AA.VV. Megalitismo in Val Ceresio.

Gli Autori descrivono i reperti megalitici, il loro orientamento con le possibili correlazioni archeoastronomiche che potrebbero indicare una frequentazione pre e/o protostorica dei luoghi descritti.
Segue un’analisi delle possibili prospettive di ricerca.


Lo studio completo si trova nell’allegato.


Autori: Alfredo Pirondini, Gian Paolo Bocca, Filippo Pirondini e Cecilia Pirondini.

Email: mpwpir@gmail.com

Allegato: MEGALITISMO IN VAL CERESIO.pdf

Vincenzo ANDRAOUS, Abbiamo perduto tutti.

Un adolescente se ne va, un figlio di tutti noi è rimasto attaccato ad una sciarpa legata al collo, impigliato senza potere reagire né difendersi.
E’ morto così, ma non per sua scelta, impiccato con le nostre mani, i nostri giudizi affrettati, sommari, e somari quanto i nostri silenzi indifferenti.
Un ragazzino di quindici anni reso diverso dalla sua fisicità esile, dalla sua presenza fragile, forse un chiacchiericcio inventato ad arte sulla sessualità non “conforme” ai tanti, un giovane diverso perché messo intenzionalmente alla berlina, volutamente collocato tra i pochi che sono minoranza da deridere, per un sollazzo simile alla malattia della violenza, ben definita  “patologia della diversità” che fa ingiustizia e differenza, imparata e tramandata da padre in figlio, da macho a macho, da chi premeditatamente addita e condanna senza possibilità di appello.
Un ragazzino ha preferito l’oblio allo sberleffo quotidiano, alla viltà asimmetrica che distorce le passioni, le emozioni, gli affetti, annienta i sogni e le speranze di una vita tutta da vivere nella ricerca di una identità vissuta per davvero, di un ruolo definito, uno stare insieme armonioso e felice, dentro la propria diversità che non è un delitto, né un reato o una offesa per nessuno.
Quell’adolescente sospeso a mezz’aria come uno straccio sporco, al chiodo come un qualsiasi Cristo, non suscita un moto di vergogna, un sussulto di dignità: un rimbalzo di ira per la compassione messa al muro dalle giustificazioni inattendibili, dalle difese improponibili, dalle attenuanti sempre prevalenti alle aggravanti.
Tanta ingiusta indifferenza non scalza le responsabilità, le disattenzioni, il disamore di questa  irrispettosa dipartita, poco importa se ognuno afferma  che il ragazzo non era gay, non era quello il motivo per cui è andato a morire.
E’ incredibile come anche di fronte alla morte di un giovanissimo c’è l’urto e il fastidio della negazione alla negazione, come a dire che non può esistere una cosa del genere, che qualcuno si dia la morte per sessualità diversa dal corpo che lo ospita, che qualcuno muoia per solitudine imposta e costretta all’umiliazione sul banco scolastico, in video on line, nella messaggistica istantanea, un  marchio a fuoco per l’inaccettazione più sconsiderata.
Gli adolescenti sanno essere pericolosi nel ferire e nel mettere fuori dal recinto un loro pari, per questo sono da seguire e accompagnare: il mondo adulto-educatori-formatori, non può chiamarsi out da questo atto terroristico al futuro di ciascuno, non può pensare di esser escluso dal farci i conti, perché “ non accadrà mai a mio figlio”.
Essere gay non è un artifizio per non risultare un buon cittadino, un buon essere umano, una persona migliore, essere gay è un diritto di ogni persona, una scelta che non fa danno ad alcuno, non segna il passo a chi ha fretta di arrivare, di essere, di avere quanto gli spetta.
La libertà di quello studente è stata messa in croce da un’altra libertà prostituita dalle inadempienze degli esempi sbagliati che non sanno risultare autorevoli, dalle asserzioni bullistiche che affascinano e creano consenso, creando terreno fertile per intendere che “la mia libertà conta, poi viene la tua se rimarrà tempo da dedicarti”.
Esser libero significa ascoltare quanto cresce nel proprio cuore, nel rispetto di te stesso e degli altri, quel rispetto che però è mancato nei confronti di quel ragazzo, quel rispetto che dovrebbe essere insegnato da chi è un esempio, non brevetto depositato dai duri e dai furbi,  ma da ogni essere umano, soprattutto di chi è più indifeso e fragile.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

Chiara TERRANOVA. Tra cielo e terra. Il mito ed il culto di Amphiaraos nel Mediterraneo antico.

