Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

NAPOLI. Resti del tempio di Diana sotto la Basilica della Pietrasanta: la lapide era anda perduta…

La Cultura inclusiva e le sue eccellenze, sempre da primo piano. Tesori archeologici continuano a venire alla luce, a lasciare meravigliati, estasiati. Ecco, infatti, un’altra più che recente, straordinaria scoperta in Italia, nel caso di specie a Napoli, sotto la basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta, ubicata nell’omonima Piazzetta, nel cuore del centro storico.
Ne sono emersi infatti, durante dei lavori di restauro, resti che rileverebbero la presenza, in loco, di un antico tempio dedicato a Diana, la dea romana della caccia e della natura, suscitando l’interesse di archeologi ed appassionati di storia, oltre a svelare dettagli finora sconosciuti, sulla Napoli antica.
La notizia è particolarmente interessante e significativa, in quanto la lapide di marmo, che testimonia appunto l’esistenza del prezioso “scrigno della memoria”, era purtroppo andata perduta, senza lasciare traccia, secoli fa (all’inizio del Seicento), lasciando per lungo tempo solo supposizioni, su quanto potesse celarsi inferiormente alla monumentale struttura religiosa.
Oggi come oggi, ovvero dopo più di 400 anni, una parte di quel misterioso passato è riemersa, portando con sé nuove luci sulla storia della “città di Partenope”. Il marmo in questione, infatti, non solo ne conferma il ritrovamento nel sito, dove ora sorge la basilica, tra le più interessanti dal punto di vista storico ed artistico, ma fornisce, come detto, anche elementi dimostrativi sullo sviluppo urbano della città nei secoli passati.
L’iscrizione incisa sulla pietra, risalente all’epoca dell’antica Roma, documenta una vecchia “fratria” (=sodalizio di famiglie con capostipite comune), degli Artemisi, a conferma, forse con grande certezza, che nel punto in cui oggi troviamo la Basilica della Pietrasanta, un tempo si ergeva un imponente luogo di culto, dedicato appunto alla dea Diana. Reperto, questo, che ha riacceso il dibattito su come la Napoli antica si sia evoluta e come le strutture religiose siano state recuperate, integrate e valorizzate, nel corso dei secoli.
La vicenda del “marmo sparito”, è stata ricostruita negli anni da storici locali, tra cui Enzo Puglia e Pasquale Vanacore, che nel 2018 hanno approfondito il mistero, se così si può dire, attraverso un articolo pubblicato sulla rivista: “La terra delle Sirene”. La loro ricerca ha puntato i classici riflettori, su come il marmo fosse stato rimosso dalla basilica nel 1607, senza più sapere che fine avesse fatto.
Il colpo di scena, poi, è arrivato recentemente quando, durante i lavori di restauro nella chiesa “Santa Maria delle Grazie” ad Alberi, frazione collinare di Meta, in Costiera Amalfitana, è emersa una lapide nascosta dietro un’altra pietra. Dopo un’attenta rimozione, è stato possibile constatare che tale struttura recava l’iscrizione del tempio di Diana, confermando che quella stessa lastra di marmo aveva viaggiato lungo la penisola sorrentina nel XVII secolo, portata lì -secondo le ricostruzioni storiche – da un sacerdote che, durante una visita a Napoli, prese il marmo per utilizzarlo come base per una nuova iscrizione commemorativa, quale pratica comune all’epoca, di riutilizzare materiali antichi per nuovi scopi.
Questa scoperta ha sollevato una serie d’interrogativi sul patrimonio storico della città e sulle possibili azioni da intraprendere per preservare il reperto.
Lello Iovine, presidente della “Fondazione Pietrasanta”, ha lanciato un appello affinché la lapide, che attualmente si troverebbe (il condizionale è d’obbligo), a Meta, possa temporaneamente tornare a Napoli, dove originariamente era collocata. Una occasione unica per far riviverne il suo passato millenario, per celebrare, secondo Iovine, i suoi 2500 anni di storia.
Tuttavia, il progetto dovrà “confrontarsi” con la necessaria autorizzazione della Soprintendenza, circa l’approvazione dei piani per il trasporto e l’esposizione del reperto.
Intanto, la Basilica della Pietrasanta, tra le sue “gemme” decorative (da visitare eccome!), può vantare anche del Museo dell’Acqua (Lapis Museum)), il primo del centro storico di Napoli, nato nel 2021 nel cuore dell’edificio sacro in parola. Un avveniristico progetto, nato in collaborazione con ABC (Acqua Bene Comune) – Napoli, e che ha restituito l’originaria funzione alle cisterne greco-romane, oggi ravvivate da acque e ruscelli, che ne ricostruiscono l’antico aspetto.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

Giuseppe Pipino. Le miniere dei monti Rognosi e la ferriera di Montauto nel territorio di Arezzo.

