Un ricordo personale mi riporta agli anni immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale quando, ancora ragazzo, fui assunto insieme a qualche coetaneo dal Circo Darix Togni – insediato per un breve periodo in Via Rovello a Milano – per girare tra gli spettatori delle gradinate con bibite e caramelle. Una piccola percentuale per ogni vendita e lo spettacolo ‘a gratis’ erano il premio per le serate passate con la cassetta delle gassose al collo. Era il periodo in cui tutti volevano riemergere dalla nebbia della guerra, dimenticare le bombe ed il terribile odore degli incendi che stagnava da mesi nell’aria.
L’arrivo del circo era dunque un avvenimento simbolico, la rinascita dal tremore e dalla morte. Da quell’esperienza breve ma intensa nacque la mia passione per quel tipo di spettacolo, per la sua storia, per il variopinto carosello della pista e per i retroscena che il pubblico non poteva vedere. Ancora adesso ricordo l’emozione di ‘vivere’ la pista con la voce del presentatore, la musica dell’orchestrina appollaiata, il calore del pubblico, gli hop-là dei trapezisti, la leonessa Brescia richiamata all’ordine da Darix nella grande gabbia montata in pochi minuti dagli inservienti, i clown che strappavano gli applausi.
Fino a qualche decennio fa le antenne imbandierate che sorreggevano il tendone multicolore erano spesso presenti nelle aree urbane o nelle periferie che nel secondo dopoguerra si stavano riempiendo di nuovi caseggiati per l’urgenza di dare un tetto alla moltitudine di persone che cercava lavoro e benessere nelle future megalopoli. Darix Togni con il gruppo di leoni berberi – numero centrale dello spettacolo – incrementava l’odore di selvatico mescolandolo alla segatura mossa dagli artigli, al fumo ed al sudore. Sotto lo chapiteau il pubblico si estraniava dalla routine di ogni giorno per dedicarsi allo spettacolo fatto di esotismo, agilità e comicità popolare.
Il circo è stato definito da Ernest Hemingway (1899/1961, scrittore di successo e appassionato di caccia grossa a 360°) “l’unico piacere eterno che ci si possa procurare pagando”.
In piazza, sua sede naturale, lo spettacolo popolare viaggiante è un tipo di divertimento genuino e diretto: fachiri e saltimbanchi, famiglie itineranti che con pochi riflettori, un semplice velario e sedie in plastica ricreano l’atmosfera dello chapiteau sul quale baluginava il nome di uno dei giganti del mondo circense.
Ideato nel 1770 dall’inglese Philip Astley, già sergente maggiore dei dragoni, organizzatore a Londra (in un maneggio di fronte a Westminster) di maestrie equestri, funambolismi dei saltimbanchi, cani e scimmie ammaestrate dalla compagnia italiana Ferzi. Una decina d’anni più tardi costruì un anfiteatro di legno (Astley’s Royal Amphitheater of Arts) in concorrenza con il Royal Circus. Quando la struttura in legno fu distrutta da un incendio, Astley ricostruì il proprio circo dotandolo di un palcoscenico e di una platea circolare, antesignana della pista che sarebbe diventata, dopo la seconda metà dell’Ottocento, il centro e l’emblema di questo tipo di divertimento.
L’udinese Antonio Franconi (1737/1836) assunse la gestione dell’Amphithéatre parigino fondato nel 1782 dallo stesso Astley. Il capostipite della famiglia – rifugiatosi in Francia per avere ucciso un rivale – ebbe largo successo come cavallerizzo e ammaestratore di piccioni; i Franconi diedero al circo numerosi artisti impegnati nel Cirque Olympique inaugurato nel 1807 da Antonio ed ereditato dai figli Laurent ed Henri, il primo dei quali fece lavorare un cervo.
Le antenne imbandierate si diffusero in Europa e negli Stati Uniti dove, nell’Ottocento, cominciò ad operare Phineas Taylor Barnum (1810/1891, nel 1854 scrisse “Autobiography”), giornalista e impresario, che presentava fenomeni e curiosità; le sue tournée diventarono famose quando nel 1871 assemblò “il
Leonella CARDARELLI, Significato ed evoluzione delle danze nel mondo.
