Michele Zazzi. I libri fatales e la durata della vita degli uomini, delle città e della nazione etrusca.

Secondo le fonti romane l’Etrusca Disciplina (complesso di norme etrusche che regolavano la religione) si articolava in libri Haruspicini, Fulgurales e Rituales.
Quest’ultimi comprendevano anche i Libri Fatales che riguardavano, tra l’altro, il destino (fatum) degli uomini, degli stati e della nazione etrusca.
La principale fonte in materia è costituita da Censorino, che nel suo trattato De Die Natali (del 238 d.C.) si richiama a Varrone (116 – 27 a.C.), che a sua volta aveva attinto da fonti etrusche e ne aveva probabilmente riportato il contenuto nel libro De saeculis, che faceva parte dei suoi Libri antiquitatum humanorum.
L’età dell’uomo era predefinita (dal fato) nell’ambito di una durata complessiva di 12 ebdomadi (periodi di sette anni) e quindi un uomo poteva raggiungere al massimo l’età di 84 anni. Fino a settanta anni era possibile protrarre la vita con l’aiuto divino; dal settantesimo anno però non si poteva chiedere più nulla agli dei. In questi termini, in caso di segnali ammonitori di imminenti disgrazie (specialmente nella fase finale del settennato) si poteva, tramite rituali (sacrifici e preghiere), chiedere l’intervento delle divinità per rinviare o mitigare il destino (Censorino, De Die Natali, XIV, 6).
Secondo quanto previsto dai Libri Acherontici — che facevano anch’essi parte dell’Etrusca Disciplina — lo spostamento dei termini posti dai fata per la vita umana era consentito solo per dieci anni, e tale possibilità dipendeva dal sangue di particolari vittime (Servio, Aen. VIII, 398).

Relativamente alla durata della vita delle città e dei popoli la Disciplina prevedeva che il primo secolo coincideva con la morte dell’ultimo di coloro che erano nati nel giorno della sua fondazione (dies natalis) ed il secondo secolo quando decedeva l’ultimo di quelli che erano vivi nel giorno in cui si era compiuto il primo secolo e così di seguito. Anche il destino delle città era prorogabile a certe condizioni, ma per un massimo di trenta anni (Servio, Aen. VIII, 398).
Per evitare l’indeterminatezza di tale metodo di computo naturale (legato alla vita umana) caratterizzato dall’imprevedibilità e dall’incapacità degli uomini di rendersene conto, venivano in soccorso degli uomini le divinità con i prodigi (che dovevano essere interpretati dagli aruspici) con cui si cercava di mitigare tale incertezza.
Gli aruspici avevano comunque stabilito che la civiltà etrusca sarebbe durata dieci saecula, di durata non fissa e quindi non necessariamente pari a cento anni ciascuno.
Nelle Historiae Tuscae, redatte durante l’ottavo secolo della loro nazione, fu scritto quanti secoli erano passati e quali prodigi ne avevano determinato la fine.
I primi quattro secoli furono ognuno di 100 anni, il quinto di 123, il sesto ed il settimo di 118 (o 119), anni, l’ottavo era in corso proprio a quel tempo. Passati poi il nono ed il decimo sarebbe avvenuta la fine del nomen etrusco (Censorino, De Die Natali, XVII, 5, 6).
L’ottavo secolo sarebbe stato segnalato da un acuto squillo di tromba nell’88 a.C. (Plutarco, Sylla, 456). Anche il testo della profezia attribuita alla Ninfa Vegoia si riferisce all’ottavo secolo etrusco, seppur con un senso non del tutto chiaro.
Il nono secolo, secondo l’interpretazione dell’aruspice Vulcazio (Vulcanius o Vulcacius) sarebbe coinciso con l’apparizione di una cometa nel 44 a.C. (alla morte di Cesare), probabilmente quella di Halley (Servio, ad Eclog. IX, 47).
In riferimento al decimo secolo, sappiamo che, secondo Ottaviano Augusto, gli aruspici ritenevano che, durante il suo impero, sarebbe iniziato l’ultimo secolo del nome etrusco (Servio, Ecl. IX, 46).
Dallo scritto di Censorino sembra comunque emergere che non vi fosse un’unica dottrina secolare etrusca, ma l’esistenza di diverse serie di saecula etruschi (dubbi in merito emergono anche dal testo della profezia di Vegoia, dallo scritto di Plutarco su Silla nonché dal testo di Servio sopra citato).
Forse ogni città aveva il suo sistema e quello indicato nelle Historiae Tuscae potrebbe essere stato un tentativo di arrivare ad un sistema riguardante l’intero Nomen Etruscum (in questo senso Dominique Briquel).
Per completezza, si può osservare che il periodo complessivo di dieci saecula previsto dalla Disciplina etrusca sembra sostanzialmente coincidere con la realtà storico archeologica degli Etruschi, che si estende approssimativamente dal IX secolo a.C. fino al I secolo d.C.

Sulla durata della vita degli uomini e dei popoli cfr., tra gli altri:
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, Effigi, 2022, pagg. 48 e ss.;
– Maurizio Martinelli, Gli Etruschi Magia e Religione, Convivio, 1992, pagg. 84 e ss.;
– Fabrizio Volpi, Il tempo degli etruschi, Effigi, 2021, pagg. 25 e ss.;
– Mario Torelli, Rasenna Storia e Civiltà degli Etruschi, Libri Scheiwiller, 1986, pagg. 215-216;
– Adriano Maggiani, Gli Etruschi Una nuova immagine a cura di Mauro Cristofani, Giunti, 1984, pagg. 155-156;
– Pietro Romanelli, Enciclopedia italiana voce Secolo, sito internet treccani.it;
– Dominique Briquel, Millenarismo e secoli etruschi in Minerva Revista de Filologia Clasica, 15/2001, pagg. 263-278.

Di seguito immagini di sacerdoti etruschi

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com