Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele Zazzi. Ossuari antropomorfi chiusini: i canopi.

I canopi etruschi sono vasi cinerari con corpo panciuto e con coperchio conformato a testa umana. Tale caratteristica (antropomorfizzazione dell’urna) costituisce in qualche modo sviluppo dei vasi biconici villanoviani dell’età del ferro (IX – VIII secolo a.C.) coperti da scodella o da elmo.
Le prime forme di canopo (il nome fu attribuito dagli scavatori del XIX secolo per la loro somiglianza con i vasi viscerali che facevano parte del corredo delle mummie egizie) sono state riscontrate a Bisenzio, Saturnia e Vulci; però è a Chiusi e nel relativo territorio che la produzione di tali cinerari ha avuto uno sviluppo del tutto peculiare.
La produzione dei canopi chiusini si registra in un periodo compreso tra il secondo quarto del VII secolo a.C. fino al 580-570 a.C. circa.
I cinerari in oggetto in particolare sono stati ritrovati nella necropoli di Tolle (presso Chianciano Terme), nelle necropoli di Sferracavalli e Solaia (Sarteano), in località Cancelli (versante meridionale della montagna di Cetona) e a Dolciano (Chiusi).
I canopi venivano realizzati in impasto, in bucchero ed in bronzo; in qualche caso le teste erano di legno. Nella tomba 421 della necropoli di Tolle a nord di Castelluccio la Foce è stato rinvenuto un canopo realizzato interamente in legno.
I primi canopi erano semplicemente globulari. Nella seconda fase avevano un coperchio a calotta emisferico (cd. a tappo di champagne), talvolta con lineamenti del volto appena accennati o con maschere applicate (in lamina bronzea o in impasto).
Nella fase finale (cd canopo evoluto) la testa era modellata a tutto tondo, con la rappresentazione dei capelli e con connotazioni più naturalistiche. L’antropomorfizzazione poteva riguardare anche il cinerario, ad esempio con l’aggiunta delle braccia al posto delle anse. Talvolta nelle mani stringevano oggetti che spesso non si sono conservati. In alcuni esemplari sono evidenziati l’età (fattezze del volto, capelli radi) ed il sesso (indicazione dei seni, orecchi con lobi forati per orecchini per le donne; partizioni anatomiche riguardanti il petto o la schiena in quelli maschili) del defunto.
I vasi funebri in oggetto venivano collocati sia all’interno di pozzetti (per lo più inseriti dentro doli o ziri) che di tombe a camera.
Nella maggior parte dei casi le tombe contenevano un vaso canopo ed il relativo corredo. Nella tomba 116 della necropoli di Tolle sono stati ritrovati tre canopi, due maschili ed uno femminile, probabilmente riferibili ai genitori ed al figlio della coppia.
In diversi casi i cinerari venivano posti su troni (in pietra, terracotta o bronzo) di piccole dimensioni con spalliera circolare. Nella necropoli di Macchiapiana a Sarteano in una piccola tomba a camera furono rinvenuti due canopi, uno maschile e l’altro femminile. Il cinerario relativo alla donna, che doveva ricoprire una posizione eminente nella comunità locale, era collocato su un trono ed era posto in posizione centrale rispetto al più piccolo cinerario maschile. Il vaso femminile inoltre era munito di braccia mobili e probabilmente teneva nelle mani un’ascia bipenne ritrovata nella tomba.
I canopi venivano vestiti, in rare situazioni si sono rinvenuti resti di tessuti unitamente a fibule.
I cinerari della specie, per quanto è dato desumere anche dai corredi ritrovati nelle deposizioni, connotano tombe di ceto medio-alto.
Vasi canopi si trovano esposti in particolare presso i musei archeologici di Chiusi, Chianciano e Sarteano.

