Giuseppe Pipino. Le miniere dei monti Rognosi e la ferriera di Montauto nel territorio di Arezzo.

I Monti Rognosi si estendono nell’alta Valle del Tevero e, poco a nord di Anghiari, e sono comprese in gran parte in questo comune, in parte minore in quelli di Caprese Michelangelo, Pieve S. Stefano e San Sepolcro.
Si tratta di una delle “isole” di ofioliti affioranti dalle potenti successioni sedimentarie dell’Appennino e, benché sia un complesso unitario, è geograficamente suddiviso in Monti Rognosi di Montauto e Monti Rognosi di Albiano, separati dal torrente Sovara, affluente di destra del Tevere, e, insieme, coprono la maggior parte dell’affioramento, il quale continua, a nord e
nord-est, con il Poggio degli Scopeti e col Montedoglio: quest’ultimo è separato dalla massa principale, in affioramento, dai sedimenti alluvionali del Tevere…

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Autore: Giuseppe Pipino – info@oromuseo.com

CASTELLI ROMANI (Rm). Afrodite di Tuscolo. Essere acefala acuisce il mistero.

Durante una interessante serie di scavi effettuati nell’area del sito delle Terme di Adriano, a Tuscolo (in latino, Tusculum), un’antica città del Lazio, che secondo la leggenda fu fondata da Telegono, figlio di Ulisse e della maga Circe, sita sui Colli Albani non molto lontana da Roma, inizialmente latina e successivamente romana, è stata scoperta una sala termale, ricoperta da diversi strati di depositi medievali, ed una statua femminile, sicuramente di epoca romana, meravigliosamente scolpita in marmo, forse pario (parian lychtites): questo è una varietà di marmo bianco a grana fine, altamente apprezzato da scultori e amatori, estratto dalle cave dell’isola greca di Paro.
Peccato, però, che la statua sia acefala e gli arti superiori siano privI di parti.
Il ritrovamento è avvenuto a seguito di una campagna di scavi programmata per la realizzazione del progetto Tuscolo Eterna Bellezza, dopo gli studi effettuati dalla Scuola Spagnola di Storia ed Archeologia di Roma (EEHAR-CSIC), avente lo scopo di scoprire la struttura termale d’epoca adriana, datata fra il I e il II secolo d.C.
E il fatto che la statua sia priva del capo mette su piani diversi gli studiosi, che non riescono a mettersi d’accordo sull’identità della donna rappresentata. Pertanto, è un mistero che, di per sé, rende interessanti gli approfondimenti degli studi, imponendo agli archeologi di sbrigliare la loro fantasia, facendo ipotesi e confrontandole fra di loro.
E, infatti, sono state ventilate tre ipotesi: secondo la prima, la donna potrebbe essere una menade (donna invasata del dio del vino, Dioniso, il Bacco dei Romani); oppure, una musa (dea della danza, del canto e del suono); o, ancora, una ninfa (dea minore della natura).
Comunque, poiché gli studiosi non riescono a mettersi d’accordo su quello che può essere il personaggio rappresentato dalla statua, li lasciamo ai loro incontri ed alle loro discussioni, con la speranza che possano giungere alla sua identificazione definitiva, e noi, intanto, ce la godiamo così com’è, come una maschera veneziana della Festa del Redentore, che non si sa chi nasconda.
D’accordo, mancano la testa e parte delle braccia, ma ciò non toglie il piacere di ammirarne la struttura, immensamente bella, con il vestito raffinato, ricco di drappeggi, ed il solido seno destro scoperto, come lo era quello delle Amazzoni per poter più liberamente usare le armi; interessante l’allacciatura del vestito al braccio dovuta ad una serie di bottoncini; inoltre, sul lato sinistro, la nabride, cioè la pelle del cerbiatto, dalla quale pendono le zampette della bestiola, munite delle loro unghiette: come il resto, costituisce un complesso bello, raffinato e sicuramente molto elegante. Non c’è nulla da eccepire: la statua è a tutto tondo, ricavata a grandezza naturale, da un blocco unico di un meraviglioso marmo, con rifiniture meticolosamente realizzate da uno scultore di qualità eccelsa.
Dopo essere stata estratta dal suolo, la statua è stata trasportate in un laboratorio dell’Istituto Centrale per il Restauro per sottoporla ad un attento recupero conservativo, pronta per andare ad arricchire il già cospicuo patrimonio archeologico del museo di Tuscolo.
Si tratta di un reperto che, come ha chiarito il responsabile della Soprintendenza Direzione Generale Archelogia, Belle Arti e Paesaggio, molti musei capitolini l’avrebbero ospitato a braccia aperte; ma si preferì affidarlo al luogo dove era stato ritrovato, dopo che fu esposto al pubblico nei giorni 29 e 30 settembre 2023.
E non solo, perché si è deciso di continuare le ricerche, mettendo insieme, con spirito di collaborazione, le forze del Museo, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), del DigiLab della Comunità di Roma e la già citata Scuola Spagnola di Storia e Archeologia di Roma attraverso il suo direttore, Antonio Pizzo.
Che l’Afrodite di Epidauro fosse molto apprezzata lo dimostrano le copie eseguite e note (non si sa se ne esistano altre, ancora non scoperte), che sono conservate nei musei di Atene, Monaco, Genova, Firenze e Roma.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

