento dei blocchi di pietra nella parte meridionale di questo lato.
I materiali sono conglomerato calcareo estratto dalle rocce vicine al distretto di Plloçë.
La loro qualità è scarsa, causando la perdita di stabilità in alcuni blocchi.
Lo stadio è particolarmente rilevante per la presenza di alcune iscrizioni con i nomi delle persone.
Al centro, tra i numeri 11 e 13 sul lato occidentale, la prima fila ha una larghezza di 12,40 m e una lunghezza di circa 58 m.
All’inizio della pista ci sono tre blocchi di pietra che servivano da posizioni di partenza per gli atleti nelle gare.
Stato di conservazione: Richiede interventi urgenti di restauro.

Gli archeologi hanno scoperto le rovine dello stadio antico di Amantia presso la “Gropa e kovaçit”, denominazione locale.
Questo è il punto in cui la collina raggiunge la sua massima altezza.
Viene da chiedersi: Perché lo stadio è stato costruito proprio qui, su questa dorsale collinare?
S. Anamali lo descrive così in uno studio, parlando delle spedizioni ad Amantia, proprio al momento della sua scoperta.
Esamina la possibilità che i costruttori illiri abbiano considerato la posizione montuosa della città antica.

Lo stadio di Amantia è collocato, sin dall’antichità, su questa collina a un’altezza di 500-600 metri sul livello del mare.
Questo è un indicatore significativo per comprendere il modo di costruzione, la sua forma e per attestare l’esistenza di una civiltà illira sulle alture di questa collina.
In tutta la penisola balcanica, e perfino oltre i confini dell’Europa, non si trova alcun monumento antico a queste altitudini collinari come lo stadio antico di Amantia, nel villaggio odierno di Plloçë, nella prefettura di Vlorë.

La civiltà illirica ha lasciato tracce significative nei Balcani.
Tra queste, uno dei monumenti più importanti sopravvissuti a quel periodo è lo stadio scoperto sulle colline del villaggio di Plloçë.
Questo stadio, parte del Parco Archeologico di Amantia, è una testimonianza vivente di una civiltà antica, che non è stata dimenticata dal tempo, ma ha conservato un vitalità straordinaria, continuando a raccontare la sua storia anche dopo più di duemila anni.
L’acropoli, lo stadio, i muri di sostegno, le tombe e le monete sono solo alcuni dei monumenti che preservano la memoria di Amantia, la città antica degli Illiri.
Nonostante il passare dei secoli, questi monumenti non sono scomparsi nell’oblio che ha coperto molte altre civiltà.
Lo stadio di Amantia, in particolare, è un simbolo della forza e della durabilità della civiltà illirica, che, anche se coperta dalle nebbie del tempo, è riuscita a rinascere e a essere rivalutata come una straordinaria ricchezza del patrimonio culturale dell’Albania.

Un tesoro nascosto dal tempo. Come afferma S. Anamali, l’archeologo noto che ha studiato in profondità Amantia, le pietre dello stadio erano coperte dal fango freddo dei secoli, mostrandoci come questo monumento sia sopravvissuto attraverso periodi di oblio.
La terra del monte di Kudhës-Gërhoti, dove lo stadio è stato scoperto, ha nascosto per centinaia di anni i “diamanti” di questa civiltà, sopravvissuti nonostante i venti meridionali, le piogge e l’erosione naturale che li hanno minacciati.
Questi monumenti sono stati custoditi come un tesoro, rimanendo invisibili per molto tempo, ma comunque presenti, pronti per essere scoperti e per raccontare la loro storia.
Una civiltà lunga, che non si è mai nascosta.
Questa è un’altra storia della civiltà illirica, che è stata presente per molti secoli.

Sulla collina di Amantia, lo stadio ed i monumenti circostanti sono un segno dello sviluppo degli sport e delle attività sociali di una popolazione illirica, che aveva un legame forte con la natura e con la vita quotidiana.
E mentre le persone di Amantia, come molte altre dell’epoca antica, sono morte e sono state dimenticate, le loro tracce parlano ancora attraverso le colline e le strade di Amantia.

