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Marisa UBERTI: Inaugurato lo scurolo dei Santuario di Santa Maria della Croce a Crema.

Si è svolta, il 26 marzo scorso, presso la magnifica Basilica Minore di S.Maria della Croce, a un chilometro da Crema, la cerimonia di inaugurazione della riapertura dello scurolo, dopo che era rimasto chiuso al pubblico per i lavori di restauro della nicchia lignea e delle statue, iniziati nel corso del 2003. La cerimonia si è svolta alla presenza del vescovo di Crema, delle autorità civili e dei protagonisti diretti di questo progetto: Don Giulio Bellandi, committente e parroco di Santa Maria della Croce; della dottoressa Renata Casarin, storico dell’arte e direttrice della Soprintendenza per il patrimonio storico ed artistico di Brescia, Cremona e Mantova; dei restauratori, Marina Baiguera, di Rovato (BS), di Rodrigo Fodriga e Veronica Valtulini. Il progetto è stato finanziato dalla Fondazione Comunitaria della Provincia di Cremona; dalla Fondazione Popolare Crema per il territorio; dalla Parrocchia di S.Maria della Croce.

La cerimonia ha ricevuto il saluto del vescovo, ilquale ha ricordato che -in questo luogo- la Madonna volle palesarsi in modo speciale, apparendo ad una cremasca, Caterina degli Uberti, lasciando vivo il segno della sua presenza in questo splendido santuario. Un breve intermezzo musicale, suonato all’organo dal maestro Alberto Dossena, ha permesso ad oguno dei presenti, molto numerosi, di prendere contatto con lo stupefacente ambiente di S. Maria della Croce, sovrastati dalla superba cupola ottagonale, per lasciarsi rapire dall’atmosfera emanata dai dipinti, dalle sculture, dall’attesa di visitare l’opera restaurata, di cui siamo stati i primi “testimoni privilegiati”.

Don Giulio Bellandi ha ringraziato non solo la gente che ha nel cuore il Santuario con fedele devozione, ma anzitutto il Rotary, che ha avuto il merito di “accendere la fiaccola” del progetto di restauro, che poi è stata mantenuta viva grazie ai finanziatori, agli esecutori materiali e a tutti coloro che sono stati vicini in qualunque maniera.

Ha preso, successivamente, la parola la dott.ssa Casarin, la quale ha asserito che un anno fa la Soprintendenza ha autorizzato il restauro del Complesso Devozionale dello Scurolo di S. Maria della Croce, in collaborazione con il parroco e con la Commissione Diocesana. Tale autorizzazione giungeva, ha spiegato la dottoressa, dopo un lungo itinere, poichè inizialmente i lavori prevedevano una semplice manutenzione della grande nicchia, che si presentava offuscata da strati pittorici succedutisi nei secoli. Il progetto iniziale, si è poi tramutato in un grosso, difficile ma appagante lavoro di recupero delle opere presenti nello scurolo di S.Maria della Croce, che è stato possibile grazie alla passione, alla competenza e al senso di responsabilità elargiti dai restauratori, che sono stati molte volte menzionati e ringraziati in continuazione.

Per capire al meglio il contesto di cui si sta parlando, è necessario conoscere -almeno per sintesi- la storia del Santuario,edificato su progetto di G. Battagio, che fu allievo del Bramante.

I Luoghi
Dove oggi sorge la Basilica Minore, nel ‘400 esisteva un piccolo borgo , immerso nel bosco, situato sulla strada che porta da Crema a Bergamo. Il bosco prendeva il nome di Novelletto e la strada usciva dalla città all’altezza delle attuali vie di S.Chiara o via Borgo S.Pietro, presso la Porta Pianengo. Il viale alberato che oggi si vede, non esisteva all’epoca dei fatti.

I Personaggi
Caterina degli Uberti era una giovane donna, di buona famiglia, sposata ad un uomo di nome Bartolomeo Pederbelli, detto Contaglio, originario della Valle Imagna (BG), che in precedenza aveva avuto il bando dalla città di Bergamo perchè accusato di omicidio. Caterina, probabilmente, non sapeva di questo e si fidava dell’uomo, che però in breve tempo aveva dilapidato la dote ricevuta con il matrimonio, mostrandosi tale e quale era: un malvivente.

