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Laura TUSSI: Recensione al libro di Flavia e Romano Prodi dal titolo “INSIEME”.

Un libro scritto a due mani attraverso l’impegno politico, culturale ed intellettuale che caratterizza l’esistenza del Professore e l’insostituibile riflessione al femminile di Flavia che rievoca situazioni, circostanze, eventi memorabili, ossia custodibili fra i ricordi di un intimo pensiero o di un altisonante periodo, sia a livello istituzionale che familiare, tramite il racconto autobiografico, la sommessa e accorata narrazione di sé quale sentire intellettuale che rivela l’auspicio positivo nelle sorti dell’impegno nei confronti della politica, della società, del Paese.

Flavia racconta se stessa, la propria vita al fianco del Professore, in tanti modi di stare insieme, nell’ideale di famiglia e di ruoli rivolti all’impegno femminile che prende vita dalla narrazione di sé, dall’intima rielaborazione degli eventi in accezione femminile ancor prima che femminista, nel segreto della simbiosi con l’universo maschile portatore di una condivisione, di un legame non solo affettivo, ma anche intellettuale, culturale e politico, soprattutto e imprescindibilmente insieme non solo fra le mura domestiche e in ambiente famigliare, ma insieme nella condivisione della certezza inoppugnabile del valore dell’impegno politico ed intellettuale nella società, al fine di gettare le basi per un profondo rinnovamento del sistema politico italiano. Questo libro riporta due distinte personalità. Tramite lo scritto di Flavia si rivela un’impronta autobiografica e narrativa. Il Professore riflette una posizione in prima linea nelle vicende istituzionali e politiche più attuali, avendo potuto misurare la ricaduta politica delle personali decisioni valoriali e degli orientamenti culturali, etici, intellettuali in ambito istituzionale e governativo.

D’altra parte viene elaborata la ricostruzione di vicende famigliari nella riflessione di una donna che ha condiviso le pagine di tale Storia, molto da vicino, pur osservando dall’esterno.

In queste pagine non traspare la vicenda biografica degli autori, né vi si esaurisce quella intellettuale o politica, ma nelle cose di cui si parla trapela sempre sincerità. L’ambizione si rivela nel raccontare in modo semplice due vite e il loro rapporto con scelte ed orientamenti pubblici. Subentra l’inclinazione che più di ogni altra peculiarità caratterizza gli autori, ossia il desiderio di tenere insieme le tradizioni e il nuovo, la curiosità di capire e la volontà di costruire, di lavorare con gli altri, di unire le culture e di condividere.

Edizioni San Paolo 2005.

Autore: Laura Tussi

Laura TUSSI: La valorizzazione dell’insegnante. Riflessioni su anni di precariato.

Nel contesto educativo occorre relazionarsi assiduamente con colleghi, con superiori, con ragazzi e con i loro genitori. Si è esposti al giudizio di tutti a 360 gradi con conseguenze spesso devastanti, sia a livello esistenziale che psicologico. Personalmente “forse” sono riuscita immune da sei pesanti anni di precariato perché mi sono sempre e costantemente posta il problema dell’educazione e della necessità di apprendimento, di crescita sociale, culturale e psicologica di ogni ragazzo.

Più volte nel corso della professione di insegnante mi sono trovata in situazioni disperate, in circostanze assurde che sembrano irrisolvibili anche da parte di tanta pedagogia scolastica e didattica.

Ve ne riporterò degli esempi:

La classe dimostra scarso interesse e patente abulia relazionale e cognitiva verso ogni proposta didattica innovativa e propositiva che scade inesorabilmente nel rifiuto e nell’avversione totali verso l’impegno di studio e di metodo. L’idea di impegnarsi con assiduità su un copioso numero di verifiche variegate nel contenuto e nelle modalità di svolgimento viene respinta per la scarsa volontà, per l’immotivato zelo nell’agire a favore di forme di gioco monotone, stupide e dettate dal bieco consumismo dei mezzi di comunicazione di massa che denota in modo evidente un basso tasso di valorialità personale pressochè incentrato sull’estetica, per le ragazze, e sul principio di forza, per i ragazzi.

La proposta di percorsi didattici di contenuto educativo valoriale veniva respinta in nome di emblemi e simulacri di personaggi ben più importanti da perseguire e da innalzare a idoli del momento, di uno spaccato di classe povero di idee, banale negli interessi dove un certo tipo di consumismo fondato su meccanismi mercificatori biechi fa presa per la futilità, la vacuità e l’inanità dei messaggi la cui fruizione non implica per niente un cospicuo investimento di energia intellettiva.

Tale disinteresse per pratiche metodologiche, didattiche, di contenuto, di riflessione ed il rifiuto verso un impegno intellettivo, collegiale basato sul confronto, il dialogo e l’interscambio costruttivo di opinioni ingenerano sempre individualismo, opportunismo e disinteresse verso l’altro, in tutte le accezioni di alterità, implicanti differenze, divergenze e diversità, per cui il ragazzo non attribuisce, secondo un’ottica di ottimismo esistenziale, senso e significato al mondo, alla realtà nella relazione con l’”altro” e con tutti gli “altri”.

