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Andrea ROMANAZZI: Cronaca di un processo di Lamie – Le streghe di Nogaredo.

Il termine strega nasce da molto lontano, da un immaginario uccello notturno, simile ad un gufo, chiamato strix dai latini, che, secondo la tradizione, penetrava nelle case per cibarsi del sangue dei bambini. Questa è l’origine del successivo termine striges e dunque strega.

Ma chi erano veramente le streghe. La stregoneria, come documentato nei primi scritti sulla materia, affonda le sue radici nel paganesimo, e in particolare negli atavici ricordi di un culto mai del tutto scomparso, quello della Dea Madre i cui rituali di fertilità e procreazione, andarono lentamente mutando nel tempo, perdendo così la loro antica origine religiosa. In questa ottica vedremo le “streghe” come quello che resta delle antiche sacerdotesse della dea, donne legate ad antichi rituali tramandati dalle madri alle figlie da tempo immemorabile e legati ai rituali di campagna. La religione cristiana ha da sempre cercato di opporsi alle forme di paganesimo che, mai dimenticate, rimanevano ben radicate negli usi e nelle abitudini dei paesi di campagna. Nel 452 il concilio di Nicea condannò ufficialmente il culto delle pietre, ma questo non bastò per cancellare pratiche religiose ben radicate tra le popolazioni, successivamente nel 789 il Concilio di Tours proibì nuovamente qualunque rituale legato ai culti naturali, ma anche queste norme rimasero disattese. Una data piuttosto importante è il 314, dove al Concilio di Ancira il monaco Graziano presenterà il Canon Episcopi, fino al 1000 il più importante riferimento nella lotta al paganesimo. E’ qui che troveremo una ulteriore traccia di quei riti popolari di cui successivamente si traviserà la memoria. A differenza dei trattati successivi, infatti, si collega la stregoneria al culto pagano di Diana, retaggio di una antica religione mai del tutto cancellata, le streghe erano considerate semplici donnine superstiziose e l’accusa non era tanto di malefici quanto di essere ritenute della pagane legate a rituali falsi e menzonieri. Se dunque fino al Medioevo i processi erano di poco interesse e forte era la tolleranza, nel 1500 il modus agendi cambia radicalmente, i processi entrano nei tribunali e nel 1525 viene autorizzata dal Papa la tortura per estorcere le confessioni, il rogo come punizione finale. Le streghe non sono più semplici superstiziose e donne ignoranti ma spesso gente di basso ceto accusata per semplici gelosie o inimicizie, o come capro espiatorio di strane malattie, alluvioni, siccità e di qualunque evento dannoso colpiva la comunità.

Era questo il segno che in essa si annidava la serpe del diavolo: la strega. Nel XIII secolo nasce la vera e propria caccia a questa “novella strega”. Nel 1484 sarà papa Innocenzo VIII a dal inizio, con la sua bolla Summis desiderantes affectibus, alla infausta caccia, ratificata poi dal tristemente famoso Malleus Maleficarum dei due domenicani Jacob Sprenger e Heirich Kramer. tra il XIV e il XVII sec. nove milioni di donne furono trucidate spesso perché colpevoli di semplici superstizioni.

E’ forse nel gotico borgo di Nogaredo che troveremo un chiaro esempio di questa “lamia”, non l’amante del diavolo, bensì una semplice donna di campagna la cui ignoranza e le cui invidie saranno la sua condanna al rogo. La vicenda ha inizio il XXIV Novembre del 1646, data in cui si diede inizio a quello che sarà denominato “Processo Criminale per la Distruzione delle streghe”. In questa data infatti Maria di Nogaredo, nota con il soprannome di Mercuria, accusata di stregoneria per aver aiutato ad abortire una ricca donna del paese, la marchesa Bevilacqua, addita Domenica Chemelli, nota con il soprannome Menegota, e sua figlia Lucia, moglie di Antonio Cavaden di esser anche loro ree. In realtà, come si può ben leggere tra le righe delle numerose confessioni poi estorte alla Mercuria, tra le donne vi era solo una forte inimicizia nata da un battibecco pubblico nella piazza del paese su della canapa che

Carla LANFRANCHI: Vesti, costumi e ricami nei sogni degli antichi.

