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Michele Zazzi. Gli auguri etruschi e l’interpretazione del volo degli uccelli.

La pratica divinatoria basata sull’osservazione del volo degli uccelli (auspicium), effettuata da sacerdoti detti auguri, fu molto diffusa tra i Romani e, più in generale, tra gli Italici.
L’auspicium faceva parte anche della disciplina etrusca ed era probabilmente inserita in quella branca che si occupava dei prodigi (Ostenta). Nonostante la mancanza dei testi originari etruschi abbiamo varie testimonianze in merito degli autori classici.
Dionigi di Alicarnasso cita specificatamente una Tirrenike oinoscopia.
Gli autori antichi evidenziano la perizia degli auguri etruschi (Strabone, XVI, 2, 39; Ovidio, Fast., II, 443-444; Porfirio, De abst., III, 4; Claudiano De IV cons. Hon., 145).
Viene precisato che Atto Navio, grande augure sabino, era stato addestrato dal più esperto degli auguri etruschi (Dionigi di Alicarnasso, III, 70, 15).
Con riguardo al viaggio/trasferimento su carro di Lucumone (il futuro re di Roma Tarquinio Prisco) e della moglie Tanaquilla da Tarquinia a Roma, le fonti (Livio, I, 34, 8-9; Dionigi di Alicarnasso, III, 47, 3-4) riferiscono che all’arrivo nei pressi del Gianicolo un’aquila scese in picchiata e tolse il pileo al Lucumone e che, dopo aver volteggiato varie volte nel cielo, glielo ripose sulla testa. Precisano gli autori antichi che Tanaquilla – esperta, come lo sono di solito gli etruschi, nell’interpretazione dei celesti prodigi -, considerato il tipo di volatile, il suo moto, la parte del cielo dalla quale era venuto e quindi la divinità che lo aveva inviato e che il presagio era stato effettuato sulla testa (la parte più alta del corpo di Lucumone) abbracciò il marito invitandolo a confidare in eccelsi ed eccezionali eventi favorevoli.
L’interpretazione della volontà degli dei tramite l’auspicium da parte degli Etruschi è attestata anche dall’archeologia.
Nella Tomba François – databile alla metà del IV secolo a.C. – presso la Necropoli di Ponte Rotto a Vulci su di una parete dell’atrio è raffigurato Vel Saties (forse il committente della tomba). La figura maschile è in piedi, è coronata ed indossa la toga picta purpurea, ornata di figure di danzatori e pirrichisti. Il volto è rivolto verso l’alto per trarre auspici dall’osservazione del volatile (un picus martius) che il piccolo Arzna (un nano o un ragazzo?), accovacciato ai piedi dell’aristocratico, tiene legato con la destra e lancerà con la sinistra. L’azione augurale sembra da mettere in relazione con un’impresa militare (veste trionfale di Vel Saties).
Bronzetto di augure, databile al 500 – 480 a.C., conservato al Musée du Louvre a Parigi. Il sacerdote (alt. cm 8, privo della parte inferiore delle gambe), forse di produzione volterrana, è rappresentato, stante, in posa rituale durante l’osservazione del volo degli uccelli. Il personaggio, che veste una tebenna, volge la testa in alto verso destra, tiene il braccio destro sul fianco e si appoggia col sinistro ad un bastone nodoso.
Ansa di Schnabelkanne (di provenienza sconosciuta) del V secolo a.C. presso il Museo C. Cilnio Mecenate Arezzo. Nella placchetta quadrangolare dell’ansa vi è rappresentato un augure barbato, nudo con manto attorno alla gamba destra, seduto su una costruzione a blocchi. Il sacerdote, che indossa un copricapo aderente, volge la testa verso l’alto a sinistra e tiene il mento appoggiato alla mano destra.
Cippi tombali (rientranti nel corpus delle cd. pietre fiesolane) con rappresentazione, su una delle quattro facce, di augure stante volto verso sinistra, con lituo (bastone privo di nodi, con estremità ricurva) sulla destra e braccio sinistro piegato ad ansa con la mano poggiata sul fianco. In particolare si tratta del cippo di San Tommaso (murato sulla parete esterna della Chiesa di San Tommaso a Firenze), del cippo Inghirami (proveniente dalla campagna fiorentina) e della stele di Frascole (nel territorio di Dicomano) del VI-V secolo a.C.
Una tomba a camera della necropoli della Banditaccia a Caere, databile ai primi decenni del VI secolo a.C., ha restituito un lituo di lamina bronzea; è stato ipotizzato che uno dei defunti ricoprisse in vita il ruolo di augure.
Dalle fonti classiche e dai reperti archeologici si può quindi ritenere che anche gli auguri Etruschi interpretassero il volere divino tramite l’osservazione del volo degli uccelli seguendo precise regole. I sacerdoti, con le braccia e con il lituo, suddividevano idealmente il templum (volta celeste) in quattro quadranti, ciascuno a sua volta distinto in quattro sezioni. In ognuna delle sedici regioni celesti veniva poi collocata una divinità. L’esito (favorevole o sfavorevole) dell’operazione dipendeva dal tipo di uccello, dalla direzione del volo (parte del cielo di provenienza e zona d’arrivo e relative divinità di riferimento) e dalla voce del volatile.

