Nel 474 a.C. la flotta etrusca delle città dell’Etruria meridionale, per cercare di limitare l’espansionismo dei Greci nel Mediterraneo e riprendere il controllo dei collegamenti con l’Etruria campana, salpò verso Cuma con intento di conquista.
I cumani, preoccupati della potenza etrusca, chiesero aiuto a Ierone I (o Gerone), tiranno di Siracusa, che intervenne prontamente in ausilio della città campana. Lo scontro avvenne vicino a Capo Miseno e grazie al determinante supporto siracusano si risolse in una disfatta etrusca.
Le fonti greche raccontano con toni trionfali della vittoria ellenica (Pindaro, Prima Ode Pitica, all’antistrofe IV, versi 71-80; Diodoro Siculo, in Bibliotheca historica (Βιβλιοθήκη ίστορική), XI, 51). Diodoro Siculo, in particolare, riferisce che Ierone “ …. inviò in aiuto numerose triremi. I comandanti di queste navi ….. combatterono con le forze locali contro i Tirreni e, distruggendo molte loro navi, ottennero una grande vittoria. Umiliarono i Tirreni, liberarono i Cumani dal terrore e tornarono gloriosamente a Siracusa».
L’evento bellico risulta attestato anche dal ritrovamento ad Olimpia (nel contesto di un grande santuario) di tre elmi (uno di tipologia greca, due di tipologia etrusca) inscritti in lingua greca con dedica da parte di Gerone a Zeus. Sugli elmi defunzionalizzati si legge (tra i tre caschi vi sono piccole differenze) “Ierone, figlio di Deinomene, e i Siracusani a Zeus. Preda tirrenia da Cuma”. Due degli elmi sono attualmente conservati nel Museo Archeologico di Olimpia, il terzo è esposto al British Museum.
La sconfitta navale di Cuma segnò inesorabilmente la fine della talassocrazia etrusca sul Mar Tirreno – ormai sotto il controllo dei Siracusani – e la perdita di importanza dei grandi porti dell’Etruria meridionale.
Sulla battaglia di Cuma cfr., tra gli altri, Giovanni Schioppo, La battaglia navale di Cuma (474 a.C.).
Immagini dell’elmo esposto al British Museum, degli elmi conservati nel Museo Archeologico di Olimpia e del dipinto “Gerone I raffigurato nel carro dopo aver vinto la corsa nei giochi olimpici” realizzato da James Barry.
Autore: Michele Zazzi – michele.zazzi@alice.it
Lo storico greco parla di vittoria dei Focei (con spirito ellenico!) ma definisce la vittoria “cadmea”, cioè con gravissime perdite per i vincitori che, infatti, persa la flotta (40 navi furono affondate e 20 risultarono inutilizzabili) fecero ritorno ad Alalia e successivamente (nel 535 a.C circa) la abbandonarono diretti verso Reggio e poi a sud di Paestum dove fondarono Ielea/Velia.




Gli affreschi sono stati realizzati nel vestibolo e sulla parete della camera di fondo. Nel vestibolo in particolare si svolgono giochi atletici e ludi ginnici quali: corsa di bighe, esercizi equestri di giovani a cavallo (desultores), lottatori, un lanciatore di giavellotto, pugili, un pirrichista, giocolieri ed equilibristi, arbitri, suonatori, schiavi e personaggi con rami di palma in mano.
A destra della porta di ingresso vi è una scena poco conservata (e per la cui “lettura” sono fondamentali la descrizione di Ranuccio Bianchi Bandinelli e le riproduzioni di disegnatori e pittori del passato) che viene considerata il nucleo centrale delle raffigurazioni della tomba: la protagonista è una donna, con capo velato, seduta su di un alto sgabello e con i piedi appoggiati su un suppedaneo. La matrona è al riparo di un largo ombrello aperto ed assiste ad un gioco di abilità cui partecipa una ragazza con un candelabro in equilibrio sulla testa. Gli attributi della figura femminile ne attestano l’appartenenza alla classe aristocratica e la maggior parte degli studiosi ritengono che si tratti della defunta (divinizzata?) in onore della quale si svolgono i ludi funebri.
La tomba è databile al 480 a. C. circa.
Le immagini della scena della donna seduta sullo sgabello si riferiscono ad acquarelli dipinti rispettivamente da Elio D’Alessandris e Guido Gatti nel 1911 – 1912.
Autore: Michele Zazzi –