I Monti Rognosi si estendono nell’alta Valle del Tevero e, poco a nord di Anghiari, e sono comprese in gran parte in questo comune, in parte minore in quelli di Caprese Michelangelo, Pieve S. Stefano e San Sepolcro.
Si tratta di una delle “isole” di ofioliti affioranti dalle potenti successioni sedimentarie dell’Appennino e, benché sia un complesso unitario, è geograficamente suddiviso in Monti Rognosi di Montauto e Monti Rognosi di Albiano, separati dal torrente Sovara, affluente di destra del Tevere, e, insieme, coprono la maggior parte dell’affioramento, il quale continua, a nord e
nord-est, con il Poggio degli Scopeti e col Montedoglio: quest’ultimo è separato dalla massa principale, in affioramento, dai sedimenti alluvionali del Tevere…

Leggi tutto nell’allegato: Le miniere dei monti Rognosi

Autore: Giuseppe Pipino – info@oromuseo.com

CASTELLI ROMANI (Rm). Afrodite di Tuscolo. Essere acefala acuisce il mistero.

Durante una interessante serie di scavi effettuati nell’area del sito delle Terme di Adriano, a Tuscolo (in latino, Tusculum), un’antica città del Lazio, che secondo la leggenda fu fondata da Telegono, figlio di Ulisse e della maga Circe, sita sui Colli Albani non molto lontana da Roma, inizialmente latina e successivamente romana, è stata scoperta una sala termale, ricoperta da diversi strati di depositi medievali, ed una statua femminile, sicuramente di epoca romana, meravigliosamente scolpita in marmo, forse pario (parian lychtites): questo è una varietà di marmo bianco a grana fine, altamente apprezzato da scultori e amatori, estratto dalle cave dell’isola greca di Paro.
Peccato, però, che la statua sia acefala e gli arti superiori siano privI di parti.
Il ritrovamento è avvenuto a seguito di una campagna di scavi programmata per la realizzazione del progetto Tuscolo Eterna Bellezza, dopo gli studi effettuati dalla Scuola Spagnola di Storia ed Archeologia di Roma (EEHAR-CSIC), avente lo scopo di scoprire la struttura termale d’epoca adriana, datata fra il I e il II secolo d.C.
E il fatto che la statua sia priva del capo mette su piani diversi gli studiosi, che non riescono a mettersi d’accordo sull’identità della donna rappresentata. Pertanto, è un mistero che, di per sé, rende interessanti gli approfondimenti degli studi, imponendo agli archeologi di sbrigliare la loro fantasia, facendo ipotesi e confrontandole fra di loro.
E, infatti, sono state ventilate tre ipotesi: secondo la prima, la donna potrebbe essere una menade (donna invasata del dio del vino, Dioniso, il Bacco dei Romani); oppure, una musa (dea della danza, del canto e del suono); o, ancora, una ninfa (dea minore della natura).
Comunque, poiché gli studiosi non riescono a mettersi d’accordo su quello che può essere il personaggio rappresentato dalla statua, li lasciamo ai loro incontri ed alle loro discussioni, con la speranza che possano giungere alla sua identificazione definitiva, e noi, intanto, ce la godiamo così com’è, come una maschera veneziana della Festa del Redentore, che non si sa chi nasconda.
D’accordo, mancano la testa e parte delle braccia, ma ciò non toglie il piacere di ammirarne la struttura, immensamente bella, con il vestito raffinato, ricco di drappeggi, ed il solido seno destro scoperto, come lo era quello delle Amazzoni per poter più liberamente usare le armi; interessante l’allacciatura del vestito al braccio dovuta ad una serie di bottoncini; inoltre, sul lato sinistro, la nabride, cioè la pelle del cerbiatto, dalla quale pendono le zampette della bestiola, munite delle loro unghiette: come il resto, costituisce un complesso bello, raffinato e sicuramente molto elegante. Non c’è nulla da eccepire: la statua è a tutto tondo, ricavata a grandezza naturale, da un blocco unico di un meraviglioso marmo, con rifiniture meticolosamente realizzate da uno scultore di qualità eccelsa.
Dopo essere stata estratta dal suolo, la statua è stata trasportate in un laboratorio dell’Istituto Centrale per il Restauro per sottoporla ad un attento recupero conservativo, pronta per andare ad arricchire il già cospicuo patrimonio archeologico del museo di Tuscolo.
Si tratta di un reperto che, come ha chiarito il responsabile della Soprintendenza Direzione Generale Archelogia, Belle Arti e Paesaggio, molti musei capitolini l’avrebbero ospitato a braccia aperte; ma si preferì affidarlo al luogo dove era stato ritrovato, dopo che fu esposto al pubblico nei giorni 29 e 30 settembre 2023.
E non solo, perché si è deciso di continuare le ricerche, mettendo insieme, con spirito di collaborazione, le forze del Museo, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), del DigiLab della Comunità di Roma e la già citata Scuola Spagnola di Storia e Archeologia di Roma attraverso il suo direttore, Antonio Pizzo.
Che l’Afrodite di Epidauro fosse molto apprezzata lo dimostrano le copie eseguite e note (non si sa se ne esistano altre, ancora non scoperte), che sono conservate nei musei di Atene, Monaco, Genova, Firenze e Roma.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