La capigliatura
(Sognare di) avere chiome lunghe e belle ed esserne orgogliosi è buon segno soprattutto per una donna, poiché talvolta le donne per abbellirsi portano anche capelli altrui. E’ buon segno pure per un saggio, per un sacerdote, per un indovino,per un re e per un magistrato e per gli attori di teatro. Il sogno è favorevole anche per tutti gli altri, ma entro certi limiti: esso indica ricchezza, ma non dolce, bensì procacciata con fatica, per il fatto che la cura delle chiome lunghe richiede molto lavoro.
….una donna sognò che la serva addetta alla sua pettinatura si facesse prestare da lei un suo ritratto dipinto su tavola e i suoi abiti come se volesse prendere parte ad una processione. Subito l’ancella allontanò da lei il marito…e divenne per lei causa di danno e di pubblico scherno.

Corone nei capelli
La corona di rose, nella sua stagione indica fortuna, tranne per gli ammalati e chi si tiene nascosto, infatti sono segno di morte per i primi per la facilità con cui le rose appassiscono e denunciano gli altri per il profumo. Sognare di avere una corona d’oro è cattivo segno per uno schiavo, perché non ha anche la porpora del potere che alla corona si accompagna. Ed è sfavorevole anche al povero perché è al di sopra della sua condizione. All’ammalato l’oro predice la morte, perché ha un colore livido ed è freddo e pesante e per questo motive è paragonato alla morte. Per i ricchi, i demagoghi e chi aspira al potere la corona d’oro è propizia. Le corone di pampini e di edera giovano solo agli attori.

Pettinarsi e farsi le trecce
Pettinarsi (è un sogno che) giova sia agli uomini sia alle donne. Infatti il pettine è il tempo che scioglie ogni durezza e raddrizza ogni cosa. Farsi le trecce è buon segno solo per le donne…..agli altri indica complicazioni negli affari e molti debiti e talvolta anche la prigione.

Sognare abiti
L’abito che si porta di consueto e che si adatta alla stagione è un buon segno per tutti. D’estate, sognare di portare abiti di lino e già consumati è segno propizio e di buona salute, così come portare d’inverno abiti di lana e nuovi. Solo per chi è sotto processo o è schiavo sono sfavorevoli gli abiti nuovi…perché sono molto resistenti e durano a lungo, come potrebbe essere della schiavitù.
Gli abiti bianchi convengono solo a chi usa portarli e agli schiavi dei greci. Agli altri annunciano agitazioni…agli artigiani indicano inattività e disoccupazione…perché la gente non veste abiti bianchi mentre lavora. Ad un uomo ammalato sognare abiti bianchi preannuncia morte, giacché i morti vengono messi nel sepolcro con abiti bianchi, al contrario abiti neri indicano guarigione, perché non dai morti sono indossati.
….la moglie di un lavandaio sognò di indossare abiti neri, poi cambiò idea e ne indossò uno bianco: perse il figlio e lo ritrovò dopo tre giorni. Così si dimostra che il bianco è meglio del nero.
Avere abiti variopinti oppure ornati di porpora giova solo ai sacerdoti, ai coristi, agli attori di teatro, agli altri porta affanni …un abito di colore purpureo è un segno per i servi e per i ricchi: agli uni significa la libertà, (poiché solo chi non è schiavo può portarlo), ai ricchi preannuncia onore e fama.

