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Gabriella MONZEGLIO: Torino Barocca.

Torino capitale

Nel 1563 il duca Emanuele Filiberto di Savoia spostò la capitale dello Stato Sabaudo da Chambèry a Torino. Questo episodio innescò una serie di trasformazioni che, in meno di due secoli, portarono la tranquilla e modesta città medievale a diventare un gioiello artistico e militare.
La prima e decisiva innovazione urbanistica venne intrapresa da Emanuele Filiberto: egli desiderava una piazzaforte salda, pronta ad affrontare qualunque nemico, in primo luogo i Francesi.
Grazie all’abilità di Francesco Paciotto da Urbino, in soli quattro anni, tra il 1564 e il 1568, fu eretta la Cittadella, un formidabile complesso difensivo a pianta pentagonale, dotato di moderni bastioni, che venne ben presto preso a modello e replicato in tutta Europa.
Le trasformazioni cinquecentesche si limitarono, sostanzialmente, a questa radicale innovazione militare che non intaccò il tessuto urbano della città. Solo all’inizio del secolo successivo si assistette alla prima espansione di Torino, anteprima di un processo evolutivo profondo, urbano e militare, che condusse la città, nel ‘700, a perdere la sua antica fisionomia di città quadrata per raggiungere una forma “a mandorla”.

Il primo ampliamento (Carlo di Castellamonte – 1620)

L’importanza assunta da Torino e l’aumento della popolazione resero necessario un ampliamento del tessuto urbano. Per realizzare questo progetto il duca Carlo Emanuele I chiamò l’architetto Carlo di Castellamonte. Egli disegnò un nuovo nucleo urbano a sud dell’antica città romana e medievale, innestandosi a quest’ultima senza creare fratture nette tra vecchio e nuovo. Il Castellamonte decise infatti di creare una vasta piazza (piazza San Carlo) che fosse insieme collegamento con la città antica e fulcro intorno al quale impostare il nuovo ampliamento; inoltre realizzò la struttura viaria replicando lo schema ortogonale impostato dai Romani nel costruire la città vecchia, prolungando cioè verso sud gli antichi “cardini” e tracciando nuovi “decumani” all’interno dell’ampliamento.

Se Torino ha fama di essere la città dalle strade diritte, lo dobbiamo, oltre che ai Romani, alla lungimiranza e intelligenza di Carlo di Castellamonte.
Il suo esempio verrà seguito, con l’unica eccezione di via Po, anche dagli architetti barocchi che realizzeranno i successivi ampliamenti.
Nel nuovo borgo sorsero, in tempi diversi, monumenti considerevolissimi.
Basti per tutti l’esempio di piazza San Carlo, con gli eleganti edifici porticati e le chiese di Santa Cristina e San Carlo.

Il secondo ampliamento (Amedeo di Castellamonte – 1673)

Toccò al figlio di Carlo, Amedeo di Castellamonte, il compito di realizzare il secondo ampliamento della città, su incarico del duca Carlo Emanuele II. Questo nuovo intervento aveva l’intento di integrare nel tessuto cittadino una gran parte del popoloso borgo Po ad est, collegandosi ad ovest con la città vecchia e a sud con il primo ampliamento. Anche Amedeo rispettò l’impianto a scacchiera derivante dal primitivo tracciato romano della città vecchia, ma conservò l’andamento obliquo di via Po, che preesisteva al suo intervento, benché ovviamente non fosse porticata.
Come già era avvenuto per il primo ampliamento, anche qui il nuovo tessuto urbano ebbe come fulcro una piazza (piazza Carlo Emanuele II, detta “piazza Carlina”).
Nuovi palazzi e chiese arricchirono il tessuto urbano del secondo ampliamento: ad esempio la chiesa di San Filippo Neri, il palazzo dell’Università, l’ospedale di San Giovanni.

Il terzo ampliamento (Filippo Juvarra – 1715)

Dopo la vittoriosa resistenza all’assedio francese del 1706, il trattato di Utrecht del 1713 riconobbe al Duca di Savoia, oltre ad un notevole ingrandimento dei suoi territori, il titolo di Re di Sicilia, poi permutato in Re di Sardegna. Torino si ritrovò così ad essere la capitale di un Regno. Nel 1715 Vittorio Amedeo II incaricò

Laura TUSSI: Educare alla gestione dei conflitti. La continuità tra comportamenti macrosociali e microsociali.

L’educazione alla pace all’interno delle dinamiche sociocomunitarie per prevenire i conflitti a livello internazionale.