In queste situazioni i genitori non sanno intervenire, ma si arrogano il diritto di sapere, di potere, di essere in grado di risolvere la situazioni con interventi incoerenti, impertinenti e soprattutto incompetenti, creando ulteriore confusione e difficoltà.

L’avvenimento di crisi, di rottura, di separazione e volontà di presa di distanza dalla personale professione (disagio dell’educatore) si è manifestato con la completa e assoluta incapacità di gestire una classe estremamente vivace, ineducata e alquanto disagiata.

Non è stato solo un momento o un evento di sconforto e perdita di fiducia nelle personali competenze e capacità, ma una catena di avvenimenti che hanno messo in discussione le parti del ruolo di docente.

Non credevo più nel valore e nell’importanza della trasmissione del sapere alle giovani generazioni, in quanto la mia esperienza è stata messa in discussione da atteggiamenti sconfessanti, distruttivi, lesivi, egocentrici e catalizzatori verso determinati atteggiamenti favorevoli nei confronti di elementi leader interni al gruppo classe.

La catena di eventi si è evoluta in senso negativo e nella mia decisione di scegliere un’altra scuola.

Le questioni chiave che si presentavano consistevano nella scarsa accettazione della sottoscritta e scaturivano dal confronto con l’insegnante precedente e la completa assenza del supporto dei colleghi, del consiglio di classe stesso e del dirigent

Maria Luisa REVIGLIO della VENERIA: Alessandro Poma (1874-1960).

Alessandro Poma nasce a Biella il 22 febbraio 1874.

Il suo primo maestro è Mario Viani d’Ovrano (1862-1922) e poi con Lorenzo Delleani (1840-1908) approfondisce dal 1895 la conoscenza della pittura di paesaggio della scuola di Rivara.

Il pittore era alto, magro, con una faccia lunga con un gran naso adunco e una bocca larga segnata dall’uso costante della pipa. I capelli erano abbondanti ed un ciuffo scendeva sempre verso l’occhio sinistro. Vestiva con ostentata trascuratezza, le mani imbrattate dalla cenere della pipa, dai colori ad olio e dal pigmento dei pastelli che preparava lui stesso per i quadri e i bozzetti che tappezzavano il suo studio.

Abbandonati gli studi di giurisprudenza, si trasferisce a Roma e dal 1899 affitta dal principe Borghese la Casina Raffaello. Per lunghi anni nel suo studio-rifugio si lascia suggestionare dalla bellezza del parco, degli alberi, dei tramonti e dei viali in controluce pur continuando ad esporre alla Promotrice di Torino.

A Villa Borghese viveva nella Casina Raffaello situata a levante della Piazza di Siena … L’edificio, a due piani con una pianta rettangolare allungata aveva al primo piano oltre alle camere, uno studio con grandi vetrate che si affacciavano su Piazza di Siena.

Lontano dalla realtà artistica piemontese è sempre più coinvolto nell’ambiente artistico romano. Frequenta l’Accademia di Francia, lo scultore Victor-Jean-Ambroise Segoffin e il pittore Giulio Aristide Sartorio che lo incoraggia a partecipare, tra il 1907 e il 1910, alle Esposizioni Internazionali di Belle Arti di Roma e Milano e alla Biennale di Venezia.

Numerosi schizzi e disegni con vedute di Villa Borghese, databili tra il 1904 e il 1910, sono realizzati di preferenza a pastello. Nel 1905 il quadro ad olio Viale a Villa Borghese, esposto alla Promotrice delle Belle Arti di Torino, è acquistato dal Re. Una serie di quadri della Campagna romana con rovine rappresentano, a partire dal 1902, il momento di incontro con Vincenzo Cabianca, Onorato Carlandi e il gruppo dei XXV della Campagna Romana. Come loro è affascinato dagli splendidi paesaggi laziali che ritrae con immediatezza studiando cavalli, bufali e pecore nella natura selvaggia delle paludi Pontine.

Durante i suoi soggiorni estivi a Piano di Sorrento nella Casa degli Spiriti a Sopramare (Villa Maresca) dipinge numerose vedute della costiera, sovente in compagnia dell’amico pittore Guido di Montezemolo.

Dalle finestre e dal terrazzo si godeva il bellissimo panorama sul Golfo, da Scutolo al Capo di Sorrento. La passione per i cigni, soggetto frequente di studi e dipinti avevano spinto il pittore a far costruire dai Maresca (proprietari della casa) sul lato nord della tenuta, presso il costone che sovrasta il mare, un laghetto che ospitata una coppia di cigni.

