Vincenzo ANDRAOUS, L’eufemismo dell’inferno di Dante.

L’estate è sbilanciata in avanti, le temperature alzano il tiro, i corpi ammassati tentano disperatamente di resistere, i malati più deboli muoiono, quelli più sani combattono dentro una resistenza senza riparo, altri stanno lì senza il più piccolo sollievo, nè capacità di avvertire la propria colpa.
Il carcere non è più spauracchio dell’illegalità, strumento deterrente, non è più ultima trincea a difesa di ogni libertà. E’ diventato altro, come Dante e il suo inferno sono diventati un mero eufemismo, e Benigni  un cantore in disuso, entrambi non più corrispondenti alla disperazione di un luogo perduto alle coscienze.
Cos’è il carcere oggi, a cosa ed a quale dissacrante dottrina si è ridotto, se non all’indifferenza? Sovraffollamento che non è più riconducibile al solo problema endemico all’Amministrazione Penitenziaria: è il risultato di recidive alimentate da politiche ingannevoli, più galera per tutti, meno misure alternative che invece insegnano a lavorare, a faticare, a scegliere la responsabilità, in un patto di lealtà sociale.
Carenza di personale professionale e dimezzamento dei fondi di investimento al settore giustizia non sono sufficienti a confermare il livello di disumanità che circonda un penitenziario, una cella, un cittadino detenuto, perché ancora tale è, come sancito dalla Costituzione, dalla condizione di persona momentaneamente privata della libertà, non certamente del diritto di sperare.
Quando penso al carcere, malandato, umiliato, percosso dalle intelligenze addormentate, mi vengono in mente le pretese di giustizia di un certo Peter Moskos, ex funzionario di Polizia, ora docente di diritto penale, salito prepotentemente alle cronache per un report di 154 pagine, con cui ritiene di superare il fallimento del sistema penitenziario americano, debellando il più devastante sovraffollamento carcerario della storia dell’umanità, attraverso la punizione della flagellazione.
E’ soltanto una boutade sconcertante di un illuminato senza più luce né ragione, oppure c’è qualcosa che fa al caso nostro? Al sistema americano certamente sì, con la pena di morte, con il carcere privatizzato, con la violenza intramuraria che neppure i films riescono più a immaginare, figuriamoci raccontare.
Nel paese della selva oscura dell’Alighieri e del Benigni che disconoscono i gironi ben nascosti di un inferno in continua ebollizione, forse qualche nerbata potrebbe passare, come pena alternativa a un carcere che mi ostino a dire che ancora non c’è.
Oppure il solo pensare a una punizione come questa scandalizza, perché ci ricorda la schiavitù, qualche reminiscenza di tortura, di inquisizione, di pene illegali.
Certo non è semplice optare per una condanna alla frustata, al ritorno del sangue statuale, ma con qualche scudisciata ben assestata, il 70% di popolazione detenuta potrebbe nell’immediato lasciare le anguste e sovraccariche celle italiche.
Il dott. Moskos pare più attrezzato a scioccare e banalizzare, che a risolvere una violenza carceraria che ha superato ogni livello di guardia nel suo paese. Ma in questa partitura medioevale è possibile trovare qualche indicazione, quanto meno ripartire da una riflessione.
Disturba fare ricorso anche solo con le parole a una violenza che dovrebbe “sanare”  altra violenza, che “ripara” il male con altro male,  eppure come è possibile inorridire assai meno per una pena che rapina le dignità con inaudita perseveranza, tant’è che a metà anno abbiamo perso il conto dei tanti “evasi” con i piedi in avanti, detenuti e agenti.
Sobbalziamo al pensiero di trascendere alla fustigazione, rimanendo impassibili di fronte al grado di violenza cui è sottoposto il detenuto, e non solo, l’intero impianto penitenziario.
Abbandono e indifferenza, morte dei corpi e delle menti, morte di ogni possibilità di comprendere di sé e del proprio esistere nella vita che rimane, nonostante la cella, nonostante il carcere.
E’ un degrado che polverizza ogni

Vincenzo ANDRAOUS, Mario non c’è più.

