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Michele Santulli. Il costume ciociaro … oggi.

Che cosa si intende per costume ciociaro? In realtà, all’inizio, erano i veri e propri stracci colorati che indossavano i braccianti agricoli, gli ultimi della società che abitavano le frazioni sperdute di certi villaggi della Valcomino, una valle conficcata nella regione Molise, a otto Km circa dall’Abbazia di Montecassino, nota solo agli arruolatori di soldati, agli esattori delle tasse ed ai trafficanti di bimbi.
Un mondo del massimo degrado che alle ultime decadi del 1700 iniziò a cercare rifugio e speranza verso il contiguo Stato della Chiesa: le Paludi Pontine, sebbene micidiali a causa della malaria, erano il primo richiamo perché ricche di prodotti commestibili vegetali ed animali e poi la Città Eterna e, i più audaci, al di là delle Alpi. La conquista napoleonica favorì l’esodo.
‘Ciociaro’ da ‘cioce’, le calzature indossate che hanno dato il nome ‘Ciociaria’ all’antica regione a Sud del Tevere fino a Montecassino, tra gli Appennini ed il Mar Tirreno: all’origine terra di Saturno, poi dei Volsci, degli Ernici, dei Sanniti, poi Campania et Latium, poi Campagna di Roma, poi Marittima e Campagna, poi ecc…. fino a Mussolini e la frantumazione del territorio in tre unità amministrative: province di Frosinone, di Latina e di parte meridionale di Roma.
E’ a Roma che avviene quello che possiamo definire: il miracolo.
Si immagini lo spettacolo in una strada qualsiasi in un giorno qualunque, tra le ultime decadi del 1700 e le prime del 1800, su quel palcoscenico irripetibile della storia dell’umanità che era ancora la Città Eterna di quegli anni: folla di preti, di monaci, di monache, di trovatelli e trovatelle, di chierichetti e sagrestani e confraternite, di nobili, di forestieri, quantità di pellegrini con candele e bastoni e poi il popolo come descritto da Bartolomeo Pinelli: e in mezzo a tale umanità amorfa e incolore, quelli che prorompevano erano i poveri braccianti della Valcomino nei loro sgargianti e scintillanti stracci: rossi incredibili, azzurri raramente visti, marroni invadenti, neri solenni: si trattava di colori vegetali ottenuti in casa con le erbe in giro, un rosso o un azzurro mai uguale all’altro….
Le centinaia di pittori stranieri ogni giorno dell’anno presenti a Roma, sbalordivano allo spettacolo, letteralmente. Stracci, altro non potevano permettersi queste creature, canapa e lino erano normali prodotti che coltivavano, la pecorella che dava la lana presente in ogni abitazione, da qui le loro vestiture che loro stessi confezionavano e poi bollivano e tingevano: la fuliggine, le ginestre, la robbia, il mallo delle noci, la corteccia del castagno, il guado, erano gli ingredienti naturali che trovavano in giro, da qui i colori.
Altro motivo di sorpresa dei pittori erano, quando non scalzi, le calzature ai piedi che ricordavano quelle dei contadini dei classici greci o latini.
E nacque l’amore! E gli artisti iniziarono a dipingere queste creature mai viste prima: avvenne che gli ultimi della società assursero al primo posto! Mai accaduto, una vera rivoluzione: non più, o non solo, cristi e madonne e mitologia e accademia e veneri discinte o paesaggi imponenti di boschi abitati da ninfe e baccanti e satiri. E nelle esposizioni di Parigi e di Monaco e di Vienna cominciarono a vedersi, fine 1700-inizi 1800, questi quadri che ritraevano in primo piano il contadino o la ciociarella o il pifferaro e, incredibile, perfino i briganti di Sonnino o di Itri, in queste vestiture splendide e acclamate che nel corso degli anni, grazie ai continui e anche proficui contatti con gli artisti europei si erano perfezionate fino al vero e proprio costume ciociaro quale B. Pinelli per primo individuò e che dopo alcuni anni, Gregorovius descrisse e decantò quale presente nelle migliaia di dipinti: era nato addirittura un nuovo genere pittorico che gli artisti belgi verso il 1820 battezzarono ‘pittura di genere all’italiana’, aprendo una nuova pagina nel libro della Storia dell’arte.
