Le sculture dogu sono degli oggetti fittili, cioè di argilla, che risalgono all’era Jomon, indicativamente compresa fra il 10.000 e il 300 a.C. Essendo un periodo temporale esageratamente lungo, significa che è comprensivo di una successione di popolazioni e di culture che sono cambiate e si sono evolute. Però ciò che le lega è la loro passione nella produzione di prodotti ceramici, vasellami in particolare, il quale migliorava nella qualità man mano si andava avanti nel tempo.
Di questo periodo si sono trovati reperti in diverse parti del Giappone; di queste una particolarmente interessante è il sito archeologico di Oday Yamamoto, che si trova nelle vicinanze della città di Sotogahama, nella penisola di Tsugaru. In questa località si sono trovate punte di freccia insieme con strumenti di pietra e resti di vasellame, i cui elementi presentano ornamentazione a forma di cordame, e dogu, termine generico per qualsiasi figura con sembianze umanoidi o di animali costruite in argilla. Questi ultimi, di cui si parlerà più avanti essendo l’argomento della nota, sono stati datati fra il 4.000 e il 1.400 a.C., in luoghi caratterizzati da recinzioni in pietra, con diametro anche di 42 metri, a formare due centri concentrici, mentre al centro si trova una pietra posta verticalmente.
La datazione effettuata con lo spettrometro di massa con acceleratore ha portato indietro l’era Jomon che, come visto più sopra, si riteneva partisse dal 10.000 a.C., al 16.500 a.C.
Forse, inizialmente i popoli Jomon non erano agricoltori, bensì cacciatori e raccoglitori, per divenire agricoltori attorno al 3.200 a.C. quando, secondo lo studioso Tsukuda, i ritrovamenti avvenuti nell’isola di Itazuke hanno dimostrato che laggiù erano già attive le risaie.
Tornando ai reperti, fra questi si dimostrano veramente interessanti le statuette dogu, che rappresentano figurine umane o di animali, alte mediamente sui 25 centimetri, con la base d’appoggio oppure senza e forse fatte per essere utilizzate appese al corpo, che sono stati rinvenuti nei mucchi di scarti dell’alimentazione. Tanti sono interi, tanti sono privi degli arti o di altre parti del corpo; non mancano statuette con due corpi, anche se abbastanza rare. Questi oggetti sono relativi all’era Jomon, e scompaiono in quella successiva, l’era Yayoi.
Con il trascorrere del tempo, le fisionomie delle figurine cambiò in meglio anche con l’arricchimento di ornamentazioni, che sicuramente erano legate alla cultura della popolazione che le produceva. Così, si hanno dogu con il capo a forma di cuore o di gufo, il sopracciglio più o meno arcuato e gli occhiali tipo quelli da sci. Molte figurine presentano caratteristiche femminili, con grosso seno e glutei ridondanti, e molte hanno il ventre rigonfio, forse a dimostrare uno stato di gravidanza avanzata. Presumibilmente, sono raffigurazioni di dee, alle quali si chiede la benedizione per il lieto evento oppure per festività religiose.
Ma i manufatti che maggiormente fanno discutere sono quelli che hanno gli occhialoni, definiti in Giappone shakoki dogu, con gli occhiali da sci, appunto.
L’osservazione attenta di questi oggetti di argilla dà il destro di esprimere il proprio parere a coloro che ritengono che nel passato ci sia stata la presenza di esseri di altri mondi sul Pianeta Terra (fra questi Erich von Däniken), e in questo caso non è difficile quasi arrendersi ai loro ragionamenti in proposito. Esaminandoli attentamente, questi improbabili – o possibili – rappresentanti di visitatori extraterrestri portano sul capo una specie di casco, mentre occhialoni tondi, come quelli indossati dagli sciatori, proteggono gli occhi. Il loro corpo, è molto robusto, ma con un linea svelta e sicuramente umanoide, con vita sottile. Gli arti, di cui quelli inferiori molto corti e arcuati verso l’esterno, quando non mancano, terminano in estremità che sembra molto difficile chiamarle mani o piedi; forse, il ritenere che al posto delle mani ci siano delle pinze, potrebbe essere per nulla cervellotico. Se si aggiunge, come fa qualcuno di fervida fantasia, il riconoscere nella loro figura l’esistenza di un filtro e l’attrezzatura per respirare, il gioco sembrerebbe fatto: astronauti, nella loro tuta spaziale, pratica e artisticamente adornata, belli e pronti, sono al nostro cospetto.
