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Michele Santulli. Ciociare nei Musei Vaticani.

L’iconografia del costume ciociaro cioè le opere d’arte che illustrano la donna o il contadino o il brigante o il pifferaro in costume ciociaro è quella più ricorrente e più comune nell’ambito dell’arte occidentale tra fine 1700 e prime decadi del 1900, all’incirca 150 anni caratterizzati da quella che gli artisti stessi definirono peinture de genre à l’italienne, che la maggior parte dei pittori europei illustrarono e che anche la crema, Degas, Corot, Manet, Cézanne, Sargent, Leighton, Van Gogh, Picasso fino ai futuristi amarono e decantarono, come nessun altro soggetto.
La Ciociaria, la regione distesa ai piedi di Roma, una volta Latium Novum, poi Campagna di Roma, è la regione madre di Roma; la Chiesa, sempre pragmatica, ha tenuto sotto costante vigilanza la Ciociaria perché dall’inizio della storia, tra il tanto altro, è stata anche la vera sacrestia di San Pietro arricchendo sistematicamente le gerarchie con preti e monaci fino ai monsignori ed ai cardinali e ad almeno nove papi nel corso dei secoli. E la Chiesa ha confermato tale attenzione l’8 dicembre 1854 allorché proclamò, nella persona di Pio IX, il Dogma della Immacolata e nel quadrone esposto in San Pietro confermò pubblicamente che il popolo di Roma erano in prevalenza i ciociari, come presenti anche alla cerimonia.
Fu la prima volta che ufficialmente si prese atto che la numerosa presenza ciociara a Roma in realtà si imponeva sul popolino di Pinelli e sui bottegai e cantinieri grazie al notevole successo tra gli artisti stranieri e nazionali e a non poche altre motivazioni: al lettore attento raccomando in merito il libro CIOCIARIA SCONOSCIUTA.
Tuttavia in quella solenne giornata del 1854, nelle Paludi Pontine soffrivano e morivano ancora quantità di povere creature ciociare, a causa della malaria, della cui terribile esistenza quasi secolare nessuno si era mai dato premura.
Negli anni successivi tale attenzione della Chiesa doveva venir confermata e ribadita grazie alla realizzazione nei Musei Vaticani della Stanza della Immacolata Concezione dove venne illustrato ai posteri lo straordinario evento e dove anche ora il popolo è rappresentato dalla bella ciociarella nel suo magnifico costume che addita al pargolo la figura officiante del Papa. Ed è di questi giorni la notizia gioiosa e perfino esultante da parte degli specialisti vaticani della scoperta nei loro depositi e della presentazione ed esposizione nei Musei Vaticani, del quadro suggestivo di una seconda ciociara!
Il titolo dell’opera, significativa anche per le dimensioni, 140×222 cm, è Malaria, e illustra una ciociara che assiste un adolescente sofferente steso su un giaciglio: la dr.ssa Micol Forti, incaricata del Vaticano per l’arte dell’Ottocento e Novecento, ha trovato le parole idonee per evidenziarne la grande qualità ed impegno artistico nonché significato; l’autore è una donna, Maria Martinetti (1864-1937), romana, educata alla pittura da uno dei due o tre grandi maestri della Roma fine1800-inizi 1900 e cioè Gustavo Simoni; e Malaria è la consacrazione stupefacente quasi incredibile della simbiosi maestro-allieva!
E per tornare al terribile morbo fu solo tra fine 1800 e inizi 1900 che un manipolo di benpensanti iniziò ad intervenire specie sui bambini delle micidiali Paludi Pontine, dapprima vicino a Roma e poi piano piano anche più a Sud: è stata una pagina che rende indimenticabili i protagonisti e che andrebbe eternata a caratteri d’oro nella storia del Paese ed in special modo nelle Cronache della Ciociaria, un momento miracoloso e magico che ispirò Giovanni Cena noto scrittore e giornalista e la sua compagna Sibilla Aleramo, famosa scrittrice, Angelo Celli, virologo e scienziato e uomo politico con la compagna Anna Fraentzel tedesca instancabile e sensibile nella sua opera a favore dei poveri bimbi; determinante contributo didattico nonché amministrativo ed organizzativo nella creazione di scuole e strutture venne da Alessandro Marcucci, maestro e pedagogo e da altri benemeriti tra cui il pittore Duilio Cambellotti che con la sua arte documentò ed illustrò la esistenza nelle paludi: in merito è bello rammentare al lettore che nella originaria Littoria, oggi Latina, sorta sulla bonifica delle Paludi Pontine, alcuni benpensanti e le istituzioni sensibili, negli anni passati hanno istituito un Museo a Duilio Cambellotti con numerose opere e documenti sulle Paludi. Va ricordato che a tale manipolo si aggiunse anche lo scienziato Ettore Marchiafava originario di Patrica, medico personale del re e del papa, che con Angelo Celli, individuarono i germi patogeni della malaria e finalmente debellarla: Angelo Celli, anche membro del Parlamento, ottenne che il chinino, farmaco miracoloso, venisse distribuito gratuitamente ai ciociari delle Paludi.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalia immagine:
Martinetti, M.: La Malaria, 140×222 cm, 1887, Stanze Vaticane

Mario Zaniboni, La falera di Vindolanda. Simbolo di eroismo.

