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Mario Zaniboni. Sculture dogu. Alieni oppure no?

Le sculture dogu sono degli oggetti fittili, cioè di argilla, che risalgono all’era Jomon, indicativamente compresa fra il 10.000 e il 300 a.C. Essendo un periodo temporale esageratamente lungo, significa che è comprensivo di una successione di popolazioni e di culture che sono cambiate e si sono evolute. Però ciò che le lega è la loro passione nella produzione di prodotti ceramici, vasellami in particolare, il quale migliorava nella qualità man mano si andava avanti nel tempo.
Di questo periodo si sono trovati reperti in diverse parti del Giappone; di queste una particolarmente interessante è il sito archeologico di Oday Yamamoto, che si trova nelle vicinanze della città di Sotogahama, nella penisola di Tsugaru. In questa località si sono trovate punte di freccia insieme con strumenti di pietra e resti di vasellame, i cui elementi presentano ornamentazione a forma di cordame, e dogu, termine generico per qualsiasi figura con sembianze umanoidi o di animali costruite in argilla. Questi ultimi, di cui si parlerà più avanti essendo l’argomento della nota, sono stati datati fra il 4.000 e il 1.400 a.C., in luoghi caratterizzati da recinzioni in pietra, con diametro anche di 42 metri, a formare due centri concentrici, mentre al centro si trova una pietra posta verticalmente.
La datazione effettuata con lo spettrometro di massa con acceleratore ha portato indietro l’era Jomon che, come visto più sopra, si riteneva partisse dal 10.000 a.C., al 16.500 a.C.
Forse, inizialmente i popoli Jomon non erano agricoltori, bensì cacciatori e raccoglitori, per divenire agricoltori attorno al 3.200 a.C. quando, secondo lo studioso Tsukuda, i ritrovamenti avvenuti nell’isola di Itazuke hanno dimostrato che laggiù erano già attive le risaie.
Tornando ai reperti, fra questi si dimostrano veramente interessanti le statuette dogu, che rappresentano figurine umane o di animali, alte mediamente sui 25 centimetri, con la base d’appoggio oppure senza e forse fatte per essere utilizzate appese al corpo, che sono stati rinvenuti nei mucchi di scarti dell’alimentazione. Tanti sono interi, tanti sono privi degli arti o di altre parti del corpo; non mancano statuette con due corpi, anche se abbastanza rare. Questi oggetti sono relativi all’era Jomon, e scompaiono in quella successiva, l’era Yayoi.
Con il trascorrere del tempo, le fisionomie delle figurine cambiò in meglio anche con l’arricchimento di ornamentazioni, che sicuramente erano legate alla cultura della popolazione che le produceva. Così, si hanno dogu con il capo a forma di cuore o di gufo, il sopracciglio più o meno arcuato e gli occhiali tipo quelli da sci. Molte figurine presentano caratteristiche femminili, con grosso seno e glutei ridondanti, e molte hanno il ventre rigonfio, forse a dimostrare uno stato di gravidanza avanzata. Presumibilmente, sono raffigurazioni di dee, alle quali si chiede la benedizione per il lieto evento oppure per festività religiose.
Ma i manufatti che maggiormente fanno discutere sono quelli che hanno gli occhialoni, definiti in Giappone shakoki dogu, con gli occhiali da sci, appunto.
L’osservazione attenta di questi oggetti di argilla dà il destro di esprimere il proprio parere a coloro che ritengono che nel passato ci sia stata la presenza di esseri di altri mondi sul Pianeta Terra (fra questi Erich von Däniken), e in questo caso non è difficile quasi arrendersi ai loro ragionamenti in proposito. Esaminandoli attentamente, questi improbabili – o possibili – rappresentanti di visitatori extraterrestri portano sul capo una specie di casco, mentre occhialoni tondi, come quelli indossati dagli sciatori, proteggono gli occhi. Il loro corpo, è molto robusto, ma con un linea svelta e sicuramente umanoide, con vita sottile. Gli arti, di cui quelli inferiori molto corti e arcuati verso l’esterno, quando non mancano, terminano in estremità che sembra molto difficile chiamarle mani o piedi; forse, il ritenere che al posto delle mani ci siano delle pinze, potrebbe essere per nulla cervellotico. Se si aggiunge, come fa qualcuno di fervida fantasia, il riconoscere nella loro figura l’esistenza di un filtro e l’attrezzatura per respirare, il gioco sembrerebbe fatto: astronauti, nella loro tuta spaziale, pratica e artisticamente adornata, belli e pronti, sono al nostro cospetto.
Naturalmente, non mancano coloro che, con i loro ragionamenti, portano a definire una bufala la teoria del presunto paleo contatto.
E come sempre accade in questi casi, ognuno rimane graniticamente fermo nelle proprie convinzioni, in attesa di un qualche molto improbabile fatto o documento, che dia ragione all’uno e torto all’altro.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Mario Zaniboni. Impronte umane fossilizzate: autentiche o fasulle?