Il ballo, che oggi va tanto di moda soprattutto tra i giovani, prima di essere una moda o una tendenza è un’espressione naturale del corpo e dell’arte. Alexandra e Roby ci ricordano infatti che “quello che molte persone hanno dimenticato è che il ballo nasce con l’uomo primitivo che con la danza esorcizzava attraverso il movimento le proprie paure ancestrali, vedi le danze tribali, alle quali si associano quelle praticate allo scopo di rendere omaggio alle divinità adorate. Il nostro essere, la nostra mente, il nostro animo si esprimono attraverso il corpo, che è la nostra porta verso il mondo esterno, è la nostra parte materiale, il mezzo con il quale manifestiamo le nostre passioni, soddisfiamo i nostri desideri, i nostri bisogni, percepiamo noi stessi e gli altri, attraverso il quale ci realizziamo. La nostra esistenza sulla terra è imprescindibile dal nostro corpo. In questo contesto il ballo con la sua gestualità diventa linguaggio con il quale possiamo esprimere le nostre emozioni, senza utilizzare la parola, ma attraverso la musica, diventando sempre più spesso terapeutico e liberatorio.”
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Autore: Leonella Cardarelli
Allegato: significato ed evoluzione delle danze nel mondo.pd
Vincenzo ANDRAOUS. Gesuita nella coerenza e nella generosità.
Quando si parla o si scrive di una persona che non c’è più, a cui ci si è legati per un lungo tragitto di vita insieme, a dispetto di qualsiasi avversità, c’è sempre il rischio di incorrere in una idealizzazione, di appiccicare addosso medaglie e nastrini, sommando parole che non confortano il dolore di questa assenza.
Padre PierSandro Vanzan non era solamente un Gesuita senza paura, un giornalista e uno scrittore arguto e instancabile di Civiltà Cattolica, della carta stampata, è stato soprattutto un amico, un fratello, un padre, e un orizzonte a vista per tutti noi della Comunità Casa del Giovane, una “consueta” coscienza critica, a volte aspra e ammonitrice, ma sempre colma di amore, in nome dell’amicizia con don Enzo Boschetti, fondatore di questa grande casa-comunità di servizio-terapeutica.
Pochi mesi fa era tornato nuovamente tra noi per svolgere ulteriori esami clinici dal Prof. Viganò, con il quale era nato un rapporto affettivo bellissimo, basato sulla stima reciproca. Stava in mezzo a noi con il passo più lento, con l’udito meno buono, ma con la mente lucida di chi non aveva timore di sporcarsi le mani nel dolore e nelle tragedie degli uomini.
Per ogni suo amico, sono certo, ci sarà un momento di sbandamento, ma altrettanto convintamene, indipendentemente dalla fede che si professa, c’è bisogno di ricordare ciò che questo uomo diceva, scriveva, faceva, perché da questa esperienza personale e comunitaria potranno sorgere e rafforzarsi nuove energie cui fare leva, nuove forze interiori per imparare a amare con ardimento: i Santi non sono cartoline illustrate da acquistare nei giorni di festa, ma il respiro di cui non possiamo fare a meno per avere fede e credere a quella Croce dove ora Padre Vanzan sta al suo legno.
Per chi segue il solco di un Vangelo mai ripiegato su se stesso, non è difficile tradurre dalle intenzioni di tante storie tramandate, più che mai attuali, lo stile di vita, i comportamenti quotidiani, e non è irriguardoso accostare Padre Vanzan a un prosieguo della storia più antica e giovane, per continuare ad avvicinare le parole che ci ha lasciato, senza per questo disegnare una verità folgorante che gia c’è, il rischio è più palese e vicino alla terra sotto i nostri piedi, cioè di raccontare e narrare senza sosta la vita di quel legno stretto alle sue mani, facendo ulteriore prossimità con Dio, e non più a quel dubbio che ci serve a nascondere le nostre stanchezze, i nostri limiti, le nostre incapacità ad abbandonarci a ciò che è.
Nei tanti anni che ci hanno visti accanto, ho conosciuto “sottopelle” Padre Vanzan, siamo stati insieme, come lo è stata tutta la Casa del Giovane, fino a diventare la sua grande casa, non era mai un pensiero scontato, non era semplice seguire le sue tracce, le sue orme, perché a volte parevano così profonde da incutere timore, manco fossero di un orso eretto al cielo.
Sono tanti gli episodi che danno l’idea del carico di autorevolezza di questo sacerdote profeta nella santità profetica di chi lo attraversava e accompagnava come don Enzo Boschetti e le sue intuizioni, la sua vista prospettica, il coraggio delle scelte, la generosità della coerenza. Insieme hanno cresciuto un albero della vita importante, la Casa del Giovane, una radice formidabile perché affondata nel loro amore.
