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Vincenzo Stasolla. I confini della conoscenza. Guide turistiche e Professioni universitarie, una convivenza difficile.

Il 18 novembre di quest’anno i circa 29 mila candidati sono stati chiamati a recarsi per lo svolgimento dell’esame per il conseguimento dell’abilitazione all’esercizio della professione di guida turistica, indetto ai sensi del regolamento di cui al decreto ministeriale 26 giugno 2024 n. 88, recante disposizioni applicative per l’attuazione degli articoli 4, 5, 6, 7, 12 e 14 della legge 13 dicembre 2023, n. 190, recante: «Disciplina della professione di guida turistica».
Un vero e proprio concorso pubblico con la somministrazione di 80 quesiti a risposta multipla da risolversi in 90 minuti in storia dell’arte, geografia, storia, archeologia, diritto del turismo, accessibilità ed inclusività dell’offerta turistica, disciplina dei beni culturali e del paesaggio, inerenti all’intero territorio nazionale, nessuna regione esclusa. A seguire, come se non bastasse, una prova orale per la valutazione della conoscenza delle materie scritte ed una prova tecnico-pratica, con una simulazione di visita guidata in lingua italiana e nella lingua straniera scelta dal candidato, su una destinazione estratta a sorte tra quelle presenti nell’allegato A. Dopotutto si sa, chi farà la guida in Calabria dovrà sapere cosa succede in Val d’Aosta!

De-formazioni e sentito dire
Nonostante il ricorso al TAR promosso da ANGT, l’Associazione Nazionale Guide Turistiche “per l’annullamento del bando di esame del concorso”, esso pare non abbia scalfito il Dicastero di Daniela Santanchè, a tal punto da indignare i promotori del ricorso, recentemente respinto dal Tribunale Amministrativo della Regione Lazio (1).
L’istituzione dell’esame e dell’elenco nazionale sono una “doppia garanzia: da un lato, per le guide stesse, naturalmente, perché ne riconoscono le professionalità e la specializzazione, ne conferiscono prestigio e, in generale, contrastano l’abusivismo; e, dall’altro lato, per i turisti, dal momento che si va a certificare le competenze di chi racconta il patrimonio artistico, culturale, naturale, storico della nostra splendida Penisola” stando alle parole della Ministra (2).
Professionalità, specializzazione, competenze, prestigio e contrasto all’abusivismo. Sante parole, che nella realtà escludono altre categorie di professionisti già in possesso dei requisiti elencati.
Già, ma in risposta allo stesso ricorso ANGT, la domanda spontanea è la seguente: chi valuta la qualità della conoscenza di un territorio durante lo svolgimento della professione?
Orde di diplomati, dalle più disparate esperienze scolastiche, vengono quindi equiparati a storici dell’arte, archeologi, antropologi, ma anche a laureati in scienze della natura, lingue e discipline del turismo, penalizzando chi il turismo lo innesca per davvero, attraverso lo studio e la ricerca.
Un errore di comunicazione può capitare a chiunque, persino a chi è in possesso di titoli universitari. Ma origliando l’esposizione delle guide in possesso di sola abilitazione, il loro racconto assume a volte forme superficiali o addirittura divergenti rispetto alla attuali conoscenze disponibili su riviste e volumi. Saper fare la guida è un difficile compito di comunicazione, che non deve annoiare con l’adesione alle righe delle pagine accademiche. Questo i professionisti delle discipline universitarie lo sanno bene, e saprebbero anche ben gestire la curiosità degli utenti nell’ipotesi di approfondimenti -con le dovute eccezioni di chi si improvvisa-.

