Vincenzo ANDRAOUS, Violenza spicciola che fa male.

E’ un periodo costellato di episodi di violenza spicciola che imbratta le strade e le coscienze, lasciando dietro sé tracce evidenti di indifferenza e un po’ di paura, come a dire che queste cose accadono solo ai “fuori di testa”.
Accadimenti che vedono primi protagonisti i più giovani, quelli che davvero sognano di fare le cose per bene, ma spesso si imbucano alla via più breve, che arreca danno e sofferenze.
Nelle vie dello struscio le dita non sono più intrecciate ad altre più minute, non corrono più al viso della propria bella, sono diventate mani strette a pugno, afferrano i bastoni, i caschi, le bottiglie, colpiscono presentando il conto a qualcuno, non soltanto al malcapitato di turno.
I giovani e la violenza, non è uno spettacolo teatrale: quando alla fronte imperlata di sudore della paura s’aggiunge il sapore acre del sangue,  non c’è più tempo per disquisire su ulteriori rimandi, diviene l’unico spazio che rimane per trovare  la risposta che manca e perpetua il massacro.
Parlando con un ragazzino, uno di quelli che cammina buttando i piedi di lato, che sembra costantemente in procinto di cadere, ho avuto l’impressione di avere di fronte un piccolo terrorista  della parola che fa rumore, una tempesta di parole scagliate senza prendere la mira, nel mucchio, per fare breccia in quel muro invisibile eretto intorno, da chissà chi e da chissà cosa.  Un muro altissimo che sebbene non c’è, appare insormontabile.
Un ragazzino come ce ne sono tanti, con le tasche vuote di tempo per giocare, per studiare, per parlare con il mondo, sprovvisto della curiosità di conoscere i colori, i sapori, le differenze che insegnano a vivere insieme, e non contro per forza.
“Io non faccio niente di male, una canna non è niente di che, un bicchiere in più neppure, e qualche  calcio nel sedere non ha mai ucciso nessuno”. Dentro queste parole la contraddizione più inconsapevole, che però non ammette ignoranza, non concede riparo quando accade l’incidente improvviso, l’impatto terribile con l’ostacolo inaspettato, allora si rimane lì con l’odore del ferro bruciato alle narici, agli occhi, al cuore che fa fatica a vivere ancora.
Un giovanissimo sbilanciato sulla puntata da collocare, tra i colpi di fortuna e le imprecazioni per l’attesa che non sopporta il tempo di cui si nutre, una competizione perennemente distorta, che dovrebbe aiutare a crescere,  ma diventa pura violenza svestita di ogni utilità, e ubriaca di sofferenza da elargire a breve termine.
Giovani affidati alla disattenzione del messaggio mediatico che premia quello che sgomita al mento, mentre la giustizia rimane a guardare i dis-valori che divengono traguardi da raggiungere a tutti i costi, l’arroganza filtra  dalle relazioni, dalle convivenze, è un modo di agire la vita disconoscendo la forma più alta dell’educazione, quel rispetto che dovrebbe unire se stessi agli altri.
La violenza non è mai da prendere sottogamba, come dice qualcuno: i cretini vanno stanati con ferocia, ripresi nel loro linguaggio, comportamento, stile di vita violento. 
Occorre ritornare all’educazione delle buone maniere, ogni giorno che ci aspetta, che ci invita a costruire buona vita, infatti solamente attraverso l’educazione si realizza la persona e con essa la collettività.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Giuliano CONFALONIERI. La corazzata ROMA.

I quotidiani hanno dato ampio risalto al ritrovamento, con l’ausilio del robot subacqueo, di una torretta della corazzata “ROMA” affondata a mille metri dalle bombe tedesche il giorno successivo all’armistizio con gli anglo americani nella II guerra mondiale: l’esercito allo sbando, i reali in fuga, caos totale e inizio delle vendette personali che proseguiranno per molti mesi.
Millequattrocento marinai morti e la scomparsa di una nave da guerra varata nel 1940 e colpita nel 1943 nel Golfo dell’Asinara. Una breve vita di questo gigante del mare (46.000 ton. di stazza) lungo 240 metri. Armata con 37 cannoni, 48 mitragliere e la possibilità di alare un paio di idrovolanti, la corazzata era un formidabile mezzo di offesa ricercata da decenni nel suo sepolcro in fondo al mare, coperta dall’acqua in meno di 30 minuti. Una velocità massima di 32 nodi – eccezionale per l’epoca e per la stazza – la nave era ancorata nel Golfo di La Spezia quando arrivò l’ordine di salpare verso La Maddalena in attesa della decisione di auto affondarsi o di sapere quale porto sicuro avrebbe potuto accoglierla. Nove settembre – al comando l’ammiraglio Bergamini – poche miglia percorse quando un messaggio avvertì che l’Asinara era occupata dai tedeschi. Contrordine per dirigere la prua verso sud ma ormai l’aviazione nazista era già sulle sue tracce. Arrivano i bimotori in formazione a pochi metri dal livello del mare, posizione ottima per attaccare un bersaglio mastodontico. Verso le 16 la corazzata viene colpita due volte e comincia ad incendiarsi, immobile senza altra speranza che i bombardieri debbano allontanarsi per qualche ragione. Invece le bombe la spezzano in due parti affrettandone la fine. Fiamme, puzza acre della nafta, i superstiti avvolti da una atmosfera terribile tentano di avvicinarsi alle scialuppe delle navi di scorta per essere soccorsi, una tragedia per i 2.000 uomini a bordo (poco più di 600 gli scampati) malgrado il massiccio armamento che avrebbe dovuto difenderla.

