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Michele Zazzi. Le donne etrusche, le donne romane ed il consumo del vino.

Le donne etrusche dell’alta società – come è attestato dall’iconografia del banchetto – partecipavano distese sui letti conviviali ed al pari dei loro compagni consumavano vino.
Teopompo (storico greco del IV secolo a.C. in Apud Ath., XII, 517d) scriveva che le matrone etrusche erano forti bevitrici e bevevano alla salute di chi volevano. In molti corredi tombali femminili sono stati ritrovati servizi di vasellame per vino ed in particolare per il consumo dello stesso (tazze, coppe, etc …).
La situazione, coerentemente alla condizione sociale della donna, era completamente diversa nel mondo romano.
Dalle fonti (Plino Nat. Hist. 14.89-90; Cicerone rep 4.6.17; Polibio 6.2.5; Plutarco quaest. Rom 6; Arnobio nat 2.67) si apprende che i romani imposero alle donne il divieto di bere vino.
Secondo Dionigi di Alicarnasso (Ant. Rom. 2.25.6-7) Romolo stabili con una legge che fosse punita con la morte, da parte del marito e dei parenti, la donna adultera o che avesse bevuto vino. Per altri autori il divieto sarebbe invece da attribuire a Numa Pompilio. Sembra comunque che il divieto, che riguardava le matrone, le nubili e le schiave, non comprendesse il vino dolce (era vietato il solo vino pretto). Il consumo del vino inoltre veniva consentito alle donne in occasione di alcune feste religiose e forse nel corso di riti funerari.
Il marito, i parenti maschi della donna e quelli del marito potevano controllare il rispetto del divieto da parte della donna esercitando il cosiddetto diritto al bacio (ius osculi), verificando così l’alito.
Stando agli autori romani (Plinio, Fabio Pittore) in caso di violazione la pena veniva eseguita facendo morire la donna di fame (per inedia) nel carcere domestico. Peraltro le fonti (Valerio Massimo 6.3.9 e Plinio Nat. Hist. 14.90) riferiscono di un cavaliere, Ignazio Mecennio, che poco dopo la fondazione di Roma, uccise la moglie a bastonate per averla sorpresa a bere vino. In ragione della crudeltà delle modalità dell’esecuzione fu sottoposto a processo, ma Romolo lo assolse.
In un caso (riferito da Fabio Pittore in Annali) una donna sarebbe stata fatta morire d’inedia per aver forzato la cassa che conteneva le chiavi della cantina (quindi non era nemmeno richiesta la flagranza di reato!).
Il divieto riguardava anche le divinità femminili: Bona Dea venne fustigata a morte dal marito Fauno per aver bevuto di nascosto (Plutarco).
Pur provando a calarsi ai tempi della Monarchia romana risulta difficile comprendere come la massima pena fosse applicata alle donne che violavano l’obbligo di non bere vino.
Secondo alcuni studiosi, questo accadeva perché i romani credevano che il vino avesse effetti anticoncezionali ed abortivi. Ad avviso di altri, la punizione veniva comminata perché si riteneva che il vino conferisse la capacità di prevedere il futuro, e le donne non potevano fare vaticini.
Secondo la tesi prevalente fra gli studiosi (Eva Cantarella) il vino era proibito alle donne perché poteva far loro perdere il controllo, commettere adulterio ed indurle a venir meno ai loro doveri: “la donna avida di vino chiude la porta alla virtù e la apre ai vizi” (Valerio Massimo)”. S’intendeva quindi tutelare l’integrità muliebre ma anche la purezza, la certezza della stirpe. L’atto delle donne di bere vino era considerato un crimine, un’infrazione grave quanto l’adulterio (Dionigi di Alicarnasso Ant. Rom. II,25,6; Gellio 10.23).
Sul finire della Repubblica il divieto venne meno o quanto meno fu fortemente attenuato. La violazione del divieto avrebbe comportato ripercussioni sulla dote della donna (perdita totale o parziale) e forse poteva costituire causa di divorzio (Max Nelson).

Sul consumo del vino da parte delle donne romane cfr, tra gli altri:
– Eva cantarella, Dammi mille baci Veri uomini e vere donne nell’antica Roma, Universale Economica Feltrinelli, 2011, pagg. 18-19 e 156-158;
– Silvia Viario, Bevande consentite alle donne in Roma antica. Riflessione sui dulcia in scritti per Francesco Maria Silla a cura di Laura d’Amati e Luigi Garofalo, Jovene 2024, pagg 745 e ss.;
– Stefania Roncati, Donne e vino nell’antichità: una storia di divieti? In Revue Internationale Des Droits De L’Antiquité, 2018, pagg. 205 e ss;
– Max Nelson, Regulation of Alcohol in Greco-Roman Antiquity in The Social History of Alcohol and Drugs, 2024, vol 38, 1

Di seguito rappresentazioni di Fufluns, Bacco e del banchetto etrusco.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Jacopo Moretti. San Polo d’Enza (Reggio Emilia): un racconto per l’eternità.

