Quando si va a frugare per curiosità o interesse nel passato, può succedere di imbattersi in qualcosa che piacevolmente colpisce e che invoglia a saperne di più.
Nel 1931, fu organizzata una spedizione nel sito archeologico di Chichèn Itzà nella penisola dello Yucatàn del Golfo del Messico. In quell’occasione, insieme a tante novità incontrate, ciò che impressionò i cercatori fu la presenza ben distribuita di un colore che, sino ad allora, non era mai stato riconosciuto ed identificato. Si tratta di un pigmento, molto raro, che rassomiglia all’indaco noto a tutti, però con una differenza sostanziale: infatti, mentre quest’ultimo risente del passare del tempo, dell’azione degli agenti atmosferici e del contatto con l’umidità, per cui tende tristemente a sbiadire, quel colore turchese brillante o blu azzurro (chiamato “Azul Maya”, il Blu Maya degli stessi scopritori) ha il pregio non solo di non cedere alle condizioni climatiche, ma addirittura di resistere all’aggressività di acidi, come quello nitrico, alcali, solventi e altre sostanze chimiche.
Il blu Maya fu visto per la prima volta agli inizi del XIX secolo e si trovò che già secoli prima veniva utilizzato, particolarmente in Messico, in tanti conventi: invero, lo si trova nei dipinti del pittore indigeno Nahua Juan Gerson a Tecamachalco, nei quali si riconosce l’abbinamento fra tecniche locali ed europee, che è andato sotto il nome di Arte Indocristiana.
Diversi scienziati si sono adoperati per giungere alla conoscenza del blu Maya. Nel 1993, fu resa pubblica una relazione dello storico e chimico messicano, Costantino Reyes-Valerio, nella quale era espresso il suo parere riguardo a quel blu: secondo lui, si trattava di una miscela costituita dalle argille paligorskite e montmorillonite e indaco, e ciò era accompagnato dalla descrizione del processo produttivo. E’ probabile che questo sia derivato dalla combinazione di testi di altri autori con l’aggiunta dell’esame microscopico dei dipinti murali e della spettrografia infrarossa e trasformata di Fourier.
Naturalmente, i ricercatori tentarono di risalire ai metodi produttivi dei Maya, ma si dovette aspettare il 2008 per avere qualche chiarimento in merito alla sua preparazione. Infatti, una teoria a questo proposito è stata formulata dal gruppo di studio coordinato dal conservatore aggiunto di Antropologia del Field Museum of Natural History di Chicago, Dean E. Arnold. Le analisi, cui sono stati sottoposti in residui del pigmento raschiato da alcuni frammenti di reperti ceramici, hanno appurato che i tecnici Maya facevano una miscela a caldo di indaco di origine organica, di un minerale argilloso o filosilicato di alluminio e magnesio denominato poligorskite (così chiamato perché tipico di Palygorskaya, una località dei Monti Urali, in Russia) e di copale, una resina aromatica utilizzata in occasione di riti o cerimonie.
Con tali indicazioni, Arnold fece la relativa composizione, ma i risultati furono deludenti, giacchè quel pigmento aveva breve vita.
Allora, egli decise di provare a eliminare il copale e, nel corso della annuale riunione del 25 aprile ultimo scorso della Società Americana di Archeologia a Denver, presentò una serie di 12 ciotole reperite a Chichèn Itzà. Egli dichiarò che esse erano state riscaldate e sul fondo erano i residui bruciati di piante mescolati con resti bianchi che erano sicuramente di paligorskite. Secondo il suo parere, i ceramisti Maya macinavano il minerale umido, lo mescolavano con l’indaco e poi riscaldavano il tutto in ciotole sul fuoco; pertanto un passaggio sconosciuto ai ricercatori.
Tutto questo fa arguire che i Maya, secondo i materiali a disposizione, seguivano due metodi per preparare il loro blu, dimostrando di avere una certa dimestichezza nell’uso di sostanze chimiche.
Alla fine, Arnold concluse che l’esame delle ciotole provava che gli antichi Maya usavano questa seconda metodologia per produrre il loro Blu Maya.
Tutto quanto si è ricordato è stato pubblicato da Arnold nel libro dal titolo “Blu Maya” che è stato attentamente esaminato da esperti e da loro ritenuto lo studio più completo pubblicato sino a oggi. In base alle sue ricerche, che hanno abbracciato i diversi settori dell’archeologia, della chimica, dell’etnografia e delle scienze dei materiali, Arnold è giunto alla convinzione che il blu Maya derivi da questa seconda metodologia e che, come tale, abbia avuta la sua grande diffusione nell’America Centrale. Secondo il New York Times, tutto ciò ebbe un grande successo fra i Maya e gli Aztechi.
Quello stupendo colore fu ampiamente utilizzato a partire dal VII secolo fino al 1860, spalmato in tantissime occasioni, a decorare edifici architettonici, ciotole ceramiche (purtroppo trovate in frammenti), sculture, pareti murarie, forse tessuti pecolombiani e per ravvivare illustrazioni di codici, come quelle del Codice fiorentino di Bernardino de Sahagùn. Un uso poco simpatico praticato dai Maya fu quello scoperto nel 2008 dai ricercatori del Wheaton College dell’Illinois, cioè quello facente parte dei riti che erano tenuti a Chichèn Itzà. Qui, presso una dolina, cioè una cavità naturale, si combinavano e si bruciavamo insieme incenso di copale, palygorskite e foglie della pianta di indaco, facendone un colorante; e con questo, stando a testimonianze del XVI secolo, erano dipinti i prigionieri e vittime umane che venivano sacrificati in onore del Dio della Pioggia Chaak, sperando che ne favorisse la caduta, essendo necessaria per la produzione del mais. Dopo il sacrificio, le salme erano gettate nel Cenote insieme con offerte di caucciù e legno, che facevano parte del rito. Questo fatto ha chiarita la natura del deposito che si trovò sul suo fondo quando, nei primi anni del XX secolo, lo si dragò: si trattava di uno schifoso miscuglio dei resti delle sostanze immesse e dei corpi delle vittime, colorati con il blu Maya.
Ma il blu Maya non venne dimenticato, tanto che oggi, sia nel Messico sia nel Guatemale sono in attività artisti e artigiani che si adoperano nella produzione di ceramiche decorate con quel colore e nel restauro di oggetti antichi e figure murarie, mantenendo viva una tradizione importante e significativamente rappresentante di un mondo proveniente da un prestigioso passato.
Comunque, la composizione era dovuta all’insieme dell’indaco ottenuto dalle foglie di Indigofera suffruticosa (ch’oj), raccolte nel momento in cui il colore è al suo massimo, e polverizzate dopo il loro appassimento, con l’argilla paligorskite (sak lu’um), escavata nelle cave di Sacalum e Ticul nello Yukatàn, polvere bianca ridotta finissima con la macinazione. Queste sostanze, attentamente mescolate fra di loro sino a ottenere un impasto omogeneo e denso, venivano messe a bollire in recipienti in terracotta, dove era tenuto a temperatura moderata per più ore; qui, l’argilla assorbiva il colore vegetale, diventando il pigmento stabile che è sotto l’ammirazione di tutti, cercatori, studiosi, archeologi, amatori ed esteti.
Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it