La nuova iconografia si diffuse in tutta Europa tanto che negli anni ’40 del 1800 Baudelaire, il grande poeta, commissario della esposizione annuale detta ‘Salon’ di Parigi, alla vista di tutti quei quadri, quell’anno ancora più numerosi degli anni precedenti, proruppe: “basta ora con questi soggetti!” La contrarietà del poeta, classico e accademico, sarebbe stata ancora più evidente se avesse potuto prevedere che negli anni seguenti e per tutto il secolo, quelle presenze sarebbero invece aumentate.
Nel corso di circa centocinquantanni, questo soggetto è stato il più illustrato dagli artisti europei tra i quali, apoteosi unica, H.Robert, L.L.Robert, B.Pinelli, e poi Degas, Renoir, Corot, Manet, Leighton, Sargent, Bouguereau, Briullov, Cézanne, e poi Van Gogh, Ant. Mancini, perfino Picasso, De Chirico, Severini, i futuristi … non c’è un soggetto che possa vantare tale compendio di paternità.
La glorificazione della straordinaria iconografia viene offuscata dal fatto che sebbene presente in gran parte dei musei del pianeta come, in effetti, nessun altro soggetto, in realtà le appellazioni più bizzarre ne celano origine e provenienza, rendendolo anonimo: costume tradizionale, romanesco, campagnolo e poi italiano, abruzzese, napoletano, calabrese, zingaro, basco .. noto a tutti i cultori d’arte, in realtà sconosciuto! La causa? Certamente non solo la pur evidente difficoltà di pronuncia e di scrittura del termine ‘ciociaro’.
Chi scrive, sono anni che si sforza di richiamare alla importanza storica del costume ciociaro con risultati modesti rispetto all’importanza oggettiva del tema: ancora nelle case d’aste, anche in quelle importanti, quando appaiono le opere con personaggi ciociari, e ciò avviene normalmente perché centinaia e centinaia sono gli artisti europei che si sono occupati del soggetto come di nessun altro, il solo termine corretto di: ciociaro, è impiegato molto raramente. Il sito web inciociaria.org offre risposte e consiglia anche dei libri quale IL COSTUME CIOCIARO NELL’ARTE EUROPEA DEL 1800.
Questa pagina gloriosa del costume ciociaro che solo la Francia ha promosso e fatta valere già da duecento anni, che i belgi già nei primi anni del 1800 individuarono come un fenomeno particolare, in realtà è stata rimossa dalla Storia, sicuramente senza intenzione voluta, comunque strappata.
In questo momento pare che l’Italia finalmente stia aprendo gli occhi su tale capitolo, grazie al sottosegretario alla cultura On. Vittorio Sgarbi. E la prova incoraggiante della sua attenzione è stata quella di vestirsi da brigante ciociaro in occasione di una manifestazione ad Arpino; esaminando una collezione di opere di vari artisti ha notato un quadruccio di Ch. de Chatillon del 1827 che ritrae “Il brigante De Cesaris, a Sonnino” che il suo staff ha incaricato una sarta del luogo di riprodurre e che il sottosegretario, grazie al suo fascino personale, ha saputo valorizzare e far apprezzare dal numeroso pubblico astante e non solo: si è trattato di una vera e propria rivoluzione, dando al termine il significato originario, in quanto è la prima volta che un massimo rappresentante dello Stato apprezza e perfino indossa, esaltandolo, il costume ciociaro! Si ha motivo di ritenere che lo Stato Italiano voglia riappropiarsi finalmente di questa sua perla cosmopolita della Storia dell’arte, dando una patria e un nome.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Mario Zaniboni. Sculture dogu. Alieni oppure no?

Le sculture dogu sono degli oggetti fittili, cioè di argilla, che risalgono all’era Jomon, indicativamente compresa fra il 10.000 e il 300 a.C. Essendo un periodo temporale esageratamente lungo, significa che è comprensivo di una successione di popolazioni e di culture che sono cambiate e si sono evolute. Però ciò che le lega è la loro passione nella produzione di prodotti ceramici, vasellami in particolare, il quale migliorava nella qualità man mano si andava avanti nel tempo.
