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Leonella CARDARELLI, L’alimentazione nella società contadina.

La società moderna si contraddistingue dalle società del passato per l’abbondanza alimentare. Oggi, obiettivamente, possiamo mangiare tutto ciò che vogliamo. Il fatto che poi il cibo non sia distribuito equamente è un altro discorso, perché la roba da mangiare c’è.


Lo studio completo si trova nell’allegato.


 

Autore: Leonella Cardarelli

Email: leonellacardarelli@virgilio.it

Allegato: alimentazione.pdf

Andrea ROMANAZZI. La fonte della giovinezza nella tradizione medievale.

Nella letteratura popolare medievale e rinascimentale un topos fortemente poetico e suggestivo è quello dell’ Acqua della Vita, la mistica fonte della giovinezza che ha il potere di resuscitare o di ringiovanire l’uomo. Il tema è molto antico, l’acqua è da sempre elemento cosmogonico per eccellenza, essa crea, guarisce, rigenera, purifica. Il sacro liquido ha da sempre colpito l’uomo antico a causa dalla sua comparazione con l’umidità del “sesso” femminile e dei liquidi naturali secreti dalla donna che avvolgono l’infante al momento della sua nascita. Dalla grotta, primo mistico santuario, alla sorgente prima e alla fontana, poi, il passo è davvero molto breve.
L’’uomo così da tempo immemorabile ha venerato questo elemento rendendolo sempre vario, complesso, multiforme, narrandolo, commentandolo e alcune volte poetizzandolo.


Il Topos dell’Acqua di vita Medievale


Il tema dell’acqua che ridona la salute acquista forte diffusione nel periodo medievale e fin da 1100 questo elemento costituisce un topos letterario dei bestiari e dei romanzi cortesi. L’area più interessata è quella franco provenzale, così una delle più antiche testimonianze è, ad esempio, quella di Filippo de Thaon che nel suo “Bestiaire”, datato 1119, ove l’autore parla di “une fointaine dunt l’ere est clere e saine” e stessa tradizione ritroviamo nella “Conquista di Gerusalemme” di Richard le Pelerin del 1200.
La tradizione romanzesca vuole queste sacre fonti posizionate nella misteriosa area mediorientale, lo scrittore Huon de Bordeaux ad esempio la pone nel giardino dell’Emiro Gandise, mentre nota è la leggenda del famoso regno di Prete Gianni ove vi è una fonte che “fit rajovenire la gent”.
La figura di questo mistico sovrano è davvero carica di mistero. Se infatti inizialmente si pensava a Prete Gianni come ad una figura fantastica tipica del pensiero medievale, ultimamente si è dimostrata la sua reale esistenza. Il nome deriverebbe infatti da un errore di traduzione nella lingua D’oc del veneziano “Preste Zane”. Ben lungi da esser solo una leggenda, il Prete Gianni fu un sovrano della Cina Settentrionale in un periodo tra  906 e il 1125. Sarebbe stato uno dei suoi eredi, detentore di questo titolo “sovrano-sacerdotale” a scrivere poi quelle famose lettere note in tutto il periodo Medievale con il nome di  “Lettera del Prete Gianni”. E’ in questi scambi epistolari tra questa enigmatica figura e i più importanti sovrani europei, come Manuele I imperatore di Bisanzio o Federico Barbarossa, che apparirà il topos della fonte della giovinezza.
Prete Gianni, infatti, descrivendo le meraviglie del suo palazzo, racconta di una fonte la cui acqua “…non ha l’eguale per fragranza e per sapore, e che non esce da quelle mura, ma corre da uno a un altro angolo dei palazzo, e scende sotterra, e correndo quivi in contraria direzione, ritorna là d’onde è nata, a quella guisa che torna il sole da Oriente ad Occidente. L’acqua ha il sapore di quella cosa che colui che la gusta può desiderare di mangiare o di bere, ed empie di tanta fragranza il palazzo come se ci si manipolassero tutte le sorta di balsami, di aromi e di unguenti…”
La leggenda dell’Acqua che dona la giovinezza non è poi estranea all’India ove il culto dell’acqua come mistico elemento è elemento fondante della stessa religione. 
Si moltiplicano così le leggende di uomini e mercanti che casualmente, durante il loro viaggi in Oriente, assetati, si abbeverano ad una fonte che poi scoprono esser proprio quella della giovinezza e così vivono per 300 anni, un’idea che poi non escluderà le nuove terre scoperte ad Occidente, le Americhe, ove successivamente sarà posta la mistica fonte di vita. La Fontana diventa dunque un simbolo, è il tema del mitico paradiso terrestre o della più pagana terra di cuccagna, idealizzate con le terre lontane ove trovatori e viaggiatori narravano delle più impensabili b

Andrea ROMANAZZI: Culti Agrari e Rituali di Fertilità. Analisi comparata di alcune tradizioni popolari friulane e del folklore lucano.