Autore: Giuliano Confalonieri

Email: Giuliano.confalonieri@alice.it

Giuliano CONFALONIERI, Damasco.

Damasco è da tempo sotto i riflettori dell’opinione pubblica internazionale. Ciò riporta ad un secolo fa quando il tenente Thomas Edward Lawrence (1888/1935) è stato protagonista della politica e della guerriglia in Arabia.
Mentre in Europa esplodeva la prima guerra mondiale, fu inviato al Cairo come ufficiale di collegamento tra le truppe inglesi e le tribù arabe: in questo ruolo condusse la rivolta contro i turchi guidando i beduini nel deserto alla conquista di Damasco. Concluso il suo compito con il grado di colonnello, deluso dal comportamento dei compatrioti nei confronti degli arabi, nel 1922 si dimise arruolandosi poi come semplice aviere e sotto falso nome nella Royal Air Force. Smobilitato nel 1935, morì pochi mesi dopo per un misterioso incidente motociclistico. Nel 1926 pubblicò privatamente il resoconto dell’esperienza nel ponderoso libro “I sette pilastri della saggezza”, autoritratto di una personalità contraddittoria, sensibile e crudele, temeraria e masochista. Nato nel Galles, Lawrence compì gli studi universitari ad Oxford. Tra il 1909/1914 soggiornò più volte in Siria e Mesopotamia prima per motivi di studio, poi con una spedizione archeologica sull’Eufrate. In Egitto ebbe il compito dall’Intelligence Service di estendere la rivolta contro i turchi – obbligandoli così ad impegnare truppe dislocate sul fronte occidentale – iniziata dalla tribù di Husain Alì per affiancare le forze militari inglesi in Medio Oriente. Lawrence ha scritto un’opera affascinante nella quale mescola la cronaca con l’ispirazione letteraria, l’ufficiale in missione col viaggiatore e l’archeologo.
Lo stile, di grande efficacia narrativa, ne fa un classico della letteratura inglese, un tipo di prova definito da Ernest Hemingway in altre occasioni ‘prosa a quattro dimensioni’: come condurre una guerriglia con gente male armata e vincolata da codici tribali in un ambiente da epopea greca, il deserto che incanta ed uccide, il ritratto del profeta guerriero Faysal, colui che sarà il futuro sovrano dell’Iraq. Lawrence diventa arabo tra gli arabi, accettato e rispettato come uno dei loro capi pur essendo agli ordini dello Stato Maggiore britannico. Un personaggio che si confronta con le proprie debolezze, le vince e le fa diventare momenti di estrema determinazione come quando caparbiamente – già sfinito per una lunga traversata – torna con il cammello tra le dune roventi per salvare un compagno, oppure quando massacra selvaggiamente con il proprio gruppo un reparto di militari turchi, quando è sottoposto alla tortura, quando conduce all’assalto le truppe bedù cammellate dopo un audace percorso attraverso un deserto di sabbia invivibile, quando reagisce verso i superiori per difendere gli amici arabi, quando riceve l’onore di essere accolto nella tribù di Faysal con il rito della vestizione, quando fa saltare i convogli della linea ferroviaria turca, quando entra vincitore ad Aqabah, quando la morte e la sofferenza gli passano accanto, quando conclude l’avventura con Damasco conquistata per poi appartarsi in un anonimato al quale non era aduso.
La parte finale del libro-diario riassume con emozione i sentimenti contrastanti del distacco dagli anni dell’epopea araba: “ … allorquando lasciai Damasco, il 4 ottobre 1918, i siriani avevano il loro governo de facto che resistette due anni, senza appoggio straniero, in un paese occupato, devastato dalla guerra e contro la volontà di importanti elementi alleati. A tarda sera ero solo, seduto nella mia camera e lavoravo e pensavo con tanta calma quanto me ne permettevano i turbolenti ricordi della giornata, quando i muezzin cominciarono a lanciare il loro richiamo all’ultima preghiera attraverso la notte nebbiosa che si stendeva sull’illuminazione della città festante. Uno, dalla voce armoniosa di speciale dolcezza, da una moschea vicina, gridava in modo ch’io lo udivo attraverso la mia finestra e mi sorpresi a seguire le sue parole:

Vincenzo ANDRAOUS, Senza alcuna vergogna.