Naturalmente, non mancano coloro che, con i loro ragionamenti, portano a definire una bufala la teoria del presunto paleo contatto.
E come sempre accade in questi casi, ognuno rimane graniticamente fermo nelle proprie convinzioni, in attesa di un qualche molto improbabile fatto o documento, che dia ragione all’uno e torto all’altro.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it
Infatti, il 4 luglio 1968, Meister condusse il dottor Clarence Coombs del Columbia Union College e il geologo Maurice Carlisle dell’Università del Colorado nel sito del ritrovamento. Carlisle, dopo un paio d’ore di faticose escavazioni, individuò uno strato fangoso, che era la dimostrazione che, nel passato lontano, quella formazione era sulla superficie del suolo e pertanto nelle condizioni ideali per trattenere con sicurezza orme che sarebbero divenute fossili.
Nel 1897 un antiquario di Certaldo (certo Guido Macccianti) acquisì i diritti del ritrovatore (il Capresi) ed a seguito di un contenzioso giudiziario con la famiglia Terrosi ottenne la metà dei reperti, che nel 1901 – 1902 furono venduti in Germania (all’Antikenabteilungen di Berlino).
All’ipogeo si accedeva tramite un dromos orientato ad ovest di circa 4 metri, con 12 scalini. L’unica camera funeraria (posta a circa 3 metri di profondità sotto il livello del suolo) chiusa da una lastra anepigrafe, era rettangolare (m. 5,65 x 4,10) ed era munita su tre lati di banchina di deposizione; al centro vi era un pilastro di sezione trapeziodale. I cinerari ed i corredi erano collocati parte sulla banchina ed in parte sul pavimento.
Accanto all’angolo destro della tomba, vicino al dromos, successivamente (nel 1898) fu trovata una fossa irregolare, profonda circa m 1,30, contenente ossa di animali e frammenti di ferro; probabilmente si trattava di resti di cerimonie espiatorie compiute presso la tomba.
Durante gli scavi non furono annotate le posizioni dei reperti al momento del ritrovamento ed i materiali furono poi conservati distinti per classi, perdendo così le correlazioni tra le deposizioni ed i corredi.
L’ipogeo risultava già esplorato in passato (forse da Alessandro François nel 1846) e dietro la camera sepolcrale di fondo ed in comunicazione con la stessa vi era stato scavato un profondo pozzo cilindrico (l’ipogeo infatti è noto anche come la tomba del Pozzo) di circa 20 m, probabilmente realizzato da scavatori clandestini.
L’ipogeo, posto nelle adiacenze della tomba della Scimmia, presenta lungo dromos, lungo le cui pareti si trovano tre nicchie e due piccole celle ed un ampio vestibolo che si apre su tre camere disposte a croce. Il vestibolo misura m 3,20 di lunghezza e m 4,35 di larghezza; delle tre camere la più grande è quella di fondo (lungh. 3,50 m; largh. 4,45 m).
Le pitture per quanto possibile sono ricostruibili sulla base delle descrizioni e dei disegni pervenutici. Nell’atrio sul timpano sopra l’ingresso della camera di destra vi erano due felini (leonesse o pantere?) affrontati, che hanno dato il nome alla tomba. Tra le altre rappresentazioni dell’ipogeo vi erano una scena di banchetto, forse figure di atleti, uno sgabello ed accanto ad esso un giovane nudo nell’atto di indossare un mantello (un premio per la vittoria di una gara?), due personaggi maschili ammantati muniti di lunghe trombe/litui.
Dei corredi facevano parte anche uno scarabeo in sardonica con la raffigurazione di una dea alata che trasporta il corpo di un eroe accompagnata da un’iscrizione che potrebbe essere letta turan e ainias e che raffigurerebbe l’apoteosi di Enea trasportato dalla propria madre ed una lastrina in oro con personaggio femminile che sostiene con le braccia due cavalli.