ISCHIA DI CASTRO (Vt). La tomba della biga di Castro.

La tomba della Biga di Castro fu scavata unitamente ad altre nel 1967 nella necropoli etrusca di Ischia di Castro (VT) dal centro Belga di Studi Etrusco-italici.
L’ipogeo, al quale si accedeva tramite un lungo dromos a cielo aperto, presentava un vestibolo con due porte ed un’unica camera in posizione asimmetrica rispetto agli accessi. Per qualche motivo la terza porta (individuabile dai segni sulla parete) non fu mai realizzata.
Nella camera, già oggetto di scavi clandestini, furono trovati elementi di un letto di legno che era appoggiato su una banchina e parte di un ricco corredo (compreso vasellame in bucchero ed in metallo da banchetto).
Vi era un unico defunto (per quanto desumibile dai resti ossei); forse poteva trattarsi di una giovane donna come farebbero pensare alcuni effetti personali quali, un pendente d’oro con scarabeo, una coppia di sandali in bronzo e legno con inserti di oro ed ambra, anello in bucchero, un sonaglio in bronzo ed argento, un manico bronzeo relativo forse ad un flabello, un’armilla a capi sovrapposti in bronzo ed un lydion per oli profumati.
Di fronte ad una delle porte del vestibolo furono rinvenuti parti di una biga (currus) in legno rivestita in lamina di bronzo e con rinforzi delle ruote in ferro. Le maniglie laterali del carro erano decorate con due efebi di profilo, con le braccia distese lungo i fianchi, rivolti verso il fronte del carro mentre la sponda anteriore era abbellita da due palmette sbalzate.
Nel dromos vi erano anche gli scheletri di due cavalli, con le teste rivolte verso il currus, che furono ritualmente sacrificati in occasione della deposizione.
Il carro da parata di Castro, che è uno degli esemplari meglio conservati, aveva una cassa lunga e stretta e poteva trasportare due persone, che dovevano posizionarsi una dietro l’altra.
La tomba è databile al 530 – 520 a.C.; la ricchezza del corredo e la presenza della biga ne consentono l’attribuzione all’élite aristocratica locale.
Nel periodo 5 agosto – 31 dicembre 2023 al Museo Archeologico “Pietro e Turiddo Lotti” di Ischia di Castro è stata organizzata l’interessante mostra “Il Ritorno della Biga Carri Etruschi da Castro, Vulci e Tarquinia”.
La biga ed il corredo sono esposti nel Museo di Rocca Albornoz a Viterbo.

Sulla tomba della Biga di Castro e sul currus ivi rinvenuto cfr., tra gli altri: – Adriana Emiliozzi, La biga di Castro in Il Ritorno della Biga Carri Etruschi da Castro, Vulci e Tarquinia, Effigi Edizioni, 2023, pagg. 46 e ss.;
– Francesca Pontani, La Biga di Ischia di Castro 16 luglio 2028 nel sito internet tusciaup.com ;
– informazioni sul sito Facebook “Museo Archeologico Nazionale Etrusco Rocca Albornoz”.

Di seguito immagini della tomba e del currus di Castro

Autore: Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com 16 feb 2025

NAPOLI. Agrumi in Festa al Real Bosco di Capodimonte, quali eccellenze naturalistiche!

