Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Michele Zazzi. Il saccheggio di Pjrgi da parte dei Siracusani di Dionigi il Vecchio (384 a.C.).

Le fonti raccontano che i Siracusani capeggiati dal Tiranno Dionigi il Vecchio (Dionisio I di Siracusa) nel 384 a.C. saccheggiarono il santuario di Pjrgi, porto della città etrusca di Caere.
L’operazione si inserisce in un più ampio contesto caratterizzato dalla contrapposizione tra il Tiranno e gli Etruschi (alleati dei Cartaginesi, ma anche degli Ateniesi, entrambi nemici dei Siracusani), nel periodo inziale del IV secolo a.C.
Relativamente all’Adriatico Dionigi decise di fondare città per assumere il controllo delle rotte navali del delta padano ed espandersi nell’Epiro, realizzando punti di approdo per le navi con obiettivi strategici ma anche commerciali.
Per quanto concerne il Mar Tirreno l’iniziativa più significativa fu sicuramente il sacco del santuario di Pjrgi; notizie in merito ci vengono fornite da Diodoro Siculo (Biblioteca Storica XV 14, 3-4), dallo pseudo-Aristotele (Oeconomicon II 2, 1349b), da Strabone (V 2, 8) e Polieno (V, 2, 21).
Dagli autori antichi risulta che Dionisio, trovandosi a corto di denaro, guidò una flotta di sessanta triremi (sul numero le fonti non concordano, qualcuno parla di 100 navi) contro il porto di Pjrgi. Col pretesto di eliminare i pirati etruschi mirava in realtà ad impossessarsi delle molte offerte votive custodite nel santuario.
I Siracusani sbarcarono di notte, eliminarono le poche sentinelle sul posto e si appropriarono delle ingenti ricchezze del tempio ed in particolare di non meno di 1000 talenti. La presenza di monete è stata confermata da un gruzzolo di tetradrammi in argento – coniati da Atene e da città siceliote – rinvenuto all’interno del tempio A.
L’esercito ceretano accorso in aiuto fu sbaragliato e tra i soldati etruschi furono catturati molti prigionieri. Dopo aver devastato il territorio di Caere gli aggressori fecero ritorno a Siracusa.
Dalla vendita del bottino furono ricavati non meno di cinquecento talenti. L’attacco quindi fruttò complessivamente circa 1500 talenti.
Lo scontro tra le milizie siracusane e quelle etrusche risulta attestato anche dalle numerose ghiande missili in piombo rinvenute negli strati più recenti delle aree sacre di Pjrgi.
Si ritiene inoltre che l’iniziativa militare contro Pyrgi possa essere inquadrata nell’ambito di una più ampia intesa tra Siracusani e Galli (Romolo A. Staccioli) finalizzata ad eliminare un nemico comune. Alcuni autori antichi (Diodoro Siculo, Strabone), infatti, fanno riferimento ad una sconfitta subita da una banda di Galli ad opera di un esercito di Caere in una località imprecisata dell’Italia, che sarebbe avvenuta in concomitanza con il saccheggio di Pyrgi.
La spedizione contro il porto di Caere forse non fu solo un atto di pirateria anti-etrusca, volto ad appropriarsi delle ricchezze del tempio, ma potrebbe essere stata parte di un piano – poi non realizzato – di colonizzazione e di strategia commerciale lungo le coste del Tirreno (in questo senso Massimo Pallottino). Le fonti (Strabone) in effetti riconducono l’attacco siracusano di Pyrgi nell’ambito di un più vasto programma che avrebbe dovuto coinvolgere anche l’Isola d’Elba, la Corsica e la Sardegna.
Successivamente al saccheggio ed alla distruzione del 384 a.C. le strutture furono ripristinate ed il porto e le aree sacre continuarono ad essere utilizzati.

Sul saccheggio di Pjrgi cfr., tra l’altro:
Pyrgi Porto e Santuario Marittimo della Città Etrusca di Cerveteri Materiali per una Visita dell’Area Archeologica, Edizioni Quasar, 2025, pagg. 81 e ss.;
– Giuseppe Monte, Sulla dynasteia di Dioniso I di Siracusa: politica ed economia, Tesi di laurea, Università degli Studi di Palermo, Facoltà di Lettere e filosofia – Corso di laurea in Scienze Storiche, anno accademico 2010-2011, Relatore Ch.ma Prof.ssa Giovanna Bruno Sunseri;
– Romolo A. Staccioli, Storia e Civiltà degli Etruschi, Newton Compton Editori, 1991, pag132;
– Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, settima edizione rinnovata, pagg. 234 e ss.

Di seguito immagini del porto e del santuario di Pjrgi e ritratto di Dioniso I pubblicato da Guillaume Rouille (1518 ? – 1589) in Promptuarii iconum insigniorum.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Giuseppe Pipino, Le miniere d’oro dei Salassi e quelle della Bessa.

