Tutti gli articoli di Feliciano Della Mora

Roberto Giordano. Una statuetta della divinità egizia Ptah scoperta a Roma negli anni ‘30.

L’attuale tracciato della via di Boccea, a Roma, segue in parte, quello dell’antica via Cornelia. Quest’ultima faceva parte di un complesso sistema viario che comprendeva la via Trionfale, la via Aurelia Nova, la via Aurelia Vetus che collegava Roma con l’Etruria. La via Cornelia attraversava l’Ager Vaticanus, transitando da Valcannuta, Montespaccato, Santa Rufina e Boccea; giungeva infine a Santa Maria di Galeria. L’andamento della strada seguiva le accidentalità dell’agro romano e, per attenuare le pendenze, transitava nelle tipiche “tagliate” etrusche, da cui derivò il toponimo di “Montespaccato”, che denota la zona nei pressi della villa Fogaccia.
Notevoli testimonianze della Cornelia furono ritrovate, in diverse occasioni, durante gli anni della bonifica effettuata dal conte Fogaccia. A volte si trattava di semplici reperti: murature, marmi, mattoni forati, tubi in piombo, travertini lavorati, cisterne rivestite di cocciopesto; reperti che si facevano sempre più rari allontanandosi dalla città. In alcuni casi sono stati ritrovati anche elementi preziosi: vasi lacrimatoi, mosaici, un piede in terracotta, urne cinerarie, lampade in coccio, un’ara votiva. Da ricordare in particolare un sarcofago, forse cristiano, oggi addossato alla villa e trasformato in fioriera.
Dalla tenuta di villa Giovannelli Fogaccia, inoltre, proviene una scultura egizia: si tratta di un frammento di statuetta del dio Ptah, di pregevole lavorazione. La piccola scultura, in basalto nero, rappresenta il dio avvolto in una guaina a rete lavorata accuratamente e può essere datata ad epoca tarda, tolemaica o romana. Sul pilastro dorsale è visibile un frammento di iscrizione che, pur ricalcando una formulazione usuale, presenta alcune particolarità. Questa iscrizione, inoltre, è rovinata nella parte inferiore della figura e, pertanto, rimane incerto il senso degli ultimi segni. L’iscrizione sembra rivelare una scarsa abilità da parte dell’esecutore che potrebbe essere dovuta a una copia eseguita da un testo il cui andamento poteva essere diverso. La traduzione dell’iscrizione sarebbe la seguente: “Dire le parole da parte di Ptah che è a sud del suo muro, Signore di Ankhtauy (Menfi), il padre degli dei”.
Dopo la parte iniziale, tipica delle formule sacre, si trova il nome del dio Ptah, seguito da titoli che precisano l’ambito geografico, e cioè l’antico tempio dedicato al dio in Menfi. Sembra plausibile ipotizzare che la statuetta sia stata portata a Roma proprio da Menfi, forse come ricordo di una visita all’antichissimo tempio di Ptah.
Il grande archeologo Massimo Pallottino, che pubblicò la scultura nel 1936, si è soffermato sulla particolarità dell’abito, che doveva caratterizzarsi per una reticella sovrapposta alla guaina vera e propria che avvolge il dio Ptah, questa rete trova un confronto in quelle impreziosite da perline che erano applicate anche alle mummie.
La provenienza da villa Giovannelli Fogaccia di questo prezioso reperto della civiltà egizia e, forse, anche di un’altra statuetta in pietra verde raffigurante una scimmia, può far ipotizzare la presenza in loco di un ambiente di culto, probabilmente privato e risalente al periodo imperiale romano; sono scarsi dei dati precisi ma sappiamo che la villa fu realizzata sull’area di un’antica villa romana.
In ogni caso queste testimonianze sono importanti al fine di ricostruire il quadro della presenza dei culti egizi nell’antica Roma. È importante sottolineare che, a oggi, non si hanno più informazioni sulla collocazione dell’antica statuetta. Dopo essere stata esaminata e pubblicata da Massimo Pallottino è stata probabilmente sistemata in qualche ignoto magazzino o deposito del quale non si hanno ulteriori notizie.