In molte tradizioni contadine italiane, seppur geograficamente lontane tra loro, troviamo alcuni temi comuni che sembrerebbero legare indissolubilmente il mondo agrario ad antiche tradizioni pagane. Le forme estatiche, i rituali di fertilità ed in particolare l’incontro con i morti sembrano essere filo conduttore di una cultura “subalterna” mai del tutto scomparsa. La continua associazione tra mondo contadino e il tema della morte sembrerebbe preludere una stretta unione tra questi due aspetti, basti pensare ai rituali legati al pianto funebre e al cordoglio nelle tradizioni agricole. Per conoscere il legame che c’è tra le tradizioni legate alla morte e i rituali di fertilità dei campi dobbiamo addentrarci tra i ricordi friulani e la magia lucana, due regioni distanti e profondamente diverse tra loro che però nascondono il seme comune del paganesimo silvano. Non è un caso che queste tradizioni si siano conservate in zone favorite dall’isolamento e accomunate dalla paura del negativo nella vita quotidiana e delle angustie della povertà agricola. Il sopravvivere di una cultura subalterna contadina ancora attaccata a queste credenze, attraverso ricordi, narrazioni, passaggi e sincretismi ha permesso il tramandare delle stesse fino al secolo scorso.

Una tipica tradizione dell’area friulana è quella dei Benandanti. Secondo i racconti contadini, i Benandanti sarebbero delle persone particolari, portatori di un culto di fertilità e difensori di campi e raccolti contro streghe e stregoni, in un’immagine stereotipata della morte che accomuna l’area nord Italiana con quella tedesca e balcanica legata alla figura di Frau Holle (Cossar, 1933). Queste persone sono caratterizzate dall’evento di essere nati con la “camicia”, in realtà un pezzo di placenta che da sempre, nella tradizione popolare era considerata come sede dell’anima. Forse è da questa credenza, che i Benandanti vengono considerati delle persone del tutto speciali, le uniche a poter guarire le persone dai malocchi e dalle fatture delle streghe, in grado di assicurare la fertilità dei campi. Del resto l’espressione popolare “nascere con la camicia”, ad indicare persone particolarmente fortunate, sembrerebbe proprio sottolineare questo atavico legame. E’ dunque la camiciola a rendere una persona “benandante”, non solo, ma è il suo stretto contatto a garantire la eccezionale condizione psichica del soggetto. Perdere la placenta significava non avere più alcun diritto di fascinazione e infatti molte sono le testimonianze in tal senso. “…portava quella mia camiciola al collo sempre, ma la persi et dipoi che la perdei non ci son più stato alli raduni…”( C. Ginzburg, 1996).

La tradizione vuole che in particolari periodi dell’anno questi magi si scontrerebbero contro streghe malefiche in una battaglia a colpi di rami di finocchio e di sorbo per assicurare, nel caso di loro vittoria, le fertilità dei campi.

“…Io sonno Benandante perché vò con li altri a combattere quattro volte l’anno, cioè nelle quattro tempora, di notte, invisibilmente con lo spirito et resta il corpo…noi con le mazza di finocchio et loro con le canne di sorgo…”( C. Ginzburg, 1996)

Ecco così trasparire lo stretto legame, di tipo sciamanico, tra il masciaro e la fertilità campestre. Questi combattimenti erano sicuramente il ricordo di antichi riti agrari, infatti la vittoria o la sconfitta nello scontro poteva assicurare fertilità ai campi o, in caso contrario, un periodo di ristrettezze. Si potrebbe così rivedere, in questo “scontro”, una riproposizione di rituali agrari ben più antichi e legati a quello che il Frazer definirebbe spirito arboreo, spesso identificato come l’aspetto maschile del culto primigenio della Grande Madre ( A. Romanazzi 2003)

All’inizio la divinità è vista e concepita come immanente, essa permea tutto ciò che circonda il selvaggio e dunque essa è anche dendromorfa. Nell’evoluzione del pensiero religioso-sciamanico primitivo la divinità, seppur nella su