Nella psicologia dello sviluppo si indagano l’origine e l’evoluzione di comportamenti quali l’aggressività, la competitività, la prevaricazione, la violenza e gli atteggiamenti opposti a questi ultimi, quali la solidarietà, la cooperazione e l’altruismo.

La didattica recentemente si sta occupando anche di educazione alla pace, di gestione del conflitto e diseducazione alla guerra. Nella nostra cultura è profondamente radicato il convincimento secondo cui le guerre internazionali, i conflitti di predominio etnico ed economico, siano avvenimenti addirittura necessari ed inevitabili come, in parallelo, le contese e le diatribe tra gruppi e tra singoli.

Gli studi sociologici e psicologici più recenti indagano i comportamenti significativi relativi al tema della conflittualità, dimostrando che sussiste continuità tra comportamenti macrosociali e microsociali. Questo dimostra che è impossibile educare alla pace e alla gestione dei conflitti esclusivamente predicando la pace o proponendo un ideale nonviolento e pacifista rispetto alle relazioni belliche internazionali, ma occorre intervenire nei comportamenti e nei rapporti sociocomunitari che anche il ragazzo vive e sperimenta nel suo quotidiano.

Se non si considerano il conflitto interpersonale, la guerra tra civiltà, la belligeranza tra potenze nazionali, quali fenomeni connaturati con l’esperienza umana sussistono anche convinzioni circa il ruolo dell’utilità di un’azione a favore della pace, per impegnarsi in senso non violento.

Ma l’educazione alla pace, innanzitutto, transita attraverso la formazione di una personalità, di un’organizzazione psichico-cognitiva in evoluzione nella quale hanno la preminenza gli atteggiamenti positivi, di negoziazione, di cooperazione, rispetto all’antagonismo e alla prevaricazione. Gli atteggiamenti di conflitto e prevaricazione interindividuale si costruiscono in primo luogo nel microcosmo o microsistema nell’ambito della quotidianità del bambino e solo in seguito vengono proiettati, trasferiti e riversati nell’ambito delle relazioni tra i popoli.

L’atteggiamento pacifico non si può esercitare a livello di istituzioni pubbliche, di relazioni internazionali, a livello mondiale se non ci si abitua a praticare nelle relazioni private e nei rapporti interpersonali comportamenti pacifici che trasmettano ideali di cooperazione, di altruismo, di solidarietà, di collaborazione.

La concezione di aggressività

Sussiste una concezione dell’idea di aggressività come potenzialità di adattamento, di creatività, di emancipazione ed evoluzione e non come istintualità di morte, di annientamento e distruzione. L’aggressività adattiva svolge fondamentalmente alcune funzionalità strumentali di tipologia complementare. Da una parte l’aggressività svolge il compito di una forza attiva per il proprio sviluppo e l’affermazione di sé, dall’altra è uno strumento per tutelare la propria identità. Dunque l’aggressività si delinea come una potenzialità positiva, necessaria al fine di consentire una modalità di superamento della dipendenza infantile, al fine di favorire l’affermazione della propria identità contro gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del sé, per tutelare la propria stabilità fisica e psichica.

L’aggressività è uno strumento di difesa per tutelare la propria identità, per stabilizzare l’assetto della propria personalità da incursioni ed attacchi esterni, da critiche e censure interrelazionali. L’atteggiamento aggressivo si delinea come potenzialità positiva e si configura come strumento necessario alla stabilizzazione del sé, indispensabile al fine di consentire il superamento dello stato di attaccamento e di dipendenza dalle figure dell’infanzia, con lo scopo di permettere l’affermazione della propria identità contro gli ostacoli che si frappongono alla piena realiz

Laura TUSSI: Il portale italiano dell’analisi qualitativa.

Il Portale è una iniziativa promossa e diretta dal Sociologo Orazio Maria Valastro: un progetto che si avvale delle potenzialità del web per sviluppare uno strumento di comunicazione, di ricerca, di perfezionamento e confronto culturale e professionale, su tematiche e problematiche relative all’approccio qualitativo nelle scienze umane e sociali.

Il Portale dell’Analisi Qualitativa vuole inoltre proporsi come uno strumento utile per confrontare pratiche e conoscenze inerenti a studi, ricerche, formazione e interventi nei contesti sociali, che fanno espressamente riferimento alle metodologie qualitative.

Il Portale si caratterizza quindi come un potenziale strumento d’informazione e approfondimento, una guida in continua evoluzione rispetto a quelle risorse e quegli strumenti cui possono accedere i navigatori interessati o incuriositi dall’approccio qualitativo.