Quanto tempo è passato da quando ti abbiamo visto la prima volta in comunità a faticare, camminare, faticare, e ancora camminare, fino a diventare maratoneta di un percorso di vita vero, con i piedi ben piantati al suolo, ritornando a vivere le tue emozioni, i carichi distribuiti a misura, i pezzi di futuro rimessi insieme.
Tanti anni a fare sudore, a espellere tossine, a buttare fuori il malessere, il disagio sopportato sottocarico, l’amore scambiato per qualche soldo di fiducia tradita.
Mario era un ragazzo come tanti altri, con una famiglia, moglie e figli, un lavoro, tutto sembra filare al dritto in poppa, finchè un giorno arriva a bussare alla porta il bastardo inaspettato, l’amico che ti propone lo sballo, tanto per fare qualcosa di diverso: appare inspiegabile la sua impreparazione, la sua inadeguatezza, la sua resa fatta di fragilità.
Il rapporto con la famiglia s’incrina, il lavoro se ne va da un’altra parte, non c’è alternativa se non il buio che illusoriamente protegge nella strada,  la panchina, i luoghi della solitudine, al profumo dell’amore si oppone l’odore acre della lontananza.
I piedi feriti, il corpo indolenzito, il male dentro fin sopra le scapole, giù fino al cuore, un dolore intenso mitigato dalla droga, dall’alcol, un poliabuso sconsiderato a nascondere nella dipendenza il vero problema della testa, della pancia, dell’anima.
Mario e la  presunzione  che non gli consente di chiedere aiuto, scivola sulla vita che perde senso in ogni giorno da cavalcare, è disarcionato, a terra, solo, senza più se stesso.
La grande città lo espelle, lo getta fuori senza tanti complimenti, lo scarica indietro tra i detriti che non servono più a nulla. Allora Mario si trascina fino a una piccola città, tenta disperatamente di rimettersi in piedi, poggia un passo avanti all’altro, tenta di vedere cosa fare, non solamente come meno subire.
Sniffare e bere diventa un castigo ben peggiore delle difficoltà di ritornare a rispettare la vita, percepisce la necessità e l’urgenza di non mollare gli ormeggi, finalmente alza una mano, la voce taglia a metà la paura, non indietreggia più, avanza con lo sguardo in alto, lasciandosi alle spalle la pazienza della disperazione.
Rammento i primi giorni di accoglienza nella Comunità Casa del Giovane, il suo impegno costante, la sua scelta di non rifiutare la fatica, il bisogno di ritrovare un equilibrio, la ricerca di uno stile di vita diverso e più consono alla cura di se stesso, dentro una solidarietà non di facciata,  ma consapevole del valore della reciprocità: noi ci siamo se anche tu ci sei.
Mario ce l’aveva fatta, non aveva più bisogno della bugia più grande per stare bene, cocaina e alcol non avevano più possibilità di fregarlo, di affascinarlo, di metterlo un’altra volta ko.
Si era riavvicinato alla figlia, aveva trovato un lavoro decoroso, preso in affitto una piccola casetta, ripreso in mano le redini di una serenità non più maltrattata.
Mario si ammala, è in rianimazione, per giorni sta immobile su quel lettino, ma poi seppure a tentoni la fa franca all’incedere insolente della malattia.
Riuscimmo a riportarlo a casa, sapeva del tumore al fegato, delle placche estese alla spina dorsale,  ma per qualche momento ancora è stato un uomo libero.
Cosa ci lascia in eredità Mario? Sicuramente tante cose, ma un paio sono da tenere a mente, costi quel che costi. La prima è che ogni uomo domiciliato nell’errore, se fa ricorso a tutte le proprie energie interiori, ce la può fare a rialzarsi.
La seconda è che fare uso e abuso di sostanze rendono la vita un calvario, annientano e distruggono ciò che resta, e anche quando la dipendenza è combattuta e vinta con  coerenza, spesso restano le ferite, gli scavi, il male inarrestabile sotto il primo strato che non fa sconti a nessuno.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Vincenzo ANDRAOUS, Violenza spicciola che fa male.