Di questo periodo si sono trovati reperti in diverse parti del Giappone; di queste una particolarmente interessante è il sito archeologico di Oday Yamamoto, che si trova nelle vicinanze della città di Sotogahama, nella penisola di Tsugaru. In questa località si sono trovate punte di freccia insieme con strumenti di pietra e resti di vasellame, i cui elementi presentano ornamentazione a forma di cordame, e dogu, termine generico per qualsiasi figura con sembianze umanoidi o di animali costruite in argilla. Questi ultimi, di cui si parlerà più avanti essendo l’argomento della nota, sono stati datati fra il 4.000 e il 1.400 a.C., in luoghi caratterizzati da recinzioni in pietra, con diametro anche di 42 metri, a formare due centri concentrici, mentre al centro si trova una pietra posta verticalmente.
La datazione effettuata con lo spettrometro di massa con acceleratore ha portato indietro l’era Jomon che, come visto più sopra, si riteneva partisse dal 10.000 a.C., al 16.500 a.C.
Forse, inizialmente i popoli Jomon non erano agricoltori, bensì cacciatori e raccoglitori, per divenire agricoltori attorno al 3.200 a.C. quando, secondo lo studioso Tsukuda, i ritrovamenti avvenuti nell’isola di Itazuke hanno dimostrato che laggiù erano già attive le risaie.
Tornando ai reperti, fra questi si dimostrano veramente interessanti le statuette dogu, che rappresentano figurine umane o di animali, alte mediamente sui 25 centimetri, con la base d’appoggio oppure senza e forse fatte per essere utilizzate appese al corpo, che sono stati rinvenuti nei mucchi di scarti dell’alimentazione. Tanti sono interi, tanti sono privi degli arti o di altre parti del corpo; non mancano statuette con due corpi, anche se abbastanza rare. Questi oggetti sono relativi all’era Jomon, e scompaiono in quella successiva, l’era Yayoi.
Con il trascorrere del tempo, le fisionomie delle figurine cambiò in meglio anche con l’arricchimento di ornamentazioni, che sicuramente erano legate alla cultura della popolazione che le produceva. Così, si hanno dogu con il capo a forma di cuore o di gufo, il sopracciglio più o meno arcuato e gli occhiali tipo quelli da sci. Molte figurine presentano caratteristiche femminili, con grosso seno e glutei ridondanti, e molte hanno il ventre rigonfio, forse a dimostrare uno stato di gravidanza avanzata. Presumibilmente, sono raffigurazioni di dee, alle quali si chiede la benedizione per il lieto evento oppure per festività religiose.
Ma i manufatti che maggiormente fanno discutere sono quelli che hanno gli occhialoni, definiti in Giappone shakoki dogu, con gli occhiali da sci, appunto.
L’osservazione attenta di questi oggetti di argilla dà il destro di esprimere il proprio parere a coloro che ritengono che nel passato ci sia stata la presenza di esseri di altri mondi sul Pianeta Terra (fra questi Erich von Däniken), e in questo caso non è difficile quasi arrendersi ai loro ragionamenti in proposito. Esaminandoli attentamente, questi improbabili – o possibili – rappresentanti di visitatori extraterrestri portano sul capo una specie di casco, mentre occhialoni tondi, come quelli indossati dagli sciatori, proteggono gli occhi. Il loro corpo, è molto robusto, ma con un linea svelta e sicuramente umanoide, con vita sottile. Gli arti, di cui quelli inferiori molto corti e arcuati verso l’esterno, quando non mancano, terminano in estremità che sembra molto difficile chiamarle mani o piedi; forse, il ritenere che al posto delle mani ci siano delle pinze, potrebbe essere per nulla cervellotico. Se si aggiunge, come fa qualcuno di fervida fantasia, il riconoscere nella loro figura l’esistenza di un filtro e l’attrezzatura per respirare, il gioco sembrerebbe fatto: astronauti, nella loro tuta spaziale, pratica e artisticamente adornata, belli e pronti, sono al nostro cospetto.
Naturalmente, non mancano coloro che, con i loro ragionamenti, portano a definire una bufala la teoria del presunto paleo contatto.
