Il ritrovamento della punta a dorso dalla frazione Calvisi del comune di Gioia Sannitica, risale all’estate del 2009 durante la campagna di indagini di superficie interessanti il territorio pedemontano del comune (campagna in corso dal 2002).
In particolare il ritrovamento è avvenuto in località Lenze nel fondo Pascale, a circa 2 metri dal margine della omonima (via Lenze) strada comunale. Il fondo in passato è stato soggetto come tutto il lato destro della carrabile per chi scende dal paese, al riporto di terra quando fu scavato, durante l’allargamento della vecchia strada sterrata, un canale per il reflusso delle acque piovane di 50centimetri di larghezza per 50 di altezza e con spessore murario di 20 centimetri; in seguito i proprietari dei fondi interessati al lavoro spianarono i relativi riporti.
Nell’area opposta al ritrovamento, quindi il lato sinistro della collina (sempre per chi scende), il terreno si presenta in parte argilloso, di una argilla rosea ricca di inclusi calcarei tra cui selce, la quale è relativamente presente nella zona montana a ridosso del paese. L’area suindicata tende a degradare verso l’alveo del torrente Arvento, che qui ha quale riva sinistra (sempre per chi scende) una collina comunemente indicata come “il colle” che per la particolare conformazione approfondisce l’alveo di diversi metri rispetto al piano di calpestio, giungendo nel tratto a valle ad una profondità di 6 metri circa. In tale tratto si nota un aumento in percentuale di selce presente in superficie, presumibilmente dovuto al dilavamento e all’accumulo dovuto alla conformazione del terreno stesso.
Bisogna considerare che l’Arvento è un piccolo torrente ed il suo alveo raggiunge nella parte collinare una larghezza massima di 3 metri e nei suoi primi 600 metri di corso a monte del punto di cui parliamo non supera mai i 2 metri, in concomitanza con “il Colle” nel tempo ha scavato il banco roccioso collinare seguendo poi la conformazione della stessa collina. Il torrente oggi periodico, un tempo era perenne, e raccoglieva oltre alle acque piovane di reflusso anche le acque di diverse sorgenti naturali lungo il suo corso, aumentando la sua portata quanto più ci si allontanava dalla sorgente e giungendo a divenire un notevole torrente all’inserzione con il fiume Volturno a circa 5 chilometri dalla sorgente stessa.
Del torrente si ha notizia dalle fonti storiche in epoca medievale e se ne presume l’esistenza in epoca romana oltre che Sannita prima. Di fatto è stato confine tra le tribù federate dei Pentri e dei Caudini, successivamente il confine territoriale tra le città gemelle (colonie romane) di Alliphae e Telesia, dei Gastaldati di Alife e Telese, dello Stato Normanno di Rainulfo II Drengot ed infine delle Diocesi di Alife-Caiazzo e Cerreto-Telese-Sant’Agata dei Goti. I luoghi erano caratterizzati, così come oggi, da un ambiente boschivo ricco di fauna. In passato sono state rinvenute in zona cuspidi di freccia che erano conservate presso il museo civico Dante Marrocco di Piedimonte Matese e negli anni 70 del 900 con la chiusura di questo furono, insieme a tutti i materiali archeologici ivi conservati, consegnati ai depositi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Di tali cuspidi se ne conserva la descrizione (relativa alla catalogazione ma non le immagini) e paiono riferibili al Neolitico. Ciò farebbe ipotizzare la frequentazione dei luoghi a scopo venatorio immaginando la presenza umana più a valle in quella che comunemente è indicata come piana di Alife, e conosciuta come Media Valle del Volturno.
LA PUNTA
Il ritrovamento, come detto, è avvenuto durante le indagini di superficie del 2009 e si è per oltre un anno continuato ad indagare il luogo, in particolare dopo i lavori di aratura, cosa che ha portato al ritrovamento di un raschiatoio in selce.
La punta è un elemento in selce scura (nero) spuria ben conservata, dimensioni di 5,5 centimetri di lunghezza per 1,5 centimetri di larghezza per circa 1,0 centimetri nel punto di massimo spessore. Si presenta quale punta a dorso bilaterale e convesso con la faccia superiore lavorata per scheggiatura, mentre l’inferiore è piatta; il manufatto è confrontabile con il sistema tipologico di Laplace e rientrante nella classe delle punte a dorso totale tipo PD4. Presumibilmente ascrivibile al Paleolitico superiore, per la tipologia potrebbe essere collocato in un periodo temporale tra i 20.000 ed i 30.000 anni, volendo essere cauti potrebbe essere collocato a 20.000 anni dal presente.
In effetti tale datazione rientrerebbe nei contesti di rinvenimento dello stesso periodo inerenti diverse località del versante occidentale del Matese, tra i quali vanno menzionati i comuni di Cerreto Sannita, Guardia Sanframondi per la parte ricadente nella provincia di Benevento, Sant’Angelo di Alife, Raviscanina, Prata Sannita, San Potito Sannitico, Ailano per la parte ricadente nella provincia di Caserta.