Autore: Roberto Giordano – Roberto.giordano@aruba.it

Michele Zazzi. Le piangenti nel rito funerario etrusco.

La presenza di donne che si lamentano e piangono durante le cerimonie funebri, al fine di enfatizzare il dolore della famiglia e la rilevanza sociale del defunto, è documentata fin dall’antichità in Grecia, in Egitto, in Siria e Mesopotamia.
Talvolta le piangenti facevano parte della famiglia del defunto ma in altri casi si trattava di vere e proprie professioniste (prefiche) che venivano pagate per la loro partecipazione al funerale.
Anche nell’iconografia funeraria etrusca si trovano frequentemente raffigurate donne nell’atteggiamento di compianto funebre (mani sul petto, sul volto, sulla testa, etc…).
Le lamentatrici, in particolare, sono rappresentate nei monumenti funebri etruschi (pitture tombali, statue, rilievi su casse di urne e sarcofagi, etc…) dal periodo orientalizzante fino alla fase ellenistica.

Il cosiddetto cinerario Paolozzi, urna chiusina databile intorno al 620 a.C, trovata a Dolciano (Chiusi) nel 1873, è decorato con la statuetta della defunta posta sul coperchio dell’ossuario. La donna è circondata da otto figurine di piangenti (quattro sulla spalla e quattro sul coperchio) di piccole dimensioni con braccia piegate in avanti e poggianti sopra i seni.
Nella tomba A del tumulo di François di Camucia è stato ritrovato un letto funebre che è oggi esposto nel Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona (MAEC). Il letto (alt. 57 cm; lungh. 92, 96 e 79 cm; largh. 32,38 e 15 cm) è composto da tre blocchi di tufo, presenta listello rilevato (piano del letto) al di sopra della scena figurata ed ha zampe sagomate. La decorazione frontale, a basso rilievo, è costituita da una scena di compianto funebre. Vi sono rappresentate otto figure femminili inginocchiate: le due centrali si coprono il viso con le mani (o si graffiano), le altre sei si battono il petto con i pugni serrati. Le piangenti indossano chitone di tipo ionico stretto in vita da una cintura. La scultura s’inquadra nella produzione chiusina della seconda metà del VI secolo a.C.
Sulla faccia di un’urna cineraria chiusina (si tratta di 5 frammenti dello stesso monumento conservati al Museo Guarnacci di Volterra) vi è una scena di quattro donne secondo uno schema alternato (ABAB) che prevede due figure femminili che sollevano le braccia verso l’alto con i pugni chiusi alternate ad altre due che portano le braccia al petto. Le piangenti indossano corpetto liscio fino alla vita, chitone aderente ai piedi ed ampio mantello ricadente dalle spalle sul davanti con pieghe larghe e lisce; tali vesti rimandano al mondo degli attori e dei danzatori professionisti.
In un rilievo chiusino di Copenaghen la scena delle piangenti è composta di cinque donne e l’ultima a destra è rappresentata mentre si lacera le guance.
La tomba Regolini Galassi (675 – 650 a.C.) a Cerveteri (necropoli del Sorbo) ha restituito 33 statuette in bucchero prive di piedi per essere conficcate a terra lungo i lati di un letto funebre in bronzo e forse anche vicino ad un cinerario. Le rappresentazioni femminili hanno pose diverse: il primo gruppo ha le mani sotto il mento, il secondo ha la mano sinistra sotto il mento e l’altra sull’addome, nel terzo gruppo la posizione è invertita, nell’ultimo gruppo una mano poggia sulla guancia destra mentre l’altra è distesa verso l’addome. Le statuette, che indossano lunga tunica a motivi geometrici con cintura, presentano lunga capigliatura con trecce che scendono sul dorso sino all’altezza delle gambe.
Nel tumulo 2525 o delle Ploranti a Cerveteri (necropoli della Banditaccia) sul pavimento della camera laterale sinistra sono state trovate 21 statuette femminili (databili al terzo quarto del VII secolo a.C.) in bucchero munite di piedi che giacevano nei pressi di un letto funebre. Le statuette (alt. cm 7/7,5 circa) riproducono tutte senza distinzione una figura femminile, vestita con tunica con corte maniche e stretta in vita da una cintura, che si afferra le trecce. Le statuette hanno volto quadrangolare, grandi occhi amigdaloidi, grandi orecchie, mancanza del collo.
Nel Tumulo di Poggio Gallinaro a Tarquinia sono state ritrovate cinque statuette femminili (databili al secondo quarto del VII secolo a.C.) in impasto in posizione stante, con testa a calotta, volto ovale, occhi amigdaloidi, naso schiacciato, lunga treccia sulle spalle e la schiena, braccia esili piegate in avanti e poggianti sopra i seni e piedi appena indicati. Non è nota la loro precisa collocazione. Una delle piccole sculture è di dimensioni maggiori rispetto alle altre.
Piccole figure muliebri con le braccia piegate sul torace sono attestate nelle tombe della Necropoli Celle di Falerii. Le statuette presentano tenone per essere infisse sul suolo.
La presenza di una pluralità di statuette di piangenti nello stesso corredo o nella medesima scena funebre (raffigurazioni su pitture tombali, su casse di urnette e sarcofagi) fa propendere per l’ipotesi di donne pagate piuttosto che di parenti del defunto. Anche il vestiario delle piangenti, laddove assimilabile a quello degli attori e dei danzatori professionisti, potrebbe essere sintomatico della qualità professionale delle piangenti.