Di grande effetto per la studiata ed elegante struttura sono le composizioni di cigni che si svolgono in fregi lunghi anche nove metri. Le loro forme solenni, a volte solo accennate da abili tocchi di pastello spalmato con le dita, sembrano vele gonfiate dal vento. Anche gli studi sulle ali di farfalla, analizzate al microscopio nella forma e nel colore, diventano con quelli sui cigni gli originali e coloratissimi temi di ricerca che accompagneranno l’artista per tutta la vita.

Poma è anche un ritrattista di grande sensibilità nel riprendere la moglie Maria Murialdo, le figlie Lucia e Giuseppina ed i nipoti.

All’inizio degli anni ’20, per il fascino dei luoghi e per curare il figlio Pio affetto da una grave malattia (morirà nel 1926), iniziano periodici soggiorni a Courmayeur, ove decide si stabilirsi definitivamente al termine del successivo decennio.

L’artista nella frazione del Pussey di Courmayeur abita in una villa a tre piani che ora non esiste più e ancora una volta fa costruire un laghetto per ospitare quei cigni che tanta parte hanno avuto nella sua ricerca pittorica. <

Laura TUSSI: L’educazione al difficile. Verso l’impegno e il senso di responsabilità.

Il bello non è l’unico contesto significativo per un’educazione all’impegno e alla responsabilità.

Da un punto di vista metodologico, il percorso più efficace è centrato sulla difficoltà che dovrà prevedere un impiego minuziosamente ponderato dell’aiuto lungo l’asse che va dalla totale autonomia alla cooperazione. Il ragazzo stimolato dalle potenzialità di divertimento in modalità più sofisticate e dal desiderio di mettersi alla prova, avrà occasione di imparare non solo a non arrendersi di fronte alle difficoltà, ma anche scoprire che adattando il suo intervento ai vincoli che la realtà presenta, il ragazzo potrà contribuire decisivamente alla modificazione di quella stessa realtà. Come l’educazione al bello anche l’educazione al difficile risulta sostanzialmente una strategica dinamica processuale di formazione della capacità intenzionale: è una modalità per offrire al ragazzo la potenzialità di autopercezione, quale attore di un ruolo, di un copione, di una parte di storia che gli spetta e che gli è dato vivere. Il percorso educativo e rieducativo deve anche costruire ambiti che consentano al ragazzo di problematizzare la sua nuova dislocazione nel mondo, rispetto agli altri.

Le esperienze dell’altro

Una transizione obbligatoria finalizzata al cambiamento dell’interpretazione del mondo da parte del ragazzo risulta il riconoscimento del retroscena essenzialmente intersoggettivo su ogni agito ed esperienza sul reale e sul sé. Collocare i vissuti nell’ambito di un palcoscenico intersoggettivo risulta funzionale anche a una consecutiva rideterminazione dell’identità personale. L’identità si costruisce, decostruisce e ricostruisce sempre in relazione e in situazione.

La nostra identità dipende indubbiamente da un vissuto, da una storia, da una sedimentazione di rapporti con gli altri. L’incontro con l’altro non è ovviamente un’esperienza nuova per il ragazzo difficile. L’esperienza rieducativa centrata sull’incontro con l’altro rappresenta un luogo estremamente delicato. L’educatore deve valutare l’esistenza di un modo già costruito e strutturato di riflessione sul sé per determinare delle esperienze dell’altro rapportate alla biografia del ragazzo ed alle sue esperienze di vissuti esistenziali.

L’esistenza grippale

La percezione di costituire parte di un mondo intersoggettivo determina una dinamica relazionale sia autonoma, sia dipendente. Tra i ragazzi si formano gruppi spontanei che non sempre assumono la configurazione di un contesto formativo rispondente allo scopo.

L’intervento dell’educatore consiste nel coordinare la formazione del gruppo dove sorge il timore che esso si configuri in base alle stesse dinamiche procedurali che hanno contribuito alla genesi di una determinata interpretazione dell’altro e del sé. Se l’educatore non può permettere la libera spontaneità dei meccanismi di aggregazione, non può costringere i ragazzi a svolgere attività per loro insignificanti e il suo intervento consiste anche nel permettere che i ragazzi propongano e concordino tra loro progetti e attività significative per tutti. L’attività prescelta nel mettere in funzione il dispositivo dinamico della vita di gruppo, si deve comunque trasformare in un mondo in comune, in un piccolo universo costruito e condiviso dall’essere e dal fare insieme. L’esistenza di relazioni interpersonali rappresenta un tessuto interconnesso di rapporti di dipendenza che, all’interno dell’attività di gruppo, si rivelano quali molteplici possibilità perché l’azione individuale risulti significativa e realizzabile. L’esperienza dell’”altro” come azione collettiva, pedagogicamente condotta, si trasforma in luogo per agire concretamente e per ripensare l’interrelazione tra autonomia e dipendenza (Bertolini 1990) che ricollega il soggetto al mondo sociale e alla produttività delle sceneggiature collettive. Agire con l’alterità non deve rivelarsi per il ragazzo un conformarsi a tutto quanto stabilito, dato e negoziato a