La figura dell’archeologo e la didattica come turismo
Prendendo ad esempio la categoria degli archeologi, alla quale appartengo, “l’archeologo svolge attività di […] conoscenza, educazione, formazione […], valorizzazione, comunicazione, promozione, divulgazione […], inerenti ai beni archeologici nella loro più ampia valenza di bene d’interesse, contesto, sito e paesaggio antropizzato” (3).
L’esercizio di tutte le funzioni dell’archeologo sono possibili con l’iscrizione agli elenchi relativi alla professione, ai sensi dell’art. 9-bis del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio D.lgs 42/2004, della Legge 22 luglio 2014, n. 110 e del DM 20 maggio 2019 n. 244 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.124 del 29 maggio 2019.
La terza fascia è quella che abilita l’archeologo allo svolgimento di tutte le sue funzioni, una volta conseguito il titolo di Diploma di Specializzazione (terzo livello di studio biennale, dopo le lauree triennale e magistrale), che permette la direzione di scavi archeologici e l’esecuzione di valutazioni più specialistiche come la verifica preventiva dell’interesse archeologico. Tra queste, l’archeologo può svolgere anche attività di divulgazione, conoscenza, educazione, valorizzazione del patrimonio archeologico, scritta, verbale e in qualsiasi altra forma di comunicazione, in sintonia con la Convenzione di Faro (4).
L’articolo 33 della Costituzione Italiana recita che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento […]. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale”.
Ora, il grado di Scuola per l’accesso alla professione dell’archeologo che esercita “conoscenza, educazione, formazione, valorizzazione, comunicazione, promozione, divulgazione […]”, resta il terzo livello di istruzione universitaria, rappresentato dalla suddetta Scuola di Specializzazione e/o del Dottorato di Ricerca, grazie alle quali l’archeologo può svolgere anche attività di guida didattica destinata ai pubblici (e non solo quello scolastico!), il cui confine con la guida turistica resta evanescente: il turismo può essere didattico? E la didattica può essere una forma di turismo? Assolutamente si. Un gruppo di turisti outgoing o incoming, se viaggia lo fa per conoscere il luogo di destinazione. Lo fa per educarsi, per formarsi e per comunicare e confrontarsi con una cultura differente dalla propria.

Scontro e confronto
Ma all’interno di musei, siti archeologici ed edifici della cultura, non è raro imbattersi in scaramucce (o, peggio, vere e proprie persecuzioni) tra le cosiddette “guide abilitate”, il più delle volte prive di alcun altra formazione, e i professionisti dei beni culturali durante le quali i primi si arrogano diritti e spartiscono territori, discriminando coloro i quali hanno contribuito proprio alla formulazione e alla garanzia di quelle informazioni alle quali esse hanno tutt’oggi accesso.
Se da un lato c’è un universo sommerso fatto di professioni in conflitto, spesso malpagate e per le quali mancano ancora ulteriori garanzie inerenti il loro mercato del lavoro, dall’altro emergono le falle di un sistema di tutela del patrimonio culturale e turistico e delle relative figure professionali, autentico patrimonio da tutelare senza il quale quello materiale e monumentale, che attira migliaia di turisti l’anno, non avrebbe modo di esistere.

Note:
(1) https://travelnostop.com/news/cronaca/tar-respinge-ricorso-legittimo-esame-abilitazione-guide-turistiche_657819
(2) https://www.ministeroturismo.gov.it/guide-turistiche-santanche-con-esame-di-abilitazione-manteniamo-altra-promessa-e-cambiamo-luniverso-del-turismo/
(3) https://professionisti.cultura.gov.it/4/archeologo
(4) https://www.journalchc.com/wp-content/uploads/2020/08/Convenzione-di-Faro.pdf

Autore:
Vincenzo Stasolla – vinc.stasy@gmail.com 21 nov 2025
Archeologo – Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’

Michele Zazzi. Le corse dei carri in Etruria nell’ambito funebre.