Il comune di San Polo d’Enza si trova in area matildica, a sud-ovest di Reggio Emilia (24 km ca.) e a ridosso del fiume Enza, che da il nome alla valle in cui il paese e stanziato. Oggi e abitato da poco piu di 6000 abitanti. San Polo d’Enza rappresenta un importante punto di comunicazione tra il territorio reggiano e quello parmense, e tra pianura e appennino; proprio per via della sua posizione strategica che, per così dire, ‘controlla’ l’accesso alla valle, il territorio sampolese e stato soggetto all’impiantamento di siti a partire gia dal Neolitico….

Leggi tutto nell’allegato: San Polo d’Enza (RE), un racconto per l’eternità

Autore: Jacopo Moretti – iacopo@tuta.io

CERVETERI (Roma). Il Sarcofago degli Sposi presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Il 9 aprile 1881 nel corso di scavi effettuati a Cerveteri nella Tenuta della Banditaccia da Domenico Boccanera – affittuario del principe Francesco Rispoli, proprietario della ridetta tenuta – all’interno di una tomba già depredata furono rinvenuti numerosissimi frammenti (circa 400) di un grande sarcofago.
Dai rapporti di scavo risulta che del corredo facevano parte sei “lacrimari ordinari ben conservati” ed un vaso etrusco rotto nella sua parte inferiore con manici bassi sotto l’orlo e figure di animali e uomini con elmo “dipinti in nero su fondo rosso” (forse un’anfora a figure nere). Il sarcofago sarebbe stato trovato in un ipogeo non lontano dalla tomba dei Rilevi ma ad oggi non è stato possibile individuare la tomba che lo conteneva.
I frammenti del sarcofago (vi erano anche una testa femminile ed una parte di testa maschile) furono acquistati nel 1893 da Felice Barnabei (Direttore dei musei e gallerie del Regno) per 4000 lire ed il reperto entrò a far parte delle collezioni del Museo di Villa Giulia (istituito nel 1889). Si provvide quindi al restauro del monumento, incollando i pezzi su un’apposita struttura (fu realizzato uno scheletro interno con lastre di rame) ma senza integrazioni e stuccature.
Seguì altro restauro negli anni Cinquanta e questa volta si procedette con ricostruzioni ed integrazioni delle lacune.
Il monumento funerario in terracotta (in realtà non si tratta di un sarcofago ma di un’urna di rilevanti dimensioni) è lungo cm 202 ed alto cm 141 ed ha forma di kline poggiante su quattro piedi con volute.
Il letto è munito di materasso, cuscini e coperta ed è ornato da motivi vegetali.
Il coperchio raffigura una coppia di coniugi semisdraiati sul fianco sinistro e l’uomo con il braccio destro cinge affettuosamente la compagna dietro le spalle con atteggiamento di protezione.
Il marito presenta capelli fluenti sulle spalle, barba appuntita, busto nudo ed indossa un mantello sulla parte inferiore del corpo. Forse l’uomo aveva nella mano destra una corona od una coppa (l’oggetto è perduto).
La donna ha capelli pettinati a trecce ed indossa il tutulus, lunga veste, mantello e calcei repandi. Probabilmente la moglie era intenta a versare gocce di profumo sulla mano sinistra del compagno.
Il sarcofago realizzato nel 530-520 a.C. presenta tracce di policromia.
L’urna si caratterizza per lo stile ionico: volti delicati, occhi a mandorla, espressioni sorridenti, masse muscolari accentuate, etc …
Il tema del banchetto sul letto convivale, praticato dalle aristocrazie etrusche, si trova riprodotto anche in altri monumenti funerari (sarcofagi ed urne) ceretani di epoca arcaica.
L’iconografia etrusca si ispira alla moda greca di derivazione orientale e si arricchisce della presenza delle mogli, che, in ragione della loro rilevante posizione sociale, partecipavano al convivio accanto ai mariti.
Un altro sarcofago degli sposi (lunghezza cm 194, altezza cm 110) similare a quello di Villa Giulia, è esposto al Museo del Louvre. Il reperto, già nella Collezione Campana, proviene anch’esso dalla necropoli della Banditaccia e fu acquistato da Napoleone III nel 1861. Un frammento di braccio costituito da una mano che regge un alabastron – conservato presso il Musée royaux d’Art et d’Histoire a Bruxelles – testimonia l’esistenza di almeno un terzo sarcofago cerite della specie. Sempre al Museo del Louvre è esposta una piccola urna (lunghezza 58 cm, altezza 56 cm) da Cerveteri con la coppia semidistesa a banchetto.
Da indagini svolte dai Carabinieri e dalla documentazione acquisita (foto polaroid al momento dello scavo, documento di spedizione, frammento dei piedi della sposa, foto del sarcofago restaurato) sarebbe emerso un altro sarcofago degli sposi scavato clandestinamente a Cerveteri e successivamente restaurato tutt’oggi oggetto di ricerca (Servizio di Fabrizio Feo per il TG3 del 24 giugno 2017 ore 19,00).
Il 16 maggio 2025 presso il Museo di Villa Giulia è stato presentato un nuovo intervento conservativo relativo al sarcofago degli sposi. Una convenzione stipulata tra il museo romano e l’Istituto Centrale per il Restauro prevede infatti il restauro, la creazione di un piano conservativo e la valorizzazione del monumento in oggetto.