I Fatti
Con il p

Carolina ORSINI * : Schema delle culture del Perù rappresentate nella mostra al Castello Sforzesco di Milano nel 2004.

* Conservatrice delle Raccolte Extraeuropee al Castello Sforzesco di Milano

Premessa 1: la storia peruviana si divide per convenzione in periodi e orizzonti. Si tratta di un concetto vecchio ma per alcuni aspetti efficace che riassume una tendenza nella storia preispanica andina: l’alternarsi di momenti in cui prevale una cultura unificante che estende la sua influenza in tutta l’area del Perù (i cosiddetti orizzonti) e di periodi in cui prevalgono i regionalismi e le diverse tradizioni etniche locali (i cosiddetti periodi intermedi).

Questa maniera di chiamare le differenti fasi della storia peruviana si utilizza a partire dal 1000 a.C. circa, quando vediamo insorgere una prima cultura unificante nel senso che estende su una zona molto vasta del Perù una sua tradizione che è essenzialmente di natura artistica e religiosa, e forse anche politica (ma su questo punto, gli esperti sono ben lungi dal mettersi d’accordo).

Premessa 2: la geografia del Perù è assai complessa e ha profondamente influenzato tutta la storia peruviana. Il Perù è divisibile in tre fasce nel senso verticale. La prima fascia è quella costiera, è essenzialmente desertica ed è quella dove oggi si concentrano le maggiori attività industriali ed economiche, anche grazie allo sfruttamento delle risorse marine (siamo sul livello del mare). La seconda fascia è quella andina (dai 3600 a più di 6500 metri sul livello del mare), dove si pratica un’economia agro-pecuaria. Ovviamente è la zona meno popolata oggi ma in passato è stata la culla delle maggiori culture andine. Notevoli anche le risorse minerarie sfruttate abbondantemente nel periodo preispanico e coloniale. La terza fascia, sempre procedendo da ovest verso est, è quella amazzonica (dalla cosiddetta ceja de selva, attorno ai 2000 metri, fino alla vera amazzonia che è al livello del mare). Qui si sfrutta un’economia agricola (in particolare la coltivazione della frutta e della coca) e le risorse della foresta e del fiume.

Primo Orizzonte

Il primo orizzonte si caratterizza per la nascita di una grande tradizione “religiosa” che raccoglie e espande su un vasto territorio le tradizioni religiose dei periodo precedente (il Formativo). In questo periodo proprio le forme di aggregazione religiosa sembrano essere state il motore della socialità e della nascita degli insediamenti. Sino ad oggi infatti l’archeologia ha ritrovato insediamenti di questa fase associati a grandi centri cerimoniali dalla caratteristica pianta a C almeno nella zona costiera del Perù. Più disperso il modello di insediamento per la zona andina dove esiste una tradizione di architettura religiosa (quella cosiddetta Mito o Kotosh con templi molto più ridotti di dimensione e formati da camere quadrangolari) altrettanto antica e importante.

Durante il primo orizzonte queste due differenti tradizioni sembrano convergere nel modello di insediamento che sta alla base del tempio formativo più importante di questa fase che è quello di Chavín de Huántar. Chavín de Huántar è un complesso che sorge nel cuore delle Ande, sul versante orientale della cordigliera bianca del Perù. Qui, dal 1000 avanti cristo fino al 200 a.C. è fiorito un tempio, forse un oracolo, e al suo attorno una comunità elitaria probabilmente religiosa. Il tempio, costruito in maniera ingegnosa per suscitare ammirazione e timore nei pellegrini che lo frequentavano presenta nella parte più antica (il cosiddetto templo viejo) il fogón di tradizione Mito (ovvero un pozzo circolare in cui venivano bruciate le offerte) e nel templo nuevo (o castillo) una pianta a C e una piazza sprofondata che ricorda la tradizione dei templi costieri. Sia il tempio più antico che quello più moderno presentano una serie di gallerie sotterranee che dovevano in parte servire per il convoglio delle acque e in parte come camere cerimoniali sotterranee. Una di questa contiene ancora la rappresentazione in pietra della princi

Barbara CARMIGNOLA: L’Egitto delle decorazioni parietali.