All’inizio, le falere erano dischi laterali degli elmi, ai quali erano fissate con lacci, poi divennero decorazioni molto importanti e prestigiose che i soldati, che avevano compiuti particolari atti di eroismo durante le battaglie, potevano orgogliosamente sfoggiare nelle parate militari e non certo da utilizzare durante i combattimenti.
Ma non era una consuetudine solamente romana: anche i militari di altre popolazioni, quali quelle celtiche ed etrusche, usavano adornarsi con le falere.
A Roma, questi oggetti decorativi originari dell’Etruria, erano stati introdotti da Tarquinio Prisco, il quinto re dell’Urbe. Nell’epoca repubblicana, secondo Polibio, le falere erano un compenso per i soldati che avevano portate le spoglie di un nemico ucciso in battaglia, mentre più tardi, in epoca imperiale, erano date ai soldati (legionari e ausiliari) che si erano comportati onorevolmente in battaglia. I monumenti romani di solito ne mostrano nove o dieci, mentre i soldati le avevano disposte su tre linee, in maniera tale da formare un pettorale.
Non mancavano falere fissate sulle insegne dei reparti militari; si trattava delle cosiddette vexilla e signa.
Il materiale era quasi sempre prezioso e questa sembra essere la ragione per la quale non se ne trovano molte in giro, nei vari siti archeologici oggetti di ricerche e scavi; e non ci si mette molto a pensare che la loro assenza, quasi con certezza, sia dovuta al recupero del metallo prezioso per mezzo della semplice e rapida fusione.
Erano a forma di disco ed erano legate con cinghie alle corazze dei militari o anche alle bardature dei loro destrieri.
Alla morte, seguivano la salma del loro possessore quale arredo nella camera funeraria, ma quella della quale qui si intende parlare fu trovata altrove, forse andata perduta; infatti, fu rinvenuta sul pavimento in una caserma dei tempi dell’imperatore Adriano, cioè fra il 117 e il 138.
Questa, che è d’argento, è stata trovata da uno scavatore volontario del gruppo degli archeologi della The Vindolanda Trust durante i loro scavi nel forte romano (castrum) Vindolanda, appunto, nel regno di Nortumbria (Northumberland) in Britannia, nell’Inghilterra settentrionale.
Il forte era stato costruito, nel 79, per le truppe ausiliarie romane, per ordine di Gneo Giulio Agricola, non lontano dal Vallo Adriano, con lo scopo di proteggere, con la loro presenza, la via detta Stanegate contro i Pitti. Il ritrovamento ha riguardato altri oggetti che stanno a dimostrare la presenza di militari.
Le falere solitamente erano dischi lisci o decorati con figure in rilievo, che potevano essere di divinità, imperatori, animali, esseri mitologici. Ma un motivo ricorrente e popolare era la testa della Gorgone Medusa, perché era parere diffuso che la sua effigie fosse in grado di tenere lontani il male e la sfortuna: che fosse apotropaica, insomma, come ebbe a commentare il professore di storia dell’arte e di archeologia greca e romana all’Università della California Meridionale, John Pollini, il quale disse che Medusa era una figura ritenuta tale fin dai tempi dei Greci antichi.
La faretra di cui si tratta raffigura la testa di Medusa, una delle tre Gorgoni che al posto dei capelli aveva serpenti (qui sono state sostituite da capelli lisci e da due ragazzi sotto il mento a formare una cravatta bolo) e il cui sguardo pietrificava coloro che la guardavano direttamente negli occhi. Due piccole ali decorano il capo. La testa decorava la parte del disco che era rialzato a formare l’umbone. Stando alla mitologia, Medusa fu decapitata dall’eroe greco Perseo che, per non essere pietrificato guardandola direttamente negli occhi, per vederla si servì dello scudo di Atena, lucido come uno specchio.
Era un’immagine molto diffusa e spesso si trovava su lapidi tombali, in mosaici, su armature più da cerimonia che da battaglia, come quella di Alessandro Magno riprodotta in un mosaico pompeiano oppure quella incisa su una lapide del centurione romano Marco Celio conservata nel Rheinisches Landesmuseum di Bonn.
Le falere erano simboli di grande importanza e di prestigio per coloro che erano degni di portarle ed esibire, soprattutto in grandi occasioni.
Erano soprattutto decorazioni al valore militare che si riscontrava presso varie popolazioni, quali quelle celtiche ed etrusche, oltreché quelle romane, come ricordato più sopra.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Pozzuoli (Na). Convegno Hydrosophia, tra Formula dell’Acqua e Medicina Termale!

Si è tenuto nei giorni scorsi, presso la accogliente sala Athena Hotel Neronensis, in via Pergolesi a Pozzuoli, un interessante quanto significativo convegno, di Medicina Termale : “La Formula dell’ Acqua “, promosso dal Comitato del progetto Hydrosophia.
L’ evento, presenti studiosi, illustri ospiti ed un pubblico più che sensibile alla tematica, è stato coordinato e moderato dalla dr.ssa Antonella Cicale, Responsabile di “Terme del Cantarello” (fonte preziosa dei Campi Flegrei), e Presidente ISDE (Associazione Italiana Medici per l’Ambiente).