Sull’interpretazione del volo degli uccelli da parte degli Etruschi cfr, tra gli altri:
– Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi Storia e Civiltà, UTET, Quarta Edizione, 2015, pag. 167 – 168;
– Maurizio Martinelli, Gli Etruschi Magia e Religione, Convivio, 1992, pagg. 109 e ss.;
La Tomba François di Vulci a cura di Francesco Buranelli, Edizioni Quasar, 1987, pagg. 100 – 101;
– Mauro Cristofani, I bronzi degli Etruschi, DeAGOSTINI, pag. 150 e 267 (foto e scheda bronzetto augure presso il Musée du Louvre);
Gli Etruschi, Bompiani, 2000, pag. 592 scheda 150 (ansa di Schnabelkanne);
L’ombra degli Etruschi Simboli di un popolo fra pianura e collina a cura di Paola Perazzi, Gabriella Poggesi, Susanna Sarti, edifir Edizioni Firenze, 2016, pagg. 92 (scheda del Cippo di San Tommaso), 93 (scheda del Cippo Inghirami), pag. 113 (Stele di Frascole).

A corredo immagini di Vel Saties (tomba François), del bronzetto del Musée du Louvre, della stele di Frascole e del lituo da Caere.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

CHIUSI (Si). Statue cinerario chiusine.

Intorno alla metà del VI secolo a.C. nelle botteghe chiusine ha inizio la produzione delle statue cinerario in pietra che continuerà fino alla prima età ellenistica.
Si ricollegano alla tradizione del canopo e consistono in raffigurazioni maschili e femminili o gruppi, stanti (l’unico esemplare stante noto, proveniente da Chianciano Terme, è esposto al British Museum) o più frequentemente sedute su trono (le donne risultano sempre sedute su trono). Le sculture più antiche riproducono figure maschili.
Tali statue – che venivano collocate all’interno di tombe a camera – sono dotate di tronco o testa mobili che fanno da coperchio ad una cavità ricavata nel torace, nella quale venivano conservati i resti del defunto. I monumenti, di significative dimensioni, sono stati ritrovati sovente in grandi complessi tombali e sembrerebbero riferibili a personaggi di altissimo rango
Di seguito, alcuni dei cinerari della specie tra i più noti.
– La cd Mater Matuta – esposta al Museo Archeologico Nazionale di Firenze – fu rinvenuta nel corso degli scavi diretti da Luigi Dei nel 1845-1846, in località Pedata, ad 1 km da Chianciano Terme. La statua – databile al 450 a.C. – era posta al centro di una tomba a camera: all’interno del cinerario erano conservati uno spillone d’oro con globetti lavorati a filigrana, un anello d’oro con figura di guerriero, due orecchini a spirale, un balsamario attico a testa di donna.  Il cinerario, in pietra fetida, fu realizzato in quattro parti e subì un primo restauro nell’800 e poi di nuovo dopo l’alluvione del 1966. In quest’ultima occasione furono eliminate le integrazioni ottocentesche.
– La figura femminile seduta in trono reca in grembo un bambino e fu identificata dal momento della scoperta con la dea italica protettrice dell’aurora della fecondità e della nascita. La statua monumentale (alt. cm 90; lungh. cm 58; largh. cm 50) ha capelli raccolti e trattenuti da una benda, occhi a mandorla, naso diritto, labbra carnose ed indossa una veste panneggiata. La testa ed i piedi sono mobili. I braccioli del trono hanno forma di sfinge accovacciata.
– Il cd Plutone, conservato presso il Museo Archeologico A. Salinas di Palermo, fu realizzato, in calcarenite e travertino, in cinque pezzi. La statua venne rinvenuta nel tumulo di Poggio Gaiella a Chiusi nel corso degli scavi 1839 -1840. Il monumento, che faceva parte della prima Collezione Bonci Casuccini (costituita da Pietro Bonci Casuccini nei primi decenni dell’800) fu venduto dalla ridetta famiglia al Museo di Palermo con atto del 1° dicembre 1865, nell’ambito dell’alienazione della Collezione in oggetto.
Rappresenta una figura maschile barbata (defunto o divinità!) in posizione seduta su un trono con spalliera ricurva e suppedaneo. La figura indossa lungo abito dal quale sporgono gli avambracci e i piedi con calzari. Gli avambracci sono appoggiati sulle ginocchia ed hanno le mani chiuse per impugnare un oggetto oggi perduto (uno scettro, un bastone ricurvo?). La scultura è caratterizzata dalla posa frontale e dal sorriso arcaico. La statua è databile al 550 a.C.
– Statua di Proserpina/Persefone – attribuibile al V secolo a.C. – conservata al Museo Archeologico Nazionale di Chiusi.
Rappresenta una donna seduta su trono con le mani appoggiate sulle ginocchia. Le mani hanno le palme rivolte verso l’alto, la destra forma un pugno, la sinistra semiaperta contiene un oggetto rotondo identificato come una melagrana, frutto sacro alla dea della natura e degli inferi Persefone. La statua, in terracotta, ha mani e piedi modellati a parte. La testa, asportabile, è stata rifatta nel secolo scorso.