Gli archeologi non sono mai fermi: le loro ricerche su ciò che ci ha preceduti fin dal più lontano passato è fonte di studi e di approfondimenti affrontati con costanza, coraggio e determinazione. Ma talora qualcuno di loro (e non tutti però, perché sarebbe troppo bello) ha la fortuna di incappare in qualcosa di inaspettato, e inaspettabile, tanto da mettere in discussione le narrazioni relative che, fino ad allora, erano state assemblate ed accettate con il consenso di tutti, senza “se” e senza “ma”.
E uno di quelli che hanno trovato l’oggetto talmente eccezionale da scombussolare quanto era stato ritenuto vero fino a ieri, è stato l’archeologo statunitense William J. Meister, durante una serie di scavi puntati al ritrovamento di fossili per arricchire la sua collezione a Antilope Spring, non lontano da Delta nello Stato dell’Utah.
Stava cercando nel suolo insieme con la moglie, le sue due figlie, Francis Shape e la sua signora. Insieme ebbero fortuna, giacché trovarono diversi fossili interessanti, ma questi passarono in secondo piano quando lui, con un colpo ben azzeccato con il martello da geologo, aprì in due una roccia piatta delle spessore di 5 centimetri ed ebbe la sorpresa di trovare all’interno ciò che nemmeno la sua più fervida fantasia gli avrebbe consentito di immaginare: sulla prima faccia era l’impronta di un piede umano e sulla seconda era l’altra parte dell’impronta, oltreché un piccolo trilobite.
Naturalmente, ciò lasciò lui e i suoi compagni estremamente esterrefatti per una ragione molto semplice: se l’impronta e l’animaletto erano contemporanei (cioè se il piede umano avesse calpestato il trilobite), significava che un essere umano era vissuto nel periodo Cambriano quando nel mare vivevano solamente trilobiti, appunto, spugne, brachiopodi, onicofori, e sulla terraferma erano presenti alghe, piccoli funghi, licheni.
Tornando all’impronta, una ragione in più di meravigliarsi era il fatto che l’impronta (lunga 26,03 centimetri e larga 8,9) mostrava chiaramente che il piede calzava un sandalo e che si vedeva la differenza dovuta alla presenza di un tacco vero e proprio, come nelle calzature umane da quando l’uomo ha iniziato a proteggere i suoi piedi.
Naturalmente, Meister rivelò quanto aveva trovato a geologi e paleontologi, ma non gli riuscì a convincerli ad approfondire la conoscenza del ritrovamento, che lo ritennero un tentativo infelice di rendersi importante nel settore delle ricerche archeologiche.
Egli non mollò, perché era convinto che la sua impronta non fosse una bufala; infatti, pubblicò la notizia sul giornale locale The Desert News e dopo qualche tempo fu contattato dalle persone giuste, che, invece di deriderlo, ritennero che nella faccenda esistesse un fondo di verità.
Infatti, il 4 luglio 1968, Meister condusse il dottor Clarence Coombs del Columbia Union College e il geologo Maurice Carlisle dell’Università del Colorado nel sito del ritrovamento. Carlisle, dopo un paio d’ore di faticose escavazioni, individuò uno strato fangoso, che era la dimostrazione che, nel passato lontano, quella formazione era sulla superficie del suolo e pertanto nelle condizioni ideali per trattenere con sicurezza orme che sarebbero divenute fossili.
Lo strato fangoso, che da tantissimo tempo aveva lasciata la luce del sole, risaliva al periodo fra i 590 e i 550 milioni di anni fa (secondo altri, fra i 600 e i 390, comunque sempre tanti, anzi tantissimi). Naturalmente, tali numeri misero in subbuglio e seria difficoltà quel mondo accademico, che viveva su quanto aveva studiato e faticosamente ricostruito, perché si rendeva conto che tutto il suo lavoro per mettere in ordine le notizie che provenivano dal mondo del passato, si sarebbe trovato in difficoltà, giacché molta parte avrebbe dovuto essere ripresa, rivista e ridimensionata.
I detrattori, intanto, non mancavano. Per esempio, un geologo della Brigham Young University sbeffeggiò il fossile, definendolo semplicemente la traccia di un fenomeno erosivo, mentre un altro disse, con convinzione, che si trattava di un falso bello e buono. In tal modo, la faccenda fu liquidata, senza nemmeno tentare di approfondirne la conoscenza.
Ma, come capita spesso, c’è sempre qualcuno che non demorde mai e non solo non accetta le convinzioni di altri, ma anche tenta di andare più oltre. Ed infatti, due ricercatori statunitensi, Michael A. Cremo e Richard L. Thompson, hanno fatto esami al computer dell’impronta, giungendo alla conclusione che era corrispondente a quella lasciata nel fango da una scarpa moderna, ma che, comunque, era autentica ed apparteneva all’epoca cambriana senz’ombra di dubbio; tutto ciò anche se la comunità scientifica lo negava, però senza nessun elemento chiarificatore, essendosi sempre rifiutata di esaminarla.
Quindi, nel Cambriano, un essere umano aveva lasciato nel fango quell’impronta. I due studiosi aggiunsero, fra l’altro, che se non si trattava dell’impronta di un essere umano terrestre, era sempre un segno lasciato da qualche extraterrestre, magari uno di quelli che nella Bibbia si trova che erano sbarcati sul nostro Pianeta: insomma, erano segni lasciati da un vivente, chiunque fosse, e non dovuti ad un qualche fenomeno naturale.
In conclusione, ognuno resta nelle sue posizioni, e non resta che stare alla finestra ed osservare ciò che le scoperte aggiungono a quanto l’uomo moderno sa, o ritiene di sapere, a proposito di ciò che si è avverato nel passato, con speranza che, finalmente, si trovi qualcosa che chiarisca fino in fondo non solo questo caso, ma anche tutti quelli che turbano i pensieri degli studiosi.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. La Tomba etrusca dei Calisna Sepu presso Monteriggioni (SI).