Sulla base delle iscrizioni trovate nello stadio, la sua costruzione risale al 300 a.C. e ha funzionato fino circa agli anni 30 d.C.
Durante il III–II secolo a.C., la cultura fisica conobbe uno sviluppo particolare e furono costruite opere monumentali. Lo stadio di Amantia nel III secolo a.C. ha una forma antica tipica, con una pista lunga 184,8 m e larga 12,25 m, ed è molto ben conservato.
Infine, lo stadio di Amantia è molto più di un semplice monumento antico. È un simbolo della stabilità e della vitalità della civiltà illirica. Questo monumento non è solo una parte del passato, ma una ricchezza che è sopravvissuta e che oggi fa parte di un processo continuo.
Amantia non è solo una testimonianza del passato, ma una testimonianza viva che continua a respirare nel cuore dei Balcani e che rimane strettamente legata all’identità e alla cultura del popolo albanese.

Autore: Gëzim Llojdia, già direttore del Parco Archeologico di Amantia – llojdia@yahoo.com

POMPEI, di Augusto De Luca.

Era da moltissimo tempo che desideravo tornare agli scavi di Pompei e, finalmente, qualche anno fa, era esattamente il 2011, io e Nataliya decidemmo di fare una visita proprio a quello stupendo sito archeologico, rimasto intatto per secoli sotto la cenere del Vesuvio.
La giornata era splendida e il cielo terso; per l’occasione, portai con me la piccolissima fotocamera Leica D-Luxe, con soli 10 megapixels. In verità non avevo nessuna intenzione di lavorare, volevo al massimo fare qualche foto ricordo.
Quella mattina, per mia fortuna, c’era davvero poca gente e quella straordinaria città deserta appariva in tutta la sua bellezza piena di fascino, che riportava alla mente ricordi di una vita dove riecheggiavano suoni ed immagini fantasma di un passato lontano. Cominciammo a girare per le antiche strade vuote, un tempo trafficate e piene di vita, e, quasi automaticamente, guardavo e scattavo, senza neanche rendermene conto. Tutto mi sembrava interessante e fotograficamente accattivante. Perlustrammo il luogo in lungo e in largo per qualche ora, senza accorgercene e io feci davvero molte istantanee.
Quegli scatti volevano essere soprattutto degli appunti di viaggio, dei ricordi di scorci e frammenti che colpivano di volta in volta il mio sguardo facendomi sognare ad occhi aperti, senza nessuna pretesa e finalità professionali: souvenir di una mattina diversa in un luogo misterioso e magico, che apparteneva alla memoria, e che sollecitava in maniera così feconda la mia fantasia.
Tornato a casa, nel tardo pomeriggio, lavorando i file al computer, ho cercato di elaborare le immagini in modo da dare un carattere e un gusto retrò, che credo si addica meglio ad una città così antica e piena di storia; però, non è detto che cambi idea modificandole nuovamente, perché ancora non sono sicuro che quelle istantanee abbiano raggiunto la loro perfezione e la loro completezza, almeno per me.
Forse, prima o poi, attraverso di esse riuscirò a restituire, inequivocabilmente, proprio le stesse emozioni che provavo al momento dello scatto; mi occuperò presto di loro.

Autore:
Augusto De Luca, (Napoli, 1 luglio 1955) (delucaaugusto885@gmail.com) è un fotografo e performer. Ha ritratto molti personaggi celebri.
Studi classici, laureato in giurisprudenza. E’ diventato fotografo professionista nella metà degli anni ’70. Si è dedicato alla fotografia tradizionale e alla sperimentazione utilizzando diversi materiali fotografici.
Il suo stile è caratterizzato da un’attenzione particolare per le inquadrature e per le minime unità espressive dell’oggetto inquadrato. Immagini di netto realismo sono affiancate da altre nelle quali forme e segni correlandosi ricordano la lezione della metafisica. E’ conosciuto a livello internazionale, ha esposto in molte gallerie italiane ed estere.
Le sue fotografie compaiono in collezioni pubbliche e private come quelle della International Polaroid Collection (USA), della Biblioteca Nazionale di Parigi, dell’Archivio Fotografico Comunale di Roma, della Galleria Nazionale delle Arti Estetiche della Cina (Pechino), del Museo de la Photographie di Charleroi (Belgio).

 

GERMANIA. Gli scheletri di Waldassen.

