Il Culto della Bona Dea viene attestato da molte fonti letterarie nell’Impero romano così come anche dalle iscrizioni ma, come avviene anche per altre divinità, l’individuazione di un determinato periodo di sviluppo di tale culto è molto difficile. In un primo tempo il suo nome era un epiteto attribuito a varie dee, quali Venere, Maia e Cibele, in seguito venne applicato per identificare Fauna, moglie e sorella di Fauno e quindi assimilabile a Cibele . Secondo il mito, la dea avrebbe bevuto vino puro, contravvenendo così al divieto cui dovevano sottostare le donne romane e, per questo motivo, sarebbe stata frustata a morte dal marito con un ramo di mirto. Secondo un’altra versione, Fauna è figlia di Fauno ed avrebbe resistito sia al vino che alle frustate con cui il padre voleva piegarla ad unirsi con lui. Quale dea feminarum , ella disciplinava l’uso del vino da parte delle donne e, se non altro in epoca arcaica, presiedeva all’ingresso delle ragazze nella società degli adulti. Alcuni elementi, infatti, lasciano scorgere nel complesso cultuale di Baia un’antica istituzione iniziatica…
Figure sfuggenti, di frequente poco ricordate dalle fonti scritte, le figlie dei sovrani altomedievali hanno attirato negli ultimi anni l’attenzione degli studi di genere. L’analisi combinata di fonti storiche, iconografiche, epigrafiche e archeologiche, infatti, ha permesso di delineare una nuova immagine di queste principesse regie…
Parlare di donne nel mondo antico non è poi così facile: le fonti antiche non riservano molto spazio alla figura femminile e al suo ruolo all’interno della società, e di rimando per gli studiosi di epoca moderna e contemporanea è stato ed è particolarmente ostico questo argomento. Come gli uomini anche le donne si ritagliarono un loro spazio nella società ma le fonti preferirono focalizzarsi sul sesso maschile forse perché troppo condizionati da un mondo eccessivamente maschilista…
“Occorre avere la modestia e la prudenza di riconoscere che non tutto è per noi spiegabile”
Tra Etruschi e Appiani – Da qualche tempo a questa parte, a seguito delle precisazioni sempre più a carattere stringente sulla arbitrarietà della decisione di trasformare l’ipogeo di Marciana in una fantasmagorica zecca del Principato di Piombino, appare del tutto evidente che le azioni che la Pubblica Amministrazione della Provincia e della Regione dovranno intraprendere saranno quelle di ripristinare un patrimonio archeologico del nostro Paese, sottraendolo all’uso a cui finora è stato destinato. Anche nella passata stagione estiva i fantasmi dei Principi Appiani, evocati dagli artefici della zecca, hanno guidato i visitatori a pagamento, all’interno del museo colà allestito, dove di sicuro gli accompagnatori avranno saputo illustrare la storia di questa fucina nella quale venivano coniate le preziose monete…