La Tomba dei Calisna Sepu (il nome si ricava dalle iscrizioni sulle urne e sui vasi) fu rinvenuta inviolata il 7 dicembre 1893 in località Casone (campo cd. di Malacena) presso Monteriggioni (SI), nelle proprietà del Conte Giulio Terrosi. Il ritrovatore fu un operaio agricolo del Conte, certo Sig. Sabatino Capresi.
Nel 1897 un antiquario di Certaldo (certo Guido Macccianti) acquisì i diritti del ritrovatore (il Capresi) ed a seguito di un contenzioso giudiziario con la famiglia Terrosi ottenne la metà dei reperti, che nel 1901 – 1902 furono venduti in Germania (all’Antikenabteilungen di Berlino).
I reperti rimasti in Italia (a parte alcuni furti) sono esposti presso il Museo Guarnacci di Volterra, il Museo Archeologico Ranuccio Bianchi Bandinelli di Colle Val d’Elsa ed il Museo Archeologico Nazionale di Firenze.
monteriggioniAll’ipogeo si accedeva tramite un dromos orientato ad ovest di circa 4 metri, con 12 scalini. L’unica camera funeraria (posta a circa 3 metri di profondità sotto il livello del suolo) chiusa da una lastra anepigrafe, era rettangolare (m. 5,65 x 4,10) ed era munita su tre lati di banchina di deposizione; al centro vi era un pilastro di sezione trapeziodale. I cinerari ed i corredi erano collocati parte sulla banchina ed in parte sul pavimento.
Accanto all’angolo destro della tomba, vicino al dromos, successivamente (nel 1898) fu trovata una fossa irregolare, profonda circa m 1,30, contenente ossa di animali e frammenti di ferro; probabilmente si trattava di resti di cerimonie espiatorie compiute presso la tomba.
All’interno della tomba furono trovati 438 oggetti, che si riferivano a 105 sepolture ad incinerazione, comprese tra il IV e gli inizi del I secolo a.C. Le ceneri erano conservate in urne in alabastro, calcare e travertino, ma anche in crateri a figure rosse (prevalentemente kelebai volterrane), fittili grezzi di produzione locale, vasi a vernice nera e recipienti in bronzo. Le urne avevano coperchio con recumbente (una era bisome) ma vi erano anche urne con coperchio piatto o displuviato. All’interno delle urne furono rinvenute delle monete.
Durante gli scavi non furono annotate le posizioni dei reperti al momento del ritrovamento ed i materiali furono poi conservati distinti per classi, perdendo così le correlazioni tra le deposizioni ed i corredi.
La gens Calisna faceva parte dell’aristocrazia rurale del territorio ed era imparentata con altre influenti famiglie etrusche: Larth Calisna Sepu (nella metà del III secolo a.C.) sposò una donna della importante famiglia fiesolana dei Cursni tra i quali vi furono anche dei magistrati.
Il gentilizio Calisna risulta attestato anche ad Orvieto.