Sulle statue cinerario chiusine cfr, tra gli altri:
– Museo Archeologico Nazionale Chiusi Guida a cura di Mario Iozzo e Francesca Galli, Edizioni Luì, 2003, pagg. 33 – 34;
– informazioni ed immagini sul sito Facebook “Museo Archeologico Nazionale di Firenze” e sul blog del Museo (Mater Matuta);
– Giulio Paolucci, Il Territorio di Chianciano Terme dalla Preistoria al Medioevo, Multigrafica Editrice, 1988, pag. 67 (Mater Matuta);
– F. Fabrizi / G. Paolucci, Chiusi rivivere il passato, Edizione Montepiesi, 1980, pagg. 25 – 26;
– Chiusi Siena Palermo La Collezione Bonci Casuccini, Catalogo a cura di D. Barbagli – M. Iozzo, Protagon Editori,2007, pagg. 335 – 336 (Plutone);
– informazioni ed immagini sul sito Facebook “Museo Nazionale Etrusco di Chiusi” (Proserpina).

Di seguito immagini delle statue cinerario Mater Matuta, Plutone e Proserpina.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Michele Zazzi. Il mito etrusco di Tages/Tagete.

Il mito etrusco più diffuso nella letteratura classica e degli autori antichi successivi è senz’altro quello di Tagete.
Le fonti (Cicerone, De Divinazione II, XXIII; Dionigi di Alicarnasso, Antichità Romane; Censorino, De die natali 4,13; Ovidio, Metamorfosi XV, 552-559; Isidoro di Siviglia, Etymologie sive Origines 8,9, 34-35; Giovanni Lido Sui Segni Celesti 2-3, etc … ) descrivono l’apparizione e le rivelazioni di Tages/Tagete (che in etrusco significherebbe “voce mandata fuori dalla terra”) con un racconto sostanzialmente uguale, seppur con alcune differenze.
Nelle campagne di Tarquinia, mentre un contadino (che secondo alcuni sarebbe stato Tharcon, un aruspice) arava la terra, accadde un fatto mirabile, quale nessuno aveva udito essere mai accaduto nell’arco di tutti i tempi: da un solco più profondo balzò fuori Tagete (secondo altri si sarebbe invece trasformato da una zolla di terra) che aveva l’aspetto di un bambino ma con la saggezza di un uomo maturo (ed infatti aveva i denti ed altri segni della vecchiaia).
Il profeta rivolse la parola al contadino che, stupito dall’apparizione, levò un alto grido di meraviglia. In poco tempo tutta l’Etruria (una folla, tutte le genti d’Etruria o, secondo alcuni, i lucumoni, i principi d’Etruria o i figli dei dodici principi d’Etruria) si radunò sul posto. Tagete (ritenuto da alcune fonti Hermes ctonio o figlio di Genio e nipote di Giove) parlò a lungo ai convenuti, che ascoltarono con attenzione le sue parole e le misero poi per iscritto per tramandarle ai posteri. Secondo un’altra versione Tagete avrebbe parlato al solo Tarconte in un luogo segreto e quest’ultimo avrebbe poi scritto un libro sulle rivelazioni del fanciullo divino, sotto forma di dialogo e sulla base delle risposte fornite da Tagete alle domande formulate dallo stesso Tarconte. L’intero discorso del profeta fu quello in cui era contenuta la scienza dell’aruspicina, che poi si accrebbe con la conoscenza di altre cose che furono ricondotte a quegli stessi principi. Tagete sarebbe morto lo stesso giorno della rivelazione e non sarebbe più apparso.