Un abito femminile giova solo agli scapoli e agli attori, i primi sposeranno donne a loro così care …da sognare di indossarne perfino gli abiti, agli altri predicono importanti scritture. Avere un abito barbarico e abbigliarsi alla moda dei barbari, a chi deve recarsi in terre lontane, indica che il suo soggiorno (nella terra dei barbari) sarà buono e lì si fermerà a lungo. Indossare un abito morbido e di gran prezzo è di buon segno per i ricchi e per i poveri: agli uni durerà la presente fortuna, agli altri capiterà una sorte lieta. Abiti corti e sconvenienti indicano danno e disoccupazione; la clamide…annuncia oppressione e ristre

Nicoletta TRAVAGLINI: San Cristoforo.

San Cristoforo è protettore di Moscufo, nonché dei Paladini, che in molte leggende abruzzesi sono chiamati Palladini, cioè abitanti del monte Pallano. Questi Palladini sono dei giganti che costruirono le mura megalitiche che cingono il monte Pallano, ma sono presenti in ben 200 luoghi, solo in Abruzzo. Questi recinti sacri, secondo alcune interpretazioni, furono costruiti da guerrieri enormi, che la notte dormivano all’interno di questi zone protette ed il giorno andavano a lavorare in Puglia; antico retaggio della transumanza.

Questi miti, nascono dalla commistione delle gesta dei veri paladini di Francia con alcune ossa gigantesche, ritrovati in diversi posti dell’Abruzzo. Pare che accanto a questi guerrieri vi fosse anche una tribù di amazzoni chiamate “Majellane”, le quali erano molto ricche e belle ed avevano adottato questo nome in onore della loro protettrice la dea Maja.

Tra questi uomini di statura mastodontica ve ne era uno chiamato Cristoforo che di giorno lavorava, insieme ad un gruppo di giganti, alla costruzione delle mura ciclopiche e di notte tornava a Roma; un giorno però decise di andare via e portarsi dietro un suo terribile segreto.

San Cristoforo, il cui nome significa “Portatore di Cristo”, nacque in Asia nel III secolo d.C. e si chiamava, in realtà, Reprobo.

Egli era smisuratamente grande e decise di mettersi al servizio dell’essere più potente e temerario del mondo e così si fece assumere da un imperatore. Dopo un po’ di tempo però vide che questi aveva paura di Lucifero e così andò a lavorare per il Demonio; ma quando si accorse che anche egli aveva le sue paure si licenziò.

Passarono un po’ d’anni e Cristoforo, che in un attimo di rabbia aveva sterminato la sua famiglia, andò a confessare le sue colpe al Papa il quale gli disse che per penitenza doveva andare a traghettare le anime dei trapassati presso il Giordano ed egli così fece.

Trascorsero anni e anni senza storia finché un giorno gli capitò di dover trasportare sulle spalle un uomo ed un bambino, ma come fece per prendere il piccolo l’uomo gli consigliò di traghettarne uno per volta.

Cristoforo fece così e dopo aver preso l’uomo ed averlo portato a destinazione tornò indietro. Messosi sulle spalle il bambino si rese conto di trasportare un peso enorme, così si voltò verso il suo passeggero e vide che questi era il Cristo di cui aveva sentito parlare da alcuni monaci suoi amici. Da allora egli si convertì al cristianesimo e morì martire durante il governo di Decio.

L’iconografia classica lo rappresenta cinocefalo, forse per la sua bruttezza oppure forse perché egli potrebbe essere la raffigurazione cristiana del dio pagano Anubi, che veniva raffigurato come sciacallo o cane nero, oltre che con forma umana e la testa di cane.

Autore: Nicoletta Travaglini

Leomardo MELIS: Shardana, la storia.