Sul sarcofago degli sposi cfr, tra gli altri:
Gli sposi di Villa Giulia, Archeo 484 giugno 2025, pagg. 30 e ss.;
Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Edizioni Quasar, 1980, pagg. 134-136;
Gli Etruschi ed il Mediterraneo La città di Cerveteri, Somogy Editions D’Art, 2014, pagg. 185 e ss.;
– Giuseppe Nifosi, Il Sarcofago degli Sposi, capolavoro etrusco, 29 marzo 2022 sito internet artesvelata.it;
– notizie, immagini e video sul sito Facebook “Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia”

Di seguito immagini del sarcofago degli sposi.

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Giuseppe C. Budetta. L’evoluzione delle ossa craniche in Homo Sapiens sapiens.

Il cranio di Homo Sapiens sapiens, rispetto a quello di Homo di Neanderthal, ha due autapomorfie strutturali: retrazione facciale e neurocranio più globoso.
In Homo Sapiens sapiens, c’è anche correlazione stretta tra un cervello voluminoso e denti postcanini piccoli, come se il volume complessivo del neurocranio fosse inversamente proporzionale a quello complessivo dei denti postcanini. In Homo sapiens e in Homo Sapiens sapiens, si verificò la riduzione della distanza tra superfici interne delle due ossa temporali, a livello della sutura tra piccole ali dello sfenoide e parte squamosa delle ossa temporali. Quest’articolazione è una sinartrosi ed il tessuto congiungente è connettivo fibroso. Nell’evoluzione umana, come dimostrano i reperti fossili, ci fu aumento volumetrico del cranio, accompagnato dallo spostamento in senso laterale della squama del temporale sulle piccole ali dello sfenoide. Queste modificazioni morfometriche comportano l’aumento del segmento sferico ad una sola base che racchiude l’encefalo (calotta cranica). Più in particolare, l’incremento riguarda il diametro ed il volume totale della calotta cranica. Questo segmento sferico ha per base una circonferenza con diametro AB. Il volume di tale segmento di sfera è dato dalla seguente formula: V = 1/6 h (h2 + 3r2)
L’aumento volumetrico del segmento sferico dipende, oltre che dall’altezza – distanza tra le ossa parietali e base cranica – dal quadrato del raggio moltiplicato per tre. La sutura squamosa, tra piccole ali dello sfenoide e faccia interna dei temporali, avviene tra superfici ossee tagliate a sbieco, una a livello della superficie interna (squama del temporale) ed una sulla superficie esterna (ali temporali o piccole ali dello sfenoide): l’allungamento delle estremità A e B, appartenenti al diametro AB, comporta aumento in altezza (h) della cavità cranica. Nel corso dell’evoluzione umana, si sono verificati incrementi di h e di r.
Dai reperti fossili, risulta che in Homo di Neanderthal, ci fu maggiore incremento di r, ma in Homo sapiens ed Homo Sapiens sapiens, l’incremento maggiore riguardò h. Cioè tra Homo di Neanderthal ed Homo Sapiens sapiens ci fu una inversione di parametri: nel primo ci fu un maggiore e più rapido incremento di r e nel secondo (Homo Sapiens sapiens) un lento incremento di r ed un più rapido ampliamento di h che tra l’altro, favorì lo sviluppo dei lobi frontali.

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com