ISCHIA DI CASTRO (Vt). La tomba della biga di Castro.

La tomba della Biga di Castro fu scavata unitamente ad altre nel 1967 nella necropoli etrusca di Ischia di Castro (VT) dal centro Belga di Studi Etrusco-italici.
L’ipogeo, al quale si accedeva tramite un lungo dromos a cielo aperto, presentava un vestibolo con due porte ed un’unica camera in posizione asimmetrica rispetto agli accessi. Per qualche motivo la terza porta (individuabile dai segni sulla parete) non fu mai realizzata.
Nella camera, già oggetto di scavi clandestini, furono trovati elementi di un letto di legno che era appoggiato su una banchina e parte di un ricco corredo (compreso vasellame in bucchero ed in metallo da banchetto).
Vi era un unico defunto (per quanto desumibile dai resti ossei); forse poteva trattarsi di una giovane donna come farebbero pensare alcuni effetti personali quali, un pendente d’oro con scarabeo, una coppia di sandali in bronzo e legno con inserti di oro ed ambra, anello in bucchero, un sonaglio in bronzo ed argento, un manico bronzeo relativo forse ad un flabello, un’armilla a capi sovrapposti in bronzo ed un lydion per oli profumati.
Di fronte ad una delle porte del vestibolo furono rinvenuti parti di una biga (currus) in legno rivestita in lamina di bronzo e con rinforzi delle ruote in ferro. Le maniglie laterali del carro erano decorate con due efebi di profilo, con le braccia distese lungo i fianchi, rivolti verso il fronte del carro mentre la sponda anteriore era abbellita da due palmette sbalzate.
Nel dromos vi erano anche gli scheletri di due cavalli, con le teste rivolte verso il currus, che furono ritualmente sacrificati in occasione della deposizione.
Il carro da parata di Castro, che è uno degli esemplari meglio conservati, aveva una cassa lunga e stretta e poteva trasportare due persone, che dovevano posizionarsi una dietro l’altra.
La tomba è databile al 530 – 520 a.C.; la ricchezza del corredo e la presenza della biga ne consentono l’attribuzione all’élite aristocratica locale.
Nel periodo 5 agosto – 31 dicembre 2023 al Museo Archeologico “Pietro e Turiddo Lotti” di Ischia di Castro è stata organizzata l’interessante mostra “Il Ritorno della Biga Carri Etruschi da Castro, Vulci e Tarquinia”.
La biga ed il corredo sono esposti nel Museo di Rocca Albornoz a Viterbo.

Sulla tomba della Biga di Castro e sul currus ivi rinvenuto cfr., tra gli altri: – Adriana Emiliozzi, La biga di Castro in Il Ritorno della Biga Carri Etruschi da Castro, Vulci e Tarquinia, Effigi Edizioni, 2023, pagg. 46 e ss.;
– Francesca Pontani, La Biga di Ischia di Castro 16 luglio 2028 nel sito internet tusciaup.com ;
– informazioni sul sito Facebook “Museo Archeologico Nazionale Etrusco Rocca Albornoz”.

Di seguito immagini della tomba e del currus di Castro

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com 16 feb 2025