C’è una danza che fuoriesce da ogni riga letta, una crociera del dolore e della sofferenza, un rumore persistente che straripa nei tanti articoli di giornale, nelle trasmissioni televisive, negli incontri organizzati per parlare di questo fenomeno che è diventato una somma che non sta più nella casella predisposta per contenerne l’urto.
Il reato è di per sè un’azione ignobile, l’omicidio ne è l’estensione più palese, per cui stare a polemizzare, a perdere tempo sulla declinazione da affibbiare a chi uccide una donna, disquisendo si tratti di femminicidio o più semplicemente del reato di assassinio.
Non mi pare il caso di giocare con il codice penale, è  un azzeramento del valore della vita umana, è l’annullamento di un ruolo complementare ben preciso, per cui c’è in atto un vero e proprio distoglimento dalla sacralità della donna-femmina, della figlia-madre, della compagna-moglie. Come a voler significare che in una società come la nostra, attraversata da una illegalità diffusa, dove erroneamente è indicata la nicchia-minoranza formata dal malaffare, dalla criminalità, dai soliti noti, invece  la furbizia omertosa, la disonestà sotto i più impensabili artifizi, conferma la maggioranza degli individui: dal vandalismo adolescenziale, al bullismo scolastico, al ritenere legale comprare, vendere e consumare droga per ottenere denari, per farsi e ubriacarsi, dal non pagare l’iva, non rilasciare  scontrini fiscali, quindi non richiedere le ricevute per non dovere pagare di più, e via compagnia cantando.
Questo in-agire quotidiano partorisce un preciso interesse personale che tocca ogni ambito e ogni tasca, quella piena e quella vuota, producendo minore attenzione verso la regola, il senso civico, l’azione morale che sta a responsabilità di ognuno.
Una prassi che consegna lauree e incensi al più lesto di mano, alimentando  la miseria umana, la miserabilità più profonda che alberga nel cuore dell’uomo, del maschio, del conduttore per eccellenza.
Quando la vita diventa una semplice stanzialità sociale, priva di sentimenti e passioni eccezionali, ciò riduce aspettative, sogni e speranze, la stessa fiducia è una fiamma destinata a consumarsi, allora maturano le situazioni di degrado, lo scarso valore di autostima, di rispetto della propria persona e competenze, comporta l’annullamento dell’altro, in questo caso della donna, che rimane anello debole, presenza fragile, compagna di viaggio da sottomettere, opprimere e colpire.
Omicidio-femminicidio, è agire riconducibile a una violenza condensata, contratta e proiettata sulla donna, dentro il focolare ma pure fuori dove il tavolo dei valori  è un documento di identità  sbandierato bene, invece è violenza condensata nelle gestualità, nelle parole infide, che rappresentano il contrario e l’antitesi della buona educazione e credibilità.
La famiglia ha fallito, il nucleo educativo per eccellenza ha fallito, l’adulto nella sua infanzia e adolescenza ha fallito, così il modo di percepire la relazione, i sentimenti, l’amore,  diventa un doppio salto mortale: lo sguardo non è mai indietro a indagare, a verificare, elaborare, ma lanciato in avanti, dove ciò che è ritenuto ostile, si configura come una sbalorditiva secessione praticata con il maglio, con il taglio, mai con la mediazione della coscienza adulta che sa fare i conti con i bilanci più fallimentari.
La violenza in famiglia, dentro la coppia non è tema da prendere sottogamba, da licenziare con una sorta di indifferenza intellettuale, è sbagliato domiciliarsi sulla sponda dell’irreversibilità, della accettazione di un male sociale, ben sapendo che il sopruso, la prepotenza letale, non sono gagliardetti acquistati al supermercato degli  infanti a vita.
Questa violenza non è eredità biologica, né sommossa neuronica accidentale, è il prodotto di una cultura, di una illegalità, di un apprendimento di partenza, un conformismo  ideologico che banalizza gli ideali più alti

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