Corse di carri a due (bighe) o tre cavalli (trighe, con due cavalli timonieri ed uno esterno libero) appaiono su alcune tombe di Tarquinia (tombe delle Olimpiadi, del Maestro delle Olimpiadi e delle Bighe) e di Chiusi (tombe del Colle Casuccini, di Poggio al Moro e della Scimmia) ed in alcuni rilievi chiusini dal VI al IV secolo a.C. Probabilmente a Chiusi la corsa su carri era il gioco funebre prevalente. La triga risulta il tiro più ricorrente in Etruria.
Si tratta della rappresentazione di giochi funebri in onore di defunti della classe aristocratica.
L’iconografia ci consente di desumere alcune caratteristiche della corsa.
Le gare si svolgevano in campagna, su di una superficie piana ed il percorso era segnalato da un filare di alberelli o da segnacoli tipo pigne e la meta (intorno alla quale i concorrenti dovevano girare) era rappresentata da una colonna o da un tronco di legno arrotondato. La corsa si sviluppava attorno al filare dei segnacoli ed i carri giravano in senso antiorario. In alcuni casi nel campo della gara era presente un cane; non è chiaro se si tratti di una rappresentazione riempitiva o se l’animale avesse piuttosto qualche funzione connessa con la corsa (inseguimento dei cavalli per ulteriore stimolo degli stessi?).
Talvolta venivano allestite tribune in legno per gli spettatori. Gli spalti erano coperti ed alla gare assistevano uomini e donne (cfr tomba delle Bighe).
I carri erano composti da una piccola cassa, con bassi parapetti e piccole ruote. I cavalli venivano aggiogati ai carri.
Gli aurighi – in numero di tre o quattro – indossavano una corta tunica con maniche corte priva di cintura (nell’iconografia greca l’auriga vestiva una tunica fino alla caviglia) e talvolta erano muniti di caschi o berretti e ginocchiere. I corridori impugnavano un frustino o un pungolo (di circa 1 metro, munito di una punta di metallo) con la destra per incitare il cavallo. Con la sinistra stringevano le redini, che per maggior tenuta erano legate alla vita dell’auriga (secondo una modalità già praticata in Egitto), formando un nodo ben evidente.
Dalle pitture sembra di capire che gli etruschi (diversamente dagli aurighi greci) intervenivano sulle redini anche inclinando il corpo all’indietro e facendo leva con il peso dello stesso.
Le scene connesse alle gare dei carri raffigurano l’aggiogamento, la preparazione alla partenza, la corsa (con scene di sorpasso tra carri, aurighi che si voltano indietro per verificare l’andamento della gara, …) ed anche spettacolari cadute (come nelle tombe di Poggio al Moro e delle Olimpiadi).
Con tutta probabilità i vincitori delle gare erano destinatari di premi, anche se non ci sono pervenute scene della specie aventi ad oggetto vasi di bronzo (lebeti, etc ….) come invece risulta per altri giochi. Nella tomba della Scimmia il vincitore viene accolto da squilli di lituus e rami di palma.
Su alcuni vasi di ceramica etrusca a figure rosse da Vulci dell’ultimo quarto del IV secolo a.C. (es. hydria, databile al 330 a.C., con raffigurazione di due quadrighe in corsa, presso il British Museum) sono rappresentate eccezionalmente corse di quadrighe etrusche. Tali ceramiche potrebbero forse attestare l’esistenza a Vulci, di corse di quadrighe di carattere locale.

 

Per i dettagli sulle corse dei carri in Etruria cfr., tra gli altri:
– Maurizio Martinelli, Spettacolo e sport in Etruria. Musica, danza, agonismo e rappresentazioni tra Italia e Mediterraneo, Regione Toscana, 2007, pagg. 145 e ss.;
– Laura Ambrosini, La corsa di quadrighe in Etruria. Riflessioni sulla ceramica etrusca a figure rosse prodotta a Vulci, Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte, 67, 2012 (2015), pagg. 29-50.

Le immagini si riferiscono alle tombe del Colle Casuccini, delle Olimpiadi, della Scimmia (riproduzione) e delle Bighe (riproduzione) e ad un rilievo chiusino.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Marco Morucci. Valutazione analitica del thesaurus del Fanum orvietano.

Il presente contributo analizza il thesaurus rinvenuto nel Tempio A di Campo della Fiera, area comunemente identificata con il Fanum Voltumnae. Lo studio approfondisce le caratteristiche materiali e numismatiche del deposito, mettendo in luce la possibile riutilizzazione del contenitore litico ed il contesto produttivo locale delle macine in leucite fonolite. L’esame delle 221 monete rinvenute consente di delineare una cronologia di frequentazione compresa tra il 211 a.C. e il 16 a.C., suggerendo un uso prolungato ma non continuo dell’area sacra. I dati topografici e la testimonianza del rescritto di Spello concorrono a riconsiderare l’identificazione diretta del sito con il Fanum Voltumnae.