Questo ritrovamento aggiunge un tassello a quelle che sono le località di rinvenimento di manufatti del Paleolitico Medio, Inferiore e Superiore lungo quell’arco naturale che è la conformazione del Matese Occidentale che guarda verso la Media Valle del Volturno, che si congiunge oltremodo con l’ambito beneventano. In effetti mancava un rinvenimento che completasse tale arco considerando che su questo lato del Matese il territorio di Gioia Sannitica confina con quello di Faicchio in provincia di Benevento, proiettandosi quindi tra l’ultimo della provincia di Caserta (Gioia Sannitica) ed il primo della provincia di Benevento (Faicchio).
Per il territorio comunale diviene un importante rinvenimento poiché è il primo manufatto di presumibile età Paleolitica per questo territorio, e andrebbe a confermare l’antichità di presenza umana in zona. Considerando una popolazione con una sussistenza di caccia e raccolta; venivano probabilmente attratti dalla ricca fauna di tali luoghi, boschivi e ricchi di acqua e muovendosi in tali luoghi in un nomadismo a breve raggio.
Volendo poi giocare di fantasia si potrebbe presumere l’esistenza di un campo stagionale di caccia in virtù della presenza del corso d’acqua, del ritrovamento di un raschiatoio, della stessa ed utile possibilità di procurarsi della selce in loco, ma ovviamente per tutto ciò manca al momento qualunque dato oggettivo relativo ad un campo stagionale sul tipo di Isernia “La Pineta” (l’importante ritrovamento del Paleolitico distante 30 km in linea d’aria).
Autore: Sandrino Luigi Marra – sandrinoluigi.marra@unipr.it
Gli scavi condotti successivamente hanno evidenziato stanziamenti che vanno dall’età del bronzo (metà del II millennio a.C.) al periodo romano.
L’abitato, che si caratterizzava per l’impianto ortogonale, aveva strade realizzate con piccole pietre e frammenti fittili compattati senza uso di leganti sulle quali si affacciavano edifici delimitati da canali drenanti.
L’ingresso al centro del lato sud era fiancheggiato da due ampie botteghe di forma rettangolare con ingressi indipendenti. Dall’entrata dell’edificio tramite un corridoio si accedeva al cortile posto al centro del complesso abitativo ove era stato realizzato un pozzo a bocca circolare in prossimità di un angolo. Il cortile era circondato da un porticato sui quattro lati con colonne di legno. Lo strato di crollo del tetto del porticato ha consentito di “ricostruire” un tetto a due spioventi con tegole e coppi, coppi di colmo ed antefisse a forma di palmetta e di testa femminile (menadi?) entro nimbo a conchiglia.
Il triclinium doveva essere posto nella parte settentrionale accanto ad un vano di servizio. In questi ambienti sono state ritrovati bacili su alto piede di bucchero, kyathoi con anse a corna tronche e cave e coppe di ceramica attica. Tra queste anche una kylix attica a figure rosse, databile al 475 – 450 a.C., attribuita al pittore Douris forse decorata con rappresentazione di Teseo e Piritoo (che secondo il mito scesero agli inferi per rapire Persefone) preceduti da Eros alla guida di un carro.
Sull’ala ovest vi erano due ambienti attigui interpretati come dispensa e cucina (tracce di bruciato sul pavimento) ove è stato ritrovato anche un lucernario con coperchio manovrabile dal basso mediante un bastone. Negli ambienti vi erano ceramiche di impasto per la preparazione, conservazione e cottura dei cibi quali contenitori ansati, piatti, mortaio, bacile con umbone, olle con coperchio, orci.
L’ala nord era decorata sul culmine del tetto con statue in terracotta (di cui restano frammenti), analogamente al palazzo di Murlo.
Il cratere (altezza cm 38,5; diametro 40,5 cm circa), che rientra nella produzione etrusca a figure rosse, si ispira a modelli attici e presenta elementi del cd Gruppo di Bologna 824. I vasi del gruppo, di solito di grandi dimensioni, risultano diffusi in Valdichiana ma anche in Etruria padana.
Il cratere in oggetto, probabilmente proveniente da tombe rinvenute a Foiano Della Chiana, passò alla collezione Passerini per il tramite di Giacomo Tempora ed è oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
Sul lato A vi è raffigurato un personaggio maschile con barba avvolto in un mantello che da dietro un grande thymiateron assiste ad una scena tra due pugili posti uno di fronte all’altro. Tra gli atleti una figura maschile di bassa statura (ragazzo?) suona il doppio flauto.
La presenza di un altare, delle due figure di Turms e dei due personaggi velati farebbero pensare ad una rappresentazione dell’ambito funerario. Lo spettatore del lato A potrebbe essere il defunto che assiste ai giochi funebri celebrati in suo onore. Il lato B potrebbe essere interpretato come l’arrivo del defunto alla fine dei giochi nell’oltretomba e quindi il viaggio del protagonista verso l’aldilà o forse l’arrivo alla soglia del mondo dei morti. Potrebbe insomma trattarsi di un viaggio post-mortem del defunto per tappe successive sotto la guida protettiva di Turms, divinità psicopompa. La qualità di psicopompo di Turms è confermata da uno specchio etrusco – databile al 350 a.C., conservato al Museo Gregoriano Etrusco – dove la divinità viene definita “Turms Aitas” ed è rappresentata mentre accompagna l’anima dell’indovino Tiresia (“Hinthial Terasias”) al cospetto di Ulisse (“Uthuze”).
Il tema del viaggio nell’aldilà, nella fattispecie a piedi e non a cavallo o su carro, trova particolare riscontro anche nelle stele felsinee del periodo classico.