Sui canopi cfr., tra gli altri:
– Sybille Haynes, Storia culturale degli Etruschi, Johan & Levi editore, 2023, pagg. 150 e ss.;
Museo Archeologico Nazionale di Chiusi, Guida a cura di Mario Iozzo e Francesca Galli, Edizioni Lui, 2003, pagg. 28 e ss.;
– Giulio Paolucci, I canopi etruschi e la figura umana in Il viaggio della chimera, Gli Etruschi a Milano tra archeologia e collezionismo, Johan & Levi editore, 2018, pagg. 89 e ss.;
– immagini e notizie in merito sui siti Facebook del “Museo Nazionale Etrusco di Chiusi”, del “Museo Archeologico Chianciano Terme – Archeo Chianciano” e del “Museo Civico Archeologico di Sarteano”.

Di seguito immagini di canopi tratte dai siti museali sopra indicati.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Pino Mollica. Appunti di storiografia altomedievale.

Un tratto distintivo della cultura prevalente, “established”, in questo paese é l’antitesi tra la falsità retorica gretta di stereotipi stantii, e la realtà dei dati oggettivi portati dall’evidenza dei ritrovamenti, studi e scoperte della ricerca specifica.
Esempio di tale contrapposizione é l’approccio al concetto-(dis)valore di Alto Medioevo e Longobardi.
Dall’ intervento lucido ed appassionato di G. Falco al 1° Congresso di Studi Longobardi del 1952 a Spoleto sulla questione longobarda nella storiografia italiana,- alla proposta di S. Gasparri nei primi anni 2000, di spostare il fuoco della ricerca dala storia dei longobardi in Italia, alla Storia dell’ Italia longobarda,- la resistenza della cultura di massa risulta impermeabile a qualsiasi apporto innovativo.
A fronte dei progressi negli ultimi decenni stimolati dall’importante, suggestiva, mostra sulla civiltà longobarda a Passariano e Cividale del Friuli (Ud) nel 1990,- a livello divulgativo popolare, mediatico, didattico scolastico, ben poco/nulla ha mutato l’approccio ossessivo antibarbarico sia di tradizione
borghese-clericale, sia intellettuale “impegnato”, nei confronti dei secoli che restano ontologicamente bui.
Gli effetti delle nuove promettenti prospettive di ricerca storica, che C. Azzara annunciava con fiducioso ottimismo nel 2008 (“Tendenze e Novità nella Riflessione Storica sul Periodo Longobardo” in <<Quaderni Friulani di Archeologia>> -XVIII), sembrano rimasti circoscritti agli ambiti specialistici accademici: non sono arrivati a “toccare” i canali culturali popolari ed istituzionali.
Nè l’indagine territoriale sistematica sulle “Presenze Longobarde nelle Regioni d’Italia“, avviata da Federarcheo nel 2008 -il programma di convegni periodici, con aggiornamenti sulle scoperte archeologiche (https://www.federarcheo.it/longobardi/), architettoniche, artistiche, toponomastiche,- né il riconoscimento UNESCO 2011 ai siti di ”Italia Langobardorum” di Patrimonio dell’Umanità-, hanno modificato (/mitigato) l’ideologismo classicistico-illuministico germanofobico dell’intellettualità-leader nostrana.

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Autore: Pino Mollica – pino_mollica@yahoo.it

Carmine Venezia, Cos’è l’ordinamento archivistico per materia.

 

Chi ha avuto a che fare con il mondo degli archivi nella propria esperienza professionale sarà stato presumibilmente dissuaso dall’utilizzare il metodo per materia.
Ma quali sono i motivi per i quali questo criterio di ordinamento è bollato come anti-scientifico nella disciplina di settore? …

Leggi tutto nell’allegato: Cos’è l’ordinamento archivistico per materia

Autore: Carmine Venezia – carmine.venezia@alice.it

Michele Zazzi. Il matronimico nelle iscrizioni etrusche.