Al via la seconda edizione, più ampia e strutturata, dell’evento “Agrumi in Festa”, in programma al Giardino Torre ed a l’antica Stufa dei Fiori: due giorni di approfondimenti, esposizioni, laboratori didattici, visite-passeggiate guidate, mercato e degustazioni, nell’ambito di un progetto per adulti e bambini, organizzato e promosso per sabato 22 e domenica 23 febbraio 2025, da “Delizie Reali”, la società di gestione che dal 2020 cura, tutela e custodisce i predetti incantevoli siti storici, un tempo vivaio ed azienda agricola dei Borbone, riaperti nel giugno 2023 al grande pubblico, quello delle importanti occasioni, dopo un lungo restauro architettonico e botanico.
Sotto il patrocinio di Grandi Giardini Italiani, dell’Associazione Parchi e Giardini d’Italia e della Società Botanica Italiana Onlus, si inizia sabato 22 febbraio alle ore 10.30 con la tavola rotonda: “Gli agrumi a Capodimonte: una storia meravigliosa che continua dal 1816”, con i saluti di Eike Schmidt, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte, e gli interventi di storici e botanici.
Dalle collezioni storiche del Museo – introdotte da Vincenzo Sorrentino, curatore dipinti e sculture del XVII secolo- al “museo vivente” del Giardino Torre, si ripercorre la storia degli agrumi nel sito di Capodimonte, a partire dal Citrus deliciosa, l’albero di mandarino introdotto nel 1816. Oggi, al Giardino Torre, si contano oltre 50 specie di agrumi, ovvero una importante collezione che viene aggiornata ogni anno e che comprende specie autoctone, come il celebre Sfusato amalfitano ed il limone di Sorrento, ma anche varietà più insolite come il cedro Mano di Buddha, il limone rosso, il Kaffir lime. Queste varietà ed altre ancora, saranno protagoniste della mostra, allestita nell’area del Giardino dei Fiori, la più preziosa del complesso, dove l’associazione Connessioni Vegetali illustrerà le peculiarità storiche e botaniche di ciascun frutto.
Tra i viali del giardino, il Mercato degli agrumi proporrà in vendita piante in vaso e frutti freschi appena raccolti, ma anche tanti prodotti artigianali e da coltivazione biologica, quali marmellate, succhi naturali e liquori prodotti da Delizie Reali; il miele di agrumi; i liquori della distilleria D’Amato, che spiegherà tecniche di distillazione e infusione per ottenere un distillato a base di bucce di limone.
Il programma prevede, come detto, anche visite guidate al Giardino Torre; laboratori didattico-ricreativi per famiglie a cura dell’artista francese Caroline Peyron, durante i quali genitori e figli potranno cimentarsi in disegni di agrumi con tecniche pittoriche diverse; il laboratorio “L’arte del Cestaio” in compagnia dell’artigiano Alfredo di Matteo ed un interessante approfondimento sul riutilizzo degli scarti degli agrumi, a cura di Connessioni Vegetali.
“Agrumi in Festa” vedrà la partecipazione dell’Istituto Istruzione Superiore Statale ad Indirizzo raro, “Caselli – Real Fabrica di Capodimonte”, che presenterà un manufatto di porcellana,  ispirato all’Agrumeto storico.
Gli agrumi saranno, inoltre, in primo piano anche nella proposta gastronomica in appuntamento, coinvolgendo altresì La Stufa dei Fiori, l’ex serra ottocentesca di fronte al Museo, un tempo impiegata per la cura delle specie esotiche e, oggi, tisaneria, caffetteria e bistrot.
In occasione della kermesse, il Museo di Capodimonte, che custodisce capolavori seicenteschi come la celebre, grande Natura Morta con Frutta e Fiori, di Abraham Brueghel e Giuseppe Ruoppolo, organizzerà visite tematiche.
Per la cronaca, nel 1816, veniva introdotto in via sperimentale il primo albero di mandarino nel Real Bosco di Capodimonte e, in particolare, nel Giardino Torre, il vivaio e azienda agricola al servizio della corte reale.
Il botanico Michele Tenore, nel 1840, lo chiamò Citrus deliciosa, e da allora quella degli agrumi a Capodimonte è una storia meravigliosa, che la “Delizie Reali” custodisce, rinnova e promuove quotidianamente dal 2020, dopo una imponente opera di recupero e restauro. Nel 2021 l’Agrumeto Storico del Giardino Torre è stato inserito nell’elenco degli Alberi Monumentali d’Italia. Chapeau!

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

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