Nella Germania centrale, in Baviera, c’è una deliziosa e incantevole cittadina, Waldsassen, che ha un fascino particolare per tutto quanto attiene all’arte gotica. Per questo, tutti gli anni è meta di frotte di fedeli e di appassionati di archeologia, in particolar modo per il suo lato oscuro e misterioso. Invero, i visitatori si soffermano ad ammirare i cosiddetti “Scheletri di Waldsassen”, appunto, denominati anche i “Corpi Santi” e le “Sante Reliquie Ingioiellate”, che sono conservati nella locale Abbazia, che è un monastero femminile della congregazione cistercense, fondato nel 1133.
Si tratta dei resti di dieci martiri cristiani, rivestiti in oro, gioielli e monili, esumati dalle catacombe romane nel periodo che va dal 1688 al 1765. Interessante è la posizione assunta dalla Chiesa a proposito di questi martiri, che non venivano riconosciuti come santi, però erano ritenuti alla loro pari, per cui, per distinguerli, furono chiamati “Santi delle Catacombe” (Katakombenheiligen).
Fino a quando, nel 313 d.C., Costantino legalizzò il cristianesimo, i fedeli della nuova religione, che non potevano praticarla a Roma ed erano perseguitati dalla legge, si nascondevano nella profondità del suolo, in quella quarantina di cavità, le catacombe, da loro escavate al di fuori delle mura, per pregare, per onorare i loro defunti e per dare loro una dimora. Ciò accadeva fra il I e il IV secolo d.C.
Fino alla prima parte del XVI secolo, martiri della fede non erano troppo venerati, anche e soprattutto a seguito del parere della Riforma Protestante, per la quale tale forma di culto rasentava l’idolatria ed il paganesimo. Poi, più avanti nel XVI e quindi nel XVII secolo, le catacombe cominciarono ad essere aperte per recuperare i resti di coloro che, ritenuti martiri, vi erano sepolti, e per portarli nelle regioni della Germania meridionale, in Svizzera ed in Austria.
Nel XVII secolo, si verificò un fatto un po’ strano, cioè si sviluppò un fervore religioso avvalorato dalla passione per l’arte barocca, che spinse quelli dotati di un senso artistico a produrre opere, senza dubbio veri capolavori, pronte per essere esposte all’ammirazione del pubblico di fedeli e di appassionati a ciò che proviene dal passato. Così, si avviò la sistemazione artistica degli scheletri a disposizione con la loro vestizione con indumenti contemporanei, ricchi, per non dire ricchissimi, adornati di preziosi gioielli, oro e monili; talora si nascondevano le orbite dei crani con occhi di vetro; e i teschi venivano ricoperti di cera o di cartapesta, poi modellata a offrire l’aspetto di volti. Come scelta degli indumenti maschili, si puntava su quelli di generali romani, muniti di corazza ed aggiungendo spade e corone d’alloro o anche palme a significarne vittoria.
Poi, piano piano, il culto per le reliquie dei martiri cominciò a raffreddarsi, tanto che oggi, per quel che si sa, praticamente Waldsassen rimase l’unico o forse uno dei pochi monasteri dove le salme delle catacombe romane continuano ad essere venerate.
La Basilica di Waldsassen, una delle tante chiese costruite secondo i dettami del barocco, ben decorata di affreschi e stucchi, non è diversa dalle tante simili esistenti, ma quando il visitatore alza lo sguardo sulle pareti, si rende conto che quella abbazia ha, come si suol dire, una marcia in più. Questa constatazione perchè incassate nel muro sono dieci teche, contenenti altrettanti scheletri, portati in quella chiesa nel periodo ricordato, sistemati in diverse posizioni, cioè in piedi o adagiati, con drappeggi dorati ed armature tempestate di pietre preziose. Tutto questo fu opera del monaco cistercense Adalbart Eder che, dotato com’era della capacità artistica dell’orafo, si adoperò per rivestire ed ornare gli scheletri come se appartenessero a nobili del suo tempo.
In genere, si tratta di martiri di cui non si conoscono i nomi (a parte quelli di Santa Mundizia, di San Valentino, di San Graziano e di qualche altro), però, qualora si conoscesse, di solito si preferiva dargliene un altro, spesso immaginario, se non si era sicuri al cento per cento della loro identità. In effetti, pare di poter affermare con sicurezza, o quasi, che uno sia stato identificato per San Valentino, che in vita era vescovo, e pertanto sia stato reso riconoscibile per la tonaca talare e per il tricorno, che denotano la sua posizione ecclesiastica. Inoltre, si è evidenziato lo scheletro di San Graziano che, secondo la leggenda, era un militare romano, per cui gli si fece indossare una corazza.