Nelle iscrizioni etrusche le donne venivano indicate con praenomen (nome individuale) e nomen (gentilizio, famiglia di origine) al pari degli uomini (formula onomastica bimembre). Questo elemento unitamente ad altri attesta il ruolo particolarmente rilevante della donna nella società etrusca.
Nella formula onomastica di alcuni individui (maschi e femmine) inoltre, oltre all’indicazione del padre, si trova talvolta anche il nominativo della madre.
Il matronimico ricorre seppur sporadicamente già nella fase arcaica, si sviluppò nell’Etruria Meridionale del IV secolo a.C. e si diffuse poi in Etruria settentrionale dal III secolo a.C.
Dall’iscrizione sul coperchio di un sarcofago ceretano della seconda metà del IV secolo a.C. apprendiamo che Venel Tamsnies fu figlio di Laris Tamsnies e di Arusmnei Thancvil.
Su una parete della tomba degli Scudi di Tarquinia del IV secolo a.C. leggiamo che Velthur Velcha, che ricoprì la carica di zilath, era figlio di Vel e Aninaic.
Su di un urna cineraria di travertino proveniente dal territorio di Cortona della seconda metà del III secolo a.C. si legge LARIS:ANEINI/ VELSINAL che si riferiscono, rispettivamente, al prenomen, al gentilizio ed al matronimico del defunto.
Un’urna perugina del III – II secolo a.C. apparteneva a Vel Rafi, figlio di Arnth e di una donna della gens Cai ““VL.RAFI.AR.CAIAL”.
La tradizione etrusca del matronimico era tanto radicata che sopravvisse alla romanizzazione (in questo senso Jaques Heurgon). L’indicazione del nome della madre infatti si ritrova in qualche caso anche in iscrizioni latine d’Etruria al tempo dell’impero: iscrizioni latine da Montepulciano (SI), ad es., sono riferite, rispettivamente, a A. Papiurus L. f. Alfia natus (Aulo Papirio nato da Alfia) e a L. Gellius C. f. Longus Senia natus (Lucius Gellius, figlio di Caio, nato da Senia).
Nella fase più antica il matronimico ricorre di massima tra le gentes aristocratiche al fine di ostentare l’origine nobiliare sia da parte del padre che da quella della madre.
Nel periodo più recente l’istituto trova riscontro anche tra i ceti medi. E’ stato sostenuto (Vincenzo Bellelli, Enrico Benelli) che dal III secolo in poi l’indicazione del matronimico rispondesse anche alla funzione pratica di distinguere nell’ambito delle tombe familiari, che ospitavano numerosi componenti, i vari deceduti che sovente avevano nomi ripetitivi.
In passato il matronimico è stato considerato alla stregua di una testimonianza autentica della tesi del matriarcato etrusco (sostenuta in particolare da Johann Jakob Bachofen). L’ipotesi è stata poi ampiamente confutata essendo la società etrusca patrilineare.
Il nome della madre comunque non è sempre indicato e quando risulta segue quasi sempre quello del padre. La donna inoltre è frequentemente indicata col solo gentilizio.
In qualche caso il nome della madre è seguito dal termine clan (figlio).
In alcune iscrizioni era indicato il solo matronimico e non anche il padre.
Su un’urna di travertino databile al II secolo a.C. da Chiusi si legge “ΘANA PRESNTI PLECUNIA / UMRANALISA” = Thana Presnti Plecunia figlia della Umranei. Nell’iscrizione di fondazione dell’ipogeo dei Volumni (Velimna) della seconda metà del II secolo a.C. i fratelli Arnth e Larth sono qualificati come “arzneal husiur” = figli di una Arznei.
Talvolta si tratta di individui privi di diritti civili.

Sul matronimico cfr, tra gli altri:
– Vincenzo Bellelli, Enrico Benelli, Gli Etruschi La scrittura, la lingua, la società, Carocci Editore, 2018, pagg. 137-138;
– Giulio M. Facchetti, L’enigma svelato della lingua etrusca La chiave per penetrare nei segreti di una civiltà avvolta per secoli nel mistero, Newton & Compton Editori, 2000, pagg. 57-58;
– Jaques Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi, Oscar Mondadori, 1992, pagg. 110-111.

Di seguito immagini di iscrizioni etrusche recanti il matronimico:
– urna cineraria da Cortona inscritta LARIS:ANEINI/ VELSINAL;
– urna chiusina relativa a ΘANA PRESNTI PLECUNIA / UMRANALISA;
– Cippo di Perugia con iscrizione AULESI VELTHINAS ARZNAL CL.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com