Nel quarto libro della “Geografia” dedicato alle Alpi, Strabone si sofferma sul paese dei Salassi e sulle aurifodinae che questi sfruttavano
utilizzando le acque della Dora, cosa che provocava frequenti liti con gli abitanti della pianura e diede il pretesto ai Romani per intervenire ed impossessarsi delle miniere; successivamente, continua l’autore, avendo i Salassi mantenuto il possesso delle cime, vendevano l’acqua
necessaria per i lavaggi ai pubblicani romani, ma a causa dell’avarizia di questi e della velleità dei comandanti sorgevano sempre nuovi motivi per far guerra (IV, 6.7). Alla fine del primo capitolo del libro successivo, dedicato alla pianura Padana, sostiene poi che una volta c’era una miniera d’oro anche nei pressi di Vercelli e del villaggio di Ictumuli (V, 1.12)….

Leggi tutto nell’allegato: Le miniere d’oro dei Salassi e quelle della Bessa

Autore: Giuseppe Pipino – info@oromuseo.com

Michele Zazzi. Il mito etrusco dell’agguato dei fratelli Vibenna all’indovino Cacu.

Su alcuni monumenti etruschi del periodo ellenistico è rappresentato un mito etrusco di difficile interpretazione che riguarda l’indovino Cacu (divinità profetica) ed i fratelli Vibenna (noti per le loro connessioni con Macstarna/Servio Tullio di cui alle raffigurazioni della Tomba François di Vulci della seconda metà del IV scolo a.C.).
La scena, seppur con qualche variante in termini di complessità, è raffigurata su uno specchio in bronzo da Bolsena, del IV-III secolo a.C., conservato presso il British Museum e su almeno quattro urnette cinerarie chiusine, databili al II secolo a.C., provenienti in particolare dalla Tomba della Pellegrina, dal territorio chiusino, da Sarteano e da Città della Pieve (tali monumenti funerai sono conservati presso i Musei Archeologici di Chiusi, Siena e Firenze).
I nomi dei protagonisti si ricavano dalle didascalie incise sulla circonferenza dello specchio di Bolsena vicino alle figure raffigurate al suo interno.
Cacu è posto al centro dell’immagine nell’atto di suonare (o tenere in mano) la lira e forse anche di cantare le sue profezie.
Ai piedi od a fianco del veggente vi è un giovane (Artile) che sembra reggere un rotolo, un dittico utilizzato per trascrivere le parole dell’indovino.
Ai lati di Cacu sono raffigurati Aulo e Celio Vibenna (Avile e Caile Vipinas) muniti di spada, scudo ed elmo. I fratelli hanno atteggiamento minaccioso: uno impugna la spada, mentre l’altro è nell’atto di sguainarla (o rimetterla nel fodero?).
In alcune urne della specie vi sono anche altri uomini in armi posti dietro i fratelli Vibenna o inginocchiati agli angoli inferiori del campo (sono soldati dei Vibenna o sono nemici?).
La situazione in qualche caso è completata da altre figure che sembrano rivolgere un atto di supplica (verso chi?).
La scena, come attestato da alberi e colline, si svolge all’esterno.
Il quadro rappresentato sembrerebbe pertanto essere quello dell’indovino Cacu che in un bosco (sacro) canta dei versi divinatori che vengono messi per iscritto da Artile.
In tale contesto si è posto il dubbio del ruolo svolto dai fratelli Vibenna. Secondo l’interpretazione assolutamente prevalente, l’atteggiamento minaccioso dei Vibenna esclude che il loro intento fosse quello di spiare o ascoltare il vaticinio; piuttosto, si ritiene che intendessero porre in essere un agguato ai danni dell’indovino. La finalità dell’azione potrebbe forse essere quella di rapirlo (per carpirgli la scienza sacra o per ucciderlo) o di impossessarsi delle tavolette in cui sono incisi i versi o di strappare un responso con la forza.
Ad avviso di alcuni studiosi le immagini non sarebbero così univoche nel senso di un attacco dei Vibenna ai danni di Cacu (non viene rappresentato uno scontro diretto, né c’è un contatto fisico tra i fratelli vulcenti e l’indovino) e rimarrebbero dubbi sull’interpretazione dominante, potendosi forse ipotizzare, in alternativa, un’azione di difesa dei Vibenna in favore del veggente.

Sul mito di Cacu e dei fratelli Vibenna cfr, tra l’altro:
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, Effigi, 2022, pagg. 238 e ss.;
– Joshua R. Hall, I Fratelli Vibenna in Rivista del mondo antico 6 novembre 2017;
– Marcello Albini, Lo specchio di Bolsena e la figura di Cacu in Icone del Mondo Antico Un Seminario di Storia delle Immagini, “L’Erma” di Bretschneider, 2005.

Di seguito immagini dello specchio di Bolsena e dell’urna chiusina da Sarteano.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com