Come già scritto nella premessa, dopo l’esperienza del romanzo storico “SHARDANA”, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di raccogliere tutto il materiale riguardante “I Popoli del Mare” e i Shardana in particolare, catalogarlo e scrivere un “saggio” su questa pagina importantissima della Storia del Mediterraneo, che toccò anche i mari del Nord e in particolare il Baltico. Vogliamo però avvisare il lettore che il nostro modo di raccontare le cose esce un po’ dai canoni tradizionali del saggio storico. Preferiamo cioè un linguaggio più spontaneo e meno tecnico. Questo potrà non piacere agli “adetti ai lavori”, ce ne dispiace un poco, ma preferiamo che quanto abbiamo da dire sia piuttosto accessibile a tutti. Anche gli argomenti trattati ci portano fuori dai famosi canoni per alcune “rivelazioni” che stravolgono quanto fino ad oggi la Storia Classica ci ha propinato. Raccontare che popoli oggi sottomessi (vedi i Phelets-Palestinesi, gli stessi Shardana e Washasha…) un tempo dominarono il mondo conosciuto per più di un millennio, distruggendo imperi e città.. raccontare dei collegamenti con l’Esodo, la tribù perduta di Dan, Mosè… raccontare che lo stesso Mosè non era Ebreo… porta il lettore a credere che trattesi piuttosto di un lavoro di pura fantasia. Eppure tutto è regolarmente documentato da citazioni di Testi e Autori al di sopra d’ogni sospetto: Erodoto, Diodoro Siculo, Strabone, Pausania, Festo, Solino, Tito Livio, I Testi Egizi, i Papiri di Harris, gli scritti di Wilbour, il Poema di Pentaur, Freud, la stele di Meneptah, i bassorilievi di Luxor e Karnak, Medineth Abu…

Qui parliamo in particolare dei Shardana. La provenienza di questo popolo dall’Asia Minore, ormai accettata dalla maggioranza degli studiosi, è quanto si sostiene in questo libro, con alcuni distinguo. La loro origine dalla città di Sardi, la capitale della Lydia patria del leggendario Creso, sarebbe l’ipotesi più logica visto l’affinità dei due nomi e, aggiungiamo, anche per un’abitudine mai persa degli studiosi nostrani e non, di considerare la Storia Sarda piuttosto recente.

Crediamo però più attendibile la tesi del Carta Raspi, secondo cui essi proverrebbero dall’Asia Minore molti anni prima della fondazione di Sardi stessa. Sorvolando per ora sul fatto che anch’egli insiste in ogni caso nel precisare la loro origine anatolica, notiamo che a dargli un notevole contributo sono alcuni documenti, soprattutto di fonte Egizia. Vi si parla a più riprese dei Popoli del Mare e degli Shardana in particolare, già dai tempi di Amenophis I (1557 – 1530 a.C.) e Amenophis III e di Tuthmosis III (intorno al 1400 a.C.). Di loro parlano ampiamente le iscrizioni nel tempio rupestre di Abu Simbel, in quello di Karnak e di Medinet Habu, i papiri di Harris e gli scritti di Wilbour… Ma la tesi di Sardi come patria d’origine diventa insostenibile se si pensa che Sardi, per logica, sarebbe stata distrutta insieme all’Impero Ittita, dei cui domini faceva parte essendo situata nell’area d’influenza di Hattusa, durante l’ultima terribile invasione dei Popoli del Mare intorno al 1200 a.C.. Come avrebbero potuto i Shardana (che dei Popoli del Mare erano una delle componenti guida) distruggere la loro città d’origine? Non risulta, infatti, nessuna città risparmiata dalla furia devastatrice di tale immane invasione (con l’eccezione di Atene). Inoltre non bisogna dimenticare che la data di tale avvenimento è precedente di due secoli alla stessa fondazione di Sardi (intorno al 1000 a.C.). La teoria che darebbe origini da Sardi è proclamata da alcuni studiosi che fanno riferimento a Erodoto, il quale riporta un episodio del tempo del faraone Psammetico. Riferendosi ai mercenari Cari e Joni inviati da Cige re di Sardi, lo storico scriveva: “erano i primi uomini di lingua straniera a installarsi in quel paese” (Erodoto: II, 154). Collegando il fatto ai mercenari shardana al soldo dei faraoni, i nostri studiosi sostengono che Erod