Obiettivo della nostra indagine su Amphiaraos e sulla storia del suo culto nel Mediterraneo antico è di dimostrare che nella complessa figura di un eroe greco sussistono diverse stratificazioni di caratteristiche e funzioni altrettanto varie, che i secoli e le esigenze politiche, sociali e religiose dei popoli antichi hanno gradualmente depositato.


L’intero studio si trova nell’allegato.

Autore: Chiara Terranova

Email: chiaraterranova@live.it

Allegato: Tra_cielo_e_terra.pdf

Vincenzo ANDRAOUS, Sono solo ragazzi.

Poco più che bambini, adolescenti di poco imbarazzo, giovani con le gambe larghe e le mani in tasca, quando camminano sul marciapiede non consentono a chi arriva in senso contrario di passare, ci scappa la spallatina, la parola di troppo, lo sguardo piccato di chi non è abituato a rispettare le precedenze, manca l’educazione di accettare l’attesa della pazienza. Certo non serve a niente sparare nel mucchio, tanto meno fare confusione con le età, con i colori delle passioni che non collimano con le emozioni, e scavano trincee nei comportamenti quotidiani. Come quel giovanissimo che ho conosciuto attraverso il network, un viso rotondo, gioioso, eppure in ogni parola una clessidra di spigolature, di asprezze, di gomiti in linea di tiro, immagini da scommessa di luna park.
Un adolescente con le movenze da adulto, la postura da combattente di una guerra che non è mai stata sua nè mai lo sarà, con gli occhi di un cerbiatto spaventato.
Un incontro in rete per caso, poche righe buttate lì, svicolando dai segnali di allarme, dalle indicazioni di pericolo, dalle luci rosse di emergenza non più lampeggianti, oramai paralizzate sulla fermata da rispettare.
Poche righe per fare rumore, per mascherare l’inquietudine, e nascondere la paura e l’inadeguatezza, attraverso i tanti beveroni bevuti in fretta, nelle pasticche calate giù tanto per fare qualcosa.
Sono solo ragazzi, alla ricerca di risposte affrettate che bruciano i tempi corti, mentre per le domande ci sarà tempo domani, e poco importa se saremo vivi, storti o morti per prenderne visione.
Facebook e le troppo storie inespresse, piccole parti recitate in qualche bestemmia, nelle imprecazioni isteriche, nei sassi lanciati a casaccio, come a voler raccogliere un rimprovero, un richiamo al proprio dovere negato, un’attenzione che manca all’appello con incredibile indifferenza.
Scorrendo l’home page, quel viso impertinente e provocatore, sprovvisto di fede e di passione, mantiene inalterato l’urto e il fastidio, e seppure banale in ogni sua fuga in avanti, in ogni frase smozzicata, persino nel pugno  raccontato a piccole dosi, c’è un rimando, malcelato, ma c’è ed esiste, a significare come ha ben detto un grande educatore: a volte fanno del male, ma sognano di fare il bene.
Si tratta di un rimando denudato di aggettivi, di superlativi, dei suoni artefatti per sostenere lo sguardo alla richiesta posta tra una riga e l’altra, lasciata lì, per caso: la necessità di un aiuto, di una conoscenza del valore di giustizia, di un perdono che rappresenti una nuova opportunità di slegare i lacci ai polsi,  le bende agli occhi,  i nodi al cuore che non sa più stare in disparte, sottocoperta, ai margini di una età che esige avventura, scoperta, incontro, partecipazione.
Ho incontrato quel ragazzo, l’ho avuto di fronte per un pezzo di strada insieme, un giovane spostato su una trasgressione-ribellione da pochi centimetri in avanti, qualche centinaia di metri indietro, inconsapevole che chi ha da dire cose nuove, ci tiene a farsi capire, invece di rimanere impigliato nelle strade chiuse alle informazioni, barricate alle idee che aiutano a crescere per diventare finalmente più maturi.
Facebook e i suoi territori dove gli amori non sono reciproci, mentre dovrebbero esserlo se fossero veri, pagine impalpabili per slogan da saldi anticipati, emulazioni di falsi eroi,  falsi miti eretti a simulacri di periferie esistenziali.
Più conosco questo ragazzo più mi convinco che sbagliare è umano, ma fondamentale è usare le difficoltà come stimoli per migliorare le proprie capacità, perchè davvero da qualsiasi situazione è possibile apprendere il valore della vita, e non permettere mai alla nostra mente, al nostro cuore di finire in un angolo perso dove non si vede più niente.

Autore: Vincenzo Andraous

Email: vincenzo.andraous@cdg.it

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