Vuole quindi:
· Favorire la comunicazione e la collaborazione tra studenti, ricercatori, professionisti e operatori sociali.
· Creare uno spazio di riflessione per confrontare idee e pratiche sui metodi qualitativi.
· Realizzare uno strumento di perfezionamento che attraverso le risorse a disposizione ed il confronto delle prassi possa arricchire la pratica di ognuno.
· Offrire uno spazio di diffusione sugli aggiornamenti e l’evolversi dei metodi qualitativi.

Autore: Laura Tussi

Email: portale@analisiqualitativa.com

Laura TUSSI: Patologia e prevenzione. Le potenzialità del cambiamento, di trasformazione e di recupero.

La fisiologia dello sviluppo tra normalità e patologia. La valutazione come strategia di prevenzione.

Elaborato in occasione dell’incontro di presentazione de “IL MANUALE DELL’ADOLESCENZA”, autore Il Minotauro, F. Angeli, presso la CASA DELLA CULTURA, novembre 2004.

Sussiste una continuità tra normalità e patologia nell’ambito del disagio in adolescenza, laddove nell’ottica più psichiatrica, più tradizionale, ossia superata, la situazione consiste nel considerare i due ambiti tra normalità e patologia ben distinti, ben differenziati, con tendenziale patologizzazione del disturbo adolescenziale. Molte osservazioni, molti studi e lavori intrapresi con adolescenti e genitori, hanno condotto la ricerca psicologica a privilegiare un’idea di continuità, di una visione secondo cui i problemi si aggravano, si addensano e si amplificano, ma vanno proprio riferiti ad un percorso situato nella fisiologia dello sviluppo.

Questa è un’idea che porta anche alla visione di una prospettiva dell’adulto e dell’operatore psicologico che è portato a comprendere dentro questo tracciato relativo allo sviluppo, le problematiche anche gravi dell’adulto e dell’adolescente. Da questa analisi si percepisce il significato che le problematiche presentano nel contesto famigliare, ma più ampliamente nel contesto sociale, nel porre l’accento su quello che appunto avviene nel processo di interiorizzazione di informazioni, di comunicazioni a livello più superficiale, più interattivo, ma in modo più profondo, di identificazioni, di proiezioni, di meccanismi che hanno strettamente a che fare con l’inconscio e con il nostro sistema conscio. Tutti questi fenomeni e processi psichici stratificano lo sviluppo adolescenziale e possono presentarsi anche in termini di osservazione generale, nel momento stesso in cui sono compresi, ovviamente, in maniera clinica, quando il ragazzo si presenta con un problema in una stanza di consultazione o di terapia, ma prima ancora nella volontà della visualizzazione di un problema e di una difficoltà. Così risulta utile mettersi in contatto, anche nel senso della prevenzione con quelle che sono le possibilità di capire e comprendere profondamente le radici del problema, per cercare di prevenire gli sviluppi più gravi di una patologia o di un disturbo psichico.

Tutto questo risulta ben presente come filo rosso nell’esperienza dei centri psicologici operanti sul territorio, che tengono ben presente il punto di vista psicanalitico e tutte quelle conoscenze che sono in gioco dalla formazione dell’identità, alla costruzione dell’immagine corporea, alla dimensione fondamentale delle relazioni sentimentali e dell’integrazione del corpo sessuale. Gli aspetti più problematici e le questioni principali che i clinici si trovano ad affrontare nel momento stesso in cui sono chiamati in causa nella stanza dell’analista terapeuta, iniziano con una descrizione dettagliata dei disturbi della condotta alimentare, oppure con tentativi di suicidio, fino a episodi di antisocialità e tutte le problematiche connesse all’agire trasgressivo e violento dell’adolescente, in una linea di continuità che va dal bullismo ai fenomeni di emarginazione, dai limiti della normalità, fino ai casi più gravi e disastrosi. Per poter fare una prevenzione non solo del disturbo psichico, o in senso lato della malattia mentale in adolescenza, ma anche in età adulta, andrebbe condotto un intervento di prevenzione proprio in epoca adolescenziale, laddove si presentano maggiori potenzialità, per il soggetto, di cambiamento, di trasformazione, nella possibilità di recuperare la propria storia di vita nella sofferenza e, per certi aspetti, di contribuire a riscriverla, uscendo anche da situazioni traumatiche molto gravi e riuscendo a riparare dei fallimenti evolutivi che tenderebbero a fossilizzarsi, cristallizzarsi e cronicizarsi, diventando stabili.

Per condurre una prevenzione ben fatta in adolescenza e in preadolescenza o anche in epoc