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Laura TUSSI: La “riappropriazione soggettiva” nel metodo rieducativi – la dimensione egosintonica del ragazzo.

La proiezione propositiva verso il futuro

I principali schemi cognitivi che guidano la capacità intenzionale dei ragazzi difficili sono il misconoscimento di sé come origine del senso del reale intersoggettivo quale ambito vincolante dell’attività dell’Io. La relazione intenzionale e motivazionale che lega la visione del mondo di un ragazzo al suo comportamento non si esaurisce nell’influenza del suo passato. Il peso determinante è dato dal tipo di proiezione verso il futuro che il soggetto ha costruito e rispetto a cui regola il proprio modo di comportarsi. Individuato il disturbo della sfera della soggettività, in questo caso nel comportamento, il compito dell’educatore professionale consisterà nel provocare una progressiva trasformazione della sua particolare visione del mondo e dell’attività intenzionale dell’adolescente. Educare e soprattutto rieducare significa procedere ad una profonda trasformazione della visione del mondo, della modalità che l’adolescente ha di intendere se stesso, le cose, gli altri, del suo modo di relazionarsi con queste realtà e di procedere nella scelta dei suoi comportamenti ed atteggiamenti. Ogni tipo di educazione pedagogicamente fondato è inerente allo sviluppo psicofisico del soggetto ed all’evoluzione della sua capacità intenzionale.

La realtà come valore di senso e significato

Nessuna esperienza educativa si risolve nell’imporre modelli, regole di comportamento e nel soddisfare bisogni, ma deve preoccuparsi di affinare la capacità soggettiva di attribuire senso, significato e valore al mondo e alla realtà, sollecitando la consapevolezza del proprio specifico e inalienabile apporto nell’imprescindibile contributo nella costruzione del reale e di sviluppare la capacità di negoziare con l’altro le interpretazioni e i valori attribuiti al mondo. Il ragazzo deve poter vivere in una situazione accettabile dal punto di vista dei suoi bisogni fisici e psicologici, perché possa giungere a ripensare la propria visione interpretativa del mondo. Perché questa trasformazione radicale possa realizzarsi, risulta necessario che il ragazzo pratichi nuove esperienze pensate e costruite per stimolare in una direzione adattiva ed egosintonica la propria attività intenzionale, per condurlo alla consapevolezza della necessità di rivedere i propri valori e convinzioni. La procedura di rieducazione non deve pretendere che il ragazzo prenda le distanze dal proprio passato, ma si tratta di sfruttare quegli aspetti della personalità potenzialmente valorizzabili, per cui è necessario far compiere nuove esperienze e prospettare nuove possibilità capaci di aprire orizzonti diversi e molteplici forme di esistenza.

La negoziazione incentivante con il proprio passato

La trasformazione della propria visione del mondo da parte del ragazzo potrà permettere una rivisitazione critica del passato, una nuova attribuzione di senso al proprio vissuto e un superamento creativo, propositivo ed effettivo del passato. Il significato della rieducazione corrisponde a una trasformazione propositiva, attiva ed incentivante, non risultato di una sistematica negazione del passato, ma di una rinnovata proiezione nel futuro, facendo tesoro del passato. Una interazione educativa è un progetto finalizzato ad uno scopo ben preciso che consiste nel far riacquistare al ragazzo la propria soggettività, ossia un momento di “appropriazione soggettiva” di un nuovo punto di vista sul sé e sulla realtà circostante, facendo proprio questo modo di pensare se stesso, per se stesso, nel mondo e con gli altri. Per giungere a questo momento trasformativo, a questa rivoluzione copernicana di prospettive nella visione del mondo è necessaria una “ristrutturazione dell’intenzionalità”, quale cambiamento profondo degli schemi di senso e significato grazie a cui il ragazzo si volge ad un mondo attuale, possibile e reale. Un altro momento del processo rieducativo consiste nella dilatazione del campo di esperienze, nell’ide

Laura TUSSI: Televisione e cognizione – l’effetto dei messaggi televisivi sul comportamento.

I bambini in età prescolare rappresentano da soli la più vasta audience di televisione. Le maggiori preoccupazioni di alcuni studiosi che si sono dedicati all’analisi degli effetti della televisione sui bambini sono rivolte alla possibilità che vi siano alterazioni rilevanti nelle modalità di funzionamento della mente.