L’intensità della passione quando postulava Giovanni Palatucci, il famoso Questore buono, la sua capacità di raccontare quanta giustizia albergava nel cuore di questo funzionario di Polizia, di questo uomo delle istituzioni, e di quanto un uomo possa scegliere di essere giusto, mentre è schiacciato e ucciso dall’ingiustizia più inenarrabile.
C’è un bisogno sincero di onorare persone come queste, di ancorarle al cuore, alla vita spirituale di ognuno, alle fatiche dell’esistenza, per farne esempio da rileggere ogni volta che servirà.
Autore: Vincenzo Andraous
Email: vincenzo.andraous@cdg.it
Vincenzo ANDRAOUS. La prevenzione preziosa>.
Non c’è giorno in cui scorrendo le pagine di un quotidiano non leggiamo di un’operazione di Polizia che riguarda il fermo o l’arresto di giovanissimi implicati nello spaccio, nell’acquisto, o nel consumo di sostanze stupefacenti.
Fin troppo facile esorcizzare il fattaccio asserendo che sono episodi che investono il mondo giovanile dalla notte dei tempi: forse il modo migliore per affrontare questo suicidio generazionale è parlare di droga ribadendo con forza che nessuna fa bene, non ne esistono che fanno poco male. E’ un imperativo che va portato avanti senza indugi e senza tregue di comodo in famiglia, nelle classi di ogni scuola, negli oratori, occorre farlo in maniera progettuale, preventiva, non solamente quando qualcosa sconvolge il quieto vivere.
Per evitare qualche dispiacere domani, è meglio parlarne oggi con la determinazione di chi sa quanto dolore reca la droga, quanta sofferenza straripa dal rimpianto che cresce per un mondo falsificato e adagiato su mille bugie.
Ogni giorno giovanissimi che vanno in frantumi, non è un quadro sociale inventato, è quello che accade in ogni città, in ogni periferia, una attualità che non serve rimpicciolire e neppure ingigantire, ma trattare con interventi coerenti, con lo sguardo in alto di chi non intende venire meno al richiamo della propria coscienza.
Ragazzi in carcere a imparare a vivere, a rimettere insieme i cocci, a ripensare quel che è stato; a volte, ed è tutto dire, con questo carcere che annienta le personalità, perfino una cella può diventare un punto di partenza necessario per evitare sciagurate trasformazioni in inesistenti punti di arrivo. E’ chiaro che non è il carcere a poter risolvere l’uso e abuso di sostanze da parte di chi strappa l’adolescenza e prosegue dentro un futuro di rischi estremi, di devianza latente, non possono essere le catene né la disumanità di un penitenziario a educare chi ancora non lo è stato.
Fare prevenzione significa incontrare le tribù nelle classi, nelle scuole, negli oratori, lì, c’è il territorio da esplorare con la testa e con il cuore, testimoniando con la parola quanto può costare e quanto può annientare usare droga, quanto male può portare lo stordimento di una canna, una tirata di polvere, il reiterato calare giù di pasticche e alcol, lo si può e lo si deve fare attraverso la storia personale di chi ha perduto tutto, peggio, ha dilaniato tutto agli altri, anche la vita.
Prevenire significa agire un passo prima della caduta, prima che il vizio divenga malattia, ma per arrivare a questa condizione di aiuto sociale, bisogna crederci e quindi mettercela tutta, per esserci dove è importante non essere assenti, per evitare di produrre “invisibili” in serie, quelli che riteniamo per “comodità” disturbanti, a poco a poco irrecuperabili, addirittura percepiti come interessi da pagare al benessere a cui non intendiamo rinunciare.
Anche oggi un minore è caduto, si è fatto male, ha causato sofferenza agli altri, il portone del carcere s’è richiuso alle sue spalle, anche oggi un giovanissimo è entrato in comunità per intraprendere un percorso da “entronauta”, e comprendere come rimandare il momento di affrontare un problema può significare non trovare per tempo una mano tesa a trarti dall’impaccio della bugia, che non rispetta la fragilità e le potenzialità di ognuno.
Forse alla prevenzione preziosa di cui parlo, quella pratica che anticipa la caduta, è possibile arrivare con un ripetuto ritrovarsi sul campo, con un progetto che si costruisce insieme.
Autore: Vincenzo Andraous
Email: vincenzo.andraous@cdg.it