E come sempre accade in questi casi, ognuno rimane graniticamente fermo nelle proprie convinzioni, in attesa di un qualche molto improbabile fatto o documento, che dia ragione all’uno e torto all’altro.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. Borboni, papalini e … Ciociari!

I Ciociari, chi sono e dove sono? Offesi e insultati dai sempre vegeti ‘borbonici’ che li dichiarano, a dir poco, ‘papalini’ e dai ‘papalini’ cioè i romani per i quali i ciociari da sempre sono oggetto di risa e di insulto.
Gli inglesi dall’alto del loro wit, humor di grandi colonialisti, si divertono non poco, a tale situazione. Infatti alcuni nostalgici, per loro ragioni e motivazioni, dicendo ‘papalini’ oppure ‘noi non siamo ciociari’ in senso se non proprio dispregiativo certamente non affermativo, dimenticano o ignorano che ‘borboni’ -se è questa la connotazione che prediligono- e ‘papalini’ sono stati per secoli amici e sodali: tutti ricordano la famosa chinea, la mula o ciuchina o cavalla bianca, tramandano le cronache, che ogni anno a giugno alla festa di San Pietro, i re di Napoli presentavano al papa con un carico di monete d’oro, a sottolineare il secolare tributo e rapporto, tutti ricordano ancora che i Borboni secoli prima furono chiamati dalla natia Spagna dal Papa ad impadronirsi dell’Italia; da qui il secolare rapporto di subordinazione e di devozione della Spagna cattolicissima: non si dimentichi inoltre che il luogo più prestigioso di Roma è da sempre Piazza di Spagna.
E allora stando così la storia inappuntabile, perché ostili e negativi avverso i Ciociari? Su quale fondamento storico? E ancora, chi e che cosa sono i Ciociari? In realtà sono come un vetro dicroico: cambiano colore a seconda della direzione della luce: perciò papalino per gli uni, guitto e zotico per gli altri, grande invece e prestigioso per la comunità internazionale.
Hanno tutti ragione e anche torto marcio, ecco perché le risa dell’Inglese, di chi conosce il wit e l’humor. Ciociaro infatti prima di tutto non è un concetto geografico o amministrativo o altro: è un concetto folklorico, cioè allude ad una comunità che vestiva in un certo modo, vestitura questa sì particolare e unica! Di conseguenza il termine ciociaro, come è già stato autorevolmente precisato, è un termine spirituale, sentimentale, ideale. Certamente idoneo ad essere borbonico o papalino o, aggiungo, anche cinese o turco perché è l’abito e solo l’abito che fa il ciociaro! Che parli romano o napoletano o giapponese o vikingo, è un dettaglio! Ciociaro in effetti è un valore cosmopolita, cosa che non è né il borbone nostrano né il papalino nostrano.
Si mette sul tavolo tutta una terminologia alquanto curiosa, per tutti: Basso Lazio, Lazio Meridionale, quindi per converso Alto Lazio o Lazio Settentrionale o Lazio Centrale, perfino qualche impunito buontempone Terre di Comino e altro ancora. I nostalgici ancora coinvolgono Terra di Lavoro che esiste ormai solo nella fantasia: la sola realtà storica e scientifica riferita al Ciociaro è la componente folklorica, cioè la vestitura indossata che storicamente contrassegna e definisce, Ciociaria, il territorio dove vive o trova rifugio la comunità che ha dato il nome, cioè i braccianti e giornalieri agricoli, cioè gli ultimi della scala sociale. E se si conoscono e leggono i documenti dell’epoca già dalla metà del 1800 in poi, quindi non solo pittorici ma anche, abbondanti, fotografici, si scopre che anche una certa categoria sociale di borbonici è pienamente e indiscutibilmente ciociara dal punto di vista delle vestiture indossate, sempre con riferimento non ai signorotti o ai professionisti o ai mercanti ecc. ma agli ultimi della scala sociale, cioè ai manovali ed ai braccianti agricoli: è infatti da questa umanità derelitta che è nato il ‘ciociaro’! E da questo mondo di fame e di miseria e di oppressione avvenne, dopo la loro emigrazione, gradualmente la evoluzione dagli stracci iniziali “azzuppati nel colore” a quello nato e maturato a contatto con gli artisti europei prima a Roma poi negli anni successivi a Parigi, a Londra, a Monaco… cioè al costume cosiddetto ciociaro, al costume tradizionale più noto e più conosciuto in Europa, presente nelle gallerie e musei del pianeta come nessun altro soggetto: nacque dunque a Serre, a Immoglie, a San Gennaro, a Vallegrande e Agnone, a Pié delle Piagge e nella Piana del Melfa….