Bagno del Cantarello

L’incontro ha visto declinare l’acqua in tutte le sue forme: dall’ importanza storico-scientifico-termale, grazie a quanto trattato          egregiamente dal Prof. Walter Iorio e dal Dr. Arturo Armone Caruso, a quella turistico – culturale con il dr. Bruno Brillante; dall’importanza biologica e chimica, esposta con attenta dovizia documentale, dai professori Marco Guida e Marco Trifuoggi; a quella poi energetica, illustrata dal dottor Roberto Germano e, infine, a quella architettonica ed urbanistica, con l’architetto Alexander Valentino.
Sono intervenuti al convegno: Filippo Monaco, assessore al Turismo del comune di Pozzuoli; Francesco Maisto, presidente dell’ Ente Parco Campi Flegrei, e Roberto Laringe, presidente di “Federalberghi Campi Flegrei”.
Ad introdurre e presentare il meritevole, qualificato progetto, è stato il professor Gennaro Mantile, solerte presidente del Comitato promotore di “Hydrosophia”.
Cenni storici. L’area dei Campi Flegrei, essendo di origine vulcanica, presenta, si sa bene, fenomeni naturali, come l’emissione di vapori endogeni (fumarole) e sorgenti idrominerali, che hanno favorito da sempre la diffusione di complessi termali, soprattutto a scopo curativo e terapeutico.
Numerosi sono i resti, in molti casi abbandonati al degrado, di queste strutture, a Pozzuoli come intorno al lago d’Averno ed a Baia, ma anche ad Agnano, nel cratere degli Astroni ed a Bagnoli, di alcune delle quali sono state ritrovate parti di origine greca, a testimonianza di quanto fosse antica la pratica di sfruttare dette risorse.
I Romani, intorno a tali “fonti di utilità”, costruirono grandi edifici, mirati a valorizzare l’uso delle benefiche proprietà delle acque e dei sudatori, frequentati indistintamente da uomini e donne e, tra questi, imperatori, nobili, poeti, storici e filosofi. I cosiddetti bagni termali, pare che ne fossero 35, continuarono, per tutto il medioevo, a costituire “pratica importante e salutare”.
Di tutte queste strutture, oggi come oggi e quasi certo più di ieri, resta poco o nulla, tanto che di alcune solo le sorgenti e di altre…semplicemente i ruderi. La fine di questi edifici fu dovuta, è noto, alla distruzione generata dall’eruzione di Monte Nuovo che, in una sola notte, sconvolse l’area a ridosso del lago di Lucrino, che da sola ospitava ben otto edifici termali.
Don Pietro d’Aragona, viceré di Carlo II di Spagna, nel XVII secolo decise di recuperare i bagni termali, affidando il compito al medico Sebastiano Bortolo, che rinvenne numerose sorgenti e di ognuna, per volere del viceré, vennero indicati: nome, sito e proprietà terapeutiche. Una di queste iscrizioni si trovava sopra i cosiddetti sudatori di Tritoli, note come Le stufe di Nerone. In origine l’area termale consisteva nei sudationes, cavità scavate nella roccia a contatto diretto con il calore, proveniente dalla roccia stessa e/o da sorgenti calde poste in prossimità, dove si effettuavano i “bagni di sudore”. In seguito, intorno ovvero a ridosso di queste cavità, vennero aggiunti nuovi ambienti, destinati ad implementare il percorso termale ed a renderli più funzionali e confortevoli.
L’acqua insomma è vita e, come tale, fonte di risorse trasversali, la cui diffusione e riqualificazione contribuirebbero, non poco ed in prospettiva, al consolidamento dei flussi eco-turistici e conseguente sviluppo economico in senso ampio, del territorio flegreo-partenopeo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Giuseppe Greco. Caesariana in Lucania. La storia di un luogo svelata dal suo nome!

Ad oggi, l’antica statio di Caesariana in Lucania non è stata localizzata precisamente e di lei non conosciamo praticamente nulla. Le svariate fonti che la menzionato concordano nel confermarci che sia esistita, tuttavia sono parzialmente discordi nella sua localizzazione.
L’assenza di una città moderna che reclamasse la sua origine da quell’insediamento ha forse reso la sua ricerca poco appetibile agli storici e agli archeologi, e questo nonostante la forte evocatività del suo nome.
Proprio a partire dallo studio del toponimo, attraverso un approccio estensivo e multidisciplinare, nel presente articolo viene ricostruita la storia di quell’antico insediamento e individuato il sito esatto dov’era situato, sulla costa tirrenica lucana nei presso di Nerulum (l’odierna Lagonegro). Ne risulta un quadro più preciso circa la distribuzione demica e il contesto socio-culturale di quell’area d’Italia in età augustea….

Leggi l’articolo allegato, versione in italiano: Caesariana in Lucania it

Leggi l’articolo allegato, versione in inglese: Caesariana in Lucania eng

Autore: Giuseppe Greco – greco_giu@me.com