Per orientarci e districarci tra i labirintici trapassi ed evoluzioni dell’arte egizia al fine di comprendere le prime mosse della decorazione parietale nella terra del Nilo e dei papiri, sceglieremo il nostro punto di riferimento nell’Egitto che tutti conoscono, quello delle piramidi a facce triangolari: l’Egitto della IV dinastia.

Dopo l’utilizzo delle mastabe, Snofru, fondatore della IV dinastia, riempì i dislivelli tra i diversi gradoni ottenendo quattro facce triangolari su una base quadrata di circa 147 m di lato, con un’altezza originaria di 93 m. La piramide di Meidum, oggi smantellata non mostra più il suo antico aspetto ma può considerarsi in ogni caso uno dei passi più rilevanti verso l’Egitto che i più conoscono.

L’arte parietale della IV dinastia eleva a suo tema principe la figura umana, il defunto, rappresentato in posizione eretta oppure seduto ad accogliere il tributo dei suoi poderi (rappresentati anch’essi sotto spoglie umane) o seduto davanti ad una tavola secondo un tema che rimanda alle più antiche rappresentazioni funerarie e che si rintraccia già in lastre risalenti all’età tinita.

L’Egitto della V dinastia e l’età menfitica coincidono con l’ampio utilizzo di decorazioni a rivestire le strutture architettoniche che si contrappongono alla scarsa volontà decorativa dei tempi della IV dinastia, quando si preferiva esaltare la semplicità delle strutture portanti evitando l’inserimento di elementi che potessero essere fonte di distrazione.

Sin dal tempio funerario di Sahurâ compaiono nella temenos della piramide scene con divinità che portano offerte: nel cortile si rintracciano scene di vittorie del sovrano sui nemici, mentre nel corridoio che circonda questo spazio ci si imbatte in scene di caccia e nell’arrivo di una flotta siriaca carica oggetti preziosi.

Di particolare significato è la Sala delle Stagioni del tempio solare del re Neuserrâ: sulle sue pareti vi è un elenco dei vari frutti e mutamenti della natura lungo le varie stagioni dell’anno. Questo fregio a bassorilievo riveste una particolare importanza nella storia della figurazione egiziana per le numerose iconografie che si affermano qui per la prima volta e per la successiva influenza che questa decorazione eserciterà sul gusto e sull’ornamentazione successiva.

Il tema dell’avvicendamento delle stagioni verrà ripreso a Saqqara nella tomba di Mereruka, riconducibile al periodo della VI dinastia. Nei rilievi di questa tomba si ravvisa un elemento interessante: la commistione tra figura e parola scritta, che ritroviamo anche in altri fregi decorativi presenti in luoghi sepolcrali di età coeva, o di poco antecedente, come attestano alcuni esempi riferibili alla V dinastia.

Un prototipo di questo connubio tra immagine e segno è la tomba di Ti, appartenente alla V dinastia e ubicata a Saqqara: alla scena del guado della mandria vengono unite delle iscrizioni con la finalità di vivificarla e completarla.

Il realismo delle scene presenti nella tomba di Ti, nonostante la tipica stilizzazione di quest’arte, è forte, e si avverte preponderante come del resto avviene anche nei rilievi di Mereruka quali, ad esempio, quelli che rimandano all’attività piscatoria.

La caratteristica tipica di questa prima forma di arte parietale egizia risiede nel far combaciare i suoi interessi narrativi con tutta una serie di strutture statiche, di direttrici verticali o orizzontali, con le quali la IV dinastia aveva saputo a suo tempo manifestare la sua energia creatrice e la sua virulenta razionalità.

E’ attraverso questa via che l’intensa forza che le figure promanano trova un suo equilibrio nel bilanciamento tra gli assi della rappresentazione: la dinamicità delle narrazioni viene imbrigliata nella forma compositiva.

Per esemplificare potremmo notare come gli uomini intenti nel raccolto nella tomba di Ti, siano insieme realistici e irrigiditi nel compimento dei lo

Nicoletta TRAVAGLINI: L’Ingannatore.