Leggi tutto nell’allegato: Valutazione analitica del thesaurus del Fanum orvietano

Autore: Marco Moruzzi – marcomorucci60@gmail.com

Giulio Mastrangelo. Eravamo Longobardi…e forse lo siamo ancora.

IN CASTELLO MASSAFRA – Il giudicato del 970.
A tale documento ho dedicato uno studio nel lontano 2011, pubblicato negli Annali della Facoltà di Giurisprudenza di Taranto, evidenziando che la pergamena, vergata in beneventana, contiene la sintesi massiva di un processo svoltosi “in Castello Massafra” secondo la procedura tipica longobarda che, come è noto era caratterizzata dalla oralità e dalla immediatezza, non essendo mai esistita nè nel Regno del Nord nè nei ducati di Spoleto e di Benevento alcuna burocrazia assimilabile ad una moderna cancelleria.
I giudicati che ci sono pervenuti sono pochi perchè venivano dettati dal giudice solo a richiesta della parte vincitrice della causa che doveva incaricare a sue spese un notaro per questa operazione.
Orbene, la mia riflessione nasce dalla constatazione che dal 476 d.C. al 1860 abbiamo avuto almeno sette dominazioni straniere nel territorio jonico, mentre la popolazione era ed è sempre stata di lingua e cultura latina.
E’ una distinzione fondamentale per comprendere le vicende storiche del nostro territorio.
Il giudicato del 970 ne è una dimostrazione: un funzionario greco bizantino siede “in Castello Massafra” in qualità di Gastaldo per dirimere una lite: il testo è scritto in latino, i termini usati e la procedura sono longobardi perchè la popolazione era latina e tramandava usi e consuetudini normative longobarde.
Il fenomeno dell’incastellamento si sviluppò tra IX e X secolo: mentre è comune a tutti i castelli la funzione difensiva, solo in alcuni veniva amministrata la Giustizia.
Dal punto di vista istituzionale il nostro castello non può essere annoverato nel sistema curtense perchè di questo non aveva la prerogativa di amministrare la giustizia.
Per questo è gioco forza pensare ad una signoria territoriale o bannale perchè solo in quest’ultima si esercitava il potere di banno. La signoria di banno, detta anche bannale o signoria territoriale, era una forma di potere locale che si sviluppò nei secoli centrali del Medioevo. Prende il nome dal banno, ovvero l’esercizio di alcune prerogative (tra cui la giustizia), in precedenza appartenute al sovrano, che caratterizzarono questa forma di signoria.
Come mai i bizantini riconquistando Taranto nel 967 non introducono il diritto ed il processo bizantini? Come mai Trifilio (il greco che presiede il consesso giudicante) si definisce Gastaldo e non già Krìtes o con altro titolo bizantino? Eppure erano trascorsi 118 anni da quando Taranto era stata separata dal principato di Benevento.
Il giudicato è scritto in beneventana ed esattamente in quella versione chiamata scrittura tipo Bari. Conviene esaminare anche il retro della pergamena del giudicato perchè contiene diverse iscrizioni archivistiche scritte con vari tipi di scrittura di diverse epoche: indizi che provano la genuinità e l’antichità del documento.
Il Castello Massafra continua ad essere menzionato come tale in documenti successivi per diversi secoli almeno fino al 1470.
Infine, il Codice 4, chiamato cavense perchè conservato a Cava dei Tirreni, contiene l’Origo gentis Longobardorum, l‘Editto di Rotari, le leggi dei re longobardi successivi nonché quelle emanate dai principi di Benevento. Orbene tale Codice proviene dal nostro territorio e cioè dal monastero di S. Angelo a Casalrotto in agro di Mottola.
Anche tale codice di leggi prova che nel nostro territorio vigeva e si applicava il diritto longobardo, segno che la popolazione è stata sempre latina di usi e consuetudini longobarde sino al 1800.

Autore: Giulio Mastrangelo – 29 ottobre 2023