La storiografia nel tempo si è posta il dubbio della storicità della figura di Porsenna. Secondo alcuni Porsenna sarebbe un personaggio leggendario; si ritiene che il nome non sia altro che una personificazione della magistratura etrusca Purth, Purthsna. Per altri Porsenna e Macstarna (Servio Tullio) sarebbero la stessa persona. La prevalenza degli studiosi oggi però tende a ritenere che il personaggio sia realmente esistito.

La tradizione romana (Tito Livio, I, 9 – 15) riferisce che Tarquinio il Superbo cacciato dal trono di Roma (509 a.C.) avrebbe chiesto aiuto a Laris Porsenna, re di Chiusi. Il condottiero etrusco avrebbe stretto d’assedio la città laziale, ma poi, colpito ed ammirato da alcuni atti di eroismo (Orazio Coclite, Muzio Scevola, Clelia), avrebbe abbandonato il progetto di rimettere sul trono Tarquinio concedendo la pace ai Romani. Porsenna avrebbe anche cercato di espandersi nel Lazio per ripristinare i contatti con le città etrusche della Campania, ma l’esercito comandato dal figlio Arrunte sarebbe stato sconfitto dai Latini e dai Cumani ad Ariccia (505 a.C.). A seguito della sconfitta il sovrano etrusco avrebbe fatto ritorno a Chiusi.
Secondo altre fonti (Tacito, Hist., III, 72) – forse più credibili – invece nel 507 – 506 a.C. vi sarebbe stato un vero e proprio dominio di Porsenna sulla città ed il Senato per ottenere la pace avrebbe dovuto riconoscere la potestà del vincitore ed accettare il divieto di usare il ferro salvo che per l’agricoltura (Plinio il Vecchio Nat. Hist. XXXIV, 14, 46 e 139),

Le fonti latine e greche definiscono variamente Porsenna, re di Chiusi, di Chiusi e di Orvieto o più genericamente re dell’Etruria o degli Etruschi. Ci si è quindi chiesti se il sovrano fosse a capo della sola lucumonia di Chiusi o se avesse ricoperto cariche a livello confederale.
Plinio il Vecchio (Nat. Hist. 2, 54, 140), in particolare, racconta che Porsenna – definito re di Volsinii – avrebbe annientato il mostro Olta che minacciava la città di Orvieto evocando un fulmine.
Recentemente l’archeologa Simonetta Stopponi (Un santuario ed un tiranno, in Annali della Fondazione per il Museo Claudio Faina, Edizioni Quasar, 2020, pagg. 693 e ss.) ha proposto di connettere l’episodio riportato da Plinio ad un rinvenimento nel santuario della necropoli di Cannicella ad Orvieto. All’interno di un pozzo (di fronte ad un piccolo tempio), tra gli altri reperti, è stata ritrovata la punta di una freccia della facies del Rinaldone. La cuspide di selce, che è stata oggetto di un seppellimento rituale, viene interpretata come rappresentazione simbolica dei fulmini (in tal senso Scoliasta di Persio Sab. II, 26). L’autorevole archeologa ritiene anche che la trasformazione dell’area sacra del Campo della Fiera, ritenuta la sede del Fanum Voltumnae, in grande luogo di culto extraurbano possa essere stata determinata da un capo, che può identificarsi in Porsenna.
Il nome purzena o pursena sino ad oggi non risulta epigraficamente attestato. A Volsinii, ma non a Chiusi, in età arcaica si ritrova Pulse (al quale potrebbe essere stato aggiunto il suffisso aggettivale -na). Si ritiene che il nome abbia però un’origine umbra e quindi l’homo novus Porsenna potrebbe essere stato accolto nell’ambito della società volsiniese (in questo senso Giovanni Colonna).
Porsenna quindi potrebbe essere stato una sorta di tiranno, sostenuto da gruppi arricchitisi con il commercio e dalla classe oplitica ed appoggiato dal demos, con una signoria estesa quanto meno su Chiusi e Volsinii.
Sulla figura di Porsenna cfr.,tra gli altri, M. Di Fazio, Porsenna e la società di Chiusi, 2000, Studi di letteratura e storia dell’antichità, Università di Pavia; Diego Balestri, Porsenna, Cas Editrice Kimerik, 2019.