Una gloria del territorio che si chiami come si vuole, ma sicuramente in realtà costume ciociaro, il costume dell’Italia, d’Europa e del Mondo, come hanno decretato gli artisti!
La disgrazia vera? non si capisce e soprattutto colpevolmente non si conosce! Ancora! E, in aggiunta, il termine offensivo ‘ciociaro’ non è altro che la identificazione dalla calzatura primitiva evolutasi, parimenti al costume, e chiamata ‘ciocia’ e se si è curiosi in merito alla storia del termine, si consulti il libro ‘CIOCIARIA SCONOSCIUTA’ e andare nel sito web: http://www.inciociaria.org.
Oltre a quello sopra citato, anche: ORGOGLIO CIOCIARO/Ciociaria Pride e poi IL COSTUME CIOCIARO nell’arte europea del 1800. E da queste letture viene fuori, se si vogliono coinvolgere anche ormai purtroppo obsolete identità amministrative o geografiche quali Terra di Lavoro e Campagna di Roma e Lazio Nuovo o Aggetto, che i vituperati e insultati ‘ciociari’, non erano altro all’origine che figli anche loro di Alta Terra di Lavoro: i luoghi degradati da cui si dipartirono, pezzenti e miserabili, erano certe frazioni più sopra ricordate di Picinisco, di Acquafondata, di Villalatina, di Atina e altre ancora, disperdendosi nella Campagna di Roma specie nelle famigerate Paludi Pontine e a Roma e i più disperati e motivati, al di là delle Alpi e certamente non in macchina!
Quindi al lavoro! veramente, da parte di tutti, per far conoscere al meglio e promuovere questa realtà artistica universalmente conosciuta, nata in queste terre dell’antico Regno di Napoli, realtà primaria e non solo nella Storia dell’Arte, da noi ed in Italia ancora vergognosamente senza nome!!!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Mario Zaniboni. Impronte umane fossilizzate: autentiche o fasulle?

Gli archeologi non sono mai fermi: le loro ricerche su ciò che ci ha preceduti fin dal più lontano passato è fonte di studi e di approfondimenti affrontati con costanza, coraggio e determinazione. Ma talora qualcuno di loro (e non tutti però, perché sarebbe troppo bello) ha la fortuna di incappare in qualcosa di inaspettato, e inaspettabile, tanto da mettere in discussione le narrazioni relative che, fino ad allora, erano state assemblate ed accettate con il consenso di tutti, senza “se” e senza “ma”.
E uno di quelli che hanno trovato l’oggetto talmente eccezionale da scombussolare quanto era stato ritenuto vero fino a ieri, è stato l’archeologo statunitense William J. Meister, durante una serie di scavi puntati al ritrovamento di fossili per arricchire la sua collezione a Antilope Spring, non lontano da Delta nello Stato dell’Utah.
Stava cercando nel suolo insieme con la moglie, le sue due figlie, Francis Shape e la sua signora. Insieme ebbero fortuna, giacché trovarono diversi fossili interessanti, ma questi passarono in secondo piano quando lui, con un colpo ben azzeccato con il martello da geologo, aprì in due una roccia piatta delle spessore di 5 centimetri ed ebbe la sorpresa di trovare all’interno ciò che nemmeno la sua più fervida fantasia gli avrebbe consentito di immaginare: sulla prima faccia era l’impronta di un piede umano e sulla seconda era l’altra parte dell’impronta, oltreché un piccolo trilobite.
Naturalmente, ciò lasciò lui e i suoi compagni estremamente esterrefatti per una ragione molto semplice: se l’impronta e l’animaletto erano contemporanei (cioè se il piede umano avesse calpestato il trilobite), significava che un essere umano era vissuto nel periodo Cambriano quando nel mare vivevano solamente trilobiti, appunto, spugne, brachiopodi, onicofori, e sulla terraferma erano presenti alghe, piccoli funghi, licheni.