Nelle ricerche ci si chiede se l’impatto di un certo tipo di materiale televisivo favorisca una coartazione dei livelli di funzionamento cognitivo inerenti l’immaginazione. Il maggiore utilizzo delle funzioni iconiche è in grado di potenziare il funzionamento relativo all’emisfero destro del cervello, a discapito dell’emisfero sinistro che presiede alle funzioni linguistiche. I reperti iconici e immaginativi prodotti a livello di materiali scritti o radioregistrati sono positivamente più differenziati e significativi rispetto a quelli trasmessi per via televisiva. Un’ipertrofia delle funzioni iconiche può presentare risultati negativi sulle facoltà di elaborazione e utilizzo dei codici segnici, ossia la lettura e la scrittura.

Infatti si sono verificate in modo costante correlazioni negative fra l’utilizzo della televisione da parte dei bambini e la loro predisposizione alla lettura. Il materiale rappresentativo che si costruisce in un bambino che ascolta una favola, dovendo trasformare le parole in rappresentazioni, dando vita ad un proprio scenario-schermo interno, dove la sua vita simbolico-affettiva personale assume un ruolo primario, risulta differente in confronto al bambino che sorbisce la trama già codificata in immagini sullo schermo televisivo ed è costretto ad una temporalità di assimilazione imposta alle facoltà immaginative. Inoltre gli stessi espedienti messi in atto dalla televisione al fine di catturare l’attenzione innescano nei bambini modalità di funzionamento cognitivo eccitato dove le occasioni di riflessione sono ridotte ai minimi termini e le condizioni di apprendimento sono sensibilmente decurtate.

Oltre ai contenuti violenti anche questi meccanismi attivano comportamenti di scarica repentina della tensione e degli impulsi aggressivi. Gli alti livelli d’azione e i ritmi accelerati determinano e definiscono uno stile percettivo ed assimilativo per cui i limiti di quello che è colto e percepito si elevano in funzione della possibilità di recepire una maggiore eccitazione. Questo si riflette sulle modalità dei processi cognitivi, soprattutto dei consumatori assidui di televisione.

Violenza e televisione

Per quanto concerne la rappresentazione diretta della violenza, i programmi televisivi ne propongono in abbondanza, mentre altri mezzi di comunicazione si sono imposti varie forme di autocensura.
La maggiore assuefazione a tali deriva dal fatto che il contenuto violento è recapitato direttamente in una casa, in una famiglia, al bambino.
Da queste preoccupazioni ha preso inizio un assiduo studio di ricerca sui risvolti dell’utilizzo frequente di televisione, soprattutto da parte dei bambini. Risulta abbondantemente dimostrato l’effetto dell’esposizione a questi modelli televisivi sul comportamento di adulti e bambini. Le modalità in cui la violenza è rappresentata riduce le inibizioni, presentando giustificazioni abbondanti per aggirare le remore morali. L’aggressione fisica è presentata regolarmente come risoluzione ultima dei conflitti, assumendo una connotazione di giustizia e di prestigio.
Un’analisi puntuale dei contenuti televisivi dimostra che i maggiori produttori di cadaveri in televisione sono gli eroi positivi e i supereroi in genere. Il messaggio diretto ed esplicito consiste nel dimostrare che la violenza è lo strumento principale per il trionfo del bene sul male.
Favorendo l’identificazione con il modello aggressivo, questa connotazione di valore ne pone in rilievo l’efficacia didattica. Le dinamiche violente ed aggressive dei contenuti televisivi comportano negli atteggiamenti infantili degli stati di emulazione

Luana MONTE: Atlantis. L’Isola Misteriosa.

Il filosofo greco Platone ci racconta, nei suoi dialoghi “Timeo” e “Crizia”, della meravigliosa isola Atlantide, situata oltre le Colonne d’Eracle, e del suo conflitto con Atene : egli avrebbe raccolto una antica storia, appresa in Egitto da Solone, suo antenato, rimaneggiandola ed abbellendola con particolari e descrizioni desunti da altri contesti.

L’articolo completo si trova in www.archeomedia.net, alla pagina:

Luana MONTE: “Atlantis. L’Isola Misteriosa”

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