Sulla tomba dei Calisna Sepu v., tra gli altri:
– Giacomo Baldini in MONTERIGGIONI PRIMA DEL CASTELLO Una comunità etrusca in Valdelsa, Pacini Editore Arte, 2019, pagg. 184 e ss;
– Ranuccio Bianchi Bandinelli, La Tomba dei Calini Sepu presso Monteriggioni In Studi Etruschi, 1928, II, pag. 133 e ss.

Pianta e sezione della tomba dei Calisna Sepu elaborata da Augusto Guido Gatti ed alcuni reperti ritrovati nella tomba.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Michele Zazzi. La Tomba del Leone (o del Pozzo) a Chiusi (SI).

Nel 1892 lo scavino Oreste Mignoni scrisse all’allora Soprintendente alle Antichità d’Etruria Adriano Milani segnalando il ritrovamento di una “grande tomba” sulle pendici occidentali di Poggio Renzo (a Chiusi) sormontata da un tumulo.
L’ipogeo risultava già esplorato in passato (forse da Alessandro François nel 1846) e dietro la camera sepolcrale di fondo ed in comunicazione con la stessa vi era stato scavato un profondo pozzo cilindrico (l’ipogeo infatti è noto anche come la tomba del Pozzo) di circa 20 m, probabilmente realizzato da scavatori clandestini.
L’archeologo Francesco Gamurrini che vide la tomba, sempre nel 1892, riferì che era decorata da pitture che si erano conservate solo in parte e che il loro stato era comunque “miserevole”. Terminati i rilievi la tomba fu richiusa per evitare ulteriori violazioni.
Nel 1911 la tomba venne riaperta per riprodurne le pitture oggi non più visibili: l’intervento fu coordinato da Edoardo Galli e gli acquarelli furono realizzati da Augusto Guido Gatti.
L’ipogeo, posto nelle adiacenze della tomba della Scimmia, presenta lungo dromos, lungo le cui pareti si trovano tre nicchie e due piccole celle ed un ampio vestibolo che si apre su tre camere disposte a croce. Il vestibolo misura m 3,20 di lunghezza e m 4,35 di larghezza; delle tre camere la più grande è quella di fondo (lungh. 3,50 m; largh. 4,45 m).
Le pitture per quanto possibile sono ricostruibili sulla base delle descrizioni e dei disegni pervenutici. Nell’atrio sul timpano sopra l’ingresso della camera di destra vi erano due felini (leonesse o pantere?) affrontati, che hanno dato il nome alla tomba. Tra le altre rappresentazioni dell’ipogeo vi erano una scena di banchetto, forse figure di atleti, uno sgabello ed accanto ad esso un giovane nudo nell’atto di indossare un mantello (un premio per la vittoria di una gara?), due personaggi maschili ammantati muniti di lunghe trombe/litui.
Relativamente ai materiali nella tomba sono stati trovati frammenti di vasi attici a figure rosse, ceramiche sovraddipinte attribuibili al Gruppo Sokra, vasellame a vernice nera, ceramica a decorazione ornamentale e vasetti miniaturisti.
Dei corredi facevano parte anche uno scarabeo in sardonica con la raffigurazione di una dea alata che trasporta il corpo di un eroe accompagnata da un’iscrizione che potrebbe essere letta turan e ainias e che raffigurerebbe l’apoteosi di Enea trasportato dalla propria madre ed una lastrina in oro con personaggio femminile che sostiene con le braccia due cavalli.
All’interno della tomba sono anche stati rinvenuti frammenti lapidei, coperchi displuviati e frammenti di urne e di sarcofagi attestanti il rito incineratorio e quello dell’inumazione.
Dalla documentazione risultano anche frammenti di bronzo relativi a vasi ed oggetti vari che non è stato possibile rintracciare.
Dai materiali si desume che la tomba fu utilizzata dal V al III secolo a.C.
Alcune iscrizioni sui monumenti funebri farebbero pensare che la tomba sia appartenuta alla famiglia Rapalni o Rapni. Su una camera risulta anche un’iscrizione sull’intonaco che sembrerebbe riferita al dio Aita / Ade.
La tomba del Leone di regola è visitabile.

Sulla tomba del Leone cfr., tra gli altri:
La Tomba del Colle nella Passeggiata Archeologica a Chiusi a cura di Monica Salvini, Giulio Paolucci, Pasquino Pallecchi, Edizioni Quasar, 2015, pagg. 53 e 138 e ss.;
– notizie sulla tomba tratte dal sito Facebook del Museo Nazionale Etrusco di Chiusi, in particolare cfr. post del 18 luglio 2019.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com