Tornando all’impronta, una ragione in più di meravigliarsi era il fatto che l’impronta (lunga 26,03 centimetri e larga 8,9) mostrava chiaramente che il piede calzava un sandalo e che si vedeva la differenza dovuta alla presenza di un tacco vero e proprio, come nelle calzature umane da quando l’uomo ha iniziato a proteggere i suoi piedi.
Naturalmente, Meister rivelò quanto aveva trovato a geologi e paleontologi, ma non gli riuscì a convincerli ad approfondire la conoscenza del ritrovamento, che lo ritennero un tentativo infelice di rendersi importante nel settore delle ricerche archeologiche.
Egli non mollò, perché era convinto che la sua impronta non fosse una bufala; infatti, pubblicò la notizia sul giornale locale The Desert News e dopo qualche tempo fu contattato dalle persone giuste, che, invece di deriderlo, ritennero che nella faccenda esistesse un fondo di verità.
Infatti, il 4 luglio 1968, Meister condusse il dottor Clarence Coombs del Columbia Union College e il geologo Maurice Carlisle dell’Università del Colorado nel sito del ritrovamento. Carlisle, dopo un paio d’ore di faticose escavazioni, individuò uno strato fangoso, che era la dimostrazione che, nel passato lontano, quella formazione era sulla superficie del suolo e pertanto nelle condizioni ideali per trattenere con sicurezza orme che sarebbero divenute fossili.
Lo strato fangoso, che da tantissimo tempo aveva lasciata la luce del sole, risaliva al periodo fra i 590 e i 550 milioni di anni fa (secondo altri, fra i 600 e i 390, comunque sempre tanti, anzi tantissimi). Naturalmente, tali numeri misero in subbuglio e seria difficoltà quel mondo accademico, che viveva su quanto aveva studiato e faticosamente ricostruito, perché si rendeva conto che tutto il suo lavoro per mettere in ordine le notizie che provenivano dal mondo del passato, si sarebbe trovato in difficoltà, giacché molta parte avrebbe dovuto essere ripresa, rivista e ridimensionata.
I detrattori, intanto, non mancavano. Per esempio, un geologo della Brigham Young University sbeffeggiò il fossile, definendolo semplicemente la traccia di un fenomeno erosivo, mentre un altro disse, con convinzione, che si trattava di un falso bello e buono. In tal modo, la faccenda fu liquidata, senza nemmeno tentare di approfondirne la conoscenza.
Ma, come capita spesso, c’è sempre qualcuno che non demorde mai e non solo non accetta le convinzioni di altri, ma anche tenta di andare più oltre. Ed infatti, due ricercatori statunitensi, Michael A. Cremo e Richard L. Thompson, hanno fatto esami al computer dell’impronta, giungendo alla conclusione che era corrispondente a quella lasciata nel fango da una scarpa moderna, ma che, comunque, era autentica ed apparteneva all’epoca cambriana senz’ombra di dubbio; tutto ciò anche se la comunità scientifica lo negava, però senza nessun elemento chiarificatore, essendosi sempre rifiutata di esaminarla.
Quindi, nel Cambriano, un essere umano aveva lasciato nel fango quell’impronta. I due studiosi aggiunsero, fra l’altro, che se non si trattava dell’impronta di un essere umano terrestre, era sempre un segno lasciato da qualche extraterrestre, magari uno di quelli che nella Bibbia si trova che erano sbarcati sul nostro Pianeta: insomma, erano segni lasciati da un vivente, chiunque fosse, e non dovuti ad un qualche fenomeno naturale.
In conclusione, ognuno resta nelle sue posizioni, e non resta che stare alla finestra ed osservare ciò che le scoperte aggiungono a quanto l’uomo moderno sa, o ritiene di sapere, a proposito di ciò che si è avverato nel passato, con speranza che, finalmente, si trovi qualcosa che chiarisca fino in fondo non solo questo caso, ma anche tutti quelli che turbano i pensieri degli studiosi.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it