Tagete, essere divino, avrebbe quindi dettato i paradigmi fondamentali della Etrusca Disciplina (arti divinatorie e discipline del sacro) ed in particolare dell’extispicio, l’esame a scopo divinatorio delle viscere (il fegato) degli animali sacrificati, ai dodici popoli dell’Etruria. Il corpus della Disciplina si sarebbe arricchito nel tempo di nuove acquisizioni e sarebbe stato messo per iscritto dagli Etruschi. I Romani, in seguito, tradussero i testi etruschi, rielaborandone i contenuti. La letteratura religiosa etrusca sarebbe stata raccolta nei libri tagetici classificati in libri haruspicini (sull’esame delle viscere delle vittime sacrificate), fulgurales (sulla scienza dell’interpretazione dei fulmini) e rituales (materia composita prevalentemente relativa a prescrizioni rituali concernenti diversi aspetti della vita sociale).
Sul mito di Tagete vi sono anche alcuni riscontri archeologici. In una gemma incisa del IV secolo a.C. (conservata al British Museum) una testa emerge dal suolo con la bocca aperta tra due figure maschili, una delle quali potrebbe essere Tarconte. In una altra gemma, sempre del IV secolo a.C., è rappresentata una figura maschile piegata (Tarconte?) che sembrerebbe nell’atto di tirare su una figura più piccola con il dito alzato (Tagete?) che emerge dalla terra (presso il Museo di Villa Giulia a Roma). Su uno specchio bronzeo da Tuscania del IV – III secolo a.C. sono incisi, tra gli altri personaggi, Pava Tarchies (Tagete), con ampio mantello e copricapo a punta, che tiene in mano un fegato e che insegna la scienza divinatoria dell’aruspicina ad Avl(e) Tarchunus (Tarconte), anch’egli con mantello e cappello a punta (esposto al Museo Archeologico di Firenze). Una statuetta da Tarquinia (cd. Putto Carrara) databile al III secolo a.C. (conservata presso il Museo Gregoriano Etrusco) che rappresenta un giovane con bulla, in ragione dei tratti maturi del volto è stata identificata con Tagete (Etruschi Viaggio nelle Terre dei Rasna, Electa, 2019, pag 144, figura 8).

Sul mito di Tagete e sulla disciplina etrusca cfr, tra l’altro:
– Nizzo Valentino, Tages, la terra e la nascita della divinazione, Terrantica: volti, miti e immagini della terra nel mondo antico, Electa, 2015, pagg 156 – 161;
– Adriano Maggiani in Gli Etruschi Una Nuova Immagine a cura di Mauro Cristofani, Giunti, 1984, Pagg. 140 e ss.;
– Andrea Verdecchia, Mitologia etrusca, Effigi, 2022, pagg. 186 e ss.;
– Maurizio Martinelli, Gli Etruschi Magia e Religione, Convivio, 1992, pagg. 75 e ss.;
– Mario Tizi, Tagete e lo specchio di Tuscania. Una nuova interpretazione del mito etrusco. Atti del convegno sulla storia di Tuscania – Tuscania 2014;
Giulio M. Facchetti, Alcune osservazioni linguistiche sul nome di Tagete in Aion – Linguistica n. 9/2020.

Di seguito immagini della gemma del Museo di Villa Giulia, della statuetta da Tarquinia e dello specchio da Tuscania.

Autore:
Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com