Il presente contributo si pone come naturale continuazione dell’articolo pubblicato lo scorso anno, in questa stessa sede, dalla dott.ssa Sara Marmai 1.
Il lavoro presentato nelle prossime pagine prende le mosse dalla fruttuosa collaborazione avviata, ormai già alcuni anni fa, dall’Università di Udine con l’Università del Salento. Collaborazione che ha coinvolto, in primis, i docenti di Papirologia dell’ateneo friulano e di quello pugliese, e che ha finito per impegnare, con grande soddisfazione e notevoli risultati, un gruppo di, allora, studentesse udinesi.
A volte ci si chiede se esiste una archeologia delle acque, ovvero di ciò che ha a che fare con strutture connesse direttamente con l’acqua. L’archeologia si occupa anche di ciò, poiché tra le infinite strutture costruite dall’uomo ne esistono una serie destinate all’approvvigionamento delle acque, ma anche allo scarico di quelle conosciute quali acque reflue, vuoi esse siano acque alluvionali vuoi siano acque sporche ovvero provenienti dallo scarico delle fogne.
Quando nel 1983 inizia la ricerca di oro epitermale in Toscana Meridionale, con il solo ausilio del piatto di lavaggio, il primo problema da affrontare era costituito dalla distinzione con oro eventualmente proveniente da filoni a solfuri, diffusi nella zona.