Le immagini riguardano: testa di Porsenna realizzata da Andrea Sansovino (1514 -1520), Muzio Scevola davanti a Lars Porsenna di Peter Paul Rubens e Anthony van Dyck (1620 circa) ed il ritratto di Porsenna in Promptuarii iconum insigniorum à seculo hominum, subiectis eorum vitis, per compendium ex probatissimis autoribus desumptis, 1553, di Guillaume Rouillé.
Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it
A quanto ci riferiscono Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane, III, 59 – 62) e Tito livio (Ab Urbe Condita libri I, 8), i Romani avrebbero importato dall’Etruria l’usanza di far precedere i re da littori recanti sulle spalle un fascio di verghe e una scure. Dionigi di Alicarnasso in particolare riferisce che secondo un’usanza dei Tirreni il re di ogni città camminava preceduto da un littore recante un fascio di verghe ed una scure.
Di origine etrusca dei fasci parlano anche Floro (Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, 1, 5, 6) e Strabone (Geografia V, 2, 2) precisando che i fasci furono portati a Roma da Tarquinia. Silio Italico, invece, specifica (Puniche VIII, 483 e ss.) che la prima città a introdurne l’uso sarebbe stata l’etrusca Vetulonia; l’autore in particolare fa riferimento a dodici fasci.
A Vetulonia nel 1898 Isidoro Falchi rinvenne nella cosiddetta Tomba del Littore, databile attorno al VII secolo a.C., un oggetto di ferro ossidato a forma di fascio composto da un gruppo di verghe unite insieme con in mezzo un’ascia a doppio taglio (bipenne). Nella tomba era deposto un uomo ed il corredo, oltre all’ascia bipenne e le verghe, comprendeva anche i resti di un carro in bronzo e gioielli in oro: doveva trattarsi quindi di un personaggio eminente, probabilmente un capo.
Nella documentazione figurata (su cippi, urne e sarcofagi) dal V al I secolo a.C. giunta sino a noi i littori che accompagnano magistrati sono muniti di fasci composti solo da verghe. La più antica rappresentazione etrusca di fascio disarmato s’incontra in un rilievo chiusino del Museo Archeologico Regionale A. Salinas di Palermo che si data nella prima metà del V secolo a.C. Con particolare riferimento alla carica dello zilath il numero dei littori – da uno a tre – varia a seconda del periodo e della città di appartenenza.
Lo strigile era uno strumento di metallo (di solito in bronzo o ferro) usato nell’antichità (Grecia, Magna Grecia, Etruria, Roma…) per la pulizia del corpo, per detergere la pelle dall’olio, dal sudore e dalla polvere. In particolare veniva utilizzato nelle palestre e nelle gare dagli atleti, ma veniva usato anche alle terme e dopo il bagno.
L’oggetto era composto da una sorta di stretto cucchiaio allungato e curvo verso il lato concavo e da un manico.
L’oggetto, che era utilizzato da uomini e donne, era una sorta di status symbol delle classi sociali più elevate.
Ci sono pervenuti anche alcuni strigili con iscrizioni etrusche, impresse all’interno di cartigli sulla faccia anteriore dei manici, interpretabili come marchi di fabbrica (cfr. Gianluca Tagliamonte, Iscrizioni etrusche su strigili, Atti della tavola rotonda di Roma, 3-4 maggio 1991). In diversi esemplari (due da Viterbo, uno da Pienza, uno forse da Tarquinia) risulta iscritto il marchio “serturies/serturiesi”. In uno strigile conservato alla Biblioteque Nationale di Parigi si legge la formula onomastica “cae cultces”. Uno strumento della specie conservato al Britisch Museum di Londra risulta inscritto “ae vipie cultces”. Su uno strigile rinvenuto nei pressi di Perugia, conservato al Museo Civico di Bologna, c’è scritto “cafre atnas”.
Le immagini riguardano strigili etruschi (da Tuscania, Volterra e Monteriggioni), uno strigile conformato a ragazza da Palestrina, un terminale di candelabro a forma di atleta con strigile da Spina, ed una hydria attica a figure rosse da Vulci con atleta munito di strigile.