Sulle piangenti cfr., tra gli altri:
– A. Maggiani, Un rilevo chiusino al Museo Guarnacci di Volterra A proposito della raffigurazione della prothesis in Etruria in Studi Etruschi LXXXI;
– Tomba Regolini Galassi piangenti in bucchero sito internet www.museivaticani.it;
– Maria Gilda Benedettini, Ancora sulle cd. “piangenti” in bucchero di Cerveteri. Nuove e vecchie attestazioni a confronto, Archeologia Classica, 2022, Vol. LXXIII, pagg. 97 e ss.;
– Maria Bonghi Jovino, Il Tumulo di Poggio Gallinaro a Tarquinia. Uno sguardo alle piangenti in Annali della Fondazione per il Museo “Claudio Faina”, Edizioni Quasar, 2015, Vol XXII, pagg 349 e ss..

Di seguito immagini del cinerario Paolozzi, del letto funebre del Tumulo di François di Camucia, delle statuette della Tomba Regolini Galassi e di urnetta cineraria chiusina con scena di prothesis

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Carmine Venezia. Il nuovo sito istituzionale dell’Archivio di Stato di Benevento.

Il 28 settembre 2024, in occasione delle Giornate europee del patrimonio, si è tenuta una presentazione al pubblico del nuovo sito istituzionale dell’Archivio di Stato di Benevento.
L’attività è stata frutto di un lavoro condotto nel corso del 2024 dall’assistente amministrativa e gestionale Maria Michela Carosielli (contenuti) e dall’assistente per le tecnologie informatiche e dei sistemi informativi Carmine Antonio Florio (programmazione informatica), con il coordinamento dello scrivente in qualità di direttore dell’istituto. La predisposizione di un nuovo sito Internet si è resa necessaria a causa dell’obsolescenza grafica e tecnica del precedente e della contestuale necessità di uniformarsi agli standard redazionali del Ministero della cultura. …

Leggi tutto nell’allegato: Il nuovo sito istituzionale

Autore: Carmine Venezia – carmine.venezia@alice.it

Sito web: https://asbn.cultura.gov.it/