Gli scheletri, circa 2.000, furono distribuiti in monasteri e chiese della Germania meridionale, della Svizzera e dell’Austria, con l’ulteriore nome di “Sante Reliquie Ingioiellate”.
A proposito di questo fenomeno, è molto interessante il libro con tante belle illustrazioni dal titolo “Hevenly Bodies: Cult Tresaurus & Spectacular Saints from the Catacombes“, edito dalla casa editrice Thomas & Hudson nel 2013. Questo fu il frutto del lavoro dello storico e fotografo Paul Koudounaris, il quale, trovandosi nel 2008 in un villaggio tedesco presso il confine con la Repubblica Ceca, visitò una piccola chiesa nella quale ebbe la sorpresa di trovarvi due scheletri ingioiellati. Colpito da quella visione, si dedicò, negli anni successivi, alla visita di chiese dove ne erano ospitati altri ed il tutto fu riportato in quel libro di cui si è detto.
Secondo il suo parere, il fatto che gli scheletri indossassero abiti di lusso e fossero ingioiellati era per mostrare come doveva essere la Gerusalemme celeste, di cui si parla nel ventunesimo capitolo del libro dell’Apocalisse, dove si trova scritto che il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima; e, secondo lui, il risultato fu che si ebbero “gli oggetti artistici più belli mai creati con ossa umane”.
Quei dieci scheletri, ogni anno sono celebrati con una messa solenne in loro onore dei loro proprietari.
Oggi, pare che ci siano solamente quelli di Waldsssen che sono esposti in teche di vetro, che tempo addietro potevano essere oscurate con pannelli di legno perché solo in particolari momenti della Chiesa era consentita la visione dei “Corpi Santi” (Heilige Leiber).
Tanti fedeli religiosi europei di quell’epoca si erano recati a Roma, dove spesero ingenti somme di denaro per rilevarli e trasportarli nei luoghi di culto delle loro città d’origine.
Fra questi, il primo scheletro completo, chiamato Deodatis, prelevato dalla catacomba di Calixtus, un’importante area funeraria di Roma, pervenne a Waldsessen nel 1688, a seguito dell’intervento di un canonico di Regensburg.
Nel secolo XVIII – come ricordato più sopra – gli scheletri dei martiri provenienti dalle catacombe romane erano esumati e trasportati nelle regioni meridionali della Germania, Svizzera ed Austria. Una volta arrivati a destinazione, vigeva l’abitudine di vestirli con ricchissimi indumenti attuali di allora e ricoprirli abbondantemente di gioielli.
Era una forma di riconoscimento per tutto quanto era legato al loro sacrificio. Quei martiri vissero attorno al IV secolo d.C. I loro scheletri venivano sistemati in atteggiamenti e pose che possono prendere le persone vive, quali quelle di vincitori di battaglie, per esempio, o quelle sedute durante una discussione o altro ancora: sempre e comunque pose di persone “vive”: quello era lo scopo.
Ma, in definitiva, quanti furono gli scheletri di martiri esumati e agghindati? La Chiesa ritiene che gli scheletri completi finiti in Germania, Svizzera edd Austria siano stati non meno di 2.000. E, sempre secondo la Chiesa, la chiesa di Valdsassen è da considerare la “Cappella Cristiana della Morte”, essendo ben dieci le salme recuperate.
Le Sante Reliquie sono entrate presto a far parte della cultura popolare, diventando un punto di riferimento quando si necessita di aiuto e in molte famiglie e ai neonati si danno il nome del martire locale proveniente dalle Catacombe Romane.
Però, come capita sempre, anche in questo caso si giunse alla fine. Nel XVIII secolo, infatti, l’imperatore d’Austria Giuseppe II, cattolico che seguiva i principi dell’Illuminismo, volle chiarire molte cose su quelle ossa e giunse alla chiusura di 700 monasteri che, secondo il suo parere, non svolgevano al meglio i loro compiti a proposito dei servizi educativi o di assistenza; inoltre, ordinò la distruzione degli scheletri che non si riusciva a dimostrare che erano veramente di martiri. Solo qualcuna di quelle reliquie venne risparmiata, ma solamente perché era stata donata alle chiese dall’imperatrice Maria Teresa, madre di Giuseppe; comunque vennero “declassati”.
A completare l’opera ci pensarono i ladri che, nel XX secolo, si introducevano nelle chiese e spogliavano le reliquie di ciò che di prezioso indossavano.
Ora le salme visibili sono molto diminuite, però – sempre per quanto riportato da Koudounaris – il visitatore ed il fedele hanno la possibilità di godere degli esempi che sono il frutto dell'”Arte delle Ossa”.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it