E’ un periodo costellato di episodi di violenza spicciola che imbratta le strade e le coscienze, lasciando dietro sé tracce evidenti di indifferenza e un po’ di paura, come a dire che queste cose accadono solo ai “fuori di testa”.
Accadimenti che vedono primi protagonisti i più giovani, quelli che davvero sognano di fare le cose per bene, ma spesso si imbucano alla via più breve, che arreca danno e sofferenze.
Nelle vie dello struscio le dita non sono più intrecciate ad altre più minute, non corrono più al viso della propria bella, sono diventate mani strette a pugno, afferrano i bastoni, i caschi, le bottiglie, colpiscono presentando il conto a qualcuno, non soltanto al malcapitato di turno.
I giovani e la violenza, non è uno spettacolo teatrale: quando alla fronte imperlata di sudore della paura s’aggiunge il sapore acre del sangue,  non c’è più tempo per disquisire su ulteriori rimandi, diviene l’unico spazio che rimane per trovare  la risposta che manca e perpetua il massacro.
Parlando con un ragazzino, uno di quelli che cammina buttando i piedi di lato, che sembra costantemente in procinto di cadere, ho avuto l’impressione di avere di fronte un piccolo terrorista  della parola che fa rumore, una tempesta di parole scagliate senza prendere la mira, nel mucchio, per fare breccia in quel muro invisibile eretto intorno, da chissà chi e da chissà cosa.  Un muro altissimo che sebbene non c’è, appare insormontabile.
Un ragazzino come ce ne sono tanti, con le tasche vuote di tempo per giocare, per studiare, per parlare con il mondo, sprovvisto della curiosità di conoscere i colori, i sapori, le differenze che insegnano a vivere insieme, e non contro per forza.
“Io non faccio niente di male, una canna non è niente di che, un bicchiere in più neppure, e qualche  calcio nel sedere non ha mai ucciso nessuno”. Dentro queste parole la contraddizione più inconsapevole, che però non ammette ignoranza, non concede riparo quando accade l’incidente improvviso, l’impatto terribile con l’ostacolo inaspettato, allora si rimane lì con l’odore del ferro bruciato alle narici, agli occhi, al cuore che fa fatica a vivere ancora.
Un giovanissimo sbilanciato sulla puntata da collocare, tra i colpi di fortuna e le imprecazioni per l’attesa che non sopporta il tempo di cui si nutre, una competizione perennemente distorta, che dovrebbe aiutare a crescere,  ma diventa pura violenza svestita di ogni utilità, e ubriaca di sofferenza da elargire a breve termine.
Giovani affidati alla disattenzione del messaggio mediatico che premia quello che sgomita al mento, mentre la giustizia rimane a guardare i dis-valori che divengono traguardi da raggiungere a tutti i costi, l’arroganza filtra  dalle relazioni, dalle convivenze, è un modo di agire la vita disconoscendo la forma più alta dell’educazione, quel rispetto che dovrebbe unire se stessi agli altri.
La violenza non è mai da prendere sottogamba, come dice qualcuno: i cretini vanno stanati con ferocia, ripresi nel loro linguaggio, comportamento, stile di vita violento. 
Occorre ritornare all’educazione delle buone maniere, ogni giorno che ci aspetta, che ci invita a costruire buona vita, infatti solamente attraverso l’educazione si realizza la persona e con essa la collettività.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Giuliano CONFALONIERI. La corazzata ROMA.

I quotidiani hanno dato ampio risalto al ritrovamento, con l’ausilio del robot subacqueo, di una torretta della corazzata “ROMA” affondata a mille metri dalle bombe tedesche il giorno successivo all’armistizio con gli anglo americani nella II guerra mondiale: l’esercito allo sbando, i reali in fuga, caos totale e inizio delle vendette personali che proseguiranno per molti mesi.
Millequattrocento marinai morti e la scomparsa di una nave da guerra varata nel 1940 e colpita nel 1943 nel Golfo dell’Asinara. Una breve vita di questo gigante del mare (46.000 ton. di stazza) lungo 240 metri. Armata con 37 cannoni, 48 mitragliere e la possibilità di alare un paio di idrovolanti, la corazzata era un formidabile mezzo di offesa ricercata da decenni nel suo sepolcro in fondo al mare, coperta dall’acqua in meno di 30 minuti. Una velocità massima di 32 nodi – eccezionale per l’epoca e per la stazza – la nave era ancorata nel Golfo di La Spezia quando arrivò l’ordine di salpare verso La Maddalena in attesa della decisione di auto affondarsi o di sapere quale porto sicuro avrebbe potuto accoglierla. Nove settembre – al comando l’ammiraglio Bergamini – poche miglia percorse quando un messaggio avvertì che l’Asinara era occupata dai tedeschi. Contrordine per dirigere la prua verso sud ma ormai l’aviazione nazista era già sulle sue tracce. Arrivano i bimotori in formazione a pochi metri dal livello del mare, posizione ottima per attaccare un bersaglio mastodontico. Verso le 16 la corazzata viene colpita due volte e comincia ad incendiarsi, immobile senza altra speranza che i bombardieri debbano allontanarsi per qualche ragione. Invece le bombe la spezzano in due parti affrettandone la fine. Fiamme, puzza acre della nafta, i superstiti avvolti da una atmosfera terribile tentano di avvicinarsi alle scialuppe delle navi di scorta per essere soccorsi, una tragedia per i 2.000 uomini a bordo (poco più di 600 gli scampati) malgrado il massiccio armamento che avrebbe dovuto difenderla.

Autore: Giuliano Confalonieri

Email: Giuliano.confalonieri@alice.it

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