E’ noto che San Cristoforo veniva spesso raffigurato con la testa canina o di un coyote, forse per la sua bruttezza o per qualche altra ragione a noi ignota o perlomeno non così evidente, dato che potremmo ipotizzare delle analogie tra questo beato ed il culto del dio Coyote degli indiani Nordamericani.

Il dio Coyote, pare che fosse il creatore del mondo, in quanto si sostituì al quello legittimo, prima ingannandolo, da qui il pseudonimo anche di dio ingannatore, poi continuando la sua opera.

Egli, infatti, fece inquietare l’artefice del mondo, trattenendolo dal dare vita ad alcuni legnetti, dopodiché, quando l’irato dio andò via prese i pezzi di legno e li piantò per terra, creando le prime tribù indiane dell’ America del nord e poi gli uomini di tutte le razze.

A questa divinità viene assimilata anche la figura di Loki, il nume nordico tutelare del fuoco e delle fiamme. Egli era un gigante semidivino che si divertiva ad ingannare, truffare, calunniare e rubare agli uomini ed agli dei, nonostante fosse il fratellastro di Odino. Sebbene fosse di natura umana fu educato come un essere divino e quindi aveva accesso anche ai segreti più reconditi degli dei; per questo sottrasse ai suoi ultraterreni colleghi il fuoco che donò, poi, agli uomini facendo adirare, così, Odino.

Loki era un uomo bellissimo ed atletico con una folta chioma rosso fuoco. Egli andava molto fiero del suo fascino; ma non disdegnava di ricorrere alla violenza come quando abusò delle fate per estorcere loro il segreto di un’immensa ricchezza, tra cui si trovava anche un anello dai tremendi poteri magici.

Questo dio Ingannatore si divertiva a tormentare gli dei e perfino ad ucciderli come successe a Balder, nume che rappresenta il sole e la verità. Balder era afflitto da terribili presagi sulla sua imminente morte e così si recò dal padre di tutti gli dei e dalla sua gentile consorte, chiedendo loro di risparmiarlo; questi riuscirono a renderlo immune da tutto il male del mondo.

Dopo questo sortilegio gli dèi vollero metterlo alla prova scagliandogli contro di tutto, compresi corpi contundenti, ma questi rimaneva sempre intatto, finché Loki, incuriosito da tutto ciò decise di chiedere spiegazioni alla moglie di Odino. Sotto le spoglie di una donna, chiese delucidazioni su ciò che accadeva a Balder. La dea gli rivelò il segreto dell’immunità di Balder, dicendogli che solo il vischio gli sarebbe stato letale. Appena avuta questa notizia Loki, andò a raccoglie un rametto di questa piantina e messolo in mano ad un dio cieco lo indusse a scagliarlo contro Balder. Hodur, il dio non vedente, fece ciò che gli era stato suggerito e aiutato dal perfido ingannatore, uccise il buon dio del Sole.

Non contento di ciò che aveva fatto, rubò la collana del potere alla moglie di Odino, la quale lo aveva avuto dopo una notte d’amore con alcuni elfi, creatori del monile. Dopo averlo rubato raccontò a Odino la maniera in cui sua moglie se lo era procurato; il padre di tutti gli dei, scatenò una guerra fratricida per lavare l’onta subita.

Questa ennesima nefandezza portò gli dei a punirlo con un terribile castigo. Dopo aver compiuto tutti questi crimini si rifugiò su una montagna dove si costruì una casa con tante porte da dove scrutava l’orizzonte nell’eventualità qualcuno lo cercasse.

I suoi timori si avverarono presto e così un giorno gli dei lo trovarono, ma prima che essi giungessero alla sua dimora, egli si trasformò in salmone. In breve tempo però venne catturato dai suoi inseguitori ed imprigionato in una caverna con un gigantesco serpente che gli bruciava il viso con il veleno che gli fuoriusciva dalla bocca. Quando uno schizzo di veleno lo colpiva, Loki, urlava, scuotendosi freneticamente facendo tremare la Terra, provocando dei disastrosi terremoti.

E’ difficile dire se vi sia qualche genere di connessione tra San Cristoforo e queste divinità pagane così lontane nello spazio e nel tempo; per